Visualizzazione post con etichetta TEMPI e PERSONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta TEMPI e PERSONE. Mostra tutti i post

27/04/18

FERMO IMMAGINE



Domenica 12  maggio 1946, ore 10,50. E' una luminosa giornata di primavera. Nel campo, non ancora seminato, un ignoto foto operatore immortala il diciottenne Lucillo Delladio (1928 - 1967) davanti a Maso Tira (attuale casa di Carmelo Delladio) e a Casa Menoni  dei fratelli Canal, oggi casa di Giuliano Jellici. Sullo sfondo troneggia il nuovo magnifico palazzo scolastico, inaugurato poco più di un decennio prima. Sul poggiolo dei Menoni un uomo e una donna osservano incuriositi l’insolito evento.
 
Finito il solenne scampanio, il silenzio la fa da padrone. I paesani, assolti gli obblighi religiosi, tornano a casa in attesa di un pasto poco più che modesto. Nell’ampia campagna di Fia la quiete regna sovrana: s’odono soltanto il gaio fischiettare dei merli e i cinguettii dei passeri in amore. Nessun rumore infastidisce e perturba il pensiero. I Valori di quella faticosa sopravvivenza, immutati e immutabili, trasmessi nei secoli, di generazione in generazione, sin lì custoditi con riconoscenza e gratitudine, sono ancora evidenti in quell’immagine. Nessun eccesso, nessuna trasgressione. Traspare sobrietà,  dignità, autenticità.
 
I miti futuristici della modernità, i disvalori che di lì a pochi anni avrebbero velocissimamente trasformato e irrimediabilmente compromesso quel passato e quella terra, non sono ancora immaginabili. Una piena montante sempre più impetuosa di equivoco progresso, di effimere conquiste, di antropologiche mutazioni,  che avrebbe travolto tutto e tutti, sì come, fuor di metafora ed a suggello di ciò, sarebbe realmente successo proprio qui, 39 anni dopo.
 
A.D. 

03/06/15

UN TESERANO A TORINO



Ranieri Paluselli, uomo sensibile di vivido talento artistico, da anni risiede a Torino. Musicista eclettico, percussionista di livello assoluto, fotografo naturalista, showman.

03/09/14

BANDE E BUOI DEI PAESI TUOI


Mi risveglio. Boia cane, anche oggi piove. D'improvviso balena un pensiero: tra due mesi soltanto, dopo un’annata siffatta, dovrò risentire ululare i cannoni di Ciro. Rabbrividisco. Ma quanta acqua sarà caduta su queste terre da gennaio in qua? È un record assoluto, ne sono certo. Anzi, forse no. Prudenza, prudenza ché poi i meteorologi rovistando nei loro archivi trovano una precedente peggiore situazione e ti confutano… Comunque, via, se non è record poco ci manca. Accendo la radio sintonizzata su Radio3Mondo. La conduttrice sta commentando i reportage della stampa estera sui venti di guerra sempre più impetuosi che soffiano a duemila chilometri da qui. Se effettivamente l’Europa e gli USA si mettono a stuzzicare l’orso russo (un filo appena più aggressivo della povera Daniza) mi sa che va a finire molto male. Ma le cattive notizie purtroppo non si fermano qui. La fantomatica organizzazione terroristica ISIS ieri ha decapitato un altro giornalista statunitense minacciando contemporaneamente una nuova esecuzione. L'ebola in Africa sta scappando di mano alle autorità sanitarie. La crisi economica nell’euro-zona si sta approfondendo sempre di più... Insomma alle 7 e 20, prima di acchiapparmi un attacco di panico, spengo l’apparecchio. Allora, per mitigare almeno un po’ questo senso di vertigine prendo l’Adige del 2 settembre e gli dò una scorsa. Leggere la stampa locale fa bene, trovi sempre qualcosa di leggero e frizzante che ti tira su... Giunto infatti alla pagina di Fiemme & Fassa che ti leggo? Finalmente una bella notizia! Si racconta di una nuova trovata, una goliardata, una gara tra bande musicali che starebbe impazzando su YouTube. Una disfida a chi la “suona” meglio nell’acqua di una piscina o, per i sodalizi più audaci, di un brenzo, e che, di chiamata in chiamata, sta allargandosi a macchia d’olio tra i corpi musicali delle valli avisiane. Non ho ancora visto i filmati e non ho quindi ascoltato le performance delle museghe in gioco. Non so nemmeno se gli strumentisti si siano immersi in divisa o in mutande, sino alla cinta o completamente. Né se il giudizio di merito sia stato delegato a una giuria esterna nominata per l’occasione. Penso comunque che i pezzi oggi in repertorio pur eseguiti in quell’inusuale elemento liquido vadano benissimo. La trovata non è affatto male, perbacco. Sì, a qualche clarinetto potrebbe gonfiarsi un cuscinetto e a qualche corno arrugginirsi un ritorto, ma soppesati per bene i pro e i contro dell'iniziativa il rischio di un piccolo danno collaterale va corso senz’altro. Bravi. Complimenti.

Ario

04/03/13

L’ULTIMO FUOCO D’ARTIFICIO



E’ finita com’era cominciata, con i fuochi d’artificio. L’ultimo ha preso di mira il bel teatro di Cavalese, il più bello di Fiemme. Alle 2 e 30 circa di oggi, lunedì 4 marzo, l’antica struttura, voluta dall’allora podestà di Cavalese, Bruno Mendini,  progettata dal valente architetto Cirillo Zadra e inaugurata nel 1928, è stata avvolta dalle fiamme e incenerita. Se ne va un pezzo di storia della valle e con essa, metaforicamente, cade l’ultimo baluardo della Cultura  (con la c maiuscola) di Fiemme e dei fiemmazzi. Quella della qualità autentica che non aveva bisogno d’essere certificata, poiché condizionata dalla scarsità di risorse e necessariamente quindi ‘prodotta’ con oculatezza dagli amministratori dell’epoca. Oggi le nostre assemblee comunali, abituate alla zuppa grassa somministrata da mamma provincia, totalmente incapaci di tener la barra dritta rispetto alla velocità del cambiamento dei costumi, si barcamenano alla bell’e meglio assecondano la superficialità e la dabbenaggine diffuse e le pretese infinite di questo o quel padrino. I loro membri, pescati a caso nel mucchio di una comunità vieppiù disattenta al patrimonio collettivo, si ‘vendono’ per un voto, per un’intervista o per un momento di celebrità in video, cavalcando i più triti luoghi comuni e facendosi ridicoli interpreti della cultura (con la c minuscola), dei tendoni, delle feste campestri infinite, delle voliere in quota e degli improbabili inni.
Forse quel manifesto anonimo, apparso qualche tempo fa a Tesero, avvertiva, nella sua primitiva scrittura, di questo decadente, diffuso senso del bene comune e manifestava contemporaneamente la ribellione all’incessante sciupio di risorse pubbliche. Insomma, voleva esternare, forse, l’insofferenza di parte della comunità alla trasformazione in un ‘divertimentificio’ tout court della propria Heimat e alla spersonalizzazione del suo territorio. Ma nessuno evidentemente lo ha ancora capito.

L’Orco

07/01/12

ATLETI E LOTTATORI





Ed è subito sera. Vero. Quasimodo aveva ragione. In gennaio poi… alle cinque è già notte. Leopardi invece ricordava che la donzelletta vien da la campagna, in sul calar del sole. Vero anche questo. Di solito dai lavori campestri si ritorna a casa proprio a quell’ora. Più prosaicamente, ma altrettanto indubitabilmente, l’Epifania tutte le feste si porta via. E però dove le porta? E perché poi, puntualmente ritornano? Ma perché la vita è una sequenza di infiniti circolari passaggi di tempo. La ciclicità è alla base di tutto.
Ed oggi per l’appunto, nel nuovo Tempio di Lago, sono tornate anche le grandi manifestazioni sportive di fondo. Tutto è stato preparato a puntino. La bella figura, tanto cara alla nossa ŝente, è assicurata. Assisteremo ancora una volta all’apologia dell’atleta e della sua forza corporea. Gli appassionati di questo mito immortale si spelleranno le mani nell’ applaudire il passaggio dei corridori lungo le piste. Si sprecheranno gli op, op, op e i dai, dai, dai. Qualcuno forse addirittura si commuoverà al cospetto di cotanta dimostrazione di forza e di bellezza fisica. Ma per essere giusti, liberandoci per un momento dalla suggestione del mito, quegli atleti non meriterebbero alcun applauso. Perché lungi ormai anni luce dall’ideale decoubertiniano, per essi conta soltanto vincere. Perché nel fantasmagorico mondo dello spettacolo, al quale a pieno titolo appartengono, solo la superiorità e la vittoria (meglio se ripetuta) garantiscono gloria e denaro a profusione. Perché la prospettiva di un veloce arricchimento li porta a sottoporsi a pratiche di allenamento e di potenziamento fisico spesso illecite e moralmente riprovevoli. Perché soprattutto il fondamento oggettivo della loro forza non è affatto ad essi attribuibile. Nel ritrovarsi ‘dotati’ e prestanti non c’è alcun merito personale. È semplicemente frutto del caso, della più o meno favorevole combinazione genetica.
Noi preferiamo idealmente applaudire le tante persone che per ragioni indipendenti dalla loro volontà, per quel caso che a volte l’indovina e a volte no, si sono ritrovate per sventura infelici. Fisicamente o psichicamente menomate. Obbligate a vivere con difficoltà, privazioni, dolore. Senza incitamenti né plausi. Spesso in solitudine e nell’emarginazione sociale. Loro malgrado iscritte ad una gara di resistenza e di sofferenza, dalla lunghezza indefinita, senza preparatori atletici, senza ingaggi, senza allori, senza speranza. Gara estenuante dall’esito scontato, con una sola e definitiva vincitrice. A questi atleti veri, lottatori per forza, i cui meriti e la cui dignità, quando va bene, vengono riconosciuti solo a posteriori con un piccolo e sommesso battimani in quell’ultimo estremo passaggio di tempo, va la nostra ammirazione.

A.D.

30/12/11

CORTOCIRCUITO DI FINE ANNO



Stiamo affondando, in sala macchine lo sanno, ma non lo dicono. La lunga belle époque, pericolosamente vissuta in quest’ultima quarantina d’anni, è al capolinea. A niente serviranno le inique sanzioni governative recentemente approvate dal parlamento italiano. E per quanto taluni si ostinino a non credere, quest’economia ha il destino segnato, esattamente come un dead man walking. Potrà ancora avere qualche improvviso scatto nervoso e magari dare per breve tempo l’illusione di un’uscita dal tunnel, ma senza una forte re-distribuzione delle risorse finanziarie disponibili (cosa assai improbabile), la comunque inevitabile conclusione del processo economico, semplicemente accelererà. Il problema è irrisolvibile in quanto composto da quattro questioni inconciliabili: la prima oggettiva, comune a tutti i sistemi economici del cosiddetto primo mondo, le altre più specifiche della nostra Italietta.
1) Il limite fisico dell’espansione economica, così come l’abbiamo conosciuta, che ci ha garantito per quasi mezzo secolo la piena occupazione, che ha generato il consumismo di massa e provocato – conseguenza niente affatto secondaria – il degrado ambientale del territorio e quello morale dei suoi abitatori.
2) L’abnorme aumento del debito pubblico nazionale, reso possibile dalla sovranità monetaria, il cui nodo è venuto al pettine (ed è recentemente esploso) soltanto con l’adesione alla moneta unica europea.
3) L’insostenibile peso del carico previdenziale nazionale, conseguenza della scellerata gestione del sistema pensionistico, portata avanti dagli anni Settanta in poi del Novecento dalla nostra sempre più inetta e predatoria classe politica.
4) L’impossibilità di restare, semmai oggi lo siamo, stabilmente competitivi a livello globale allorquando le economie emergenti dall’impressionante capacità numerica e quindi anche produttiva (Cina, India, Brasile) saranno “pienamente a regime”. Quattro punti che non si possono affrontare e risolvere disgiuntamente, ma che lo stato delle cose impedisce oggi e impedirà anche domani di affrontare congiuntamente. La coperta è troppo corta, e la piena occupazione sarà d’ora in poi pura illusione. La produzione di beni troverà sempre meno mercato interno per essere assorbita e le dinamiche non potranno che continuare a peggiorare. Esse funzionano infatti solo se tutto gira nel rispetto di una progressione auto-esaltante: maggior produzione, maggior consumo, maggior consumo, maggior produzione, in un’impossibile, ma necessaria infinita coazione. Che fare? Non è facile inventarsi qualcosa che sopperisca a questa ineluttabile prossima generale condizione. Oggi quest’Italia eccelle soprattutto nell’entertainment cioè nell’ ‘arte’ di vendere l’immeritata eredità del Passato. Data la situazione, per non ritornare troppo velocemente alle aborrite origini dovremo per forza giocare questa ultima carta a disposizione, sacrificando ciò che rimane della nostra cultura, del nostro patrimonio artistico e degli ultimi scampoli di territorio intatto. Per fortuna non faremo fatica! Noi Italiani siamo geneticamente avvezzi agli inchini e alla deferenza e ridare fasto diffusamente al più antico mestiere del mondo non sarà un gran problema. Già al tempo di Dante l’italica propensione alla prostituzione era ben nota: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell'anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra. Bisognerà soltanto decidere quali ruoli sarà più opportuno prendere in commedia e togliere quel poco di dignità che ancora ci resta. Il campionario delle maschere e dei caratteristi è vasto e permette ampia scelta. Faremo i dottori, gli avvocati, i lacchè, gli schiavi, i lustrascarpe, gli albergatori, gli allestitori di vetrine, i recitanti, i saltimbanchi e aspetteremo che chi ancora può venga a divertirsi e a scoreggiarci addosso.

A.D.

27/12/11

NATALE PAGANO



Il Natale non fa tutti più buoni: fa tutti più vuoti. Il cristiano che fa shopping di regali e strenne natalizie rappresenta un caso di sdoppiamento della personalità: in tutta buona fede crede che Gesù nacque figlio di Dio a Betlemme, segnando in una stalla lo spartiacque decisivo della storia umana; contemporaneamente, è perfettamente cosciente che tale evento non condiziona la sua vita reale, in quanto l’epoca moderna, disincantata e secolarizzata, è scristianizzata. Siccome l’economia tende a inglobare ogni forma di espressione umana, quegli appuntamenti che nonostante tutto mantengono in vita una sia pur debole fiammella di fede ultraterrena si trasformano in orge di bancomat e scontrini. Babbo Natale e l’albero dei doni, americanizzazioni di antichi miti pagani europei, vincono sul Bambinello e sulla Vergine, perché più adatti a innescare la corsa agli acquisti commerciali. Questo lo sa benissimo anche il devoto che va alla messa notturna del 25 dicembre, e lo accetta di buon grado. Per quieto vivere, perché così fanno gli altri, per abitudine. Ma soprattutto perché, dopo due secoli di sistematica estirpazione del sacro dall’esistenza quotidiana, non riesce a percepire il divino. E lo sostituisce malamente con una fedeltà a riti di massa che non sono morti solo perché una parvenza di tradizione spirituale serve ad appagare il bisogno innato di trascendenza e di comunità. E’ la sensazione di una notte, sia chiaro. Per il resto c’è la carta di credito. Eppure quel bisogno preme, non si dà pace, è insoddisfatto. Non è umanamente sostenibile una religiosità circoscritta a qualche giornata di contrizione ipocrita, o, bene che vada, alla particola domenicale. E’ nelle difficoltà di ogni giorno che al comune ateo travestito da credente manca la forza rassicurante e rigenerante del divino, del numinoso. L’aura sacra che un tempo avvolgeva ogni momento del nostro passaggio sulla terra si è eclissata, scacciata con ignominia dalla spasmodica ricerca di ritrovare in tutto una causa dimostrabile. La morte di Dio ci ha lasciati soli con una tecnica scientifica che ha razionalizzato la natura mortificandola, e con una logica economica che va per conto suo, incontrollata e disanimata, rubandoci la libertà di cambiare il corso della storia. Siamo soli col denaro, vero nostro Signore. Dice bene Sergio Sermonti, scienziato anti-scientista – un apparente ossimoro che gli è costato l’ostracismo pubblico: «Come insegnava Goethe, non dovremmo chiederci il perché ma il come delle cose. Nel chiedere il perché c’è un tacito presupposto che dietro ogni cosa ci sia un’intenzione, un proposito (appunto, un “perché”) e quindi che ogni cosa sia scomposta o scomponibile in fini e strumenti, o mezzi di produzione, come un’azienda umana. Sotto tutto questo c’è una sottile mentalità ottimistica, economicistica, produttivistica. No. Il mondo opera su un’altra dimensione, galleggia nell’eterno, è sospeso nell’infinito, ed è per l’appunto questo spostarci nelle sue dimensioni incantate il più raffinato e prezioso risultato della conoscenza, e non, al contrario, quello di rovesciare il mondo ai nostri piedi» (“L’anima scientifica”, La Finestra, Trento, 2003). Per recuperare il senso del divino, il cristianesimo ormai serve a poco. E’ troppo compromesso con la modernizzazione, essendosene spesso lasciato usare come puntello e bandiera. Le Chiese sopravvivono nell’acquiescenza allo stile di vita radicalmente anticristiano dell’uomo consumato dai consumi. In particolare i Papi, incluso l’ultimo, il tradizionalista Ratzinger, si sono arresi a Mammona, e non c’è un prete a pagarlo oro che si scagli contro i moderni mercanti nel tempio: preferiscono i facili anatemi sulle unioni omosessuali e le comode prediche sulla fame in Africa. Il cristiano ha dimenticato il pauperismo di San Francesco d’Assisi, ha rinnegato l’umanesimo dei pontefici rinascimentali, ha sepolto l’antimodernismo del Sillabo, con Lutero e Calvino è stato all’origine stessa dell’etica capitalistica. Si è adattato al materialismo con il Concilio Vaticano II e allo showbusiness con Giovanni Paolo II: rinunciando alla lotta contro il mondo, non costituisce nessuna minaccia per il MacWorld. Anzi gli fa da angolo cottura spirituale. Da chi o da cosa, allora, può venire un aiuto per liberare la divinità prigioniera che scalpita dentro di noi? L’ostacolo viene dal fatto che il cosiddetto progresso, scomponendo razionalmente la natura e violentandola nell’insaziabile tentativo di piegarla, l’ha resa muta e l’ha eliminata dalla nostra esperienza quotidiana. Da un lato non ci fa più alcuna paura, la paura ancestrale che è il moto d’animo originario di qualsiasi cultura. Dall’altro l’elemento naturale, incontaminato o non del tutto antropomorfizzato (com’erano ancora le vaste campagne nell’Ottocento e nel primo Novecento) si è via via ristretto e diradato. E’ letteralmente scomparso dalla nostra vista. Oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive concentrata come formiche in centri urbani sovraffollati, dove il verde è rinchiuso in minuscole riserve talmente artificiose che la regola è di non calpestare le aiuole. I bambini non fanno più conoscenza con la terra perché non ne hanno più sotto casa, non s’incuriosiscono scoprendo insetti e animali perché abitano circondati dal cemento e non si sporcano nemmeno più, perché passano il tempo ipnotizzati davanti a computer, televisione e videogiochi. Nei weekend o in vacanza le famigliole si recano diligentemente al mare o in montagna, ma a parte qualche bagno o escursione, inquadrati in ferie organizzate a puntino con tutti i comfort, il contatto con le forze naturali è minimo, povero, addomesticato. Sempre insufficiente a resuscitare una risonanza interiore fra l’io individuale e il cosmo, fra il sentimento della propria limitatezza personale e il sentimento di appartenere al tutto, all’organismo della vita. E’ in questa corrispondenza che si può provare la percezione che in un orizzonte, in un albero, in un filo d’erba, in un soffio di vento, in ogni singolo nostro respiro esista un’anima, cioè un dio. Ma se non si sperimenta in sé questa immediatezza, anche il discorso più ispirato resta lettera morta, una pia intenzione romantica. La gioia im-mediata di sentirsi partecipe di un grande Essere ci è preclusa dal sovraccarico di costruzioni mediate, razionalistiche, cervellotiche e meccaniche con cui abbiamo imparato a guardare e toccare ciò che ci circonda. Questa è la malattia che ci portiamo addosso: l’eccesso di ragionamenti che desertifica il nostro bosco profondo. L’uomo scettico e che la sa lunga ha orrore della naturalità nuda e pura, e se non può manipolarla con la sua scienza maniacale e coi suoi aggeggi tecnologici, la respinge, dipingendola come un caos di animalità bruta e senza controllo. Ma basta uno tsunami, un terremoto o l’esplosione di furia omicida (anche questa è “natura”) per rendergli la pariglia e mostrargli che Madre Terra, vilipesa e umiliata, è sempre lì, pronta a risvegliarsi. Scegliere consapevolmente di risvegliarla non è possibile, per ora, nemmeno nel privato del proprio foro interiore. Il salto è accessibile solo a una condizione, oggi impraticabile a livello di massa: il ritorno a un sistema di vita più semplice e scandito dai ritmi naturali. Eppure, se tu che mi leggi non cominci almeno a porti il problema, l’impossibile resterà impossibile per sempre.

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.com

18/12/11

SE NON ORA, QUANDO?





“Se non ora, quando?” ripeteva l’altra sera un parlamentare dell’IDV, durante la dichiarazione di voto sulla fiducia alla manovra Salva Italia. Ed elencava un rosario di azioni e di provvedimenti che Monti e il suo governo ‘tecnico’ avrebbero potuto fare ed adottare a ‘saldi invariati’, senza dover infierire sulla base sociale e senza pregiudicare quindi la ‘pace sociale’ in questo difficile momento. Così invece la casta, non solo quella politica, è salva e se la ride, ma, sia chiaro, si sarebbe salvata e avrebbe potuto ugualmente ridere, anche se il peso della ‘bastonata’ fosse stato scaricato interamente su di essa. Ma tant’è. Questo hanno deciso i ‘tecnici’, facendo però, imperdonabilmente, un clamoroso errore di valutazione della situazione, dalle conseguenze politico-sociali imprevedibili. Perché sottovalutare un richio così alto? Perché essi tra un anno non ci saranno più? Probabile: era destino che a loro toccasse di fare il lavoro sporco. Magari però semplicemente perché cane non morde cane.
Riproponiamo dunque la domanda: se non ora, quando? Non è facile prevederlo esattamente. Di sicuro non subito, forse entro i prossimi 12 – 24 mesi. Non perché i tempi non siano maturi, non perché i presupposti materiali non ci siano tutti, ma perché la massa d’urto non è ancora pronta. Scrive infatti lo storico Luciano Canfora in “Critica della retorica democratica” – Editori Laterza : “…il fondamento delle rivoluzioni è innanzi tutto la tensione morale. Senza nulla togliere, ovviamente, ai presupposti materiali, in assenza dei quali nessuna crisi si innesta, qui intendo per “fondamento” quel quid della psicologia collettiva che effettivamente mette in moto il sommovimento rivoluzionario: il quale non è mai inevitabile, e che, per esplodere, ha bisogno della diffusa convinzione dell’insostenibilità dell’ordine esistente e della convinta scelta di mettere in discussione tutto, dalla tranquillità di vita alle certezze quotidiane. Questo “salto” gravido di conseguenze estreme non è mai compiuto alla leggera da nessuno (…). Molte volte esso sarebbe possibile, ma rare, rarissime volte effettivamente accade: appunto perché è una scelta radicale, che sconvolge l’intera esistenza e richiede slancio e tensione morali molto al di sopra della media, spesso propiziati da condizioni eccezionalissime, come una guerra catastrofica (1917) o l’improvvisa rivelazione dell’incredibile debolezza del potere (1789).”
La rivelazione dell’incredibile debolezza del potere è sotto gli occhi di tutti. La tensione morale è stata però cancellata da un pezzo, quantomeno da quando al potere è asceso l’Uomo della Provvidenza con la sua corte di puttane e di lacchè: ricostituirne un quantitativo sufficiente alla bisogna, non sarà cosa né di un giorno né di due. La convinzione dell’insostenibilità dell’ordine esistente dipende invece da quanto la casta dell’informazione giornalistica, soprattutto quella televisiva (con le sue Lucia Annunziata, le sue Lilli Gruber, i suoi Fabio Fazio, eccetera, sempre compiacenti e indulgenti nell’ intervistare i potenti di turno, col sorriso e la tranquillità di chi, grazie a contratti, appunto, ‘da casta’, sta al riparo dalla tempesta in corso) riuscirà ancora ad anestetizzare la coscienza collettiva, sopendo la voglia di riscatto di quel popolo che ogni sera si pone in tele-ascolto, davanti alla scatola magica, prima di coricarsi.

L’Orco

11/12/11

- 20: ISTRUZIONI PER L’USO




Mancano venti giorni all’inizio della Fine. Beninteso, niente botto apocalittico con i quattro Novissimi pronti a intervenire sull’uscio di ogni casa, il Dies irae, lunghe file d’anime in attesa del Giudizio e il Tuba mirum eseguito da una possente wind orchestra disposta su una improbabile quinta celeste. Piuttosto, e verosimilmente, il repentino approdo a un fine ciclo socioeconomico, la contemporanea accentuazione dell’estremizzazione climatica e il manifestarsi di grandiosi stravolgimenti geopolitici. Comunque sia, prossimamente, ciò che sin qui è stato, non sarà più.
Il Grande Rimescolamento comporterà severe rinunce e straordinaria forza di adattamento. Il Medioevo Prossimo Venturo, preconizzato nel suo omonimo saggio, nel lontano 1970, dal matematico italiano Roberto Vacca, è alle porte e in troppi ancora non lo sanno. Prima dello scoccar dell’imminente fatale mezzanotte, bene faremo a ungere gli arrugginiti mozzi dei vecchi carri dalle lignee ruote e con le lame, ad aggiustare i sarchi ed i forconi, a battere le falci, ad imbiancar con calce le dismesse stalle, a toglier dalla polvere i rastrelli. Avanti che cada, se cadrà, la prima neve vera, pure sarà opportuno erpicare gli ancora nudi campi e dissodare i prati da mettere a coltura. Per non trovarci poi spaesati all’ultimo minuto, di lavori da fare ce n’è ed i più accorti già stanno provvedendo.
Nel suo per quanto piccolo, la locale benemerita associazione cultural-colturale Mi.Sa.Po., consapevole del disagio nel quale in molti si potrebbero ritrovare a primavera, fa sapere che a breve avvierà nuovamente dei corsi teorici serali gratuiti di tecnica agricola per i più digiuni in materia. Per la pratica tutto è rimandato alla stagione nuova. Insomma, c’è fermento e, nonostante un’apparente e ingannevole inerzia, la parte meno passiva e più vitale della collettività, perlomeno psicologicamente si sta preparando.
Certo, il prossimo futuro sarà molto diverso dalla realtà del nostro attuale quotidiano. Era impensabile sino a pochi mesi or sono immaginare un così ratto mutamento. Tutto pareva dover durare all’infinito. Di poter continuare ad allargarsi, a sperperare, a pretendere, a ‘crescere’; noi montanari senza più saggezza lasciar che la campagna, per quanto magra e dura, andasse alla malora rievocandola incoerentemente, tanto per far baldoria ed esorcizzarne il ritorno. E di essa invece, sottratta al suo primario destino, far case, strade e specularci sopra. Sciupare il territorio, trasformarlo, per divertire i ‘siori’, che il loro da tempo hanno sciupato, ed avvitarsi così in una spirale senza fine e senza alternativa. Ma la fisica, con le sue leggi esatte e non fasulle ha rivelato l’imbroglio: la strada di quell’impossibile avvenire s’è interrotta irrimediabilmente ed il sistema del ‘sempre di più’ ha i giorni contati! La ‘crescita’, che a Roma il Professore s’accanisce a evocare, se non già subito, presto sarà chimera. E per vivere, non per sopravvivere!, volenti o nolenti torneremo alla moderazione, alla diminuzione, alla terra, al silenzio.

Ario Dannati

23/10/11

STEVE JOBS E SAN FRANCESCO



Mentre tutto il mondo piange lacrime, virtuali, per Steve Jobs, morto di cancro a 56 anni (sic transit gloria mundi), io preferisco ricordare San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, di cui qualche giorno fa, il 4 ottobre, ricorreva l'onomastico, snobbato da quasi tutti i media italiani. Quei pochi che ne hanno parlato lo hanno legato all'Unità d'Italia, con cui il fraticello di Assisi non ha nulla a che fare perchè nato prima che questa sciagura si compisse, o ne hanno sottolineato la vocazione alla tolleranza e alla pace. Che ci sono sicuramente in Francesco. Ma nella sua predicazione ci sono cose molto più attuali e non a caso sottaciute. L'amore per la natura (frate Sole, sora Aqua). Era un ambientalista con qualche secolo d'anticipo non potendo conoscere gli scempi dell'industrializzazione a cui nemmeno i suoi santi occhi avrebbero potuto reggere. La predicazione della povertà. Qui Francesco è veramente scandaloso. Scandaloso e attualissimo. Figlio di un mercante aveva capito o intuito, poichè era un genio oltre che un santo, dove ci avrebbe portato la logica del mercato. Modernamente, poichè noi non siamo santi, il termine povertà può essere tradotto con sobrietà che è meno radicale. Noi non abbiamo bisogno di ingurgitare, come cavie all'ingrasso, degradati da uomini a consumatori, ancora nuovi prodotti, nuove tecno, i-phone, i-phad già arrivato, nel giro di un paio d'anni, alla quinta generazione, affascinanti quanto devastanti, o sciocchezze come le 'linee di beauty per cani' (che vanno trattati da cani), gadgets demenziali e insomma tutte le infinite inutilità da cui siamo circondati e soffocati. Abbiamo bisogno, al contrario, di smagrire e di molto. Abbiamo bisogno di una vita più semplice, più umana, senza essere ossessionati ogni giorno dai Ftse Mib, dall'indice Dax, dagli spread, dai downgrading. C'è una possibilità realistica di arrivarci? Sì, volendolo e con alcune necessarie mediazioni. La parola chiave è autarchia, squalificata anche perché di mussoliniana memoria. Ovviamente oggi nessun Paese, da solo, potrebbe essere autarchico. Retrocederebbe a condizioni di sottosviluppo che non siamo più in grado di sopportare. Ma l'Europa potrebbe essere autarchica. Ha popolazione, e quindi mercato, risorse, know how sufficienti per fare da sé. Naturalmente l'autarchia ridurrebbe la ricchezza complessiva delle nazioni europee ma 'La Ricchezza delle Nazioni' non corrisponde affatto alla qualità della vita e nemmeno alla ricchezza dei singoli (negli Stati Uniti, il Paese più ricco e potente del mondo ci sono 46 milioni di poveri, o per essere più precisi di miserabili, che è un concetto diverso, quasi un quarto della popolazione). Si tratterebbe semmai, in questa ipotesi, di distribuire in modo più equo la ricchezza che rimarrebbe. Ma un'autarchia europea ci porterebbe perlomeno al riparo dagli effetti più devastanti di quella globalizzazione che secondo le leadership politiche, gli economisti, gli intellettuali avrebbe fornito straordinarie chance e che invece si sta rivelando un massacro per i popoli del Terzo e ora anche del Primo Mondo, sacrificati sull'altare di uno dei tanti 'idola' moderni: il lavoro. E se continueremo a inseguire il mito della crescita, un giorno questo sistema, fattosi planetario, imploderà su se stesso, di colpo, e ci troveremo a vagare come fantasmi fra le rovine fumanti e i materiali accartocciati di un mondo che fu.

Massimo Fini

17/10/10

LA FINE DELLA SPERANZA E' L'INIZIO DELLA FINE


Cornelius Castoriadis soleva dire che viviamo in una «epoca di acque basse». L'espressione era ben trovata. L'Europa oggi sembra non avere alcun contenuto sostanziale. Non mira a nessun progetto comune, non vuol più avere nessun ruolo storico. Addirittura, nessuno è d'accordo nell'individuare ciò che la potrebbe definire. L'Europa si trasforma lentamente in un vasto caravanserraglio, senza storia, senza memoria e senza frontiere. Costituisce una sorta di massa inerte, ma agitata da tutte le parti. Vi si esiste senza viverci. Vi ci si muove incessantemente, ma per non andare da nessuna parte. Vi si osservano mille forme, che però non hanno contorni. Vi abbondano i poteri, ma non ha potenza. Tutti pretendono di essere differenti, ma l'indistinzione è la regola. Le immagini e i rumori si succedono sul registro dell'effimero e della superficialità. Puntano ad attirare l'attenzione, a distrarre, a far pensare ad altro, o più precisamente ad impedire di pensare. L'insignificante diventa legge generale. Viene da pensare al mondo descritto nel film dei fratelli Wachowski, Matrix. Ognuno vi considera vero quel che è inautentico, ognuno vi è manipolato nel momento stesso in cui si crede libero. Mai gli uomini hanno tanto creduto di fare quel che vogliono, mai sono stati assoggettati a così tante regole. Non sanno, del resto, cosa davvero vogliono, dal momento che è lo stesso sistema a modellare i loro desideri. La pubblicità, onnipresente, ripete instancabilmente il medesimo e unico messaggio, ovvero che la felicità risiede nell'acquisizione di oggetti, nell'accumulo delle cose. L'ideologia della merce, alla continua ricerca di nuovi sbocchi, generalizza il vuoto spettacolare-mercantile. Siamo alla reificazione dei rapporti sociali, al trionfo senza limiti della dialettica dell'avere sulla comunità dell'essere. Ogni giorno vengono distrutti migliaia di posti di lavoro, ma nessuno pensa a difendere qualcosa che non sia il proprio interesse personale. Le lotte sono esclusivamente di categoria, senza che alcunché le subordini a qualcosa di più generale. Gli scontenti si addizionano ma non si aggregano. Al sistema si rimprovera di distribuire male le cose, non di essere ormai capace solamente di produrre cose. La stessa vita politica è caratterizzata dalla neutralizzazione-privatizzazione, dalla sfiducia e dall'astensione. In regime di atomizzazione sociale, quando ogni esistenza individuale viene vissuta come un assoluto, le masse non racchiudono dentro di sé nessuna capacità di mobilitazione. Inerti e spugnose, svuotate di qualunque energia; pronte ad assorbire tutto, si sono trasformate in quelle «maggioranze silenziose» delle quali parlava Baudrillard, che sono maggioranza soltanto come silenzio. La più grande vittoria del sistema consiste nell'aver persuaso le menti non delle proprie qualità ma del proprio carattere fatale. Il sistema non pretende di essere perfetto, sostiene che non esistono alternative. Ma se non si può più sperare in un mondo migliore, non c'è più niente da fare. Così si generalizza quel «disagio della civiltà» di cui parlava Sigmund Freud. Il disagio deriva dal fatto che le persone sperimentano immense miserie in un mondo in cui viene loro ripetuto che non possono che essere felici. Tocqueville, come è noto, aveva previsto tutto ciò. E anche Nietzsche, quando evocava «l'ultimo uomo». Ma il peggio non è in questo. Il peggio è che il sistema non può più essere contestato, non più tanto perché rifiuta e sanziona la contestazione, ma perché la assorbe e la digerisce, immunizzandosi in tal modo contro di essa. Non sono più soltanto i falsi ribelli ad essere in discussione. Aggiungendosi ai "pentiti" e agli allineati, i falsi ribelli sono coloro che pretendono di prendersela con i tabù dominanti, quando invece da un bel pezzo non fanno altro che sfondare porte aperte ed esibire insolenze calcolate, adatte tutt'al più a far loro attribuire la redditizia posizione di buffone di corte o di opposizione di sua maestà. (Eppure, in ogni società, è facile individuare dove si trovano i veri tabù: sono quelli la cui rimessa in discussione scatena azioni giudiziarie). Il dramma è, semmai, che la vera rivoluzione non trova più nessun punto d'appoggio, nessun agente storico che le consenta di incarnarsi. Ci sono sempre, certo, dei veri ribelli, ma essi vivono in solitudine, o rinchiusi in cerchie marginali che non hanno più alcuna presa sul mondo. Il sistema dominante ingoia tutto, si nutre di tutto. Un «Picasso» in altri tempi era un quadro, oggi è un'automobile. Guy Debord lo si espone alla Biblioteca nazionale di Parigi, i manifesti del maggio Sessantotto servono alle pubblicità commerciali e si fabbricano dei loghi utilizzando il volto di Karl Marx, di James Dean o di Che Guevara. La straordinaria capacità del sistema di recuperare a proprio profitto quasi ogni cosa pone direttamente una domanda: che cosa è irrecuperabile? Ma l'enigma del soggetto storico persiste tal quale. Non si tratta certo di rimpiangere i "grandi racconti" della modernità, che hanno fatto di gran lunga il loro tempo. Bisogna però pur constatare che il deficit di senso — la scomparsa dei "punti di riferimento" — che i nostri contemporanei percepiscono confusamente è prima di tutto la conseguenza del crollo di tutti i progetti collettivi. Quel che fa difetto è l'orizzonte di senso creato da valori condivisi, la chiara consapevolezza che il vivere assieme è portatore di un destino comune. L'esistenza individuale trova il modo di realizzarsi soltanto collocandosi all'interno di un orizzonte di senso comune. E la reciprocità fra i singoli individui ad aprire lo spazio di ciò che è comune, inteso come il luogo di un reciproco riconoscimento. L'essenza della vita comune non è generica, ma storica: costituisce il sito della storia, il luogo della messa in comune (koinonía), ciò a partire dal quale la storia avviene. Ebbene, mentre l'Europa esce dalla storia, il resto del mondo è scosso da sommovimenti e soprassalti, che lasciano prevedere sismi in arrivo. Le onde d'urto si propagano da un continente all'altro, mentre le minacce si accumulano. Le scadenze ecologiche si precisano un po' più ogni giorno, il sistema finanziario mondiale si mantiene ormai in uno stato di imponderabilità, la crisi sociale si generalizza, gli squilibri demografici si accentuano, un nuovo ordine geopolitico del mondo va disegnandosi.«La fine della speranza è l'inizio della morte», diceva il generale de Gaulle. La disperazione è sicuramente una sciocchezza, ma il fatto che sia una sciocchezza non rassicura affatto. Non basta ricordare che la storia è, per definizione, sempre aperta per potersi convincere che tutto finirà con l'aggiustarsi. Innanzitutto, la storia non è aperta su qualunque sviluppo, perché vi sono dei processi che non possono che giungere al termine. Inoltre, può anche essere aperta al peggio. Ciò che conta, in queste condizioni, è prestare attenzione ai segni premonitori. Quando la storia risorge, lo fa in forme sempre inedite, destinate a deludere i nostalgici che sognano un semplice ritorno al vecchio ordine delle cose. Noi stiamo andando verso queste cose inedite. Non sappiamo che cosa saranno, e non le faremo accadere. Accadranno da sé. La vera scossa sistemica sarà interna al sistema, ma esterna alla volontà degli uomini che, in ogni caso, non conoscono mai la storia che fanno. La storia non è tanto aperta quanto piuttosto imprevedibile. Tutto ciò che nella storia ha fatto rumore è stato preceduto da un grande silenzio. Kata-strophè vuol dire rovesciamento. Anche nelle epoche di acque basse la marea, un giorno, finisce con l'arrivare.

Alain De Benoist

11/10/10

GUERRA DEI SESSI?


Sempre più spesso i fatti di cronaca ci permettono, quasi più delle relazioni politiche, di avere il polso sullo stato della nostra civiltà occidentale. Non passa giorno che sui quotidiani, nei telegiornali e in internet non ci raccontino storie terrificanti. C'è chi dice che i nostri governanti fanno apposta ad amplificare a dismisura notizie locali per tenere tutti in uno stato di tensione continuo, per indurci ad accettare più volentieri regole limitative della libertà e controlli polizieschi. In caso contrario, in un sistema cosiddetto democratico come il nostro, non potrebbero avere spazio e giustificazione. Vero certamente, ma è altrettanto vero che gli avvenimenti non sono inventati, e sono lì, più forti di ogni immaginazione, a testimoniare una realtà cruda, feroce, sempre più diffusa. Quello che colpisce è la quantità e la varietà dei fatti. Salgono alla ribalta con impeto, meravigliano il più incallito dei delinquenti per l'efferatezza, l'assurdità delle circostanze, come se si avesse a che fare con un meccanismo perverso che va per i fatti suoi, senza ragionevolezza, sempre più in fretta, e che produce mostruosità sempre più grandi e... ancora, ancora, ancora. C'è chi dice che ci sono sempre stati, con la differenza che ora se ne parla di più. Sarà. Ho qualche dubbio. Fra i tanti casi spiccano per frequenza e gravità quelli di uomini che infieriscono sulle donne, tanto da far pensare ad una guerra dei sessi. Ci sono i sostenitori dell'idea che gli uomini non possono sopportare l'emancipazione delle donne, il loro abbandono del ruolo tradizionale; le accusano di aver scardinato l'ordine sociale. Ci sono teorie, per lo più femministe, che suppongono sia in atto un processo di regressione, voluto coscientemente, per togliere alle donne quei diritti e quell'uguale dignità di persona propria degli uomini che disturba equilibri millenari. C'è la tesi molto interessante di Marcello Veneziani per la quale l'uomo uccide non per maschilismo ma per infantilismo tragico, delirio puerile, ferocia dei deboli. Come se dicesse: “Se tu te ne vai, la mia vita non ha più senso”. Allora meglio farla finita. Senonché l'ennesimo fatto di cronaca di questa estate scombussola le carte: “Follia a Milano; mollato dalla ragazza uccide una passante, le sfonda il cranio a furia di pugni”. Mettiamo pure che fosse molto arrabbiato, che avesse perso la testa. Perché uccidere una donna sconosciuta, una qualunque? Perché proprio una donna? Una madre di famiglia poi. Mi viene il dubbio che ci sia altro, che questo non sia che il segno estremo di una tendenza ormai comune, quella che evidenzia un bisogno, nella nostra società, di dominio, di potenza su qualcuno, su qualcosa. La chiamerò “necessità di sopruso”, tendenza trasversale, presente in tutti gli strati della società, che si proietta ad esempio dall'imprenditore al dipendente, dal manager alla segretaria, dall'uomo all'animale, dal padre al figlio handicappato o alla figlia, desiderata e violata. Se il dominio può essere esercitato dal più forte nei confronti di un altro più debole, spesso sono gli uomini a commettere delitti sulle donne, perché non hanno altro su cui dominare. Hanno solo le loro donne su cui sfogare le proprie frustrazioni, esercitare la loro potenza, la rabbia, il dolore. Statisticamente può sembrare ci sia una guerra dei sessi in atto, ma in realtà non è così. Chiedersi il perché di tutto questo bisogno di dominare è più che legittimo. La nostra società, formalmente egualitaria, in realtà è retta dalla prepotenza e dal sopruso: non è forse vero che chi ha successo fonda, in modo più o meno appariscente, la sua fortuna sul predominio? Non è forse vero che chi non ci riesce invidia, odia e si rivale su qualcun altro? Chi non ha quasi nulla cosa fa? Proietta il male fuori di sé. Non si spiega così l'accanimento su di un barbone? Lo stupro di una suora? L'uccisione del proprio criceto in un microonde? (ebbene sì, anche questo è successo). In questo quadro si spiegano allora anche i casi di donne che uccidono i compagni, quando questi si trovano in condizione di inferiorità, di donne che uccidono i loro bambini, e tanto altro. Recentemente mi ha fatto accapponare la pelle il racconto di un gruppo di donne molto giovani che, con un oggetto, hanno a lungo stuprato un'amica che aveva portato via il fidanzato ad una di loro, e l'altra, di un bambino che ha ammazzato il fratellino semplicemente perché aveva voglia di uccidere qualcuno. La nostra società è malata. Tutti contro tutti. L'individualismo, la sopraffazione, ci vengono inculcati e ci appartengono. La cultura non costituisce più un freno. Spesso trionfa l'incultura si dice. Ma qui c'è una cultura immorale che trionfa. I bambini vengono educati alla violenza con tutti i mezzi, dai videogiochi ai film, con o senza 3D, da compagni, da cattivi maestri, dai media davanti ai quali sono soli, dal divertimentificio che ci specula sopra. Troppo facile allora dare la colpa alle femministe che hanno voluto l'emancipazione delle donne e che adesso non vogliono rinchiudersi in casa. Troppo semplicistico dire che ci sono le uome e i gay che confondono le acque e che hanno distrutto i ruoli. Il pasticcio è molto più complesso, richiede a tutti di boicottare il pensiero dominante. E anche un ripiegamento su se stessi per l'assunzione di una parte di responsabilità. Il proprio quotidiano è costruzione che deve essere scandagliata, ripensata, rivisitata in maniera consapevole. Solo così ci si potrà sedere tranquilli sulla sponda del fiume aspettando che tutto un mondo, storto e perverso, crolli.

Daniela Salvini

20/09/10

SEGNI DI FOLLIA DISCONTINUA


Chissà cosa diranno i nostri discendenti, leggendo quello che scrivevano i commentatori politici del tempo dell’Inizio della Transizione. Difficile prevedere quanta carta avranno, se ne avranno, quei discendenti nostri. E quanti canali riusciranno a tenere accesi per passare il poco tempo a disposizione che resterà loro per divertirsi. Vicino a casa, perché la parola d’ordine “a chilometro zero” sarà divenuta un obbligo.
Leggo invece, per esempio, che le grandi compagnie aeree del mondo stanno commissionando nuovi aerei passeggeri per 26 miliardi di dollari. E penso a come saranno sbalorditi per la nostra stupidità attuale coloro che dovranno centellinare i loro viaggi aerei in base a una rigorosa distribuzione statale delle disponibilità. Sembra che siano tutti impazziti.
Possibile che non si rendano conto che il prezzo del combustibile e, di conseguenza, quello dei biglietti, salirà vertiginosamente? Come si fa a prevedere nuovi aerei o nuovi aeroporti nelle condizioni che si delineano? Ma è così che gira questo mondo senza senso, guidato da signori che in questo agosto si aggirano per i mari caldi a bordo dei loro yacht fantasmagorici e progettano il disastro futuro nostro prossimo venturo. Leggo, sul Financial Times di un giorno di luglio, che i dati statistici rivelano come decine di miliardi di euro, dollari, yen, sterline, stanno emigrando verso portafogli in cash. Le spiegazioni degli esperti: coloro che stanno a bordo di quegli yacht si aspettano un nuovo crollo delle borse di azioni e di obbligazioni.
Tengono i contanti in fondi speculativi di carattere monetario perché sanno che per investirli in una qualunque operazione produttiva significa perderli. I loro portafogli sono bene equilibrati, tra dollaro, euro e altre monete, in modo che se crolla l’una guadagneranno sull’altra. Cioè non ci perderanno niente. Ma milioni di persone, invece, continuano a investire perché gli hanno detto che la ripresa è in atto.
Naturalmente è tutto falso, così come sono falsi i rating delle famose agenzie della truffa, che assegnano voti in base a calcoli politici dei signori che bevono whisky a bordo degli yacht con i vetri fumé, in modo che nessuno ci veda dentro.
L’esperimento greco è in pieno sviluppo, cioè in pieno disastro, ma adesso è silenzio attorno alla Spagna e al Portogallo, prossime vittime designate. Se ne riparla a settembre in base a un’agenda delle notizie che viene rispettata dai grandi media del mainstream, che fanno parte della banda. Qua e là zampillano, come per caso, dalla superficie oleosa come il mare del Golfo del Messico, brandelli di realtà, dai quali emerge che non c’è nessuna vera ripresa in tutto l’Occidente. Cammina, come una locomotiva, solo la Cina. E questo sta diventando un problema sia per gli Stati Uniti, sia per il resto del mondo, sia per la Cina stessa: è ovvio che a Washington (e nelle riunioni del Bilderberg Group) ci si pone il problema di come fermarla.
Problema al momento insolubile in termini pacifici. Ma sappiamo che i signori degli yacht non pensano necessariamente in termini pacifici. Follie, naturalmente, che ogni persona per bene riterrebbe impraticabili. Ma - ed è questo uno dei perni centrali di ogni ragionamento realistico - non si può misurare, né prevedere, il comportamento dei signori che stanno dietro quei vetri fumé in base al politically correct.
Per la semplice e banale ragione che quella gente, che progetta il nostro disastro, ritiene normale e logico che il nostro disastro debba essere il loro trionfo. In effetti è andata così fino ad ora. Ma l’intelligenza dei signori degli yacht non arriva fino al punto di comprendere che è cominciata una “transizione” gigantesca.
E in questa transizione, sebbene loro avranno molte più chances dei comuni mortali, neanche loro (e nemmeno i loro figli) saranno al sicuro. Non avendo però nessuna bussola diversa da quella che hanno usato fino ad ora, navigano con quella del passato. Ma così non vedono più il futuro, né possono garantirsi una rotta sicura in un cielo in cui la Stella Polare americana non brilla più e un’altra stella, sconosciuta ai più, comincia ad alzarsi nel cielo accanto a una luna anch’essa irriconoscibile.
Quanto durerà questa transizione nessuno lo sa. E allora molti di coloro che stanno ai piani inferiori della torre, e non vedono il futuro, si affidano alla speranza. Cominciano le campagne tranquillizzanti che ci invitano a stare calmi: non preoccupatevi, da qui al 2050 le energie rinnovabili sostituiranno completamente il carbone, il petrolio il gas. E il nucleare ci aiuterà a ridurre la produzione di CO2, così potremo tornare a consumare come abbiamo fatto fino a ieri.
Coraggio e in alto i cuori.
Tutto falso, naturalmente. Perché questa diagnosi fa acqua da tutte le parti, come i nostri discendenti avranno già potuto verificare, a loro spese. E sapete dove è il buco più grosso? Nella nostra incapacità di capire che non c’è una sola crisi che ci sta venendo addosso: ce ne sono tante. E tutte hanno un denominatore comune: l’apparizione del “limite”.
Prima non lo vedevamo. Adesso - basterebbe aprire gli occhi - lo vediamo.
Energia, risorse naturali, acqua, temperatura. Tutto è limitato, in forse.
E nemmeno avessimo a disposizione infinita energia potremmo superarlo. L’idea del “business verde” è, in questo contesto, l’ultimo specchietto per le allodole. Ci sono voluti oltre 100 anni per la civiltà dell’automobile. Non penserete mica che ci vorrà meno tempo per costruirne una alternativa?
E tutto ci dice che questo tempo non lo abbiamo. Ecco cosa significa la transizione e come prepararsi ad affrontarla.
Ed ecco perché dedico questo commento al nostro futuro. Anche per evitare che si continui a dare troppa attenzione al “morto che cammina” in casa nostra. Prima che smetta di camminare anche lui, dovremmo chiederci se c’è in Italia qualcuno che ha in testa un’idea della transizione che ci attende.

Giulietto Chiesa

11/09/10

PROSTITUTE


Povera Carla Bruni. Il passaggio da fotomodella coccodè a first lady si poteva anche accettare, del resto da un personaggio tutta immagine-niente sostanza come Sarkozy ci si può aspettare simili scelte in materia di donne. Ma che queste ex veline, non appena conoscono i fasti della celebrità politica, si ergano anche a paladine dei diritti delle donne e passino dal trombare al tromboneggiare è veramente un’abitudine insopportabile. E se una Carfagna fino ad oggi l’ha passata liscia, Carla Bruni (per questo, appunto, “povera”) pare sia stata pesantemente attaccata da un quotidiano iraniano per il suo appello contro la lapidazione dell’adultera Sakineh.

Se volessi fare il “politically correct” dovrei subito precisare che, per carità, noi non siamo favorevoli alla lapidazione e neppure alla condanna delle adultere, che i diritti delle donne vanno rispettati, che la discriminazione nei loro confronti è odiosa e bla bla bla.

Mi/vi risparmio questi preamboli perché, sinceramente, di Sakineh non me ne frega niente, come non frega niente a Carla Bruni e a tutti gli altri milioni di ipocriti o idioti che hanno sostenuto l’appello contro la sua lapidazione. Non può esistere un reale interesse o un vero dolore nei confronti di una persona che non si conosce minimamente, lontana migliaia di chilometri e goccia nel mare delle infinite morti e ingiustizie che affliggono il nostro pianeta.

La battaglia e l’interesse, tuttalpiù, sarebbero contro la pena di morte o la difesa dei diritti delle donne e la firma di un appello, preferibilmente su Facebook, il modo migliore e più facile per sentirsi autore di una buona azione. Poi magari il proprio vicino di casa picchia la moglie a sangue tutti i giorni ma non ce ne frega niente.

E, allora, se il nocciolo della questione non è la persona Sakineh ma quello che rappresenta, possiamo tranquillamente affermare che la presunta (perché sappiamo tutti l’attendibilità di certe traduzioni) accusa di “prostituta” rivolta a Carla Bruni da parte del giornale iraniano è da criticare solo perché pecca in difetto: prostituta (intellettualmente, il che è infinitamente peggio che fisicamente) non è solo Carla Bruni ma anche ciascuno di coloro (e sono decine di migliaia, potenzialmente milioni) che sostengono questa battaglia per salvare la giovane iraniana.

E’ infatti evidente che si tratta dell’ennesimo, penoso e vergognoso pretesto per attaccare l’Iran e preparare il terreno mediatico a quell’attacco militare che USA e Israele pianificano da anni. Lo spauracchio nucleare, la demonizzazione in chiave nazista di Ahmadinejad, le inverosimili accuse di brogli in occasione delle elezioni di quest’ultimo e il conseguente ipocrita sdegno per l’ingigantita repressione degli oppositori al “regime” evidentemente non sono bastate, ci voleva anche il pietoso caso umano dell’innocente da salvare dai barbari. E gli appelli per tutte le adultere condannate alla lapidazione in Arabia Saudita? Ah già, non si possono salvare tutti, meglio lasciar stare gli amici dell’Occidente. Qualcuno obietterà: non tutti i sostenitori dell’appello per Sakineh sono prostitute intellettuali, la maggior parte sono persone in buonafede ingannate dalla propaganda di regime (quello vero, il nostro). Probabile, ma non li giustifico. Invece di scrivere stronzate su face book usino internet per informarsi. Oppure tornino ai propri affari, se sono donne magari spendano il loro tempo a tradire i mariti. In Iran, possibilmente.


Andrea Marcon

28/08/10

IL CANCRO DELLA PRESUNZIONE


Sono passati nove mesi dalla tragedia che colpì Jerago con Orago, il piccolo paese nel varesotto, dove un esperimento scientifico diede il via ad un’ecatombe di dimensioni bibliche. Cinquemila persone perirono a causa del farmaco Epimedinenin, che prometteva di diffondere il seme della Verità estirpando il cancro della menzogna. Un fallimento. La casa farmaceutica Karkinos venne indagata per omicidio colposo e il famosissimo luminare M. Zeppola, inventore del farmaco, arrestato nelle 24 ore successive. Una tragedia per il mondo medico. Il mese scorso il luminare (Zeppola, ndr) è riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari ed ha deciso di portare a termine lo sviluppo di un nuovo farmaco: ESTHLOSIN.
“Una versione dell’Epimedinenin a cui sono state apportate migliorie radicali, la soluzione per curare il grave cancro che affligge la società d’oggi, la Presunzione. L’Esthlosin porterà ad un mondo migliore, fatto di ottimismo.”
Il 17 Luglio del 2010 la rivista Fidati pubblica un’intervista in esclusiva risalente ai giorni successivi allo scarceramento di Zeppola. Intanto incalza il boom di suicidi dovuti alla presa di coscienza nelle nuove generazioni a causa del farmaco.
Le ScimmieUrlatrici sono onorate di proporvi un estratto dell’intervista.

Dr. Zeppola, oggi lei torna ad essere un uomo libero. Cosa si sente di dire riguardo la sua permanenza dietro le sbarre?
E’ stata un’esperienza che ha fortificato le mie convinzioni e stimolato il mio genio inventivo.
Cosa vuole dire ai familiari delle vittime di Jerago con Orago?
Voglio solamente dire che in realtà non mi son mai sentito colpevole. Ho ucciso più di cinquemila uomini con il mio farmaco, ma in realtà ho solo dimostrato la vera essenza della natura umana, ossia la tendenza a mentire per facilitarsi in quella lotta quotidiana che è la vita.
Nessun pentimento?
Nessuno.
Quale è stato il motivo per cui lo stato italiano ha deciso di concederle gli arresti domiciliari nonostante l’ecatombe che lei ha provocato?
E’ tutto molto semplice. Nei vari processi in cui mi sono presentato ho sempre sostenuto la mia innocenza, imputando la colpa non al mio farmaco quanto alla natura perversa e imperfetta della specie umana. Ho lottato per avere una possibilità per redimermi e per dimostrare al mondo che le mie conoscenze in campo medico possono ancora essere fondamentali per la contribuizione al miglioramento dei rapporti sociali tra gli uomini.
Come si poteva evitare questa catastrofe?
Un eccipiente. Durante questi mesi mi sono convinto del fatto che modificando un eccipiente dell’Epimedinenin si poteva seriamente arrivare ad un risultato che non portasse ad una guerra omnia contra omnes, ma che al contrario aiutasse gli uomini ad ottenere una sana e pacifica accettazione dei propri mezzi e delle proprie capacità.
Intende dire che durante la sua permanenza in carcere non ha smesso di lavorare?
Durante i momenti dedicati alle visite dei familiari ho avuto modo di entrare in contatto con alcuni membri del mio staff medico che per merito del pool di avvocati della Karkinos SA non sono finiti dietro una cella, anche se lo avrebbero meritato quanto me (M. Taylor e L. R. Heginbotham, ndr).
Cosa vi siete detti durante queste conversazioni?
In questi comizi vis à vis e cornetta telefonica in mano abbiamo avuto modo di riflettere sui grandi difetti insiti nel cervello umano. Ci siamo resi conto che per realizzare un progetto di tali dimensioni, come era quello dell’Epimedinenin, bisognava compiere piccoli passi. Lavorare sul singolo. Portare l’uomo ad ammettere prima di tutto la verità su se stesso. Portarlo a non aver paura di analizzare la propria mente e giungere alla conoscenza delle proprie capacità. Un cammino breve e indolore verso l’autocoscienza.
L’Epimedinenin ambiva ad inibire l’istinto di mentire ed è stato un fallimento. Vi siete resi conto che estirpare il cancro della menzogna era un’impresa irrealizzabile. Su quale altro male avete incentrato le vostre ricerche mediche?
Esiste un altro male che in questa società si autoriproduce e autoalimenta ininterrottamente. E’ il cancro della presunzione. Persone che passano la vita a mentirsi, convincendosi di possedere doti innate. La maggior parte delle volte si confrontano con altrettanti malati afflitti dallo stesso male, sfociando in conversazioni dove ognuno ascolta, stima ed elogia se stesso. Il sopravvalutarsi porta ad azioni che danneggiano fortemente gli equilibri sociali. Pensi ad un mondo dove tutti sono convinti che la propria opinione possa apportare un contributo positivo o dove tutto ciò che si fa debba essere considerato valido. La presunzione umana è riuscita a svalutare il mondo politico, accademico e artistico rendendoli accessibili a tutti e come logica conseguenza distruggendoli.
E’ in progetto quindi lo sviluppo di un nuovo farmaco?
Esattamente. Grazie a dei prestigiosissimi prestanome siamo riusciti ad ottenere un contratto con la Suicide Inc. di Baltimora che ha finanziato l’intero sviluppo dell’Esthlosin. Tra pochi giorni inizierà la distribuzione per ora solo nella provincia di Milano, in modo da constatare l’effetto che avrà sulla popolazione italiana.
Che influenza avrà sulle nuove generazioni?
Spero tragico. I giovani d’oggi sono gravemente affetti dal cancro della presunzione. La colpa non è direttamente loro, ma del sistema che si è sviluppato nel corso dei secoli a causa di questo male. Pensi al mondo universitario. Il famoso diritto allo studio ha fatto sì che persone con l’ignoranza nel DNA potessero pensare di diventare filologi, scrittori, medici, avvocati, inserendoli in un calderone che in realtà è solo un buco spaziotemporale in cui si ritarda il momento in cui si renderanno conto che le ambizioni che han deciso di inseguire sono soltanto sogni irrealizzabili. Inseriti in corsi di studio dove si trovano a frequentare altrettante persone che avvolte dalla loro mediocrità tendono ad incitare il prossimo ad inseguire i propri sogni solamente per aspettare che gli altri facciano lo stesso con loro. Stronzi che chiudendosi in un cerchio autoreferenziale creano un mondo dove ci si valuta secondo criteri imposti dallo stesso ambiente e che non hanno nessun valore oggettivo.
Però i giovani d’oggi sono curiosi, viaggiano, conoscono culture e si confrontano. Non crede?
Stronzate. I giovani che viaggiano in questi anni sono solo persone che cercano di vivere grandi esperienze, che la maggior parte delle volte non gli dovrebbero competere a causa delle loro ridotte capacità intellettive. Pensi ai progetti di scambio studentesco internazionali. Studenti che si ritrovano a passare sei mesi in un Paese straniero a spese dell’Unione Europea, convincendosi di essere i nuovi Cristoforo Colombo, per poi tornare nel proprio paesino da cui non si erano mai mossi e da cui la maggior parte delle volte non si muoveranno più, condannandosi volontariamente a raccontare quei sei mesi per il resto della loro vita. Sono la nuova generazione dei reduci di guerra, che passavano la loro vita a raccontare dei corpi degli amici raccolti sul campo di battaglia. Ora si raccontano le birre e le canne fumate in compagnia in una città all’estero dove alla fine succede la stessa merda che succede nella tua città ma hai la fortuna di viverla da esterno. Questo alimenta l’autostima che sfocia in presunzione. Nasce un momento in cui si sentono comunicatori. Guru. E per farlo si immergono nuovamente nella merda in cui nuotavano prima con la differenza che hanno una storia in più da raccontare. Persone da stupire. Bocche da spalancare.
E lei pensa che un farmaco possa evitare tutto questo?
Eviterà la presunzione. Il mondo dei giovani universitari era un esempio. Pensi al nuovo boom dei social network o dei blog. La possibilità di esprimere la propria opinione e condividerla con migliaia di utenti ha fatto sì che ci si sentisse in diritto di rendere pubblico il proprio pensiero con la presunzione di suscitare interesse. Persone che in un blog credono di deliziare i lettori scrivendo un pensiero partorito durante la cagata mattutina, ubriachi che si sentono Bukowsky perché hanno una tastiera e una lattina di birra in mano. Il tutto alimentato da altrettanti stronzi che godono nel vedere che il mondo si adegua alla loro piccolezza mentale. L’Esthlosin porterà ad un mondo migliore, fatto di ottimismo. Un mondo dove gli scrittori saranno veramente scrittori, gli artisti saranno numericamente meno degli appassionati d’arte e gli appassionati d’arte non si baseranno su ciò che è scritto su wikipedia. Un mondo dove avere un pensiero non significherà doverlo esprimere per forza. Un mondo dove l’ambizione non può essere un’idea. Un mondo dove fare un progetto non significa avere le doti per realizzarlo. Un mondo dove non sarà più un problema fare i lavori che l’opinione comune attuale ritiene poco nobili, dove studiare sarà una scelta di vita e non un obbligo, dove non esisterà più il proverbio delle braccia rubate all’agricoltura.
Dove verrà distribuito il nuovo farmaco?
L’Esthlosin verrà distribuito nella provincia di Milano a partire dal Venerdì 10 Settembre. A seguire nei quindici giorni successivi la distribuzione verrà estesa alle provincie di Cagliari, Catania, Bologna e Venezia. Per la fine dell’anno verrà coperta tutta la penisola.

Per approfondimenti sul tema, notizie sulle nuove case massaggio e gossip nero, comprate FIDATI.
by scimmieurlatrici.netsons.org


13/08/10

ARMAGEDDON ( - 2)


Nel 2010 il Pianeta Terra ha fatto sentire la sua voce. Si merita la copertina del TIME come personaggio dell'anno. E' una voce che grida nel deserto dei media che citano catastrofi bibliche come fatti di cronaca, un piccolo spazio tra le vicende della nostra corte dei miracoli, tra un Bocchino e un Bondi. La voce della Terra, mai così potente e frequente, è diventata un rumore di fondo, un brontolio di tuono consueto, sfondo delle vicende umane, qualcosa di ineluttabile come le grandi epidemie di peste del passato, o una somma di episodi inquietanti e sgradevoli che l'umanità fronteggerà grazie ai miracoli della tecnologia. Gli dei della fatalità e del progresso sono da sempre grandi alleati della stupidità umana. Colpisce il distacco di fronte alla distruzione del nostro ambiente, della casa in cui viviamo. Come se noi fossimo marziani in vacanza sulla Terra. Il 12 gennaio un terremoto ad Haiti di magnitudo 7.0 causa oltre 200.000 vittime, tre milioni di persone sono colpite dal sisma. Il 27 febbraio un terremoto di magnitudo 8,8 colpisce il Cile e tutto il Pacifico meridionale. Il 14 aprile un sisma di 6,9 gradi causa 3.000 vittime nella regione del Qinghai, in Cina. Il 20 aprile nel Golfo del Messico: l'incendio della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon causa 11 morti e un gigantesco sversamento di petrolio: è un disastro ambientale mai registrato prima nella Storia. Il 16 luglio esplosione di due condotti un deposito di stoccaggio del petrolio nel porto di Dalian in Cina, secondo Greenpeace uno delle più gravi catastrofi ecologiche, riversate in mare tra 60mila e 90mila tonnellate di greggio. Il 30 luglio e nei giorni successivi la peggior ondata di maltempo da 80 anni provoca 1.500 morti e dodici milioni di sfollati in Pakistan. Nel mese di agosto un'ondata di calore senza precedenti da più di mille anni colpisce la Russia con incendi colossali che provocano centinaia di vittime e il blocco dell'esportazione del grano. Alcune centrali nucleari sono assediate dalle fiamme. Nel mese di agosto al largo di Mumbai in India scontro tra una petroliera e una nave cargo con fuoriuscita di petrolio, decine di tonnellate di greggio riversate in mare. Il carico è composto da 1.200 container con sostanze chimiche e oltre duemila tonnellate di benzina, diesel e lubrificanti. Nel mese di agosto un'alluvione colpisce l'India con centinaia di morti e milioni di senza tetto. Nel mese di agosto il maltempo provoca allagamenti nell'Europa centrale con decine di morti. Nel mese di agosto un'alluvione senza precedenti a memoria d'uomo con fiumi di fango colpisce la regione del Ladakh in Tibet. L’Onu parla di “un disastro peggiore dello tsunami e del terremoto di Haiti" riferendosi alle alluvioni di questa estate. La Terra ha la febbre, la temperatura dei primi sei mesi del 2010 è la più alta mai registrata. Si ritorna alle processioni medioevali come in Russia con il patriarca ortodosso che invoca la pioggia, i monaci tibetani che chiedono il conforto della preghiera e il Papa che rivolge un appello per tutte le popolazioni colpite. Nel frattempo un blocco di ghiaccio grande quattro volte l'isola di Manhattan si è staccato dalla Groenlandia e naviga nell'Oceano Atlantico. Alla fine del 2010 mancano più di quattro mesi, prepariamoci. All'appello mancano lo Tsunami stile 2006, l'uragano Katrina del 2005 e l'eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. Un po' di pazienza e arriveranno anche quelli, l'importante è mostrare una sana indifferenza.

Beppe Grillo

24/03/10

CODICI IMMORALI


L’Iban, 27 numeri se non mi sbaglio, sarebbe, già di per sé, un’obiezione sufficiente alla società moderna, la cui sola giustificazione del resto è di aver portato il cesso in casa e, forse, l’invenzione del bikini. Noi viviamo di Iban, di Cin, di Pin, di Cab, di Abi, di carte di credito, di codici, di sigle. Non siamo più persone, siamo numeri. E interloquiamo con i numeri o con le macchine, il che fa lo stesso. Poniamo che abbiate un guasto telefonico, naturalmente se appartenete a quella specie pliocenica che possiede ancora un fisso. Comincia una gimkana disperante che dall’1 ti manda al 3 e poi al 9 e quindi, come nel gioco dell’oca, ti rispedisce al punto di partenza. Avete sbagliato qualcosa. Non avete dato il codice. E se il codice non ce l’avete? Dovete fare un percorso diverso. Finalmente raggiungete un operatore, un ragazzo di qualche call center che probabilmente parla da Lecce mentre il guasto è a Milano che risponde con la solita formula per cui, per quanto ne potete sapere voi, potrebbe essere benissimo un disco: “Sono Stefano, in che cosa posso esserle utile oggi?”. Spiegate. Il disco dice: “Le procedure prevedono che il guasto sarà riparato entro le 48 ore”. Poiché dopo un giorno non è successo nulla, e voi friggete, provate a sollecitare. Niente da fare. I numeri si oppongono. Il 3 o il 5 rispondono: “La procedura è in corso” e non ti permettono di andare oltre, pare anzi di sentire, nel disco, un tono un po’ seccato, che è l’unico elemento un po’ umano di tutta la faccenda. Dopo le sacramentali 48 ore non è stato aggiustato un bel niente. Facendo percorsi sempre più tortuosi, dove i numeri si sommano, si raddoppiano, si dividono, tentano di depistare, riesci finalmente a raggiungere un operatore, che probabilmente sta a Vipiteno: “Sono Stefania, come posso esserle utile oggi?”. “Fatemi parlare con un essere umano, ‘porco zio’. Devo ammettere che la bestemmia, in questa società di baciapile, ha ancora una sua magica efficacia. Si è palesato, almeno in voce, un tipo che pareva essere un uomo e sapere cos’è un telefono. Ai tempi belli della Stipel telefonavi, usando l’apparecchio del vicino di casa (oggi non esistono più i vicini di casa, ma solo numeri sul citofono), usciva un omino in carne e ossa, veniva a casa tua e riparava il guasto. Ma quelli erano i felici tempi andati in cui l’uomo esisteva ancora. In tempi ancor più lontani, nei “secoli bui” del Medioevo, nella comunità di villaggio ognuno conosceva tutti ed era da tutti conosciuto. Tutti sapevano chi fosse e quanto valesse e finiva per saperlo anche lui. Non si poteva barare, né con gli altri né con se stessi, perché la tua vita e le tue vicende scorrevano davanti agli occhi della comunità. Se eri un fesso eri riconosciuto come tale, se eri un ladro idem, se eri un brav’uomo pure. Nella complessità della società attuale tu non puoi mai sapere che hai davanti. Quanti ne ha fregati Callisto Tanzi con quella sua aria da gran signore, elegante, opportunamente brizzolato? Eppoi se la prendono col mago Do Nascimiento che ha almeno l’onestà di aver scritto in faccia “truffatore professionista”, così come la Banda Bassotti porta la regolamentare mascherina. Non dovrebbero arrestare il mago, sono le sue presunte vittime, che sono state così fesse da cascarci, che dovrebbero essere perlomeno interdette dal voto (con tutta probabilità lo danno a Berlusconi che è un Do Nascimiento un poco mascherato – il suffragio universale è stata la rovina della democrazia). Ai bei dì non occorreva la carta di identità, gli Iban, i Cin, i Pin, gli Abi, i Cab, per farsi riconoscere. Quest'estate ero in Corsica e mi ero spinto fino a Muna, un villaggio che segna quasi il centro geometrico dell’isola, appoggiato ad alte montagne rocciose simili alle Dolomiti. Mi sono messo a parlare col gestore di un minuscolo chiosco, un uomo sulla sessantina. Chiacchiera, chiacchiera, bevi insieme un paio di bicchieri di buon vino, alla fine abbiamo fatto amicizia. “Come ti chiami?” gli ho chiesto. “Paulu”. “Ma di cognome come fai?”. “Paulu de Muna” mi ha risposto, un poco sorpreso. E la vita è tornata a sorridermi.

Massimo Fini

20/03/10

SCIENZA E UMANITÀ


Caro Michele, mi tocca replicare brevemente al tuo intervento che, a sua volta, rispondeva al post “L’Apprendista Stregone” di Marco Ferrari, qui pubblicato il 15/03 scorso. Ti stupisci della scelta di questo articolo? Ma vedi, a volte gli articoli li scelgo senza una logica ben precisa. Se non forse quella traducibile con la locuzione “tutto si tiene”. Di quest’ultimo pezzo mi piaceva il colore di fondo. L’ho letto tenendomi a una certa distanza. Come quella necessaria per ammirare un quadro impressionista. Stando troppo vicino il particolare ti fregherebbe, ti farebbe equivocare. Questo è un articolo come un quadro di Monet. Anche questa risposta dovrai leggerla tenendo la stessa distanza.
La Scienza è neutra, si sa. Ma le sue magnifiche sorti sono soltanto teoriche, perché poi è l’uomo che se ne serve. La pratica, ovvero la “messa in strada” delle scoperte scientifiche, spesso produce (e ha prodotto) mostruosità. Non soltanto naturalmente, ci mancherebbe! L’antimodernismo è un concetto per te intollerabile? E il modernismo, visto così com’è oggi, anno domini 2010, cosa ti sembra? E in prospettiva, con l’esperienza acquisita, che vedi? La Razionalità, da cui procede la Scienza e l’Irrazionalità, da cui discende la barbarie, pur esattamente antitetiche, non emanano forse entrambe dalla stessa natura umana?
Ferrari, partendo dalla recente autorizzazione della Commissione europea all’avvio della produzione di una qualità di patata modificata geneticamente, pone a mio avviso l’accento non tanto (o non soltanto) sulla problematicità (discutibile, indimostrabile?) della modificazione genetica vegetale (o animale) quanto sulle conseguenze etiche di una tale prassi. Di fronte a quella dichiarazione così antimoderna contenuta in quello scritto il tuo “radicalismo scientifico” ti provoca vertigine, ripulsa. Vedi in quell’antiprogressismo viscerale il ritorno alla barbarie. Ammesso, dico io, che più barbarie di così si possa oltre (ma il termine ognuno può interpretarlo a modo suo) penso che le scorciatoie non servano a migliorare la situazione. Dovremmo invece sforzarci di modificare i comportamenti collettivi sempre più aberranti dell’ Homo economicus, attraverso la Cultura in senso lato (inclusa la Scienza, dunque) anziché affidarci alla Scienza soltanto, piegando la Natura al volere sempre più innaturale di quell'Homo. Non è semplicemente catastrofismo contrapposto a realismo e a buon senso. E’ che questo procedere asimmetrico tra Scienza e Umanità (come corpi separati) non ha senso. Oggi, se questa asimmetria non fosse effettiva ed evidentissima, con tutto il progresso scientifico che c’è stato da che il mondo esiste, esso dovrebbe essere un vero paradiso terrestre, di prosperità, di gaudioso benessere, di serenità. E invece, pur sempre più immersi nei tanti prodotti figli della Scienza, le grandi questioni del pianeta, ambientali e umane, non sono affatto risolte. Anzi, tutt’altro! E, sparando a casaccio, ne sono prova i fatti che quelle patate, quel mais e quei pomodori modificati, non hanno diminuito, né probabilmente diminuiranno di nulla, la fame del mondo. Che l’Africa, nonostante queste ed altre mitizzate panacee scientifiche è e resta un continente con una speranza di vita mediamente inferiore ai 40 anni. Che l’impazzimento cellulare all’origine del cancro, nonostante i notevoli e prolungati sforzi della ricerca, è ben lungi dal trovare una risposta (forse, in questo caso, perché non tutto è riconducibile ad una spiegazione razionale?). Che l’ambiente, nonostante l’avanzamento tecnico, continua a degradarsi. Che la diversità biologica è in reale pericolo. Che il sistema economico nel suo complesso (nonostante si alimenti di scienza e tecnologia) non può prescindere dall’ infinito sciupio delle risorse naturali.
Condivido con Ferrari che “…la parola Ogm si fa portatrice di implicazioni concettuali che vanno ben oltre le sue pur discutibili applicazioni pratiche: è l’espressione ultima della rivolta faustiana dell’uomo contro lo stato di natura, del suo terminale delirio di onnipotenza”. Sto farneticando, penserai. Forse sì.

L’Orco

16/03/10

UN PO’ DI BUON SENSO E REALISMO CONTRO I CATASTROFISTI



Ci risiamo, si torna a parlare di ogm e riparte il terrorismo ideologico. Caro Orco, davvero di tutti i commenti critici che potevi scegliere hai proposto di gran lunga il più disarmante. Non ci si limita al solito ritornello delle multinazionali cattive che fanno gli ogm per affamare il mondo e per rendere i contadini loro schiavi (per la cronaca tutte le aziende agricole di una certa dimensione dipendono annualmente dai grandi produttori di sementi dato che gli ibridi che utilizzano perdono produttività con la seconda generazione). Si conclude con il più assurdo oscurantismo. Già l’esistenza di un “movimento antimoderno” mi sembra di un’incoerenza incredibile; il concetto di natura sacra e benigna poi, alla luce dell’evoluzione umana (senza scomodare gli ogm basterebbe pensare, che ne so? Al computer che ho davanti) è davvero ridicolo. E quando si arriva a dire “noi antimoderni avversiamo gli Ogm per principio e continueremo ad avversarli anche qualora venisse dimostrata la loro non-nocività e persino la loro utilità pratica!” cosa si può rispondere se non allargare le braccia in gesto sconsolato?
Nessuno dice che qualsiasi intervento umano, tanto più nel campo della biologia molecolare, vada bene a priori. Ma cerchiamo di valutare caso per caso. D’altronde è un dato di fatto che gli ogm sono già tra noi: per chi non lo sa (o fa finta di non saperlo) il rimedio per i malati di diabete proviene da un batterio geneticamente modificato e programmato dall’uomo (alla faccia di santa natura) per funzionare da reattore che produce insulina umana. I signori puristi antimodernisti ne vogliono fare a meno? Non credo proprio.
Ma torniamo all’alimentare. La stragrande maggioranza del grano duro per la produzione di pasta è varietà “creso”, un grano ottenuto tramite mutagenesi all’inizio degli anni ‘70 nei laboratori dell’ENEA alla Casaccia. E qui perché nessuno si lamenta? Semplice, perché la legge furbescamente non lo considera ogm: sarà sicuramente più pericoloso un organismo in cui si è inserito in maniera mirata un singolo gene con la tecnica del DNA ricombinante, piuttosto che un grano a cui si è stravolto (del tutto casualmente) il genoma irradiandolo con raggi gamma! A favore di questa teoria in realtà interviene il mitico “principio di precauzione”: dopo quarant’anni di utilizzo senza problemi potremo pur star tranquilli!... O no?…
E che dire, a proposito della natura inviolabile, del “melo a due teste” ottenuto qualche anno fa mediante incroci dai ricercatori di S. Michele all’Adige? Grandi elogi da politici locali, Coldiretti e compagnia bella per aver dato un contributo all’aumento di produttività salvaguardando la (anch’essa mitica) tradizione. Alla faccia della coerenza!
Tornando poi alle perfide multinazionali, la ricetta per non fare il loro gioco nel campo delle biotecnologie è molto semplice: basta non deprimere la ricerca pubblica con il divieto di sperimentazione in campo. In questo modo saremmo all’avanguardia nel settore (molti brillanti sistemi funzionanti giacciono nei cassetti delle università grazie alla lungimiranza italiana) senza il cappio dei brevetti ai privati. Per tutte le altre considerazioni del caso (dalle sciocchezze sugli antibiotici, alla sterilità degli ogm) rimando al seguente sito (
http://bressanini lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/03/03/amflora-la-patata-per-la-carta/ ) in cui tra l’altro vengono puntualmente confutati anche i “10 no” agli ogm presentati da Petrini qualche settimana fa su l’ “Espresso”. Ti saluto cordialmente

Michele Vinante (Baldesalin)

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog