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14/04/21
19/06/16
BUON SENSO? SÌ, CERTO, MA NON A SENSO UNICO!
Alla fine, dopo un po' di resistenza, siamo riusciti a convincere il nostro editore a pubblicare una sua lettera del luglio 2013 inviata all'amministrazione comunale di Tesero. Essa analizzava nello specifico il disturbo provocato dalla cosiddetta Baby Dance alla quiete pubblica, tutelata dall'articolo 659 del Codice Penale: "Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche (...) disturba le occupazioni o il riposo delle persone,(...), è punito con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a 309 euro.". Un intervento argomentato e di buon senso che invitava l'amministrazione, guidata al tempo dal sindaco Francesco Zanon, a valutare l'opportunità di trasferire in localià Val tutte le infrastrutture di supporto e dunque gli appuntamenti serali fissi della sempre più densa e rumorosa Estate Teserana. La risposta però, anziché entrare nel merito della questione, confutando eventualmente le argomentazioni addotte, si limitava semplicemente (e comodamente) ad elogiare quell'iniziativa e a minimizzarne gli 'effetti collaterali', a dimostrazione che con le nostre amministrazioni il dialogo e il buon senso non 'pagano' quasi mai.
L'Orco
L'Orco

Gentile Francesco, in estate, di sera, sarebbe bello poter lasciare le finestre aperte e godere quella quiete che una località di montagna, quantomeno in questa stagione e a quelle ore, dovrebbe avere tra le sue prerogative. Purtroppo nel nostro paese non si può. E' invalso l'uso, qui più di altrove, di "riempire" le serate della stagione calda con rumori outdoor di ogni genere in aggiunta a quelli "naturali" sempre presenti. Ormai qualsiasi intrattenimento deve essere supportato da una qualche "colonna sonora" che affatichi ulteriormente l'orecchio. E' una vera dipendenza. C'è sempre bisogno di condire i ritrovi di popolo con sottofondi amplificati e microfoni aperti. Forse siamo di fronte a un cambiamento antropologico e il rumore o la musica intensamente amplificata sono diventati necessità comuni. Specifico, per non venir etichettato come inveterato censore di tutto, che per me c'è musica amplificata e musica amplificata: quella che per qualche mezz'oretta può dilettare e quella che infastidisce da subito. Per intenderci, mentre i concerti rock appartengono al primo tipo, la baby-dance appartiene al secondo. Anche perché, nelle fattispecie in parola, sono diversi il dosaggio e la qualità. E in ogni caso qui a Tesero il rock lo si smaltisce in un paio di serate, la baby-dance imperversa per due mesi interi, da inizio luglio sino a fine agosto, per due sere a settimana. Tu mi dirai che per bon ton, per non passare per retrogradi e fondamentalisti, in questo mondo così strambo e globalizzato sarebbe cosa buona tentar di capire le ragioni di tutti e dimostrare maggior tolleranza nei confronti delle esigenze delle giovani mamme e delle aspettative degli amatori di musica dal vivo. Certo, hai ragione, così dovrebbe essere. Però ... come si dice, il diritto di Tizio cessa là dove inizia quello di Caio. E ciò maggiormente se ci riferiamo a questioni fondamentali e primarie, come sono la quiete e la tranquillità. Tesero conta 2800 e rotti abitanti, tra cui anziani, meritevoli più di tutti della quiete serale, e meno anziani, che col caldo e la fatica della giornata lavorativa preferirebbero senz'altro respirare aria fresca nel silenzio piuttosto che doversi chiudere in casa con i tappi di cera nelle orecchie (e tanto nemmeno basta). La mia e di coloro che qui rappresento non è intolleranza e non per caso esiste un articolo del Codice Penale (il 659) preposto proprio alla tutela del rispetto della quiete pubblica e del diritto al riposo delle persone ... Ma non mi dilungo oltre nell'analisi del costume locale e passo al merito dell'argomento in oggetto.
Dunque nel tentativo di ridurne il più possibile l'impatto acustico, venerdì scorso chiesi all'assessore Trettel di intercedere affinché il palco adibito allo spettacolo (non ancora montato) venisse spostato o orientato in modo da evitare il rimbalzo violento delle emissioni sonore sul palazzo scolastico e il ritorno sulle sottostanti abitazioni di via Fia. Ma lunedì sera - primo appuntamento stagionale dello spettacolo - constatai con sorpresa che quella struttura non era stata spostata di un metro rispetto all'anno precedente. Casualmente sul piazzale incontrai il tecnico audio/luci Elia Degodenz. Allora, dopo avergli esternato il mio disappunto per il mancato spostamento del palco, lo invitai ad abbassare almeno di un po' il volume dei diffusori che di lì a qualche ora sarebbero stati accesi. Ma fu inutile anche questa seconda richiesta: due ore dopo, a prova di timpani, l'intensità sonora emessa dalle casse acustiche confermò il solito forte impatto sonoro, superando di gran lunga i limiti empirici previsti dal sopracitato articolo del Codice Penale. Evidentemente il cortese tentativo di manifestare il disagio mio e del vicinato non era stato ritenuto degno di considerazione da quei due interlocutori.
Ho deciso quindi di informarti direttamente, nella speranza che la tua maggior anzianità anagrafica corrisponda anche a maggior saggezza e sortisca miglior risultato. Perché la tolleranza e il rispetto non possono essere unilaterali. Possibile che a Tesero tutto si faccia senza chiedere permesso, dando per scontato che "gli altri" debbano sempre adeguarsi alle smanie di una parte, quasi sempre minoritaria?
Per ottenere una concessione edilizia, come sai, da qualche anno il comune pretende venga esibito anche un certificato di idoneità acustica di ogni nuovo fabbricato con precisi limiti di emissione sonora diurni e notturni, proprio per rispettare il diritto alla tranquillità del vicino. E allora ci prendiamo in giro? Passi la sagra di San Liseo, con la no-stop del Ciccio-one-man-band. Passi anche la Sky-race con le sette ore di microfono aperto a piena voce. E passino anche quelle altre tre o quattro occasioni con musica al seguito che in quel piazzale si tengono in estate. Come vedi, per sopportare, in via Fia si sopporta, eccome! In questo caso però il disturbo è di gran lunga maggiore, supera la soglia di tollerabilità. Perché non è diurno ma serale/notturno e reiterato nel tempo, per cui non si tratta di sopportare, in aggiunta al resto, anche il battere selvaggio dei subwoofer (che anche se ti metti i tappi nelle orecchie lo senti nello stomaco!) e gli strepiti delle conduttrici una tantum, bensì due sere alla settimana per due mesi consecutivi.
Qui la 'leggerezza' dell'amministrazione si dispiega evidente, non avendo essa affatto ponderato i pro e i contro della sistemazione in quel luogo di quella manifestazione. Ma poi diciamocela tutta, il problema all'interno del paese non è risolvibile né lì né altrove e tanto lo dimostra il fatto che già da Piazza Nuova, causa l'insofferenza dei residenti, il circo dell'infantile-danza qualche anno fa dovette levare le tende. Non è più tollerabile che si effettuino all'interno dell'abitato, con cadenza fissa ravvicinata, spettacoli all'aperto amplificati. Se non se ne può proprio fare a meno è necessario trovarvi un'area preposta fuori paese. La soluzione, a mio modesto avviso c'è e volendo è già bell'e pronta per l'uso: lo spiazzo a Sud-Ovest adiacente il centro di raccolta differenziata in località Val. Lì di spazio per il palco e il tendone degli Alpini, oltreché per il pubblico, ce ne sarebbe in abbondanza. E pure parcheggi a volontà per gli autoveicoli di chi vi si recasse eventualmente auto-trasportato. Soprattutto però, lì non si disturberebbe nessuno visto che la zona non è residenziale e di sera e nei festivi non vi sono attività produttive in esercizio. Per esperienza diretta sappiamo bene che a Tesero le iniziative (tutte) sono preda dell'incantesimo della serialità e dell'infinità. Fatta la prima edizione di qualcosa si può star certi che per cent'anni minimo essa sarà riproposta ed ampliata. Di conseguenza interferire nel merito a fin di bene pubblico per modificare o correggere o - perché no - archiviare definitivamente ciò che, appunto, per incanto diviene subito consolidata tradizione in questo paese è molto difficile. Dato però che in questo caso le possibili argomentazioni per decidere di cambiare sono del tutto evidenti, confido che Tu e i tuoi assessori riflettiate nel merito ed arriviate alla sperata decisione di spostare tutte le manifestazioni di grande impatto acustico fuori dall'abitato.
Grazie per l'attenzione e saluti.
11/02/16
LAUDATO CHI?
Riferendosi
alla storiella dei Nostri in Vaticano che abbiamo recentemente pubblicato, scrive con ironia un anonimo
lettore: …
perché
sua Santità ha chiesto un obolo per i poveri e sopratutto ha chiesto
se avessero letto l'enciclica Laudato Si e ne ha ricordato i suoi
appelli rivolti al rispetto dell'ambiente a "proteggere la casa
comune", "controllando surriscaldamento climatico e altri
danni ambientali", ricordando anche che è necessario un
cambiamento di "stile di vita". Dopo tutto questo a loro
non rimaneva che scappare con le pive nel sacco. !!! Siete d'accordo?
Se
si fossero davvero trovati a tu per tu con Francesco con l'obbligo di
sottoscriverla, pena immediata scomunica, probabilmente sì. Ma,
conoscendo il Personaggio in commedia, forse scappava il Papa. Al di
là della facile battuta, saremmo curiosi di sapere in quanti avranno
qui e là letto quella fondamentale enciclica,
e in quanti ne avranno soltanto sentito parlare. In pochi,
probabilmente. Se i cattolici battezzati e comunicati di tutto il
mondo, mettessero in pratica appena l’ 1% delle esortazioni in essa
contenute, vivremmo probabilmente in un nuovo paradiso terrestre…
Di sicuro però i suoi dettami non sono praticati né dalla
maggioranza dei cosiddetti sportivi, né da quella degli albergatori
e degli impiantisti delle valli dolomitiche trentine, sempre pronti,
questi ultimi, a piangere miseria e a banalizzare e/o a minimizzare
con scherno le
via via più gravi, complesse ed impellenti questioni ambientali.
Per
essi l’importante è far soldi. Tanti. Subito! Senza se e senza ma!
Poi - diranno - ci penserà la scienza a trovare le soluzioni ai
conti che non tornano.
C'è
troppo traffico? Facciamo nuove strade! Siamo ingorgati d'auto?
Spianiamo i paesi e costruiamo posteggi! Piove d'estate e per
l'abbronzatura di sole non ce n'è abbastanza? Chiediamo alla
Provincia lo stato di calamità naturale e un giusto rimborso! In
inverno non nevica quanto vorremmo? Non c’è problema! Neve
artificiale a volontà! Tanto, l’acqua è in esubero e non è
quella degli acquedotti. Ma, - osa replicare il solito ambientalista
coglione - e i danni provocati dagli additivi refrigeranti? Quali
additivi? Non ci sono additivi, basta con queste scemenze! E
l’inquinamento acustico notturno? Ma quale inquinamento notturno
d’Egitto! E gli spropositati consumi di energia elettrica per
azionare i cannoni? In effetti quello è
il problema: siamo fiduciosi che tra non molto se ne faccia però
carico al 100% l'ente pubblico! Dulcis
in fundo,
(a proposito della recente polemica sulla Marcialonga): ma e
l'inquinamento prodotto dai camion per il trasporto della neve? Beh,
i camion per il trasporto della neve qualcosa inquinano sì… Però
anche il legname del bosco si trasporta con i camion, o no? Giusto,
ineccepibile… Così si (s)ragiona!
Purtroppo,
finché il denaro per le ristrutturazioni alberghiere, per gli
impianti di risalita, per l’illuminazione a giorno delle piste, per
i paravalanghe, per l’acquisto e il funzionamento dei cannoni, per
l’ampliamento della rete stradale di collegamento, per i bacini di
accumulo acqua, eccetera, eccetera, lo metterà al 60, 70, 80% la
Provincia, i signori di cui sopra minimizzeranno, semplificheranno (e
se la rideranno), in
un delirio di onnipotenza e di protervia crescenti.
I dubbi non fanno parte del loro bagaglio culturale. Loro conoscono
(e vogliono) solo certezze!
Scrive
un altro anonimo commentatore: La
Marcialonga ha indubbiamente il suo fascino. Sportivo, culturale,
storico, ha segnato negli anni un'appuntamento importante negli
inverni della gente di Fiemme e Fassa. Fa riflettere però come
l'uomo abbia la presunzione di avere il controllo assoluto, anche
sulla natura. Condivido le affermazioni di Martinelli sull'utilizzo "
ecologico" dell'h20 ma comunque rimane una forzatura innevare 70
km in una situazione di assenza totale di neve. Ma
mi fanno riflettere ancora di più le affermazioni dei nostri
politici provinciali che stanno studiando delle strategie per
innevare tutte le stazioni turistiche invernali in un tempo che va
dalle 48 alle 72 ore!!! creando nuovi bacini, impianti di
raffreddamento dell'acqua, ecc... non sarebbe forse meglio impegnare
le risorse per studiare un "nuovo" turismo invernale? Sono
convinto che le realtà simili alla nostra che investiranno in questa
direzione, dimostrando lungimiranza e visione a lungo termine,
saranno un passo avanti. Cosa questa che si dimostrerà vincente sia
dal punto di vista ambientale che economico.
Giusto, condivido.
Ma di che ti stupisci? Pensavi forse che la Provincia avesse (dovesse
avere) una visione del domani un po' più ampia e illuminata di
quella del signore che tu citi? Anch'io un tempo lo pensavo. Ma non è
così. A puro titolo d'esempio, sappi che una delle prime
interrogazioni in Consiglio Provinciale del nostro Toni da Lagundo
(il primo consigliere provinciale espresso dal nostro paese! l'uomo
che dà del tu a papi e santi!) perorava esattamente questo tipo di
intervento pubblico. E non pago della risposta che a suo tempo gli fu data,
pochi giorni fa si è rifatto sotto ripetendo la stessa richiesta,
che qui in calce per conoscenza ti allego.
E'
avvilente, ma - e qua mi ripeto - finché il sistema di selezione
della cosiddetta rappresentanza democratica contemplerà il suffragio
universale, e cioè concederà di votare indiscriminatamente a tutti,
giocoforza non saranno i più meritevoli ad essere ‘eletti’, ma quelli che
sapranno vendersi meglio al popolino minchione. E quindi, dato che a
decidere le nostre sorti saranno poi rappresentanti selezionati in
tal guisa, spesso di indegna levatura, c’è ben poco da
meravigliarsi se anche nell’olimpo provinciale troppe volte il
dibattito politico scivola nello (s)ragionamento e nello sproposito
così come nello (s)ragionamento e nello sproposito scivola
normalmente la chiacchiera tra avvinazzati dopo le 23 e 03 nelle
osterie di paese…
L’Orco
De
Godenz (Upt):
urgono
risorse Pat perpotenziare bacini e
impianti innevamento
Pietro
De Godenz chiede se a fronte della crisi del settore turistico dovuta
alle scarse precipitazioni nevose di quest’inverno, la Giunta non
intenda stanziare ulteriori e specifiche risorse con cui finanziare
il potenziamento dei bacini idrici e degli impianti che consentono
l’innevamento, e per l’eventuale creazione di nuovi bacini e
impianti per la neve programmata, prevedendo la possibilità di
intervenire anche sui costi dell’energia elettrica che gravano
sulle società dalle quali questi impianti sono gestiti.
La
risposta: Dallapiccola ha richiamato la delibera della Giunta del 26
ottobre scorso e il Piano per l’utilizzo dei bacini di accumulo per
la produzione di innevamento programmato, oltre che per
l’irrigazione, la zootecnia, come misure antincendi e di protezione
civile. Momentaneamente il piano ha esaurito la propria capacità
finanziaria, occorrerebbe implementare le risorse affidate a Trentino
sviluppo in tal senso e finanziare il potenziamento dei bacini idrici
atti all’innevamento esistenti.
Degodenz
ha ribadito l’evidenza dell’importanza di questi investimenti per
società che fanno da volano all’economia di questo territorio: è
importante che venga implementata la disponibilità del Piano sia per
gli investimenti, che per le risorse.
Question
time P.A.T. del 26/01/2016
10/10/14
PROVOCAZIONE? SÌ E NO
Non
so, Orco, se la tua sia solo una provocazione, ma credo che comunque,
essendo stato tirato in causa in prima persona, una risposta, seppur
breve, sia dovuta. Preferirei darla privatamente, ma rispetto lo
spirito del blog. Se davvero fosse una provocazione, essa non
meriterebbe replica. In tal caso puoi tranquillamente saltare il
resto del commento. Se non lo era, lasciami rispondere in una decina
di righe.
In
parte mi lusinga ed in parte mi diverte ciò che hai scritto,
addirittura accreditandomi presunte conoscenze in materia di musica,
filosofia e scienza, quando già l'essere un buon tecnico sarebbe un
successo. Detto questo, il tuo post mi pare fuori luogo. A parte i
seri dubbi sul fatto di possedere le qualità che mi riconosci e a
parte le ragioni prettamente pratiche (distanza) che mi impediscono
di dare un contributo concreto nel senso in cui tu lo auspichi, i
miei interventi, se non fosse chiaro, sono solo un tentativo
circostanziato di riportare un po' di razionalità quando noto che il
"dialogo" esce un tantino dai binari della logica. Un modo,
diciamo, per dimostrare il mio amore latente per Tesero, senz'altra
ambizione. E spero che così siano percepiti.
Tutto
ciò al netto di un mio estremo pessimismo di fondo, che credo di
condividere con te, e che mi impedirebbe in ogni modo di agire più
attivamente. E che è accresciuto, per esempio, dal vedere che il mio
appunto è stato travisato dal secondo commento in calce al mio, dove
l'impronta logica che ho provato ad imprimere è stata prontamente
storpiata in maniera pseudo-propagandistica. Per concludere, prendo
atto del fatto che evidentemente non mi conosci a fondo e che non sai
che non apprezzo le sviolinate. Il tuo goffo elogio (sia esso un
serio invito o una provocazione) non serve a nessuno, e sinceramente
credo che non faccia onore alla qualità del tuo blog.
Saluti Lorenzo
22/01/12
AL FANTASMA

Gentile signor Anonimo (non veneziano), l’Orco ‘sti giorni non dà udienza. L’ho incontrato l’altra mattina sul giro scale (abitiamo nello stesso condominio) mentre rincasava. Era un po’ alterato – e lo si vedeva bene – reduce da una notte di stravizi in compagnia di amici. Così perlomeno mi ha confidato successivamente. Ci siamo salutati e poi chiacchierando brevemente del più e del meno mi ha riferito di quel recente commento da lei inviatogli. Di risponderle non ha proprio voglia, perché dice che si conosce troppo bene e sa che se lo facesse adesso non riuscirebbe a non essere scortese con lei. Quindi, preferendo in questa occasione astenersi mi ha chiesto la cortesia di dargliela io, per conto suo, una risposta, con la prescrizione però di non dilungarmi troppo e di non infierire.
Per opportunità di buon vicinato ho accettato, pur senza entusiasmo. Ora dunque, facendomi interprete dell’orchiano pensiero cercherò di risponderle, leggero e conciso come egli richiede.
Innanzitutto le ricordo che l’anonimato non è una bella cosa. Si può soprassedere su un breve commento non firmato, purché non sconfini nell’insulto e centri quantomeno il merito della questione. Quando però si argomenta in maniera articolata, buona creanza vorrebbe che in calce al testo si indicasse il proprio nome e cognome. Peraltro il coraggio richiesto in casi simili è davvero poca cosa. Diversamente non si può pretendere, come invece fa lei, di ricevere anche risposta. E’ per questo, oltre che per l’occasionale alterazione alcolica, che probabilmente l’Orco ha rifiutato di darle soddisfazione.
Ciò premesso e arrivando al merito, dico che lei è ruzzolato fuori tema mettendo in bocca al mio coinquilino cose da lui non dette. Egli infatti non ha scritto che il coro Genzianella non è un ottimo coro. Nemmeno che i pompieri non svolgono un servizio importante per la collettività. Nemmeno che i bacani non contribuiscono a tenere il territorio in ordine (anche se qui, diversamente da lui, io di cose da obiettare ne avrei parecchie). Nemmeno che gli albergatori non possono ristrutturare quando vogliono i loro alberghi. Nemmeno che la banda non può sostituire le divise quando le pare e piace. Nemmeno che il campo di pattinaggio non può essere ricoperto con un tetto d’oro massiccio...
L’Orco, signor Anonimo, ha detto altre cose, che a me sono parse chiare e che condivido quasi totalmente. La invito a rivedersi quello scritto. Lo legga bene, vedrà che ha inteso male. Così la prossima volta, ricordandosi di firmare, eviterà di rispondere affrettatamente e di sparare una salva di gratuite incongruità. Con rispetto.
A.D.
P.S.
Visto che lei su questo blog è intervenuto più volte sostenendo tra l’altro il concetto sintetizzabile nella locuzione qui (noi) viviamo (si vive) di turismo e dunque…, qualora dovesse ricadere in questo abusato luogo comune, mi faccia la cortesia di sostituire il pronome personale della forma verbale. Metta quello che vuole, ma non usi la prima persona plurale né l’impersonale. Glielo chiedo perché il luogo comune, come ben spiega Schopenhauer qui a fianco, non corrisponde necessariamente alla realtà dei fatti e in verità siamo ancora in troppi esclusi dalla schiatta cui lei sembrerebbe appartenere. Quando, oltre ai costi aggiuntivi che da tempo anche noi esclusi paghiamo perché qui viviamo di turismo e dunque… (in edilizia a Tesero per esempio, il 50% in più rispetto ad Abano Terme), registreremo anche l’introito del primo cent proveniente direttamente da quella ‘economia’, glielo comunicheremo e allora potrà senz’altro riusare nelle sue perorazioni pro turismo la prima persona plurale oppure l’impersonale.
Per opportunità di buon vicinato ho accettato, pur senza entusiasmo. Ora dunque, facendomi interprete dell’orchiano pensiero cercherò di risponderle, leggero e conciso come egli richiede.
Innanzitutto le ricordo che l’anonimato non è una bella cosa. Si può soprassedere su un breve commento non firmato, purché non sconfini nell’insulto e centri quantomeno il merito della questione. Quando però si argomenta in maniera articolata, buona creanza vorrebbe che in calce al testo si indicasse il proprio nome e cognome. Peraltro il coraggio richiesto in casi simili è davvero poca cosa. Diversamente non si può pretendere, come invece fa lei, di ricevere anche risposta. E’ per questo, oltre che per l’occasionale alterazione alcolica, che probabilmente l’Orco ha rifiutato di darle soddisfazione.
Ciò premesso e arrivando al merito, dico che lei è ruzzolato fuori tema mettendo in bocca al mio coinquilino cose da lui non dette. Egli infatti non ha scritto che il coro Genzianella non è un ottimo coro. Nemmeno che i pompieri non svolgono un servizio importante per la collettività. Nemmeno che i bacani non contribuiscono a tenere il territorio in ordine (anche se qui, diversamente da lui, io di cose da obiettare ne avrei parecchie). Nemmeno che gli albergatori non possono ristrutturare quando vogliono i loro alberghi. Nemmeno che la banda non può sostituire le divise quando le pare e piace. Nemmeno che il campo di pattinaggio non può essere ricoperto con un tetto d’oro massiccio...
L’Orco, signor Anonimo, ha detto altre cose, che a me sono parse chiare e che condivido quasi totalmente. La invito a rivedersi quello scritto. Lo legga bene, vedrà che ha inteso male. Così la prossima volta, ricordandosi di firmare, eviterà di rispondere affrettatamente e di sparare una salva di gratuite incongruità. Con rispetto.
A.D.
P.S.
Visto che lei su questo blog è intervenuto più volte sostenendo tra l’altro il concetto sintetizzabile nella locuzione qui (noi) viviamo (si vive) di turismo e dunque…, qualora dovesse ricadere in questo abusato luogo comune, mi faccia la cortesia di sostituire il pronome personale della forma verbale. Metta quello che vuole, ma non usi la prima persona plurale né l’impersonale. Glielo chiedo perché il luogo comune, come ben spiega Schopenhauer qui a fianco, non corrisponde necessariamente alla realtà dei fatti e in verità siamo ancora in troppi esclusi dalla schiatta cui lei sembrerebbe appartenere. Quando, oltre ai costi aggiuntivi che da tempo anche noi esclusi paghiamo perché qui viviamo di turismo e dunque… (in edilizia a Tesero per esempio, il 50% in più rispetto ad Abano Terme), registreremo anche l’introito del primo cent proveniente direttamente da quella ‘economia’, glielo comunicheremo e allora potrà senz’altro riusare nelle sue perorazioni pro turismo la prima persona plurale oppure l’impersonale.
21/02/10
SÌ, SONO INCOERENTE

Vedo che ti ostini a credere ch'io ne faccia una questione personale nei tuoi confronti. Te l’ho già detto, non è così. Ho deciso di pubblicare la risposta direttamente sul blog dato che la tua, pur inviatami separatamente, fa riferimento a un mio precedente post. Naturalmente avrei pubblicato anche le tue contestazioni, ma non avendomi autorizzato per il momento soprassiedo. Casomai fammi sapere.
Per cominciare non capisco il tuo risentimento per l’appunto sulla scarsa attenzione alla questione urbanistica, che ho mosso all’attuale Opposizione consiliare, anche in conseguenza, a mio vedere, di un conflitto d’interessi al suo interno. Ebbene, ribadisco questa mia convinzione. In ogni caso dovresti ben sapere che la titolarità di una carica pubblica comporta anche il rischio di essere fatti oggetto di critica. Io che pure non sono amministratore e non determino quindi né direttamente né indirettamente le cose, da due anni (cioè da quando qualcuno mi legge) sono bersaglio di una discreta maldicenza. Pur non avendo detto, anzi scritto, nulla di sbalorditivo, se non cose che in molti sanno e conoscono. Ma pur essendo risapute lo stile ortodosso di questa comunità presuppone e pretende che non le si dicano e, soprattutto, che si finga di non saperle. Chiuso il preambolo, vado al cuore della questione.
1 – C’era una locuzione molto in voga, che girava tra i politici locali del dopo Stava: “valorizzazione territoriale”. Nella sostanza, traducendo, con essa s’intendeva semplicemente dire cementificazione. Se consideriamo l’andamento demografico di Tesero degli ultimi 30 anni e l’incremento del patrimonio immobiliare possiamo senz’altro convenire che l’obiettivo è stato abbondantemente raggiunto e superato. In quel periodo tu non eri ancora partecipe di quel “nobile” intento in divenire, ma gli studi professionali, come già scrivevo, si stavano organizzando proprio per poter soddisfare il raggiungimento di quell’ambito traguardo. I risultati di quella “valorizzazione”, ancorché purtroppo non conclusa, sono ben visibili e tangibili. Il consumo territoriale pretende nuovo consumo. È una catena che si allunga, anello dopo anello, ad ogni nuova costruzione che si aggiunge. Peraltro, particolarmente nel nostro paese, che non ha, come ho detto più volte, la possibilità di diluire i flussi di traffico da e per i nuovi inurbamenti, questo sregolato progredire produce una sempre maggior sofferenza del centro. Nuove case, nuovo traffico. Nuovo traffico, diminuzione della qualità della vivibilità urbana. E poi, in conseguenza della mancanza di spazio disponibile per allocare veicoli che fanno avanti e indietro, necessità di realizzare infrastrutture di sosta e parcheggio. Quindi sottrazione di spazio naturale e qualità ambientale per realizzarle. Quindi ulteriore peggioramento della vivibilità complessiva. Quindi, per chi sta nell’abitato vecchio, risorse finanziarie permettendo, voglia o necessità di ritrovare in periferia la qualità perduta, alimentando altro inurbamento. Quindi ancora, proseguendo in questo perverso avvitamento, progressiva cessione alla speculazione del patrimonio immobiliare del centro antico, che passa spesso nelle disponibilità di foresti, per essere usato da essi soltanto qualche periodo all’anno. Quindi difficoltà per il piccolo commercio “di vicinato” di sopravvivere. Dato che, per l’ex clientela, che ora abita in periferia (a Proprian piuttosto che a Restiesa, ai Piani da Fia piuttosto che te Sottopedonda o te Arlasa, te Rial piuttosto che ta Cerin, eccetera) e che per spostarsi usa normalmente l’auto, è ormai del tutto indifferente tirar de lòngo e nar a proveder föra Piera o ta Süan. E avanti avanti con questa insostenibile catena. Certo l’economia apparentemente va. L’esercito delle ditte artigiane aumenta ogni anno di più. Soldi girano, nero (tanto) gira, fuoristrada girano. Ma peggiora il profilo complessivo del paese e più peggiora, più le risposte alle seguenti domande si fanno attendere: dove si vuole arrivare? Ma per vivere (bene) è logico proseguire in questo modo? C’è etica nella sottrazione continua di territorio, di paesaggio, di vivibilità per beneficiare sempre più spesso non già chi necessita di una casa per vivere ma chi della casa ne fa un uso speculativo o un mero investimento economico?
2 – Ti compiaci della localizzazione della nuova casa di riposo e di aver contribuito a dare una soluzione al problema di chi non trova posto per locare il suo “carro-armato”. Che devo dirti, bravo? Se entrassi nel merito di quella scelta logistica, di quel nuovo business edilizio e di tutte le altre questioni che l’espansione comporta si potrebbe anche discutere. Purtroppo ti sottrai al ragionamento e all’analisi, nonostante le mie insistite richieste di confronto. D’altronde sarebbe difficilissimo sostenere una “logica” che non c’è. Beh, certo tu hai famiglia. Hai dunque un livello di benessere da garantirle. Perciò tu no. Tu non puoi. Io sì invece che posso anche rinunciare a barbecue, panorama e s.u.v. Per chi vive nel buco del culo del paese, per di più single, questo ed altro. Transeat, mi sacrificherò! Ma la tranquillità posso pretenderla? O anch’essa è solo un tuo diritto e di quelli che si sono fatti o si faranno prossimamente il “castello” tra i prati in fiore? Le risposte logiche e ragionevoli ovviamente non ci sono. E perciò non parli. Non riesco davvero più a capire come facciate (voi come categoria professionale cui appartieni) a non vedere. A procedere con questa superficialità e questa assenza di visione complessiva.
3 – Altro punto, che si collega al primo: l’incapacità di vedere il peggioramento e il degrado del centro. Vivere in periferia, per così dire, come fai tu già da un po’ di anni, non aiuta, me ne rendo conto. Io invece da sei mi sono spostato dall’ex periferia di via Fia al centro paese vero e proprio. Queste cose, che ho già scritto, te le ripeto ancora una volta. Quarant’anni fa, in via Fia, con la stessa attuale densità immobiliare, fatta eccezione per le nuove scuole medie e il residence Volcan, che all’epoca era un magazzino, sembrava di stare nel paradiso terrestre. Gli orti che circondavano le case davano un senso di benessere, il piazzale delle scuole era un’oasi ricreativa, la strada che saliva era fiancheggiata da alberi maestosi. Superata l’antica casa Panetti ti trovavi già in luoghi selvaggi. Certo il costruito allora non prevedeva obbligatoriamente di avere un’area di rispetto che lo proteggesse da “avvicinamenti indesiderati”. C’era però un senso di rispetto e di tutela nei confronti della proprietà altrui che oggi possiamo soltanto rimpiangere. Tu dirai che allora non c’erano le esigenze che ci sono oggi. E va bene, concediamoci pure questa attenuante. Sta di fatto però, che in 40 anni siamo passati, in quella zona, dall’ eden alla barbarie. Il piazzale, metro dopo metro, si è trasformato in una terra di nessuno, in parcheggio abusivo, in una scorciatoia per automobilisti frettolosi. Le sue adiacenze deturpate, le siepi verdi che lo delimitavano ridotte ai minimi termini, e via dicendo. L’alberatura che fiancheggiava via Fia, da casa Braito in avanti, sparita e trasformata in colmél. Due dei tre magnifici tigli, che presidiavano l’ingresso scolastico, abbattuti anch’essi dalle maestranze comunali. E poi asfalto, scale, muri e muretti, un po’ qui e po’ lì. Le “Popolari”, abitate ormai da quattro gatti anziani, sono assediate dalle auto del residence, pur avendo esso a disposizione tutti i posti macchina previsti dalle normative urbanistiche vigenti. Nella sottostante via Delmarco il frutteto del Checo Berti, sotto la malga, da tempo scomparso, trasformato in due posti auto. La cesura del Chémela anch’essa ridotta a posticcio prato di copertura per garage. Gli orti di via Peròs in attesa di trasformarsi anch’essi in autorimesse. Per non parlare dell’ultima perla aggiunta a questa barbara collana dai fratelli Peretti, che si sono svenduti l’inestimabile valore naturale dell’orto di casa per “regalare” alla speculazione foresta (tanto per restare in tema) 4 posti auto sotto le finestre di camera. E potrei continuare. Insomma, mentre l’espansione urbanistica si divora nuovo territorio vergine, prati e campi spariscono dalla vista della periferia e si trasformano in villette per le ingordigie di una parte, la qualità del preesistente si degrada ogni giorno di più.
4 – Mi rendo conto che parlare nel merito delle questioni oggetto della tua professione sia come parlare di corda in casa dell’impiccato. Evidentemente l’approccio quasi esclusivamente economico al tema impedisce alla vostra categoria (sottolineo categoria, che non coincide esattamente con la tua persona) di considerare altre cose al di là del semplice trovare terreno o case da ristrutturare e trasformarli in nuovo denaro. Il territorio, finché ce n’è, per voi (vale la specifica di cui sopra) è una variabile che conta poco, visto che della sua finitezza non volete proprio occuparvene. Sono due anni che di tanto in tanto, attraverso queste pagine, invito gli amministratori comunali (quindi anche tu) a dire qualcosa sull’urbanistica, ma tutto tace. Zitti e mosca. Ci sarebbe il rischio che poi magari qualche concittadino aprisse la bocca per dire qualcosa. E a proposito di amministratori non so nemmeno se quelli della maggioranza (uomini di Giunta esclusi) abbiano o meno la bocca per parlare e se sì se in cinque anni la abbiano mai aperta. Da quelli di opposizione però mi sarei aspettato un qualche intervento nel merito. Naturalmente tutti sono liberi di dire o di non dire. Mi fa però specie che una tribuna libera e a disposizione non venga usata proprio da quella parte politica che meno ha voce in paese. Questo, correggimi se sbaglio, la dice lunga sul valore che anche l'uomo pubblico “di opposizione” dà al confronto e alla circolazione delle idee.
5 – Il tuo lavoro e il tuo impegno pubblico. Dici che l’appartenenza a quella parte politica in comune ti ha comportato un danno economico. Può essere sia stato così. Ma quando ti candidasti mica potevi sapere se la tua parte sarebbe diventata maggioranza o minoranza. E infatti, nell’ultima tornata elettorale, lo scarto fu davvero minimo (20 voti circa). Ciò dicendo confermi dunque il sospetto che in effetti, a parti invertite, una rendita di posizione professionale da quel ruolo pubblico ti sarebbe derivata. Anche questo è peraltro abbondantemente suffragato da riscontri pregressi.
Infine due appunti su ciò che mi rinfacci. Sulla mia incoerenza hai ragione. Riguardo al mio lavoro sono incoerente. Probabilmente, a pensarci bene, di impieghi perfettamente compatibili con quel che penso non ce ne sarebbe nemmeno uno. Peraltro, nel tempo ho più volte cambiato mestiere proprio per cercare maggior coerenza con il mio sentire. Passando però dall’incoerenza totale… all’incoerenza e basta. Ma, siccome questo sistema non l’ho fatto io e, purtroppo, qui mi tocca stare, in qualche modo dovevo barcamenarmi. Ciò detto, ti chiedo cosa cambierebbe se anziché il mio attuale impiego indifferente e generico, che soltanto casualmente svolgo in quell’ambito merceologico conflittuale, fossi impiegato in qualche altro settore? L’incoerenza non verrebbe assolutamente meno. Essere coerenti in un sistema che fa dell’incoerenza la sua forza è un esercizio difficile, forse impossibile. Infatti, se, tanto per dire, fossi impiegato alla cooperativa, mi potresti rinfacciare che vivo grazie agli acquisti dei turisti, se lo fossi alla cassa rurale, che vivo grazie ai depositi degli albergatori e degli impiantisti, eccetera. Alimentando una catena infinita di incompatibilità che terminerebbe soltanto se andassi a lavorare… sulla Luna. Insomma, a parte forse l’agricoltore (ma quello alla San Liseo, con l’aratro e i buoi), avevo in effetti pochissime alternative per non venire accusato d’incoerenza. E probabilmente d’ora in avanti sarà grama che le cose possano cambiare, ammesso che, di questi tempi, ci siano effettivamente posti di lavoro ancora disponibili da poter scegliere. E però incoerente io cerco di esserlo il meno possibile e nel merito della questione testé discussa, se permetti, c’è una certa differenza tra quello che attualmente faccio, che, ripeto, è lavoro banale, generico e indifferente, e la tua professione, che invece trova la sua ragion d’essere nel consumo continuo del bene territorio.
Riguardo i fuoristrada, resto convinto che sono un’assurdità oltre che una mancanza di rispetto: per chi va a piedi, per l’aria che respiriamo (tutti), per gli spazi ridotti del paese vecchio. Sì, lo ribadisco, sono 20 quintali di ferraglia per trasportare 70 chili di merda (nel senso traslato del termine e cioè di cafone). Quando riuscirai a spiegarmi la razionalità che sta dietro all’uso di questo tipo di autoveicolo per girare in spazi così angusti cambierò idea e ti chiederò scusa. Ciao e grazie per l’attenzione.
Ario
Per cominciare non capisco il tuo risentimento per l’appunto sulla scarsa attenzione alla questione urbanistica, che ho mosso all’attuale Opposizione consiliare, anche in conseguenza, a mio vedere, di un conflitto d’interessi al suo interno. Ebbene, ribadisco questa mia convinzione. In ogni caso dovresti ben sapere che la titolarità di una carica pubblica comporta anche il rischio di essere fatti oggetto di critica. Io che pure non sono amministratore e non determino quindi né direttamente né indirettamente le cose, da due anni (cioè da quando qualcuno mi legge) sono bersaglio di una discreta maldicenza. Pur non avendo detto, anzi scritto, nulla di sbalorditivo, se non cose che in molti sanno e conoscono. Ma pur essendo risapute lo stile ortodosso di questa comunità presuppone e pretende che non le si dicano e, soprattutto, che si finga di non saperle. Chiuso il preambolo, vado al cuore della questione.
1 – C’era una locuzione molto in voga, che girava tra i politici locali del dopo Stava: “valorizzazione territoriale”. Nella sostanza, traducendo, con essa s’intendeva semplicemente dire cementificazione. Se consideriamo l’andamento demografico di Tesero degli ultimi 30 anni e l’incremento del patrimonio immobiliare possiamo senz’altro convenire che l’obiettivo è stato abbondantemente raggiunto e superato. In quel periodo tu non eri ancora partecipe di quel “nobile” intento in divenire, ma gli studi professionali, come già scrivevo, si stavano organizzando proprio per poter soddisfare il raggiungimento di quell’ambito traguardo. I risultati di quella “valorizzazione”, ancorché purtroppo non conclusa, sono ben visibili e tangibili. Il consumo territoriale pretende nuovo consumo. È una catena che si allunga, anello dopo anello, ad ogni nuova costruzione che si aggiunge. Peraltro, particolarmente nel nostro paese, che non ha, come ho detto più volte, la possibilità di diluire i flussi di traffico da e per i nuovi inurbamenti, questo sregolato progredire produce una sempre maggior sofferenza del centro. Nuove case, nuovo traffico. Nuovo traffico, diminuzione della qualità della vivibilità urbana. E poi, in conseguenza della mancanza di spazio disponibile per allocare veicoli che fanno avanti e indietro, necessità di realizzare infrastrutture di sosta e parcheggio. Quindi sottrazione di spazio naturale e qualità ambientale per realizzarle. Quindi ulteriore peggioramento della vivibilità complessiva. Quindi, per chi sta nell’abitato vecchio, risorse finanziarie permettendo, voglia o necessità di ritrovare in periferia la qualità perduta, alimentando altro inurbamento. Quindi ancora, proseguendo in questo perverso avvitamento, progressiva cessione alla speculazione del patrimonio immobiliare del centro antico, che passa spesso nelle disponibilità di foresti, per essere usato da essi soltanto qualche periodo all’anno. Quindi difficoltà per il piccolo commercio “di vicinato” di sopravvivere. Dato che, per l’ex clientela, che ora abita in periferia (a Proprian piuttosto che a Restiesa, ai Piani da Fia piuttosto che te Sottopedonda o te Arlasa, te Rial piuttosto che ta Cerin, eccetera) e che per spostarsi usa normalmente l’auto, è ormai del tutto indifferente tirar de lòngo e nar a proveder föra Piera o ta Süan. E avanti avanti con questa insostenibile catena. Certo l’economia apparentemente va. L’esercito delle ditte artigiane aumenta ogni anno di più. Soldi girano, nero (tanto) gira, fuoristrada girano. Ma peggiora il profilo complessivo del paese e più peggiora, più le risposte alle seguenti domande si fanno attendere: dove si vuole arrivare? Ma per vivere (bene) è logico proseguire in questo modo? C’è etica nella sottrazione continua di territorio, di paesaggio, di vivibilità per beneficiare sempre più spesso non già chi necessita di una casa per vivere ma chi della casa ne fa un uso speculativo o un mero investimento economico?
2 – Ti compiaci della localizzazione della nuova casa di riposo e di aver contribuito a dare una soluzione al problema di chi non trova posto per locare il suo “carro-armato”. Che devo dirti, bravo? Se entrassi nel merito di quella scelta logistica, di quel nuovo business edilizio e di tutte le altre questioni che l’espansione comporta si potrebbe anche discutere. Purtroppo ti sottrai al ragionamento e all’analisi, nonostante le mie insistite richieste di confronto. D’altronde sarebbe difficilissimo sostenere una “logica” che non c’è. Beh, certo tu hai famiglia. Hai dunque un livello di benessere da garantirle. Perciò tu no. Tu non puoi. Io sì invece che posso anche rinunciare a barbecue, panorama e s.u.v. Per chi vive nel buco del culo del paese, per di più single, questo ed altro. Transeat, mi sacrificherò! Ma la tranquillità posso pretenderla? O anch’essa è solo un tuo diritto e di quelli che si sono fatti o si faranno prossimamente il “castello” tra i prati in fiore? Le risposte logiche e ragionevoli ovviamente non ci sono. E perciò non parli. Non riesco davvero più a capire come facciate (voi come categoria professionale cui appartieni) a non vedere. A procedere con questa superficialità e questa assenza di visione complessiva.
3 – Altro punto, che si collega al primo: l’incapacità di vedere il peggioramento e il degrado del centro. Vivere in periferia, per così dire, come fai tu già da un po’ di anni, non aiuta, me ne rendo conto. Io invece da sei mi sono spostato dall’ex periferia di via Fia al centro paese vero e proprio. Queste cose, che ho già scritto, te le ripeto ancora una volta. Quarant’anni fa, in via Fia, con la stessa attuale densità immobiliare, fatta eccezione per le nuove scuole medie e il residence Volcan, che all’epoca era un magazzino, sembrava di stare nel paradiso terrestre. Gli orti che circondavano le case davano un senso di benessere, il piazzale delle scuole era un’oasi ricreativa, la strada che saliva era fiancheggiata da alberi maestosi. Superata l’antica casa Panetti ti trovavi già in luoghi selvaggi. Certo il costruito allora non prevedeva obbligatoriamente di avere un’area di rispetto che lo proteggesse da “avvicinamenti indesiderati”. C’era però un senso di rispetto e di tutela nei confronti della proprietà altrui che oggi possiamo soltanto rimpiangere. Tu dirai che allora non c’erano le esigenze che ci sono oggi. E va bene, concediamoci pure questa attenuante. Sta di fatto però, che in 40 anni siamo passati, in quella zona, dall’ eden alla barbarie. Il piazzale, metro dopo metro, si è trasformato in una terra di nessuno, in parcheggio abusivo, in una scorciatoia per automobilisti frettolosi. Le sue adiacenze deturpate, le siepi verdi che lo delimitavano ridotte ai minimi termini, e via dicendo. L’alberatura che fiancheggiava via Fia, da casa Braito in avanti, sparita e trasformata in colmél. Due dei tre magnifici tigli, che presidiavano l’ingresso scolastico, abbattuti anch’essi dalle maestranze comunali. E poi asfalto, scale, muri e muretti, un po’ qui e po’ lì. Le “Popolari”, abitate ormai da quattro gatti anziani, sono assediate dalle auto del residence, pur avendo esso a disposizione tutti i posti macchina previsti dalle normative urbanistiche vigenti. Nella sottostante via Delmarco il frutteto del Checo Berti, sotto la malga, da tempo scomparso, trasformato in due posti auto. La cesura del Chémela anch’essa ridotta a posticcio prato di copertura per garage. Gli orti di via Peròs in attesa di trasformarsi anch’essi in autorimesse. Per non parlare dell’ultima perla aggiunta a questa barbara collana dai fratelli Peretti, che si sono svenduti l’inestimabile valore naturale dell’orto di casa per “regalare” alla speculazione foresta (tanto per restare in tema) 4 posti auto sotto le finestre di camera. E potrei continuare. Insomma, mentre l’espansione urbanistica si divora nuovo territorio vergine, prati e campi spariscono dalla vista della periferia e si trasformano in villette per le ingordigie di una parte, la qualità del preesistente si degrada ogni giorno di più.
4 – Mi rendo conto che parlare nel merito delle questioni oggetto della tua professione sia come parlare di corda in casa dell’impiccato. Evidentemente l’approccio quasi esclusivamente economico al tema impedisce alla vostra categoria (sottolineo categoria, che non coincide esattamente con la tua persona) di considerare altre cose al di là del semplice trovare terreno o case da ristrutturare e trasformarli in nuovo denaro. Il territorio, finché ce n’è, per voi (vale la specifica di cui sopra) è una variabile che conta poco, visto che della sua finitezza non volete proprio occuparvene. Sono due anni che di tanto in tanto, attraverso queste pagine, invito gli amministratori comunali (quindi anche tu) a dire qualcosa sull’urbanistica, ma tutto tace. Zitti e mosca. Ci sarebbe il rischio che poi magari qualche concittadino aprisse la bocca per dire qualcosa. E a proposito di amministratori non so nemmeno se quelli della maggioranza (uomini di Giunta esclusi) abbiano o meno la bocca per parlare e se sì se in cinque anni la abbiano mai aperta. Da quelli di opposizione però mi sarei aspettato un qualche intervento nel merito. Naturalmente tutti sono liberi di dire o di non dire. Mi fa però specie che una tribuna libera e a disposizione non venga usata proprio da quella parte politica che meno ha voce in paese. Questo, correggimi se sbaglio, la dice lunga sul valore che anche l'uomo pubblico “di opposizione” dà al confronto e alla circolazione delle idee.
5 – Il tuo lavoro e il tuo impegno pubblico. Dici che l’appartenenza a quella parte politica in comune ti ha comportato un danno economico. Può essere sia stato così. Ma quando ti candidasti mica potevi sapere se la tua parte sarebbe diventata maggioranza o minoranza. E infatti, nell’ultima tornata elettorale, lo scarto fu davvero minimo (20 voti circa). Ciò dicendo confermi dunque il sospetto che in effetti, a parti invertite, una rendita di posizione professionale da quel ruolo pubblico ti sarebbe derivata. Anche questo è peraltro abbondantemente suffragato da riscontri pregressi.
Infine due appunti su ciò che mi rinfacci. Sulla mia incoerenza hai ragione. Riguardo al mio lavoro sono incoerente. Probabilmente, a pensarci bene, di impieghi perfettamente compatibili con quel che penso non ce ne sarebbe nemmeno uno. Peraltro, nel tempo ho più volte cambiato mestiere proprio per cercare maggior coerenza con il mio sentire. Passando però dall’incoerenza totale… all’incoerenza e basta. Ma, siccome questo sistema non l’ho fatto io e, purtroppo, qui mi tocca stare, in qualche modo dovevo barcamenarmi. Ciò detto, ti chiedo cosa cambierebbe se anziché il mio attuale impiego indifferente e generico, che soltanto casualmente svolgo in quell’ambito merceologico conflittuale, fossi impiegato in qualche altro settore? L’incoerenza non verrebbe assolutamente meno. Essere coerenti in un sistema che fa dell’incoerenza la sua forza è un esercizio difficile, forse impossibile. Infatti, se, tanto per dire, fossi impiegato alla cooperativa, mi potresti rinfacciare che vivo grazie agli acquisti dei turisti, se lo fossi alla cassa rurale, che vivo grazie ai depositi degli albergatori e degli impiantisti, eccetera. Alimentando una catena infinita di incompatibilità che terminerebbe soltanto se andassi a lavorare… sulla Luna. Insomma, a parte forse l’agricoltore (ma quello alla San Liseo, con l’aratro e i buoi), avevo in effetti pochissime alternative per non venire accusato d’incoerenza. E probabilmente d’ora in avanti sarà grama che le cose possano cambiare, ammesso che, di questi tempi, ci siano effettivamente posti di lavoro ancora disponibili da poter scegliere. E però incoerente io cerco di esserlo il meno possibile e nel merito della questione testé discussa, se permetti, c’è una certa differenza tra quello che attualmente faccio, che, ripeto, è lavoro banale, generico e indifferente, e la tua professione, che invece trova la sua ragion d’essere nel consumo continuo del bene territorio.
Riguardo i fuoristrada, resto convinto che sono un’assurdità oltre che una mancanza di rispetto: per chi va a piedi, per l’aria che respiriamo (tutti), per gli spazi ridotti del paese vecchio. Sì, lo ribadisco, sono 20 quintali di ferraglia per trasportare 70 chili di merda (nel senso traslato del termine e cioè di cafone). Quando riuscirai a spiegarmi la razionalità che sta dietro all’uso di questo tipo di autoveicolo per girare in spazi così angusti cambierò idea e ti chiederò scusa. Ciao e grazie per l’attenzione.
Ario
19/10/09
IL TEMPO NUOVO

Caro Umberto che dire? Al tempo e alle donne non si comanda, come si dice. E pazienza per le donne, ma al tempo, giunti ad un certo punto – converrai – sarebbe meglio poter comandare! Il lavoro – nel nostro mondo occidentale (detto anche primo mondo) – è la parte di tempo (di quel tempo che a ognuno il destino assegna e la cui ampiezza ci è sconosciuta) che più ci occupa la vita. Siamo abituati a considerarlo, oltre che un privilegio (non a caso si dice che il lavoro nobilita l’uomo), un dovere. In verità, per come siamo congeniati, più che un privilegio e un dovere, il lavoro è una necessità, visto che ci troviamo intrappolati in un sistema che “non perdona”. O dentro, o fuori. La scelta è libera. Ma siccome restar fuori non è facile e il sistema è plutofilo, ecco che solo per mezzo del lavoro obbligato e della sua rendita finanziaria possiamo restare dentro. Tuttavia, per scommessa, e prima della pensione, si può anche starne fuori. Ma è dura. Bisogna avere gran forza, caparbietà e capacità di adattamento. Qui in paese una persona siffatta c’è. Vive di pochissimo, fa l’apicoltore, legge, ascolta la radio, coltiva un piccolo campo e insomma, con circa 30 euro al mese (il corrispettivo della vendita diretta di 3 chili di miele), vive! Ma lui è un’eccezione. E difatti, appunto, lo fa - come dice - per scommessa e al di là di quelle attività si concede (ovviamente) poco o nulla. Ma in fondo la felicità cos’è se non la capacità di apprezzare (per quanto poco sia) ciò di cui disponiamo? Sapersi accontentare è il suo segreto. Non bramare. Non farsi irretire dalle infinite sirene che il nostro sistema economico ci propone ogni giorno che passa. E invece andare avanti lenti al giusto ritmo della natura e dei suoi cicli stagionali che, proprio in quanto ingranaggi di quel sistema che “non perdona”, ci è impossibile sincronizzare da “lavoratori”.
Dunque, eroiche eccezioni a parte, adesso, finito il tempo del lavoro obbligato, hai la possibilità di entrare in una dimensione nuova. Autenticamente umana. Inizialmente, sarà dura disintossicarti (esattamente come succede a un incallito fumatore). La dipendenza dalla “droga lavoro” farà la sua bella resistenza. Un po’ alla volta però riuscirai a venirne fuori, e capirai allora che la parte migliore della Vita è proprio quella. L’Umano, in fondo, oltre al “naturale” lavoro di sussistenza (che gli garantisce l’essenziale: la casa e gli alimenti), ha bisogno di affetti, di dolcezza, di silenzio, di tranquillità. È anch’esso un animale, quantunque razionale, e di tanto, nulla di più, ogni animale, ha (avrebbe) effettivamente bisogno. Il lavoro obbligato pur, come detto, necessario per vivere in questo sistema, mal si concilia con queste primarie necessità, la mancanza delle quali, come certo avrai capito, è purtroppo all’origine di tutti i mali del mondo. Per te, fortunatamente, quel tempo nuovo è arrivato e ti auguro di cuore lunghi anni di felicità.
A.D.
Dunque, eroiche eccezioni a parte, adesso, finito il tempo del lavoro obbligato, hai la possibilità di entrare in una dimensione nuova. Autenticamente umana. Inizialmente, sarà dura disintossicarti (esattamente come succede a un incallito fumatore). La dipendenza dalla “droga lavoro” farà la sua bella resistenza. Un po’ alla volta però riuscirai a venirne fuori, e capirai allora che la parte migliore della Vita è proprio quella. L’Umano, in fondo, oltre al “naturale” lavoro di sussistenza (che gli garantisce l’essenziale: la casa e gli alimenti), ha bisogno di affetti, di dolcezza, di silenzio, di tranquillità. È anch’esso un animale, quantunque razionale, e di tanto, nulla di più, ogni animale, ha (avrebbe) effettivamente bisogno. Il lavoro obbligato pur, come detto, necessario per vivere in questo sistema, mal si concilia con queste primarie necessità, la mancanza delle quali, come certo avrai capito, è purtroppo all’origine di tutti i mali del mondo. Per te, fortunatamente, quel tempo nuovo è arrivato e ti auguro di cuore lunghi anni di felicità.
A.D.
12/01/09
CARO AMICO TI SCRIVO

Ciao Bruno è un po’ che non ti sento e visto che siamo già oltre capodanno ho deciso di rifarmi vivo. Durante questa tua latitanza ho spesso meditato su quanto mi scrivevi nell’ultima lettera. Probabilmente hai ragione: qualcosa, tra non molto, accadrà, deve accadere. Lo si capisce drizzando le antenne. A guardare soltanto non riesci a percepirlo. C’è un’inerzia imbarazzante, come in un mezzogiorno estivo di calura afosa, che il paesaggio sembra dipinto. Un blocco culturale irremovibile. Io sopravvalutavo le capacità di rottura, convinto che ci fosse un qualche grimaldello per rompere quell’inerzia, per smuovere quel blocco. Ma mi sbagliavo. Mi illudevo che la scuola, la formazione superiore ormai generalizzata, corrispondessero anche a un’emancipazione, a un’apertura critica alle cose. Una capacità di ragionamento un po’ al di sopra dell’insufficienza. Almeno una voglia di ragionamento. E invece niente. Forse c’è attesa, forse c’è paura, non so spiegarmi esattamente. Sta di fatto che non c’è reazione. Tutto è immoto. Ogniqualvolta credi si sia rotto un tabù, che qualcuno sia pronto a tagliare con la soggezione a questo stile, devi ricrederti. Nessun taglio. Era solo un’esitazione, una momentanea titubanza. “Pensavo fosse amore e invece era un calesse” e più o meno, la similitudine calza. Cambiano le facce, cambia a volte il contesto, ma tutto rimane al suo posto. La successione delle cose scorre entro un alveo certo e rassicurante, tracciato da percorsi comportamentali perfettamente assimilati. Il lavoro del Gruppo di Discussione critica, di cui mi chiedevi conto (e che come temevo non verrà pubblicato), lo ha ben messo in evidenza. Cercherò di procurartene una copia. Insomma ci troviamo al cospetto di un monolito inscalfibile. L’autoreferenzialità è circolare, perfetta. Se non stai dentro quel “cerchio” il tuo dire è niente, non hai ascolto. Il Grande tessitore oggi è un abile professionista del consenso. È un padrino potente. Anzi un burattinaio che ha saputo approfittare della dabbenaggine della nostra comunità creando una rete che pare incredibile sia così estesa e onnicomprensiva. La colpa naturalmente sta nella pochezza culturale della base. Qui basta poco. Il consenso e, spesso, l’acquiescenza sociale vengono scambiati con misere regalie: un viaggio a Roma in gran pompa, una presidenza di una delle tante associazioni (non a caso tante), la gloria di una effimera ribalta. Insomma l’ignavia la si baratta con un semplice e temporaneo posto al sole. Da decenni il nostro venerabile determina ciò che qui si fa e ciò che qui non s’ha da fare. Il suo pacchetto di voti garantito è in grado di condizionare pesantemente i vertici amministrativi, anzi, più esattamente, di determinarli. Possiamo spingerci a parlare di mafia? Io credo di sì, anche se parrebbe un’esagerazione. Ti consiglio di leggere “Il ritorno del Principe” e sono sicuro che coglierai immediatamente il fatto che anche qui sostanzialmente siamo immersi in un contesto mafioso. Come ben ricordi, qualche tempo fa, due anni fa circa, forse tre, il Difensore Civico provinciale, a proposito, aveva dichiarato che le amministrazioni comunali in Trentino non erano affatto dei campioni di trasparenza, e in confidenza, che proprio la nostra era una delle più opache. “Narcotizzati come siamo dalla vulgata mediatica secondo cui la mafia è solo una truculenta vicenda criminale intessuta di lupare e squagliamenti di cadaveri, dimentichiamo che la definizione legale dell’associazione mafiosa è la seguente: L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire o ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasioni di consultazioni elettorali.” Ricevuto? Cogli la vicinanza? Sì, capisco che potresti obiettare che il Nostro trent’anni fa non c’era e anche in quei tempi non sospetti, in Comune i tentativi di cambiare cavallo, sono sempre falliti. Però adesso è diverso, l’immobilità granitica è garantita, per così dire, scientificamente. E nel mentre la popolazione si crogiola nelle regalie di cui sopra accennavo, la speculazione immobiliare, nel nostro paese, lungi dall’essere impedita dalla enfatizzata “legge Gilmozzi”, imperversa tranquillamente senza che alcun amministratore apra bocca. Considerato quindi che allo stato risulta impossibile produrre un cambiamento endogeno, la speranza è che le cose riescano ad auto-riformarsi per ragioni esogene, prima o poi. Saranno fatti esterni a provocare la rottura. Anche se – ce lo siamo detto e scritto altre volte – questa economia da paese dei balocchi, che ha forgiato generazioni di epicurei, farà resistenza e impedirà che il processo auto-riformatore sia rapido. Mediamente, l’obiettivo che questa schiera generazionale persegue è uno solo. Quello di approfittare di alcune (apparentemente inesauribili) contingenze rilanciando continuamente. Senza pensare, appunto, che trattandosi di contingenze non dureranno in eterno e che il rilancio infinito è impossibile. E colposamente fregandosene dell’interesse superiore. È un discorso che conosci perfettamente… Comunque, come realisticamente osservava anche il nostro buon Vittorio, le capacità di tenuta del sistema non si possono sottovalutare perché adesso i “lucignoli” sono anche "studiati”. D’altronde la comunità per perpetuarsi deve emanciparsi. Ed emancipata ora lo è, ma soltanto in apparenza. S’è emancipata soprattutto sulle etichette dei campanelli, perché è lì che ci si distingue. Davanti ai cognomi locali sono sempre più numerosi infatti i titoli accademici che fanno bella mostra di sé. Tra non molto, di questo passo, dal dottor Arduini al dottor Zorzi, passando per quasi tutte le lettere dell’alfabeto, ogni nuovo campanello di ogni nuovo appartamento potrà fregiarsi di un “Dr.”. Sarà un profluvio di sapienza? Ne beneficerà il paese? Improbabile. “Sotto il vestito niente”? Probabile. La “produzione seriale” di cultura, serve a poco. Nella maggior parte dei casi non c’è voglia di conoscenza, non c’è passione, non c’è dis-interesse. C’è soltanto valutazione di opportunità sulla base di un tornaconto economico che quel titolo potrà garantire e, non di meno, desiderio di apparire. A monte di quelle lauree, tutto è stato programmato, come nei lager di allevamento intensivo. Puoi immaginare perfettamente l’ambiente d’incubazione: un ampio soggiorno, arredato con tappeti e quadri dai soggetti bucolici e scene di caccia d’altri tempi, durante un pranzo velocemente approntato in un microonde, dove tra un marito arrivato e che conta e una moglie alla moda sempre di corsa, pensando a quei pargoli che già scalpitano e pretendono la “P” sul lunotto posteriore del fuoristrada di papà, si parla di carriere e di percorsi formativi ad hoc. Di lauree che garantiscano più opportunità di lavoro, di denaro e di prestigio sociale: commercialista piuttosto che avvocato, ingegnere piuttosto che medico, eccetera. Più raramente letterato o musicista. Semplicemente: money, money, money…
Questo è il contesto in via di disfacimento. Non ci resta che piangere? Certo che no. Confidiamo nella Provvidenza e nel tuo intuito: qualcosa tra non molto accadrà. Forse. Attendo una tua nuova e ti saluto. Alla prossima e, con un po’ di ritardo, buon anno.
Ario
Questo è il contesto in via di disfacimento. Non ci resta che piangere? Certo che no. Confidiamo nella Provvidenza e nel tuo intuito: qualcosa tra non molto accadrà. Forse. Attendo una tua nuova e ti saluto. Alla prossima e, con un po’ di ritardo, buon anno.
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