04/02/26

LA PURIFICAZIONE

I cosiddetti Nostalgici decisero di rompere gli indugi allorquando voci sempre più insistenti informarono dell’intenzione di chiudere, dopo la còpera, anche l'antica parrocchiale del paese e di edificarne una nuova più piccola, a misura del manipolo di fedeli ancora esistente in loco. Sarebbe stata costruita in quello stesso caravanserraglio (l’ex piazza Battisti) ove da poco era stato trasferito il principale negozio commerciale del luogo.

Quell’insana idea, la cui origine nessuno conosceva, era stata però accolta con entusiasmo dal parroco modernista don Albino Dell’Eva: “Certo, perché no! Una piccola chiesa proporzionata alla piccola fede rimasta; da aprire raramente, nelle occasioni più importanti: Natale, Pasqua, Pentecoste e i Santi. La vecchia parrocchiale così imponente e decentrata mal si confà oramai allo stato delle cose e alla nostra economia. I tempi sono maturi. Sì, sì, meglio edificarne una nuova, lì in quel luogo centrale.”

Don Albino, fiducioso, ne avrebbe parlato col vescovo Tisi.

Dunque si era già a quel punto! Non c’era più da aspettare. I Nostalgici decisero di interpellare senza ulteriore esitazione il sacerdote anziano del paese, don Carlo Gilmozzi, che a differenza del parroco aveva attraversato il travaglio del Concilio Vaticano II e quindi avrebbe, forse, potuto percepire il rischio esiziale insito in quella nuova strampalata idea.



Don Carlo accolse i Nostalgici e li ascoltò con attenzione e benevolenza. C’era ben poco da fare, in verità. La temperie era talmente infame e la maggioranza del popolo così pienamente e inconsapevolmente immersa in quel processo dissolutivo dell’identità comunitaria che ogni esortazione a rifuggire dall’ incombente pericolo sarebbe potuta risultare vana. Però qualcosa andava pur tentata! Ma cosa? Don Carlo ebbe un’idea. “Facciamo una processione! Ripristiniamo quella di San Marco! Partiremo nottetempo dal sagrato di Sant’Eliseo. Attraverseremo le campagne del paese, ripercorrendo l’antico itinerario. E porteremo le mazze di ginepro, infiorate e addobbate con le icone dei santi. E chiederemo a banda e coro di accompagnare il corteo con canti e musiche acconci.” I Nostalgici convenirono ferventi con don Carlo, lo ringraziarono e accomiatatisi si affrettarono a informare dell’iniziativa gli uomini e le donne di buona volontà del paese.

Fu così che mentre gli ultimi pirati olimpici, appartenenti alla ghenga che nei mesi precedenti aveva saccheggiato la terra dei padri, vessato e recluso gli incolpevoli abitanti del borgo, stavano ancora svaligiando indisturbati la cassaforte del paese, in quella fresca e tarda serata di aprile, sotto il porticato della chiesetta ausiliaria, una piccola, volenterosa folla stava preparandosi a quel rito purificatorio in trepidante attesa. Improvvisamente un segno sorprese quell’accolita infreddolita: una pesante pietra tombale a lato dell’entrata di San Rocco si sollevò con gran sconquasso e dal sepolcro uscirono alcuni gracchi bianchi che volarono sopra le teste dei presenti. Rintoccò la mezzanotte sul campanile, ma nessuno si fidò di quell’ora. Troppe volte quell’orologio aveva segnato ore inesatte. Finalmente dalla canonica uscirono don Carlo, il suddiacono e i chierichetti. La processione penitenziale, a riparazione del grave oltraggio territoriale subìto, organizzata d’urgenza dai Nostalgici con l'intercessione dell'anziano presbitero, tra avemarie, paternoster, gloria patri e salve regina partì poco dopo mestamente, diretta a ovest. Non erano in molti a presenziare a quell’insolita liturgia notturna.

Giunto a Soc il corteo si arrestò di colpo perché il tubista con gran frastuono ruzzolò a terra per colpa di un bolognino non posato a dovere. Aiutato a rialzarsi da un buon samaritano, si rimise in riga e la processione senz'altri intoppi proseguì lungo la salita.

Le mazze di ginepro portate dai dendrofori profumavano l’aria e le icone dei santi ivi appese sventolavano nella brezza leggera di quella notte d'espiazione. Giunta all'edicola di Santa Libera la colonna orante s'arrestò, smise di pregare e chinò il capo mentre don Carlo, liberato dal suddiacono del pesante piviale violaceo, asperse d’acqua santa l’immagine votiva del capitello e benedì gli astanti. Poi, all'un-due del maestro la banda attaccò la "Sant’Antonio" e il corteo riprese il cammino verso Piera. Era già l’alba del 25 aprile 2026.

A.D.







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