24/03/16

L'EVOLUZIONE DELLA SPECIE


"Finalmente una bella notizia per gli abitanti del capoluogo della valle di Fiemme: l’orto dei frati francescani diventerà un parcheggio pubblico." così apre il suo pezzo pubblicato ieri su il Trentino un entusiasta L.Ch. E così anche l'antico orto dei frati di Cavalese andrà a farsi benedire per venir trasformato in un bellissimo autoparco. Lo ha deciso all'unanimità il consiglio comunale del capoluogo fiemmese. Perché? Ma perché gli alberghi si ammodernano, aggiungendo, stagione dopo stagione, anno dopo anno, nuove comodità. Camere più spaziose, doppi servizi, tre docce, due vasche, solarium, palestre, fitness, sale per bambini, connessioni internet super veloci... Di pari passo i nostri paesi devono garantire aree acconce per le lussuose e sempre più ingombranti autovetture con le quali turisti e residenti, in una gara demente ed infinita a chi ce l'ha più grossa, si spostano avanti e indietro.

A farne le spese sono gli spazi interni ancora liberi risparmiati dalla speculazione edilizia, con i quali le ammistrazioni comunali o gli stessi privati, attraverso la loro trasformazione tentano di dare un'impossibile risposta alla domanda di posteggi che l'automobilità privata portata al parossismo riformula continuamente.

Purtroppo la conservazione dei luoghi della memoria, principali elementi di identità comunitaria, mal si concilia con le esigenze reali della nostra più importante economia. Al bando le ubbie, di turismo qui si vive e serve pragmatismo! Questo il refrain perentoriamente ripetuto in ogni occasione, tanto che più nessuno osa metterlo minimamente in discussione. E se dunque vogliamo stare al passo con l'evoluzione incessante e le infinite necessità di un'offerta all'altezza della fama acquisita a suon di mondiali dobbiamo rassegnarci ad agire così (e a perdere del tutto la nostra residua identità).

Perché l'identità di una comunità è connaturata al suo paesaggio di riferimento e ai luoghi gravidi di storia in cui essa si è forgiata.


L'orto dei Francescani, per quella cittadinanza e non solo, è uno di quei luoghi, come il Banco de la Reson, la Rocca di San Valier e alri. Un sito caratterizzante e identitario attraverso il cui riconoscimento i Cavalesani hanno potuto dire sinora di essere Cavalesani. Se però neppure il loro più importante consesso cittadino, teorica sedes sapientiae paesana, riesce a capirne la valenza profonda in esso custodita, significa che il punto di non ritorno è già stato superato e che ormai tutto è davvero perduto.

Di questo passo, tra vent'anni, quando lo stravolgimento paesaggistico avrà del tutto reciso i legami col passato sarà difficile distinguere un Baùscia con Ferrari seduto al tavolino di un bar da un Lovo con Cayenne seduto al tavolino del bar accanto, e allora di turismo, se già non lo saremo, potremo anche morire.

Intanto però non preoccupiamoci, qui si fantastica e forse si farnetica. Dobbiamo confidare: la Promozziòn del nostro signor P non ci abbandonerà. Ci penseranno le Pro Loco con le loro ragazzine in costume tradizionale, il gruppo Salvanel, le signorinelle mascherate da Streghe, a rievocare e a farci ricordare, tra un fuoco d'artificio e un rogo improvvisato, ciò che un tempo fummo. Accontentiamoci. D'altronde non c'è alternativa. In fondo che sarà mai un orto! Vuoi mettere poter aggiungere ulteriori 100 posti macchina. Eh dai. Mettiamoci il cuore in pace e consideriamo che così, solo così!, i più non dovranno ri-emigrare in una Svizzera qualsiasi con la mitica consunta valigia di cartone e potranno invece rimanere a fare i lavapiatti nella nostra amata Heimat.


L'Orco

23/03/16

SI STA COME D'AUTUNNO SUGLI ALBERI LE FOGLIE


Ciao Euro, ho appena letto due pagine sull'incidente di Tarragona in Spagna: sette ragazze che si stavano affacciando (e affidando) con fiducia ed entusiasmo alla vita sorprese dalla morte in una notte piovosa su una strada spagnola. Immediatamente mi è venuto in mente l'ultimo versetto della parabola evangelica delle vergini:

Vegliate dunque perché non sapete né il giorno, né l'ora.


In questi casi si disvela potentemente l'essenza del tragico: trovare la morte nell'atto di massima affermazione della vita.


Citando un verso di Hoelderlin:

Con il pericolo cresce anche ciò che dà salvezza
che preferisco riformulare così:
Con ciò che dà salvezza cresce anche il pericolo.


Pericolo e salvezza, pericolo e senso, sono facce della stessa medaglia. Non si può guadagnare in intensità della vita, in intensità del nostro essere-nel-mondo senza esporci al pericolo.
Questo concetto è difficile da accettare oggigiorno. Si pretende di avere intensità del vivere e sicurezza, ovvero confort, aspetti necessariamente inconciliabili.
In una società ossessionata dalla sicurezza e dal controllo e ancora dal confort, non si riesce ad ammettere che la salvezza, anche la piccola quotidiana salvezza che consiste nel coricarsi al termine di una giornata, non dipenda in larga misura da noi. Dipende infatti nel bene e nel male dall'imponderabile. Tantopiù che affidiamo noi stessi e la nostra vita a forze che si rivelano (tragicamente) sostanzialmente ingovernabili ed incoercibili:



Sono al volante e osservo nello specchietto retrovisore una macchina dietro di me. La freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde di impazienza. Il guidatore aspetta il momento giusto per superarmi: come un rapace che fa la posta a un passero. Mia moglie Vera mi dice: “ Sulle strade francesi ogni cinquanta minuti muore un uomo. Guardali, tutti questi pazzi che corrono accanto a noi. Sono gli stessi che sanno essere così straordinariamente prudenti quando sotto i loro occhi viene scippata una vecchietta. Com’è possibile che quando guidano non abbiano paura? ” Che cosa rispondere? Questo, forse: che l’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa a un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo - in altre parole, è in uno stato di estasi: in tale stato non sa niente né della sua età, né di sua moglie, né dei suoi figli, né dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere. La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. A differenza del motociclista, l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo, costretto com’è a pensare continuamente alle vesciche, all’affanno; quando corre avverte il proprio peso e la propria età, ed è più che mai consapevole di se stesso e del tempo della sua vita. Ma quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale - velocità pura, velocità in sé e per sé, velocità-estasi. Strano connubio: la fredda impersonalità della tecnica e il fuoco dell’estasi.

Kundera, La lentezza
*****

Ciao, le tue considerazioni valgono naturalmente anche per le vittime degli attentati di ieri in Belgio, per quelle della nostra ormai lontana tragedia di Stava e per l'infinita catena di morti che dalla notte dei tempi avrà fine soltanto con... la fine dei tempi. Vittime che secondo le nostre categorie non avrebbero dovuto trovarsi (e morire) in quel luogo e in quel momento. Ma le belle facce delle sette italiane (stranamente delle altre sei studentesse nulla è dato di sapere) confermano che la vita, per quanto ogni individuo aneli e tenti di autodeterminarla, è regolata dalla forza soverchiante della Casualità.
E appunto, nemmeno la qualità superiore comprovata dalla bellezza di quei sette volti, di cui la vita stessa (sempre per le nostre categorie) avrebbe potuto beneficiare, è bastata a salvare quelle sette ragazze dall'oblio che oggi già le avvolge.

22/03/16

FUORI DAL CORO


Per il parroco la questione è chiusa. Nel 2017 inizieranno i lavori di restauro del vecchio Mascioni con buona pace di quanti avevano sperato nell'acquisto di un nuovo strumento. Uno Zeni avrebbe stravolto le antiche abitudini dei frequentatori del tempio. Che i coristi restino dove sono sempre stati e l'organo (rimesso a nuovo) pure! Il sottinteso di don Daprà non ci scandalizza affatto.

In quanti a Tesero sarebbero disposti a stracciarsi le vesti pur di ascoltare la passacaglia BWV 582?

UNO SCOMODO PERCHÉ

Pubblico con colpevole ritardo l'intervento di C.D. finito tra i commenti anonimi scusandomene con l'autore. Un'opinione dotta, suffragata dalla diretta conoscenza, che sulla stampa locale, naturalmente, non poteva (doveva) trovare spazio.
 
Mi fa piacere che il blog apra una discussione sulla sanità trentina. Mi scuso se sarò lungo, ma un argomento così importante merita un’analisi approfondita. A parer mio, tutto nasce negli ormai “lontani” anni 2006/07 quando la P.A.T decise di investire una vagonata di milioni di euro per riammodernare la flotta degli elicotteri con la conseguente necessità di adeguare tutte le piazzole per l’atterraggio, anche quello notturno, presenti sia nei presidi ospedalieri che nelle zone più limitrofi, vedi Canazei. Non solo, visto che gli hangar e la struttura che accoglieva tutto lo staff del nucleo elicotteri di Mattarello risultavano ormai non più conforme ai nuovi standard previsti per l’utilizzo dei mega velivoli, vengono costruite delle nuove strutture con dei costi che sarebbe interessante poter sapere nel dettaglio ma che purtroppo non sono in grado di quantificare ma, a spanne, sicuramente una seconda vagonata di milioni di euro. In quel periodo però nessuno ha mai accennato al fatto che tutto l’investimento aveva come finalità quella di accentrare su Trento tutte le emergenze sanitarie a scapito dell’utilizzo delle strutture ospedaliere periferiche. Anche la scelta dei velivoli fu molto mal digerita dai tecnici del soccorso in montagna, per le dimensioni degli stessi e per la difficoltà di manovra in zone impervie. Punto a favore dei nuovi mezzi, la velocità negli spostamenti da e verso la città. Mi sembra chiaro che in questo frangente ( forse uno dei pochi) la politica ha avuto lungimiranza, in negativo però. Non si è mai espressa pubblicamente relazionando su queste scelte, anzi ha sempre cercato di bypassare l’ostacolo. Ora che questo passo è stato fatto, emergono tutte le problematiche che fanno incazzare la popolazione. Forse la manovra avrebbe avuto un senso se il S.Chiara fosse già stata una struttura moderna, efficiente e pronta ad accogliere tutti i pazienti qui dirottati dalle periferie. Adesso si parla di N.O.T. con tempi biblici e con un profumo-puzza di speculazione nell'aria. Non sarebbe stato più utile utilizzare si tante risorse per ottimizzare i servizi sul territorio? Ed i nostri rappresentanti cosa fanno? Ovviamente danno ragione alla massa! Ma negli anni delle decisioni sulle macchine volanti dov’erano? Molti di loro erano in consiglio o addirittura in giunta!! Rossi era addirittura assessore alla sanità! Un secondo punto che mi sembra importante è l’analisi del perché si è arrivati alla scelta di trasformare l’ospedale di Fiemme in un nosocomio ad ore o par time se si preferisce. Infatti una struttura ospedaliera senza alcune figure basilari ( anestesisti ) non si può definire tale. Per assurdo nelle ore di assenza di questo personale bisognerebbe togliere la scritta Ospedale. La ormai famosa norma europea del lontano 2003 e sottolineo 2003 che stabilisce i riposi dei camici bianchi, anestesisti, ecc… entrata in vigore in Italia ed anche in Trentino il 24/11/2015 ha, di fatto, portato al collasso il sistema. Ma è una norma del 2003!!! Non c’era forse tutto il tempo per organizzarsi? Analizzando il problema del reparto maternità, già nel 2002 su richiesta dell’assessorato e dell’azienda sanitaria, il dipartimento materno-infantile ha elaborato un documento sulla riorganizzazione dei punti nascita dell’ azienda sanitaria della P.A.T. L’elaborato condiviso dai direttori delle Unità operative, sulla base di rigorose premesse scientifiche, con adeguate misure compensative ed organizzative, proponeva la chiusura motivata da ragioni di sicurezza di alcuni punti nascita. Questo documento è stato dimenticato e 13 anni dopo si è arrivati praticamente a conclusioni analoghe. In assenza di un percorso serio, analitico e, perché no, anche contraddittorio dell’analisi di cui sopra. Conclusioni frettolose ed applicate dal giorno alla notte! Dimostrazione del fatto che la politica provinciale è più preoccupata al consenso che al risolvere le problematiche che si trova di fronte utilizzando il metodo del rimando! Penso che qualsiasi persona ragionevole poteva, dopo tutti questi fatti, prevedere una conclusione simile. Purtroppo il vizio di rimandare rimane ma rimane anche il vizio di far fare ad altri le scelte che, secondo alcuni, creano un danno d’immagine. Infatti siamo in attesa della decisione del Ministro Lorenzin sul destino dei reparti di neonatologia periferici. Alla faccia dell’autonomia, tanto rivendicata e sbrodolata dai nostri rappresentanti. “ Su questo anche gli amministratori territoriali ( scriveva Pierangelo Giovanetti su l’Adige il 29/11/2015) dovrebbero dare dimostrazione di sguardo lontano, non di semplice piccolo cabotaggio, contrattando pure con la Provincia l’eventuale contropartita da ricevere in cambio della chiusura dei punti nascita. Aizzare o capitanare le folle, esasperando la rabbia che è già forte, non ha grande prospettiva. Forse gli amministratori avrebbero il compito di spiegare e far capire alla gente la situazione, anche economica , in cui ci troviamo, e il quadro generale che motiva le singole scelte. Ma anche per i sindaci e presidenti di comunità di valle, come per gli amministratori provinciali, ci vuole il coraggio e il saper guardar lontano, caratteristiche sempre più rare di questi tempi”
Ci sarebbe da aprire un dibattito anche sulla situazione della “mega” protonterapia di Trento dove si stanno dannando per cercare pazienti in giro per il mondo, ma questo è un altro capitolo, anzi è un fiore all’occhiello della sanità e della politica trentina che fa molta “fatica” a sbocciare.
(C.D.)

10/03/16

MA NDO’ ELO FINÍ?


All'incirca dieci mesi fa l’orso bruno trentino iniziò a girovagare in lungo e in largo attraversando prati e boschi della nostra amata Heimat. Venne incontrato contemporaneamente in parecchie località della Provincia. Era un Super-bear ubiquitario che per parecchio tempo inquietò le tranquille e affaccendate genti trentine. Il plantigrado anche qui in val di Fiemme balzò agli onori della cronaca locale dopo essere stato segnalato a Malgola (Predazzo), Ziano, Panchià e finanche a la Palanca, dove pare avesse fatto visita ai luoghi dei tragici fatti del Turchin e della compianta mamma Orsa. La stampa locale, in quel periodo a corto di notizie di rilievo, diede ampio spazio a quegli avvistamenti. Poi, gradualmente, l’incalzare di altri importanti eventi, dalla sagra del Puzzone di Moena a quella dei Grostoli di Tesero, dalla gara di tamburello di serie D alla sfilata d’auto d’epoca per le vie del paese, fece sparire l’orso dai giornali e come per miracolo nessuno se lo ritrovò più tra i piedi. Ma, come dice la canzone, la nostalgia è canaglia e ora che il lungo letargo sta per finire siamo certi che la voglia d’orso ricomincerà a battere forte… e L'Adige e il Trentino torneranno presto a regalarci nuovi ed avvincenti episodi.

Pubblichiamo quindi uno dei tanti racconti ‘rimasti in canna’ alle redazioni giornalistiche dei due principali quotidiani trentini. In questo caso la cronaca manoscritta anonima di un avvistamento, ricevuta a suo tempo e mai pubblicata dal corrispondente da Verla di Giovo de L’Adige Placido Giocondo Rossi, che, su nostra insistenza, per sua gentile concessione ci ha fatto pervenire.

Ario




Tei Bepi, te n’ conto una, che de sicür no te me la crederai. Marti matina, son dre che parto per ‘ndar  gio ‘n campagna a me podàr ‘n po’ de pomari…

“Ma ‘ndo cristo la m’ha mess ‘l panét, la mé spósa? La m’aveva dit che ‘l lo meteva ndel prosàc! Ndel prosàc no ‘l gh'è, nò. Chissà mai, fidete ti de le dòne.” Zerco ‘n po’ dapertüt… Vago ‘n soggiorno, nient. Vago ‘n caneva, nient. Torno ‘n cosina, rivardo mejo ndel prosàc, nient. La finestra l’è daverta – prima no gh’avevo fato caso, nò – e… tèi, me scampa l’ocio de sot e sat còssa che vedo? L’ors, propi l’ors che i aveva vist nvèndro passà tel zimiteri, lì ‘n de l’ort beato sul brugnar col me panét ‘nte ‘na zata.

“Ma can da l’ostrega come al fat a tòrse 'l panét dal prosàc qua ‘n cosina? Che l'sia vegnì dent ‘n casa da la finestra?” Nó capivo, nò. Che far, che no far… “Spèta, spèta, che vago a tòrme ‘l sciopp…” me son dit. Me giro n’attimo per no ‘ngamberlarme te’n paròl che gh’era lì ‘n mez, me rigiro e zac! tei. Sul brugnar nó l gh’è pu, nò. Sparì. Ah, bèla questa; alora l’è propi vera che l’è pu furbo de ‘na volpe, can da l’ostrega.

Me spòrzo dal balcon e vardo de sot. ‘N te l’orto neanche no ‘l gh'è. Possibil?

Ndo saralo finì? Cargo ‘l sciopp e vago gio de sot, con cautela massima, de sì. Sento ‘n sciamazz de poe e de pojatti: no èlo dent ‘l polinar col panét n' man che ‘l gh’é varda a quele stremide de le me galine... ‘L g’aveva ‘n ment de farse ‘na merenda con pan e pollo, tei…

G’ho dat n’ ociada. ‘L gaveva do brazzi, che no te digo. E do zate, ancor pèzo. Te l’ confesso, g’ho avù paura, ‘na paura mata, tei . E, sciopp o no sciopp, no me son pü movest. Ero lì, paralizà. Se stó chi ‘l se gira ntant che l’enquadro ‘l me mete anche mi nte la merenda…

Così ho spetà che ‘l vaga per so cont. Cosa vòt che te diga… Che scena, tei: mi col sciop, l’ors col panét e le galine stremide ‘n tel polinar lì a vardarse ntei oci e a non dir nient. E, miga che ‘l s’abbia scomodà pu de tant, nò. Nò, nò! L’è stà lì ‘n pezzòt fermo a contemplar le poe ‘ntan che ‘l rosegava ‘l panet. Per mi col me sciopp no l’ha fat neanche ‘na piega, come se no ghe fossimo, tei.

A ‘n zerto punto, causa sta situazion così balorda e insolita, me venest ‘n colp de rabbia talment grant che ho fat n’urlo così fòrt che le galine le ha tacà a sguaratàr le ali, tanto che l’ors ‘l sé stremì e l’è scampà de corsa, tei…

A le tante, ho pensà. Mejo tardi che mai. E per fortuna che l’è finida ben… Pòdo ben dir d'esser 'n miracolà!

Ma no se pòl continuar così. ‘N colp sul brugnar, 'n colp tel zimiteri, ‘n colp te ‘l polinar, e ‘n colp magari... ‘n camera da lèt con la me spósa... L’è ‘na vergogna. Sénte zitadini o sénte nissüni? Dai, ostrega! Che i faga valgót gio  ‘n provincia, o i sta lì soltan per ‘l 27? No se pòl pu nar avanti, così, nò…


06/03/16

N.O.T. OR NOT N.O.T.


Cosa si nasconda dietro al Nuovo Ospedale di Trento i comuni mortali della periferia provinciale non lo sanno e non lo possono sapere. È cosa per gli addetti ai lavori, o, tuttalpiù, per i cittadini del capoluogo. Si sa solo che anche in questo caso, un po' di anni fa, improvvisamente, il Santa Chiara risultò inadeguato e non più ristrutturabile e iniziò a circolare il tormentone della necessità di buttare all’aria la “vecchia” struttura per edificarne una nuova di maggiori dimensioni e, perché no, addirittura di interesse extra regionale. Potremmo chiederci: perché si scartò l’opzione ristrutturazione, ove fosse davvero servita? Perché (con leggerezza) si decise di sacrificare una nuova vasta area verde a sud della città (Mattarello) per trasformarla nell’ennesima colata di cemento? Era davvero necessaria quella necessità?


Potremmo stuzzicare la nostra curiosità soltanto azzardando un’ipotesi. Probabilmente un nuovo super ospedale non era necessario. Il 'vecchio' Santa Chiara si poteva riammodernare ancora ed impiegare parte del fiume di denaro pubblico investito nella nuova struttura per ottimizzare la già buona qualità del sistema sanitario provinciale periferico. Ma dare il via all'Operazione N.O.T. avrebbe però solleticato interessi economici rilevantissimi (un fiume di denaro, appunto, che dai forzieri dell'ente pubblico esonderà prossimamente nei conti correnti di consulenti, urbanisti, architetti, geologi, ingegneri, costruttori, notai, avvocati, etc.) e inoltre – almeno nell’immaginario collettivo – avrebbe accostato la P.A.T all’eccellenza sanitaria nazionale, permettendole di appuntarsi al petto l’ennesima medaglia al valor amministrativo. Di più: l'impressione che da osservatori esterni se ne ricava leggendo qua e là è che il N.O.T. sia in realtà anche il pretesto per un ripensamento urbanistico complessivo della località Gocciadoro e non già il fondamento della ristrutturazione sanitaria trentina.

Intanto però, mentre nel capoluogo la Giunta provinciale è al lavoro per accelerare la marcia del complesso iter tecnico-burocratico precedente l'avvio dei lavori del nuovo super ospedale, in periferia soffia uno strano vento di decadenza. L’antica vera eccellenza della sanità trentina, quella dei nosocomi periferici comprensoriali "a misura di paziente", che dal dopoguerra in poi garantì ai bisognosi e ai loro familiari un più che decoroso servizio ospedaliero, senza l'obbligo di lontane e disagevoli trasferte, sta smobilitando.

In val di Fiemme, stando alle solite voci alimentate dal tormentone, si dice che l'ospedale dei Dòssi, malgrado i recenti e recentissimi interventi di straordinaria manutenzione, non sarebbe più all’altezza delle attuali esigenze... Che manchino medici anestesisti... Che le nascite non raggiungano il numero sufficiente per mantenere attivo il reparto di ostetricia... Che il pendolarismo del personale medico costi un'esagerazione...

Insomma, sul sistema ospedaliero periferico la revisione della spesa che il tempo, il governo e questa economia in recessione pretendono, incombe come la morte sul letto del moribondo.

Costi, costi e ancora costi che, conti alla mano, i numeri dei potenziali locali fruitori dei servizi sanitari non permettono di sostenere. La spending review è però un concetto ineffabile, oseremmo dire a geometria variabile. A Cavalese, a Tione o a Mezzolombardo risparmiare e dunque dequalificare è tassativo, a Mattarello no!

Così, mentre si prepara la grande mangiata del nuovo super-ospedale e l’altrettanto appetitosa trasformazione dell'area Santa Chiara, in periferia si risparmia sull'essenziale sospendendo, per esempio, il servizio di pronto soccorso notturno. Perché? Ma perché costa, naturalmente. Ergo, penseremmo, per esempio, che nel caso qualcuno fosse còlto da un improvviso attacco di diarrea infettiva provocata dal casuale inquinamento dell'acquedotto di Varena il recupero del malcapitato dovrebbe essere fatto con un carro a trazione animale dal costo irrisorio: una sforcata di biava al cavallo e un bicchiere di rosso al caradór. Macché, niente affatto! Né carro, né caradór. La biava costa troppo e quanto al rosso non parliamone nemmeno. La spending review in Trentino è cosa seria: il bisognoso di ricovero, còlto dal suddetto attacco un po' dopo Carosello, verrebbe recuperato e trasportato in ospedale nientemeno che in aeromobile! Da qualche tempo infatti l’elicottero – mezzo di soccorso estremo per antonomasia – è stato trasformato in un'ordinaria ambulanza volante, che s’alza in volo e scorrazza in cielo nelle notti trentine ad ogni peto d’infante. A queste latitudini così viene tradotto il verbo risparmiare!


L'Orco


22/02/16

CONTRO LA MUSICA DI SOTTOFONDO


Quanto conta quello che ascoltiamo fuori, prima di entrare in sala da concerto? Quanto le nostre orecchie e il nostro cuore sono influenzati dai suoni e dai rumori che incontriamo prima di penetrare in un luogo musicale? Secondo me tantissimo. Al punto che una volta l'evento concertistico aveva la funzione di occupare un silenzio della nostra vita, rendendolo eccitante, mentre ora lo stare chiusi in un auditorium o in un teatro d'opera sta diventando un modo per essere a contatto con meno stimoli sonori rispetto a quelli che ci circondano normalmente. Un concerto, ormai, prima di dare qualche cosa serve innanzitutto a togliere: niente suonerie, niente traffico. Soprattutto: niente musica di sottofondo.

Perché è nel sottofondo che il mondo che non ascolta musica dal vivo si è preso la propria rivalsa: la musica non abita più in luoghi deputati ad ascoltarla, la musica abita ovunque. Certo, è sostanzialmente sempre altra musica, non musica classica. Ma è comunque musica, che invade le nostre orecchie e occupa (un po') il nostro cervello, anche perché raramente si sceglie di diffondere quella nata per essere ascoltata in sottofondo (esiste, e ha caratteristiche ben precise): di norma si presuppone che qualunque oggetto sonoro possa andare bene per «rallegrare l'ambiente».

Fino a poco tempo fa c'erano luoghi pubblici nei quali era usuale incontrare musica di sottofondo: al supermercato o in certe stazioni della metropolitana nessuno si stupiva dell'opportunità che aveva di ascoltare un po' di musica. Anche perché quello era sottofondo costruito ad arte - tecnicamente si chiama muzak. Ora, da qualche tempo, musica varia erroneamente usata per una funzione di sottofondo è penetrata in luoghi prima protetti, luoghi nei quali ci piaceva ascoltare il suono della nostra voce, il rumore degli oggetti che ci circondavano, o semplicemente il silenzio che a tratti ci costringeva a pensare, a guardarci negli occhi, a inventare qualcosa. Sono luoghi ormai violati ed è inutile citarli - l'elenco sarebbe lunghissimo. Mi preme però segnalare con rammarico la fine del silenzio in un luogo speciale: il ristorante.

Mangiare senza musica di sottofondo sta diventando un privilegio. Le proteste di solito servono a poco. Anche perché noi che frequentiamo i luoghi destinati alla musica, noi che ci sediamo su una poltroncina e per qualche ora stiamo fermi ad ascoltare, abbiamo fiducia nella musica. Prestiamo attenzione, ci emozioniamo, esprimiamo giudizi perché della musica ci fidiamo e vogliamo fidarci. Ogni suo istante è prezioso, ci piace seguirne le evoluzioni, non siano capaci di rimanere impassibili in sua presenza, mentre chi si circonda di musica perenne, chi non bada più a ciò che gli passa davanti alle orecchie, nella musica non ha invece nessuna fiducia. Non pensa che sia una ricchezza, che vada dosata, che sappia offrire istanti unici e speciali. La usa, la sfrutta, se ne circonda; ma non vi si affida con l'abbandono e l'entusiasmo che noi conosciamo. Per cui la discussione è immediatamente sterile, le posizioni sono troppo lontane. Così mi è venuta in mente questa idea: chiediamo ai cinici ristoratori con sottofondo obbligatorio di venderci un po' di silenzio. Come usando un juke-box al rovescio. Stabiliscano una tariffa, una percentuale del conto finale: io sarei il primo a pagare qualche euro in più per mangiare tranquillo e poi entrare in sala da concerto a sentire musica, quando ne ho voglia. E so che qualche amico fedele mi seguirebbe.

Non solo: forse si dovrebbe andare oltre, utilizzando un po' di preveggenza.

Conoscete di certo anche voi la saggia definizione di Jon Elster: «La Costituzione è quella cosa che ci si dà quando si è sobri per poterla utilizzare nel momento in cui si è ubriachi». Ho l'impressione che la si debba aver presente anche nel ragionare sul fenomeno della musica di sottofondo e mi domando se chi ha un potere legislativo, anche a livello locale, non debba rapidamente concepire una legge che preservi dalla musica obbligatoria alcuni luoghi. Gli ospedali, ad esempio. O le scuole, i tribunali, i cimiteri, i sentieri di montagna, le rive del mare, tanto per cominciare. Badate: ora ci sembrerebbe follia trovare musica di sottofondo in un'aula scolastica, ma anche per i ristoranti, solo qualche anno fa, l'ipotesi sembrava remota.

Ovviamente - serve dirlo? - sarebbe un gesto d'amore per il mondo dei suoni, non certo una censura. Perché la musica vive se si alterna al silenzio, così come il pranzo è gustoso se preceduto dall'appetito e l'autunno ha la sua poesia perché porta via il caldo dell'estate. Consiglieri, assessori, parlamentari: vogliamo occuparci delle nostre orecchie ora, prima che sia irrimediabilmente troppo tardi?

Anche perché uno dei nefasti effetti della diffusione di musica ovunque è che ormai consideriamo cantanti e pianoforti (registrati) come parte dell'ambiente e non ci accorgiamo più di loro. Se non siamo musicisti o melomani attenti o soggetti particolarmente sensibili (il che, nello specifico, diventa una fortuna), non sappiamo più distinguere tra il silenzio, il rumore del traffico, il chiacchiericcio o la musica che esce da altoparlanti attivati a tradimento. Per risvegliare la nostra attenzione, per farci capire che le nostre orecchie stanno ascoltando musica, la dobbiamo veder suonare: di solito lì scatta l'attenzione, la curiosità, persino il rispetto per chi sta usando il linguaggio sonoro. Paradossalmente mi viene da dire che ormai se non vedo non ascolto, con buona pace dei produttori di dischi.

Quello che mi sembra interessante è che ciò accade non perché viviamo nella civiltà dell'immagine ma perché siamo immersi nella civiltà della sonorizzazione. Attività fino a pochi anni fa destinate a svolgersi nel silenzio, come fare il bagno al mare, mangiare in un ristorante, viaggiare su un traghetto, ora si devono affrontare nella palude della musica obbligata; persino i modelli di ebook più recenti si possono acquistare in una versione con colonna sonora, così che anche l'attività silenziosa per eccellenza, la lettura, é stata stanata e raggiunta dalla musica coatta. E allora, intontiti da stimoli sonori inesauribili, per ascoltare ora abbiamo bisogno (anche) degli occhi.

tratto da Occhio alle orecchie

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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