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20/05/21

TRANSIZIONE ENOLOGICA



Chi di voi non ha mai sognato un mini- reattore nucleare nel suo giardino, balcone, terrazzo o tetto accanto all’antenna della tv e all’aggeggio dello split? Ora quel sogno sta per diventare realtà grazie al Superministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, quello che Grillo ha scambiato per grillino. Per lanciare la sua ideona senza farsene accorgere, il Superministro ha scelto il rag. Cerasa del Foglio (che è sempre un’ottima garanzia di clandestinità): “Tra le opzioni per produrre energia col nucleare, la più concreta è l’utilizzo di mini-reattori nucleari a fissione, quelli generalmente usati sulle grandi navi, che con poche scorie arrivano a produrre qualcosa come 300 MW”. E ora, pensate, “possono essere riconosciuti dall’Ue come sorgenti di energia verde, rinnovabile e pulita anche fuori dal perimetro di una nave”. A questo pensavamo un anno fa, quando si iniziò a parlare di un Recovery fund di ripresa e resilienza post-pandemia: a una ridente fungaia di mini-centrali atomiche verdi, pulite e profumate. È vero, il nucleare a fissione l’avevamo bocciato in 2 referendum, ma cos’è mai la sovranità popolare dinanzi a un Superministro, per giunta dei Migliori?








Si potrebbe indire un concorso a premi: “Fatti anche tu il tuo minireattore personalizzato, spesa modica”. Chi ha il giardino potrà piazzarlo accanto al barbecue, da alimentare con la nuova energia pulita senza più puzze di carbonella bruciata, per grigliate da favola e soprattutto ecosostenibili. La carne si colorerà di verdastro fosforescente (il famoso “green”), ma ci si farà l’abitudine. Per i bimbi, poi, sarà meglio del parco giochi: ogni casa avrà il suo giardino tematico-didattico per replicare in miniatura Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl e Fukushima evitando ore di documentari su Netflix, History Channel e Sky. Basterà avvertire i vicini che la simpatica nuvoletta a forma di fungo che si sprigiona a una cert’ora non è nulla di allarmante, anzi è l’ultimo grido dell ’energia pulita, verde e soprattutto rinnovabile. Infatti il mini-prodigio atomico, a gentile richiesta del pubblico, sarà replicabile anche più volte al giorno, prima e dopo i pasti. Ogni reattorino sarà caricato con cialde per garantire un’ampia gamma di colori, sapori, odori. E allietare feste di compleanno, lauree, comunioni, cresime e matrimoni col funghetto atomico al posto dei fuochi d’artificio. Quando la cagna o la gatta faranno i cuccioli, potrà uscirne qualcuno con tre teste, ma sarà un’altra attrazione da venderci i biglietti: più gente entra, più teste si vedono. E chi vorrà farla finita, anziché avviarsi verso la solita clinica svizzera, potrà farsi un aerosol dal minireattore: transizione all’altro mondo, però ecologica.

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano 20/05/2021




12/12/20

DIFFICILE, PROBABILMENTE IMPOSSIBILE

Dopo aver lottato contro la Polonia che difendeva il suo inquinante carbone, alla fine si sono messi d’accordo: i leader europei hanno deciso di tagliare entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto a quelle del 1990. Lo ha annunciato con soddisfazione il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel: “L’Europa è la leader nella lotta contro i cambiamenti climatici”. Su questo ha ragione, nel senso che tra tanti asini al mondo che nulla fanno per ambiente e clima, il mulo europeo che porta il Green Deal è il re. Una strada che “ci pone su un percorso chiaro verso la neutralità climatica nel 2050” ha detto Ursula von der Leyen. La sfida è però enorme e per ora solo sulla carta, e dovrà essere trasformata in realtà fisica (tonnellate di CO2 in meno e chilowattora di energia rinnovabile in più) con un enorme e pressante sforzo comunicativo, normativo e tecnologico.
 
I conti della serva sono questi: nel 1990 l’Europa emetteva 4,9 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (cioè comprensiva anche degli altri gas serra come il metano), nel 2019 grazie agli sforzi di decarbonizzazione effettuati con il Protocollo di Kyoto si era arrivati a 3,7 miliardi di tonnellate, quindi con una riduzione di circa il 24 per cento. Per arrivare a meno 55 per cento al 2030 l’obiettivo emissioni totali è di 2,2 miliardi di tonnellate con una riduzione di 1,5 miliardi di tonnellate in dieci anni. Siccome la parte più facile del lavoro è già stata fatta nei trent’anni precedenti, chiudendo molte centrali a carbone e spostando in Cina e altri Paesi meno verdi le lavorazioni industriali più energivore e inquinanti come la siderurgia, ora resta da fare la parte più difficile, cioè un efficientamento spinto degli edifici, una straordinaria diffusione delle fonti di elettricità solare ed eolica, un massiccio passaggio alla mobilità elettrica, un taglio drastico ai sussidi all’energia fossile (in Italia nel 2018 sono stati di quasi 20 miliardi di euro), e un’economia circolare che senza ipocrisie dovrebbe tradursi in una riduzione dei consumi. 



È un’impresa da far tremare i polsi che va perseguita da tutti, subito, senza tentennamenti e ambiguità. “Dieci anni è domani”, ha detto il presidente francese Macron, “allora applichiamoci per riuscire, subito, tutti insieme. Perché non c’è un piano B”. E l’Europa non è che un tassello che conta per circa il 10% sulle emissioni globali, quindi lo stesso dovrebbero fare anche gli altri Paesi, come ha sottolineato in un’intervista a Le Monde il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “Dobbiamo costituire una vera e propria coalizione mondiale per raggiungere la neutralità carbonica da adesso al 2050, visto che gli indicatori climatici sono in peggioramento: livelli record di CO2 nell’atmosfera da milioni di anni; il decennio che termina è stato il più caldo mai registrato; formazione del ghiaccio artico mai così lenta in ottobre; alluvioni, incendi, uragani apocalittici che diventano la norma”. Ovviamente la riduzione forzata delle emissioni 2020 a causa della crisi Covid, stimata in meno del 7% a livello mondiale, non fa testo, perché tutti non vedono l’ora di recuperare la crescita perduta; forse rimarrà un’eredità positiva solo sul telelavoro che sostituirà una parte dei trasporti automobilistici e aerei. Eppure la diminuzione che dovremmo ottenere ogni anno in Europa è proprio dello stesso ordine di grandezza di quella che tutti abbiamo vissuto con sofferenza per via della pandemia: muoverci di meno e consumare di meno, sempre. 

Le promesse dell’Unione suonano come l’obeso che dichiara solennemente “da domani faccio dieta”, chiedendola soprattutto ai suoi cittadini, c’è dunque da domandarsi se almeno la dieta viene applicata subito e con più efficacia nei processi interni, ovvero garantendo una coerenza di tutte le scelte dell’Unione verso questo traguardo ambizioso. Non sembrerebbe, a giudicare dall’enorme contraddizione nel finanziamento delle grandi opere cementizie. 

In questi giorni sono ripresi gli scontri al cantiere Tav Torino-Lione in Val di Susa: la gente giustamente protesta contro la violenza sul territorio motivata da dati di trasporto futuri che la stessa Corte dei Conti europea ha riconosciuto irreali, mentre sarebbero reali le emissioni di CO2 in fase di costruzione. Un’opera che viene spacciata come verde dalla stessa Commissione trasporti della Ue, ma che non lo è affatto, portando all’emissione certa di almeno 10 milioni di tonnellate di CO2 nei prossimi 10 anni, proprio quelli nei quali dovremmo drasticamente diminuirle. Si tratta dello 0,7% del taglio richiesto dalla strategia climatica al 2030, una percentuale non trascurabile se si pensa che è concentrata in un solo progetto, e dunque sarebbe facilmente cancellabile dal finanziamento Ue, giudicandola in aperto contrasto con le nuove esigenze climatiche. 

Che la ripartenza dopo la pandemia sia il più possibile “verde” lo auspica anche l’Emissions Gap Report appena diramato dall’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite. Invece no, cocciutamente si va avanti, ricorrendo pure alle forze dell’ordine per difendere un cantiere nocivo al clima, in area definita “di interesse strategico nazionale” e per “preminente interesse pubblico”. È proprio vero che con le parole si può ribaltare qualsiasi realtà fattuale. Interesse di chi? Dei costruttori? Data l’urgenza e la dimensione del problema, che ancora Guterres ha definito “un suicidio” per la specie umana, vorremmo vedere carabinieri e polizia che sanzionano i crimini ambientali, che obbligano la gente a risparmiare energia, a installare pannelli solari e a fare la raccolta differenziata. Non a sparare lacrimogeni per difendere ruspe, perforatrici e betoniere per realizzare a ogni costo – ambientale, economico e sociale – un tunnel di 57 km giudicato superfluo e dannoso. 

Caro ministro dell’ambiente Sergio Costa, per favore batta un colpo su queste contraddizioni, chieda in sede europea se i soldi per il Tav Torino-Lione non sia meglio spenderli per regalare pannelli solari alla gente e sanare il nostro dissesto idrogeologico. E chieda al nostro premier di depennare progetti che non hanno nulla di ambientalmente sostenibile. Vedrà che anche Macron farà lo stesso. 

Non sono tempi nei quali ci si può permettere sprechi ed errori irreversibili, bisogna farlo notare proprio a chi con una mano vuole eliminarli e con l’altra li finanzia con il denaro dei cittadini europei. 

Luca Mercalli F.Q. 12/12/2020 

30/08/20

GLI INSAZIABILI

Per quanto considerato nel nostro precedente post, ci rendiamo ben conto che collaborare con la nostra amministrazione comunale, qualunque essa sia, con suggerimenti di buon senso, sia difficile. D'altronde, è dal 2007 che questo blog scrive e rilancia interventi di autori diversi nel tentativo di far aprire gli occhi ai 'comandanti', nel frattempo avvicendatisi a palazzo, sulla sempre più impellente necessità di cambiare registro e di affrancarsi, almeno un po' dal pensiero unico degodenziano, indiscusso quarantennale riferimento dell'azione amministrativa, complessivamente intesa, di questo paese e ormai, ci tocca dire, dell'intera Provincia.
Le evidenze parlano da sole. Da quarantotto ore temporali a catena stanno interessando il Nord Italia. In Trentino l'allerta gialla diramata venerdì dalla Protezione Civile provinciale, oggi, domenica 29 agosto 2020, è stata riclassificata arancione. Violenti temporali intervallati da brevi improvvise sospensioni si susseguono dal pomeriggio di sabato in uno scenario da diluvio universale con scrosci d'acqua di tipo tropicale, vento e un'impressionante serie di fulminazioni.
Negare che qui come altrove mobilità, urbanizzazione, cementificazione dei suoli e carico antropico siano le cause dei disastri accaduti e quelli prossimi venturi ormai inevitabili è da sciagurati. Occorrerebbe dunque una presa di coscienza di chi si accinge ad amministrare il paese e una conseguente forte azione disincentivante dei fattori anzidetti. Per mitigare la furia climatica, non c'è alternativa: vanno ripensate le priorità!
Purtroppo, dalla lettura dei programmi delle due liste in lizza per la supremazia nel prossimo consiglio comunale, constatiamo ancora una volta che la solfa non cambia e i menù proposti, seppur cucinati in maniera diversa, sono fatti con gli stessi ingredienti.

Dato che i sondaggi in nostro possesso la danno vincente con ampio margine sulla sua competitrice, analizziamo in particolare il programma della lista Ceschini


dal quale si evince chiaramente la lontananza siderale dal concetto di finitezza delle risorse. Il documento, redatto a quadri tematici, è amplissimo e puntiforme, perciò ci soffermeremo soltanto sulle opere pubbliche a nostro parere più importanti in esso previste.

Quadro
sostenibilità ed economia verde

Si dice bene là dove si scrive: La sostenibilità ambientale, economica e sociale deve essere il faro che guida l’attività del Comune ed essa deve anche guardare alle risorse naturali e al loro uso parsimonioso, però poi si prevedono tre nuove centrali (termica, elettrica e 'biodigestrice') che comporteranno un ulteriore consumo territoriale, una probabile nuova viabilità (dipenderà da dove verranno individuate le aree su cui edificare i tre impianti) e costi ambientali accessori attualmente non quantificati. Inoltre, la gestione delle tre centrali potrebbe aver bisogno di una revisione della pianta organica del Comune e l'assunzione di nuovo personale, aggiungendo nuovi oneri alla pubblica amministrazione. Ci pare giusto  quindi pensare prioritariamente di realizzare il cosiddetto biodigestore, considerato che la biodiversità floreale dei nostri prati è stata praticamente azzerata dai periodici indiscriminati spargimenti dei liquami stallatici. Per non usare ulteriori aree vergini l'impianto andrebbe realizzato possibilmente in località Val vicino al depuratore intercomunale. Per le altre due centrali invece sarebbe senz'altro più prudente aspettare, efficientando nel frattempo le case comunali (come peraltro previsto nel programma) riducendone così i consumi di riscaldamento e di energia elettrica.

Quadro opere pubbliche e viabilità

Da sottolineare in questo capitolo la chicca dello smerdisterio canino che, da informazioni assunte, dovrebbe venire collocato nella zona verde antistante il Park Hotel Rio Stava. Un piccolo sgarbo alla concorrenza...

Quadro cultura sport e turismo

Il quadro più ricco del programma include di tutto e di più, molto, evidentemente, in funzione 2026. Lo zampino della sindaca, qui senz'ombra di dubbio in conflitto d'interessi, e lo zampone del suo mentore in Provincia si vedono eccome.


Comunque, di questo capitolo commentiamo favorevolmente l'iniziativa del bike-sharing, un primo passo verso la transazione alla mobilità elettrica leggera. Vorremmo vedere sempre più persone (amministratori inclusi, ovviamente) spostarsi in paese, e tra i paesi, per le faccende quotidiane e non solo per diporto, in bicicletta. Siamo un popolo che fa del mito sportivo uno dei suoi vanti? Bene! Quando il servizio verrà attivato non ci saranno più scuse per girovagare in paese in automobile.

Anche se non ci è chiaro cosa nasconda la realizzazione di un therapy park, né cosa s'intenda esattamente con questa locuzione inglese, riteniamo positiva anche la realizzazione del percorso Kneipp: ci piace pensare che dopo l'emergenza Covid processioni di tubercolotici possano venire a Tesero, soggiornare nei nostri alberghi e poi immergersi nelle fredde acque del Rio Stava per rigenerarsi e guarire, così come sperimentò direttamente sulla propria pelle, tuffandosi nel Danubio, l'abate tedesco Sebastian Kneipp inventore dell'idroterapia.

Del tutto contrari siamo invece riguardo al collocamento di maxi schermo e di totem digitali in piazza. Come si faccia a certificare il nostro paese Borgo autentico d'Italia, qualunque cosa voglia dire, e poi orpellare la piazza in stile Las Vegas non riusciamo davvero a capirlo.

Altrettanto contrari siamo nei confronti della realizzazione della pista da ski-roll, per le ragioni già esposte dettagliatamente su queste pagine in precedenza. Cementificare e asfaltare ettari di territorio verde per duplicare un'infrastruttura già esistente (e con che impatto!) a Lavazé significa non aver capito nulla di quanto detto in premessa. Se poi accostiamo a questo punto quello del quadro sostenibilità ed economia verde ove si sottolinea l'attenzione ecologica dell'amministrazione attraverso la sostituzione dei vecchi peri de la lüce dell'illuminazione pubblica con lampadine a basso consumo energetico, davvero la presa per il culo nei confronti della cittadinanza s'appalesa solennemente.

Quadro ambiente, foreste e agricoltura

Anche questo capitolo è oltremodo puntuale e dettagliato, fin troppo. Dalla conferma dell'adesione alla fondamentale iniziativa Fiemme senz'auto all'organizzazione della festa degli alberi, cosa che - lo ricordiamo a chi ha inserito il punto nel programma - dal 1946 in poi tutte le amministrazioni comunali di Tesero hanno fatto.
 

Più sospetta e poco chiara la realizzazione di "un collegamento tra la zona di Pampeago e il versante del Palon de le Piave per sviluppare la viabilità nel versante della Pala di Santa verso Passo Lavazè. La strada de le Piave verrà classificata in strada forestale di tipo B in modo da facilitare l’accesso al versante Pala Santa." Perché? Di strade forestali non ce ne sono già troppe?

Buona invece la concessione di aree verdi ai privati da coltivare a orto, purché ai richiedenti di Tesero non le si diano a Lago e viceversa, alimentando, manco a dirlo, nuova mobilità. Dubbi infine sulla necessità di individuare nuove aree (con piazzole di sosta auto e accessi stradali n.d.r.) per realizzare föghère uso polenta & lüganeghe. Non sono sufficienti quelle dei baiti?

Quadro urbanistica, sicurezza, vivibilità

Anche qui molta carne al fuoco. Se questo capitolo venisse compiutamente realizzato, più che in un borgo autentico  trasformerebbe il paese in un autentico centro cittadino. E, come cantava Gaber, di Tesero potremmo allora dire: Com'è bella la città, com'è viva la città, com'è allegra la città. Piena di strade e di negozi. E di vetrine piene di luce. Con tanta gente che lavora. Con tanta gente che produce. Con le réclames sempre più grandi. Coi magazzini le scale mobili. Coi grattacieli sempre più alti. E tante macchine sempre di più…
 È questo il paese che vogliamo?


Poco si dice riguardo all'urbanizzazione, anche perché i buoi sono già scappati: limitare l’espansione urbanistica “localizzata” in aree decentrate… Un po' troppo poco, per la questione delle questioni. Comunque, piuttosto di niente, meglio piuttosto.

Insomma e in conclusione di questa nostra lettura degli intenti ceschinian-degodenziani, constatiamo purtroppo che siamo ancora lontanissimi da una netta inversione di rotta, consapevole della complessità delle interazioni umane con l'ambiente. Anche un sentiero in più, un nuovo posteggio, la realizzazione di una nuova illuminazione là dove prima non esisteva ne modificano e compromettono pro quota l'equilibrio: perché ogni avanzamento della manomissione  territoriale produce giocoforza un'aggiunta di quei fattori destabilizzanti citati all'inizio. E' indiscutibile. Ormai le cose si sanno o si dovrebbero sapere! Non è accettabile vi siano amministratori che a cinquant'anni dall'uscita de "I limiti dello sviluppo" siano ancora a digiuno di questi concetti basilari.

L'Orco

16/06/17

A PROPOSITO DI NEVE


“Snow Future” è la mostra temporanea inaugurata nei giorni scorsi al Museo di Scienze Naturali dell’ Alto Adige, a Bolzano

Legato alla mostra si è concluso però nei giorni scorsi anche un simposio di due giorni dal titolo “Snow Future -. Cambiamento climatico – una svolta interdisciplinare”. A chiudere i lavori con una conferenza pubblica è stato il noto climatologo Luca Mercalli. L’ abbiamo intervistato. Neve e Futuro. Non occorre aggiungere molto.

Quale scenario si viene prefigurando sull’ arco alpino? «Abbiamo serie storiche di dati che coprono quasi un secolo e il trend è chiaro: al di sotto dei 1500 metri la riduzione delle precipitazioni a carattere nevoso è drastica e arriva anche al 40%, mentre a quote più alte la situazione è migliore, anche se per avere una certa stabilità del manto bisogna salire al di sopra dei 2000 metri. Situazione in via di peggioramento perché la temperatura media aumenta di anno in anno».

L’ industria delle neve tenta di rispondere introducendo nuove tecnologie nell’ innevamento programmato e creando bacini di accumulo sempre più grandi e capillari. È sufficiente? «Temo di no, sia dal punto di vista della sostenibilità economica che da quello della sostenibilità ambientale. Inverni siccitosi come quello che si è appena concluso riportano tutti coi piedi per terra: l’ acqua è un “bene scarso” e impone un uso razionale. Usi civili, agricoltura, turismo esprimono interessi in conflitto e prima o poi dovremo stabilire delle priorità. Abbiamo vissuto negli anni scorsi altre situazioni di crisi idrica primaverile che poi, nel corso dell’ estate si sono risolte grazie ai temporali. Speriamo che anche stavolta vada così. Speriamo davvero». 

Dunque, tornando al turismo invernale, quale strategia? «Neanche un euro di denaro pubblico alle stazioni sciistiche al di sotto dei 1500 metri e poi diversificare l’ offerta turistica, come si sta facendo in Appennino».

Ma le Alpi e le Dolomiti in particolare hanno un’ altra storia. Ci sono intere economie che ruotano intorno al turismo invernale dove, negli anni, sono stati investiti fiumi dei denaro in infrastrutture.
«Lo so, ma negare che le cose stiano cambiando, e in fretta, per via dell’ innalzamento delle temperature e dei cambiamenti del ciclo idrologico, non serve a nessuno. Non lo trovo utile. Né si può pensare di spostare sempre più in alto le stazioni sciistiche andando ad occupare stabilmente aree al di sopra dei 2500 o dei 3000 metri. Quelle zone sono troppo fragili, sia dal punto di vista idrogeologico che dal punto di vista ecologico. Sarebbe un errore gigantesco». 
Lei sta introducendo l'idea di limite. «Sì. E non capire che esiste un limite in ciò che si fa, nel battere certe strade, ritarda solo l’ adozione di adeguate contromisure. Io dico che perseguire oggi una politica espansiva dei comprensori sciistici non ha senso».
 
Il Trentino 06/06/2017

13/06/17

FOREVER SNOW: L’ITAP SFIDA I CAMBIAMENTI CLIMATICI

L’opinione pubblica paesana non mormora, non discute, non dibatte. Guarda attonita, o forse ebete, incapace di un sussulto, di un’indignazione. È morta e sepolta. L’opposizione comunale non è all’altezza del suo ruolo, e Dio solo sa quanto avremmo bisogno di un contrappeso di qualità per contrastare la presunzione di una maggioranza asservita e impalpabile; un’opposizione capace di argomentare con competenza e all’occorrenza di battere i pugni sul tavolo. L’intellighenzia giovanile (le decine e decine di laureati e diplomati presenti in paese) è muta, in parte tacitata da un incarico, una presidenza, una licenza edilizia, e in parte, peggio ancora, indifferente. La PAT, in epoca lontana baluardo al dilettantismo amministrativo delle periferie e garanzia di buona amministrazione, annovera ora al suo interno innumerevoli spregiudicati dilettanti, plebiscitati a Trento non certo per le loro qualità morali e intellettuali. Quale ultima speranza, confidavamo nel parroco, coi suoi legami ultraterreni e il privilegiato rapporto diretto con il Massimo Fattor. Ma anche lui evidentemente è poca cosa; in caso di perdurante siccità, garantirà, forse, qualche orazione ad hoc.
 


 
I cambiamenti climatici sono un fatto inequivocabile al centro delle agende politiche internazionali. A Tesero, però, pare non ce ne importi una pippa! Le cronache riportate dai quotidiani locali sulla recente serata di presentazione del nuovo bacino di accumulo di Pampeago lo testimoniano perfettamente. Pur di striscio evocati, proprio durante quell’incontro pubblico, essi non spaventano e si procede e si rilancia con disprezzo ed arroganza, come se i problemi di realizzazione di quell’opera fossero casomai soltanto tecnici ed economici e non invece soprattutto ambientali e morali.

Lo sconcerto è totale.

Delle parole del Santo (i famosi MAI PIÙ) pronunciate 29 anni fa ai piedi delle rovine di altri tragici bacini e a un tiro di schioppo dal luogo ove verrà edificato il nuovo invaso, chi se ne frega…

“Il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di ‘usare e abusare’ o di disporre le cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio ed espressa simbolicamente con la proibizione di ‘mangiare il frutto dell’albero’ mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire”.

Di fronte a un procedere così incongruo, dopo oltre 30 anni di anniversari celebrati in gran pompa e di insistiti moniti, ci saremmo aspettati quantomeno e finalmente prudenza, attenzione, cambio di indirizzo, voglia di cercare alternative ad un’offerta turistica costantemente in competizione col territorio. Invece… Invece le parole non coincidono mai con i fatti: attenzione, rispetto, cura, prevenzione, si ripetono infinite volte soltanto in quelle occasioni, ma nella realtà Il consumo e lo sciupio territoriale qui continua senza l’apparente minima preoccupazione generale.

La Fondazione Stava, che va a insegnarla al mondo intero, ha qualcosa da dire in proposito, o le ardite intraprese di ITAP e CERMIS non rientrano tra le fattispecie presenti nel suo statuto da monitorare, biasimare e finanche condannare?

Quanto dovremo attendere ancora per vedere un cambio di rotta, finalmente virtuoso? Quanto è difficile cambiare registro? Perché ci si incaponisce? Si faccia qualcos’altro. Si promuova un nuovo modo di ‘vivere’ la stagione invernale. Se non si useranno più gli sci non per questo gli impianti dovranno venire smantellati. Si promuova il trekking di alta quota, il nordic walking, si converta la marcialonga skiing in cycling (come già si fa da qualche anno in estate). E chi più ne ha, più ne metta. Fantasia, diamine!

Ma dov’è il problema? Perché di fronte alla chiara evidenza della tendenza climatica in atto ci si accanisce con lo sci, costi quel che costi? Con opere artificiali costosissime, a carico ovviamente dell’Ente pubblico, sottrazione di risorse naturali, modificazioni orografiche importanti, 'cannoni' che soffiano e ululano notti e notti intere a 2400 metri (ma anche a 900, in quel di Lago). È un procedere miope, stupido e pericoloso. E, serbatoio o non serbatoio, potrebbe non durare ancora molto. Perseverare su questa strada è davvero diabolico.

L’Orco




15/06/16

PROVE GENERALI DI DILUVIO UNIVERSALE

Forse non arriveremo ai quaranta giorni e alle quaranta notti consecutivi, ma ai venti probabilmente sì. E tanto potrebbe anche bastare. D’altronde, era prevedibile che prima o poi la paventatissima fine dei tempi arrivasse. Non sarà però una fine generale. Ai più pii un’ulteriore possibilità di redenzione il Massimo Fattor gliela concederà, così come già fece in occasione degli sciagurati tragici fatti di Sodoma e Gomorra.

La Curia romana sa bene che l’andazzo meteorologico globale ormai fuori controllo è il segnale temuto ed atteso. Il sommo pontefice con ineccepibile tempistica ha deciso pertanto di convocare a Roma i vescovi di tutte le diocesi della cristianità. Preso atto delle volontà del Padre di ripulire questa umanità dolente, viziata e perduta nel secolarismo imperante, ormai incapace di qualsivoglia minimo afflato spirituale, Francesco chiederà ai suoi ministri del culto di cercare, diocesi per diocesi, parrocchia per parrocchia, con la maggior imparzialità possibile, gli uomini e le donne che meriteranno la salvazione dall’inabissamento terrestre prossimo venturo.
Ipotizzare cosa accadrà a Canicattì, a Cesena, a Milano o a Berna è difficile, ché noi purtroppo viviamo segregati in questa piccola realtà paesana. Però una previsione di quel che potrebbe succedere qui a Tesero possiamo tentarla. Per cominciare va precisato che per questo ultimo, estremo salvataggio umanitario non sarà allestita un'Arca solamente.

Il mondo del 2016 è tutt’altra cosa rispetto a quello dei tempi di Noè. La popolazione s’è accresciuta, le razze si sono spartite i continenti, addirittura le religioni non condividono esattamente gli stessi principi informatori. Lui dunque, onnisciente e onnipotente, non poteva non tenerne conto e a Francesco, suo vicario qui in terra, ha comandato di garantire ad ogni schiatta vivente un’opportunità di salvezza. Saranno dunque costruite più arche, per bacini d’utenza diversi e in base al grado di probità, rettitudine, devozione, si potranno fabbricare pari, pari natanti di forme e dimensioni diverse. Spetterà poi ai vescovi di ogni diocesi decidere quanti costruirne e per quali comunità. E’ probabile, per le ben note qualità della nossa ŝente, che al nostro paese venga concessa la facoltà di realizzare un'arca tutta per sé. Eventualmente, nel rispetto delle recenti smanie amministrative, potrà essere compartecipata in associazione con i nostri vicini di Panchià. Bisognerà comunque ragionarci su: i Panciai – è noto – quanto a devozione non possono certo competere con noi… Una parola dirimente in tal senso ce la potrà mettere proprio il nostro nuovo vescovo Lauro (da non confondere con l’omonimo capo del Comun general). Vedremo.


Nel dettaglio prevediamo che l’arca teserana verrà fabbricata in prossimità del colle di Monte Zanon, appena sotto l’agritur Pozzanger Hof. Questo per l’evidente pratica ragione di poter imbarcare le principali coppie d’animali (buoi, müssati, oche, galline, conigli, capre, pecore, gatti, cani), transitandole facilmente dalla stalle alla nave. La Magnifica Comunità di Fiemme metterà a disposizione il legname necessario (e tanto eventualmente farà con ogni altra Regola). Affideremo il lavoro di progettazione ad alcuni valenti mastri falegnami, mentre per la messa in opera vera e propria il Comune metterà a disposizione tutto il suo personale disponibile precettando, a complemento e per maggior sicurezza, la sezione locale degli Alpini. Oltre agli animali saranno ovviamente imbarcati, in un’apposita stiva dedicata, anche i principali segni della nostra civiltà che una commissione parrocchiale ad hoc di semiologhi provvederà a repertare e catalogare.

In tutta evidenza il principale e più spinoso problema sarà dato però dalla scelta della coppia umana destinata a ridare vita e lustro e gloria alla nostra comunità, allorquando le terre torneranno a riaffiorare. Anche per questo è già al lavoro una commissione di antropologi che dovrà valutare i tipi (maschili e femminili) più rappresentativi della teseranità e più meritevoli, per caratteristiche fisiche e QI, di ripopolare il paese al termine del prossimo secondo Diluvio Universale. Pare che gli esperti incaricati della selezione si siano già convinti di attingere all’uopo dal genoma Scargianii (riferito alle famose sei sorelle Scarian) che all’inizio del secolo scorso rinsanguarono altrettante antiche famiglie locali (Zeni/Balde Deflorian/Clementi e Romani, Pallaver) apportandovi nuova linfa, vigoria fisica e brillantezza intellettiva, e le cui discendenze hanno caratterizzato da allora sino ai giorni nostri la vita culturale, artistica, imprenditoriale e amministrativa di Tesero.

Il tempo a disposizione non è molto, visto che dio pluvio concede solo piccole tregue a singhiozzo. Siamo però fiduciosi che per le tante benemerenze acquisite e per l'intercessione dei nostri tanti santi protettori la biblica intrapresa avrà esito fausto e riuscirà per tempo a varare, caricare e far partire l’Arca con i suoi preziosi passeggeri e infine dunque salvare questa nostra importante Civiltà Teserana.


A.D.


07/09/14

IDEE NUOVE


Sembra talmente semplice da stupire che nessuno ci abbia pensato prima. Dai tubi della rete idrica di una città come Rovereto, passa un fiume d’acqua. Già incanalato e a pressioni di esercizio nettamente superiori a quelle necessarie per raggiungere i rubinetti anche dei piani alti degli edifici più elevati. Tanto che sono necessari dei meccanismi di dispersione della pressione, ad evitare danni alle tubature domestiche e agli elettrodomestici. Il «Giralog», una miniturbina progettata per ottimizzare l’utilizzo di questi flussi di acqua e brevettata dalla Next Energy di Mattarello, sfrutta questa energia altrimenti destinata ad essere dispersa, per creare elettricità. Gli basta la riduzione di una atmosfera di pressione per produrre elettricità, tanto che nelle sue misure più piccole si presterebbe - dicono gli ideatori - anche ad un utilizzo familiare o perlomeno condominiale: collocato all’ingresso delle tubature nella proprietà privata (dove molti oggi montano un riduttore di pressione meccanico) potrebbe produrre da un terzo fino al 70 per cento dell’energia elettrica consumata da una famiglia: dipende da quanta acqua viene utilizzata.

Ma se la dimensione familiare può forse essere eccessivamente ridotta, non c’è dubbio che per le grandi utenze (fabbriche ed impianti di ogni genere che utilizzano quantità significative di acqua) il vantaggio economico è notevole. E ancora più significativa è la potenzialità produttiva se si pensa alla collocazione sulle reti di distribuzione dell’acqua, che dovendo fornire l’intera città o parti significative della stessa, permettono di sfruttare l’uso di acqua collettivo, praticamente continuo anche se in misura diversa nell’arco delle 24 ore. In condizioni simili, quasi ideali, un «Giralog», sostengono alla Next Energy, è in grado di produrre energia per un valore di 4.090 euro l’anno. Costa 24.650 euro: vale a dire che in soli 5 anni ripaga completamente l’investimento. Con una produttività prevista di minimo 20 anni, l’affare anche in termini economici è evidente. Anche perché l’installazione non richiede investimenti nè modifiche degli impianti: può sostituire i riduttori di pressione o essere collocato all’ingresso delle vasche di decantazione. Il vantaggio ambientale è poi chiarissimo: si sfrutta energia che altrimenti andrebbe sprecata, senza alcun costo ecologico aggiunto. La Next Energy ha proposto una collaborazione a Dolomiti Energia e Comune di Rovereto e il progetto ha ottenuto l’approvazione di entrambi. Alcuni «Giralog» saranno installati sulla rete idrica cittadina per avviare una fase sperimentale, tutta a costo di Next Energy, che verifichi l’effettiva resa degli impianti. Se poi la sperimentazione sul campo confermerà i risultati previsti (e promessi) in linea teorica, il Comune potrà acquistare le turbine che riterrà e avviare la produzione di energia su scala più ampia.

18/04/13

TEMPISMO



Premessa: sono recentemente incappato in questo interessante stralcio di articolo sul sito di una delle nostre testate regionali.
Non nascondo lo sconforto nell'apprendere che ciò che pensavo fosse solo una barzelletta sia stato effettivamente attuato; ma, mi son detto, il pezzo nasconde anche un accenno di speranza. Anche chi per mesi si è speso in pomposa sebbene un tantino patetica propaganda sa dare spazio a critiche, anche se, ci si perdoni il cinico e certamente infondato sospetto, le dolci "sviolinate" arrivarono puntuali alle porte dei mondiali, mentre le voci fuori coro giungono ora, a mo' di eco, con qualche settimana di ritardo. D'altronde la forte opposizione già si impose contro lo scempio della bretella Fondovalle-Tesero, che senso aveva discutere pure su una quisquilia da pochi milioni di euro come quella degli autobus ad idrogeno?
Ora, che il parere di un De Luca qualsiasi (con tutto il rispetto) risvegli improvvisamente un mai visto spirito critico giornalistico nelle redazioni dei nostri quotidiani è già di per se un evento di rilievo, ma vorrei limitare la natura del mio intervento ad aspetti più prettamente tecnico-scientifici.
Tralasciando inizialmente i dettagli economici, che almeno a livello puramente etico-ecologico dovrebbero passare in secondo piano, uno dei punti che si possono in parte decifrare dall'articolo è il seguente: L'IDROGENO NON È SOSTENIBILE A PRESCINDERE. In più, aggiungo io, esso non è una FONTE di energia, ma ne è semplicemente un VETTORE, un portatore. Ed è proprio questo fatto a gettar luce sulla inesorabile, costante natura perversa e propagandistica dell'agire politico a tutti i livelli, locale, provinciale, nazionale.
L'idrogeno, è vero, potrebbe davvero rappresentare una via verso un futuro più sostenibile, ma bisogna fare attenzione a chi lo spaccia per la panacea di ogni cancro antropogenico di cui è affetto il nostro ambiente. Vorrei qui proporre una breve lista (aperta) di alcune delle problematiche da risolvere in merito:
- La produzione del famigerato gas, ad oggi, è basata essenzialmente sulla trasformazione in idrogeno (più altri prodotti di scarto) di combustibili fossili. Il bilancio dell'efficienza totale dalla risorsa primaria al chilometro percorso (il cosidetto good-to-wheel) non da indicazioni così chiare sul fatto che l'idrogeno sia una buona soluzione. In più, le tanto combattute emissioni di anidride carbonica non vengono ridotte, almeno fintanto che non entri in funzione su larga scala il cosiddetto Carbon Capture and Storage, un sistema di raccolta e stoccaggio della CO2 in peraltro discutibili riserve sotterranee dedicate. Soluzioni più avanzate sono tutt'ora oggetto di ricerca che, fatta eccezione per l'elettrolisi, si trova ancora in stato embrionale.
- La mancanza di infrastruttura di trasporto e distribuzione fa sì che, per consegnare l'idrogeno ai distributori (cattedrali nel deserto come quello di Panchià), lo si debba trasportare con normalissimi camion, per lo più facenti uso di normalissima benzina.
- La questione dell'immagazzinamento dell'idrogeno è tutt'altro che triviale a livello tecnologico. Enormi sforzi di ricerca, soprattutto per quel che concerne i materiali, saranno necessari nel prossimo futuro per garantire un efficiente e sicuro stoccaggio del combustibile.
Ciò detto, e tornando per un attimo al lato economico della faccenda, viene da chiedersi come mai a nessuno tra regnanti, organizzatori e finanziatori sia venuto il dubbio che quei soldi potessero essere impiegati in modo migliore. Solo per buttare lì un paio di idee, perché non si è destinato il denaro a progetti di ricerca, magari proprio nel campo dell'idrogeno? Oppure, in termini di progetti concreti, a soluzioni più genuinamente sostenibili come la famosa seconda centralina idroelettrica, per la quale sembra che di fondi non ce ne siano più? O ancora, perché non utilizzare i fondi per un piano di riqualificazione serio che abbia l'obiettivo di rendere più appetibile l'unico mezzo di trasporto veramente sostenibile, e cioè "nar a peòti"?
Ma è ovvio che è molto più facile farsi fregio di uno specchietto per le allodole, ordinare tre autobus, affittare un appezzamento e costruirci una inutile stazione di rifornimento. E non ci si doveva aspettare altro da chi ci comanda. Quello che però lascia senza speranza è la sterilità del dibattito pubblico quando si tratti di problemi che non hanno, almeno apparentemente, impatto immediato e diretto sugli interessi della popolazione o di una parte di essa. La classe dirigente parassita, passiva, venditrice di aria fritta che ci ritroviamo è, dunque, il giusto compenso per la cecità e l'ignavia che le dimostriamo.

Lorenzo

21/09/10

DEDICATO AI NUCLEARISTI CONVINTI

Tratto dalla puntata di Presa Diretta di Riccardo Iacona, trasmessa domenica 19/09/2010 su Rai Tre.


12/08/10

NUCLEARE, COME SI CALCOLA UN COSTO ETERNO?


È cominciata in grande stile la campagna a favore del nucleare. Talmente grande, lo stile, che perfino un cardinale (che deve avere una grande esperienza nucleare) ha firmato un opuscolo, riccamente pagato, pare, dall’ENEL, per spiegare ai fedeli delle parrocchie, come è bello, utile e sicuro avere sotto casa una bomba a scoppio ritardato. Non so quanti milioni di copie siano state stampate dell’opuscolo aureo. Che misura comunque, prima di tutto, la potenza della scimmia impazzita che sta portando il pianeta alla catastrofe.
Non solo nucleare. Ce ne sono parecchie che si accumulano (climatica, energetica, ambientale in generale, finanziaria, dei rifiuti, dell’acqua etc). Ma quella nucleare è, in un certo senso, il riassunto della stupidità umana e dell’inganno nel quale viviamo.
Gli argomenti contro sono tanti. Ma, a proposito di stupidità e di irresponsabilità (verso i nostri figli, nipoti, discendenti): quanti si rendono conto, Sua Eminenza, che, costruendo una centrale nucleare si getta sulle spalle di tutte le generazioni future (tutte, proprio tutte) per i prossimi 150 mila anni, una serie di conseguenze imprevedibili, imparabili, mostruosamente costose, comunque certamente nocive?
Capisco, Eminenza, che lei vuole stare al caldo e con la luce accesa. Ma ha pensato a quelli che verranno dopo?
Anche Piero Angela, quello che ci racconta la scienza da decenni dagli schermi della Rai, è sceso in campo per illustrarci quanto è buono il nucleare. Ma non ha spiegato quanto costa una centrale nucleare. Perché? Semplice: perché non esiste nessuno al mondo in grado di calcolare quanto costa realmente. Visto che, una volta costruita, essa resterà per sempre sul groppone dell’Umanità, come calcolare spese “eterne”? Forse è qui che entra in campo Sua Eminenza, il cardinale che ha firmato l’opuscolo.
Aspettiamo lumi. Intanto facciamo un altro conto. Forse banale. Quando la prima delle centrali nucleari progettate dal governo italiano entrerà in funzione (ma scommetto mille contro uno che non riusciranno nemmeno a farla) il problema del riscaldamento climatico sarà già esploso con tutta la sua virulenza. Invece di buttare via 20 miliardi di euro per fare una cosa pericolosa, che non serve, potremmo stanziarli per produrre energie rinnovabili. Con quelle cifre ci sarebbero 100 mila nuovi posti di lavoro.
Ma tutto questo sarebbe logico. Invece noi abbiamo una scimmia impazzita al comando. Aspettarsi che prenda decisioni logiche è come attendersi che, trepestando sulla tastiera del computer, scriva la Divina Commedia.

G. Chiesa

22/02/10

LA COMPLESSITA' ENERGETICA




Come ci aveva promesso, riceviamo da Michele Vinante (Baldesalin) alcune sue considerazioni sui futuri scenari delle produzioni energetiche nostrane e non. Seguono un suo precedente intervento pubblicato nel post PIU' SCIENZA E MENO ETICA? Ci auguriamo che lo scritto, di cui ringraziamo l’Autore, pur nella sua obbligata brevità, possa aiutare i lettori a farsi un’idea del complesso problema energetico, e, in particolare, della paese. controversa e inquietante questione del rilancio nucleare in Italia.

Caro Orco,
grazie per lo spazio che mi concedi e scusa il tempo passato dalla prima parte della mia risposta al post di Bertani. Dunque, il nocciolo della questione è il ritorno alla produzione di energia elettrica grazie alla fissione nucleare in Italia (argomento per altro di strettissima attualità anche oltreoceano). Comincio subito col dirti che pur dichiarandomi pro-nucleare questa scelta non mi convince. Il motivo è molto semplice: in Italia non esistono le condizioni “ambientali”. Mi pare assurdo essersi fatti condizionare da un referendum che nemmeno ce l’aveva il potere di far chiudere le precedenti centrali e a distanza di vent’anni ripensarci. Tra l’altro promettendo incentivi economici che invece, quelli sì, sono stati cassati proprio dalla “volontà popolare”. Abbiamo rinunciato a quattro centrali funzionanti e tecnologicamente e gestionalmente neanche paragonabili con l’Ucraina e ora, con il clima culturale e l’opinione pubblica che c’è in Italia, vogliamo ripartire da zero. Ma come si fa in un paese in cui al tentativo di stabilire un deposito per le scorie la rivolta è stata tale che si è preferito rinunciare ad affrontare il problema, a pensare di imporre siti per nuove centrali? Come si fa in un paese in cui non si riesce quasi a raccogliere e smaltire l’immondizia, affetto com’è da una sindrome NIMBY assurda e irresponsabile, a ragionare in questi termini? Abbiamo regioni che mettono la moratoria persino sull’eolico, e in campo energetico ci sono proteste (quando non boicottaggi) per ogni cosa, dalle linee dell’alta tensione ai rigassificatori. La sindrome non risparmia nemmeno i nostri politicanti che, coerenti nella loro incoerenza, si proclamano d’accordo col governo sulla necessità di un contributo alla produzione energetica nazionale da fissione nucleare, ma “non nella mia regione, ha già dato a sufficienza”. Non sia mai che troppa simpatia per l’argomento mi faccia perdere le elezioni! D’altronde sono sufficienti i sondaggi on-line che, per quello che valgono dal punto di vista statistico, illustrano bene l’aria che tira. Dal Corriere alla Repubblica (più nel secondo caso) la risposta è un chiaro no. E figurarsi se si chiedesse “vorreste una centrale nucleare entro trenta chilometri dal vostro comune di residenza?”. Insomma, se per la TAV (altra attualità strettissima) si sono mosse intere popolazioni che cosa dovremo aspettarci qui? Tornando al post, la lettura mi vedeva inizialmente ben disposto perché puntare (anche) sull’eolico off-shore mi sembra una scelta ragionevole. Meno realistico è dire che grazie a questo, più il solare termodinamico e le biomasse, avremo risolto il problema energetico (perché questo emerge dal pezzo). Perché trascurare il fatto che in ogni caso, finché non si trova qualcosa di veramente alternativo, la parte del leone continuerà a farla, e per parecchi anni, il gas? Questa, che io interpreto come disonestà intellettuale, insieme alle famose esperienze biodinamiche passate, mi portano a diffidare (sono prevenuto, lo ammetto) del personaggio. Aggiungiamoci poi il carico da undici, Rifkin, e il gioco è fatto. Con un elemento del genere, uno che propugna l’idrogeno come “fonte energetica” rivoluzionaria, non si può pensare di programmare una politica energetica seria e realistica. Non basta portare “certe idee” ad un certo livello se le idee non sono concrete. Così l’opinione pubblica la si illude, mentre se c’è un campo in cui è indispensabile stare con i piedi ben piantati per terra è proprio quello energetico. In quest’ottica il nucleare si presenta come uno dei tanti contributi (non l’alternativa per eccellenza) al paniere delle energie. Con pregi e difetti. Il punto è che per alcuni tali difetti sono inaccettabili mentre io ritengo che (in una nazione civile, una a caso: gli USA) ci si possa convivere. Il problema delle scorie: è ovvio, non ho la bacchetta magica; mi limito a osservare che esistono impianti per il riprocessamento del combustibile esausto a elevata radioattività come La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra. Qui le scorie provenienti dai reattori nucleari europei sono dissolte e separate in uranio, plutonio e soluzioni altamente radioattive. Questo trattamento permette di riciclare il 97% del combustibile, lasciando appena il 3% di scorie. L’uranio e il plutonio recuperati sono rispediti alle centrali di provenienza per essere utilizzati nuovamente come combustibile, mentre il minimo residuo deve essere stoccato. Se rinunciamo a tutto questo (aldilà dell’eredità di Caorso, Trino, etc.) siamo tranquilli? Non credo. Molti, nell’euforia di dichiararsi denuclearizzati (bel merito: tanto vale proclamare il proprio territorio privo di marziani), dimenticano che le radiazioni nucleari non sono solo uno sgradevole effetto secondario delle centrali o della bomba atomica. Hanno un importante ruolo in campo medico (radioterapia), ma è più comodo fare finta di niente e soprattutto dimenticare che anche in questo caso si ha una produzione di scorie. E tutt’ altro che trascurabile, quindi il deposito serve comunque. Detto questo, nel nostro piccolo sarebbe stata già buona cosa portare a fine ciclo le centrali nucleari in attività a fine anni ’80, invece di farsi condizionare, per evidenti timori elettorali, dall’emotività derivata da Chernobyl. In conclusione, resto favorevole al nucleare, ben consapevole che è una scelta di compromesso. Quel compromesso che, dicono, Obama preferisca all’emissione equivalente a 3.5 milioni di auto. La scoperta della panacea energetica a colpi di ideologia non mi interessa. Però se posso azzardare una previsione che potrà apparire ingenua, ma positiva, il futuro non sarà del nucleare (almeno di questo), né del fossile (sebbene per molti anni ancora ne dipenderemo in massima parte). Sono fiducioso che la ricerca ci porterà se non ad eliminare il problema scorie, almeno a minimizzarlo. E soprattutto, a lungo termine la vera fonte energetica sarà l’ottimizzazione dello sfruttamento del sole. Ti saluto, Michele

A strettissimo giro dalla fresca Danimarca ci è pervenuta la risposta da parte di Lorenzo Zeni (universitario in quel di Copenhagen) al pezzo di Michele pubblicato ieri. Per non far perdere ritmo al botta e risposta la pubblichiamo con altrettanta velocità in calce al pezzo di Michele. Ringraziamo anche Lorenzo per il contributo alla discussione su questo tema fondamentale che, evidentemente, appassiona la futura classe dirigente teserana molto di più del mesto dibattito politico in corso nel nostro paese.

Finalmente leggo con piacere il pezzo promesso. In linea di massima condivido il parere di Michele. Io, più che definirmi pro-nucleare, mi definirei un non-anti-nucleare. La scelta di reintrodurlo in Italia mi sembra però, come ho sempre detto, discutibile, visti i fattori messi da te in risalto, combinati con la difficile situazione sismica di gran parte del territorio ed il fatto che l’indipendenza energetica di cui si fanno condottieri i nuclearisti è una balla colossale (a proposito di colpi di ideologia). La tecnologia proverrebbe dalla Francia ed i Paesi che dispongono di significative riserve di uranio si contano sulle dita di due mani. Per di più, se si considera il livello di corruzione che esiste in Italia, i costi di ogni opera (buona o cattiva) lievitano abbondantemente e, se ci aggiungiamo la delicata questione della gestione delle scorie, la frittata è fatta (vedi scarico di rifiuti radioattivi da parte della mafia nel mare somalo). Anche assumendo di riuscire a rendere l’Italia un Paese, come dici tu, civile, il nucleare ha anche lo svantaggio di mal coniugarsi con l’integrazione di energie rinnovabili, che sono per natura, ad eccezione della biomassa e in parte dell’idroelettrico, discontinue e fluttuanti, mentre le centrali a fissione hanno bisogno di funzionare a pieno regime e in modo continuo. Ci sono altri Paesi europei che fanno già massiccio uso dell’energia nucleare; perché non pensare ad una maggiore integrazione energetica tra queste nazioni e le altre, dotando le ultime di più fonti rinnovabili? E ancora, fai bene a dire che ci vogliono idee concrete e realismo in merito, ma è anche vero che alla fine dei conti la partita si gioca a livello economico e di conseguenza politico. Se le idee, concrete o no, non vengono portate alla popolazione dai personaggi verso cui tu sei prevenuto, nessuna decisione che non sia dettata dalla necessità di pochi di guadagnare subito può essere presa. Io non dico che si debba prendere per oro colato tutto ciò che esce dalla bocca di Rifkin o Bertani, ma neanche che il loro contributo sia da ignorare a priori. Le soluzioni comprendenti solare, eolico e biomassa (a cui aggiungerei un’intelligente gestione dei rifiuti), del resto, sembrano non essere nemmeno prese in considerazione attualmente; per quale motivo? Il mio parere è che la totale indifferenza della popolazione porta gli amministratori a compiere la scelta politicamente più "facile", dettata puramente da interessi economici di pochi. La politica poi, è fondamentale anche nell’indirizzare la ricerca in cui tu sei, giustamente, fiducioso, nella direzione giusta. Concedimi altri due appunti finali. Il Paese che tu prendi come esempio è, tra gli industrializzati, il meno efficiente da un punto di vista energetico e il simbolo del consumismo estremizzato che abbraccia anche il settore energetico. Forse il risultato ottenibile con le nuove installazioni a fissione sarebbe raggiungibile con una moderata politica di risparmio. Le fonti attendibili di cui parlavi nel tuo pezzo precedente sono, come ben sai, per lo più inaccessibili ai non addetti ai lavori. Quindi, come si può alimentare la discussione? O gli scienziati scendono dall’Olimpo e provano a comunicare il loro sapere, oppure si accetta che le fonti citate non siano sempre di adeguata qualità ed affidabilità. Ad ogni modo, concordo in pieno sul succo del tuo scritto e cioè sul fatto che compromessi devono essere accettati e che il problema energetico dev’essere affrontato con tutti i mezzi a disposizione, e quindi con l’impiego di un mix di risorse. Per concludere, comunque, io resto pessimista. Niente è guidato dalla scienza (come vorresti tu) o dall’etica (come vorrebe Ario). Tutto è controllato dall’economia. Soluzioni diverse si troveranno, o meglio si implementeranno, di certo, quando gli interessi si sposteranno in quella direzione. Sperando che allora non sia troppo tardi... Con l’intenzione di portare un modesto contributo alla discussione, vi saluto,

Lorenzo

30/01/10

LETTERE & INTERVENTI


Caro Orco,

l’articolo è in effetti notevole. Uno si arma di pazienza, sia per la mole sia per l’incipit non accattivante per un nuclearista, e parte. La scoperta è piacevole perché a differenza delle urla e della retorica dei tipici partigiani (per essere morbidi) dell’ambiente si fa un’analisi lucida e concreta della situazione, si snocciolano cifre che sono ragionevoli e si affrontano le alternative. Non male, sto pensando, ecco un discorso responsabile in cui tra l’altro si invoca la valorizzazione dei nostri tecnici e la mediazione scienza-politica da parte di gente competente, gente come…Rifkin?!
A sentire il nome del “guru”, termine caro al Settembrini, l’umore mi si è improvvisamente guastato e con esso anche il buon proposito di affrontare la lettura con il massimo dello spirito costruttivo. Una rapida ricerca on-line conferma i sospetti sul nostro autore (v. esperienze anni ’70) e provoca la levata di scudi definitiva. Vuoi la scoperta fatta, vuoi il tono, che con il proseguire del testo va dal mio punto di vista peggiorando, non riesco ad arrivare soddisfatto al termine della lettura.
Non entro ora nel merito degli argomenti, ma mi riprometto di farlo più avanti.
Per ora ti saluto

M.


Caro Michele, rispondo brevemente e a-scientificamente a questa tua. Perché appunto credo sarebbe ora grande di guardare le cose in maniera meno scientifica e più etica, cercando innanzi tutto di considerare attentamente i moventi del fare. Dal nucleare, giù giù sino all’urbanistica locale. Tornando all’articolo in questione posso dirti che esso è comunque zeppo di fonti scientifiche, che arbitrariamente ho tralasciato di indicare, ritenendolo, già così, molto lungo per un lettore appena appena interessato all’argomento. In calce al post originale di riferimenti ce ne sono una paginata intera. Per gli interessati, come te e Lorenzo, essi sono verificabili accedendo al sito dell’autore.
Dunque che dire? I partigiani dell’ambiente, la retorica dell’ambientalismo urlato? Non sempre è così, non tutti sono così. E’ la coerenza che discrimina, e questo vale per tutti, anche per gli scientisti. Mi rendo ben conto che, per la stragrande maggioranza delle persone, l’ambientalismo rappresenti una voce stridente e insopportabile e che i fideistici proseliti delle magnifiche e progressive sorti della scienza non vorrebbero nemmeno esistesse. Penso però sia importante che esso, al di là delle sue plurali forme e voci, ci sia e si faccia sentire. Quantomeno per solleticare e tener desta l’attenzione di gente sempre meno capace di capire il senso del tutto e sempre più confusa. L’ambientalismo, a mio vedere, urlato o sussurrato che sia, non è comunque tenuto a dare alternative. La sua funzione dovrebbe essere quella di ricordare, a chi confida esclusivamente nella scienza, le tante incongruenze, che essa ha dimostrato nel corso della storia, che sono all’origine di ripetuti disastri ambientali. L’industrialismo moderno, pur basando il suo sviluppo sulla scienza e sulla tecnica, non ci ha evitato affatto tragedie di ogni tipo. Non credo sia opportuno fartene un elenco. Ti fai una breve “giro” on-line…
Il nucleare? Io, che diffido convintamene degli uomini, penso sia un grave azzardo (massimamente in Italia!) e che, nonostante questo, in ogni caso, non sarebbe risolutivo della fame energetica. Uno scientista come te, se del caso, dovrebbe contestare ciò che viene asserito a sostegno delle tesi contrarie, opponendo ad esse altre tesi e adducendo altri argomenti. Senza considerare chi fa la proposta, chi la contesta e chi propone alternative. Rifkin? Perché no? Carlo Bertani? Perché no? Cosa c’entrano le sue esperienze anni ’70?
Si confutino le argomentazioni. Ci dicano i nuclearisti convinti, come si risolve il problemuccio dello stoccaggio delle scorie. Ci dicano come si può escludere categoricamente il rischio di incidente: che non equivale propriamente alla rottura di un accendino. Ci dicano quanta materia prima è disponibile, e per quanto tempo. Ci dimostrino perché poi ci sarà autonomia energetica: non mi risulta che l’Italia abbia giacimenti di uranio per alimentare tutte le nuove centrali previste. Ci dicano in base a qual ragionamento il costo dell’energia eventualmente prodotta col nucleare, all’utente italiano finale, sarebbe inferiore a quella prodotta oggi con termo o idroelettrico. Ci convincano di come si potranno escludere categoricamente, in fase di realizzazione degli impianti, infiltrazioni mafiose negli appalti, aggiungendo rischio al rischio. La gestione dell’azzardo nucleare, ché azzardo rimarrà per sempre, lasciamola ad altri popoli, ad altre nazioni. Più evoluti e seri di noi. Ecco, il presupposto minimo per questa intrapresa dovrebbe essere almeno la serietà. Che in tutta evidenza, non è nelle corde di questo popolo di allegroni. Se non siamo nemmeno capaci di rispettare un senso unico, che affidabilità possiamo avere?
In attesa di leggere le tue ragioni a favore del rilancio nucleare italiano ti ringrazio e saluto.

L’Orco

20/01/10

ARRIVA IL BENGODI NUCLEARE


Mentre i giornali ci solleticano con le abituali vicende legate alle tasse – oggi si tolgono, domani no, troppo tardi, forse dopodomani… – oppure con le molte leggi e leggine utili a riformare la giustizia (minuscolo) per il solo comprensorio di Arcore, sono state emanate le direttive per le future centrali nucleari. In sostanza, si dice che dovranno essere vicine all’acqua e lontane dalle aree sismiche: elucubrazioni che, anche chi non è Pico della Mirandola, già sapeva. Poi si parla d’incentivi: una manna – gente! – incentivi “a pioggia”, per tutti! Chi vorrà, potrà prendere visione del decreto in nota. Insomma, con il “rientro” di 95 miliardi di euro, grazie al bel regalo dello “Scudo Fiscale” – hanno pagato il 5% di tasse mentre avrebbero dovuto pagare il 40% – ci saranno tanti soldini per fare tante cose, nucleare compreso? Ma, quanto costa una centrale nucleare? Il costo medio attuale di una centrale nucleare è di circa 2000-2200 euro/kWe installato, ovvero il costo in conto capitale di una centrale da 1000 MWe è di circa 2 miliardi di euro. Il costo dell’EPR da 1600 MWe (il reattore europeo di III Generazione fornito dalla franco-tedesca Areva) è di 3 miliardi di euro. In realtà, sul Web circolano anche altre cifre – qualcuno arriva a dichiarare 15-20 miliardi di euro per il solo reattore – ma quelle più attendibili variano in una “forbice” fra 3-7 miliardi di euro. Il nodo, non facile da districare, riguarda cosa s’intenda per “costo”: il reattore, oppure la struttura? Entrambi? Non dimentichiamo che, proprio per il nucleare, ci sono delle procedure d’infrazione aperte dall’UE per il finanziamento “occulto”, usando fondi statali per finanziare imprese private, che lavorano in quello che dovrebbe essere un libero mercato. Insomma, un ginepraio. In effetti, la cifra di 5 miliari di euro per una centrale (struttura + reattore) da 1600 MWe è credibile, ma qui salta fuori un altro coniglio dal cappello: la “levitazione” dei costi. Un chiaro esempio di questi problemi è la costruzione in corso a Okiluoto, in Finlandia, di un reattore europeo pressurizzato ad acqua (EPR) di nuova generazione – il primo reattore di questo tipo – che dopo soli diciotto mesi di costruzione ha già accumulato un ritardo di diciotto mesi sul programma, superando già adesso il budget previsto di 700 milioni di euro. I tempi di costruzione delle centrali, dagli anni ’70 ad oggi, sono praticamente raddoppiati: per la maggior complessità tecnologica, per i sistemi di sicurezza, ecc. Se non sono riusciti a star “dentro” nei tempi (e quindi nei costi) tutti gli altri, c’è da sperare che ci riusciremo noi italiani? Si potrà ricordare che il reattore finlandese è di nuova generazione, ma il fenomeno del procrastinarsi dei tempi di costruzione è un fenomeno planetario, che riguarda anche le centrali non sperimentali. Poi, bisogna conteggiare i finanziamenti per “compensazione” alle popolazioni (termine assai poco chiaro) che ammonteranno a 3-4000 euro/anno per MWe installato: in pratica, una centrale da 1.600 MWe sborserà a “qualcuno” circa 6 milioni di euro l’anno. Nel decreto recentemente approvato, si parla addirittura di “interventi a pioggia” per tutti: Comuni, Province, sconti sull’IRPEF, sulle forniture elettriche…ancora…roba da Babbo Natale Atomico, mica scherzi. Saremo curiosi di verificare, dopo le elezioni regionali, quando si saprà chi si “beccherà” la centrale sulla cocuzza – prima no, ovvio, votate tranquilli… – quante di queste “piogge” di denaro rimarranno. Bisogna stare attenti quando si parla di provvedimenti a favore della popolazione, perché quei soldi s’intendono dati agli amministratori locali, che sono cosa assai diversa dalle popolazioni. Scusate il sospetto, ma i trucchi delle tre carte di Tremonti li conosciamo da tempo: magari “cartolarizzerà” quei benefici, “spalmandoli” in 25 esercizi finanziari…roba del genere…ma la centrale arriverà, sicuro. Cioè, sicuro: forse. Calcolando benefici a “pioggia”, costi di costruzione e quant’altro…chiudiamo la faccenda a 7 miliardi di euro per una centrale da 1.600 MWe per 25 anni? Senza considerare, ovviamente, l’Uranio, il personale, le scorie… I sostenitori del nucleare affermano che la “forza” di quel sistema è una produzione continua, senza interruzioni: falso. Anche le centrali nucleari, come tutti i sistemi complessi, necessitano di manutenzione: altrimenti, si spalancano veramente le porte dell’Inferno Nucleare. E’ appena passato Natale e vogliamo essere generosi: concediamo a quelle centrali di produrre alla massima potenza per l’80% del tempo, da quando entreranno in funzione (circa 2020) al 2045. Una centrale da 1.600 MWe produrrà, in un anno (all’80%), circa 11,2 milioni di MWh (11,2 TWh), in 25 anni 280 milioni di MWh (280 TWh). Quanta potenza elettrica di fonte eolica sarebbe possibile installare con 7 miliardi di euro? Calcolando il costo di 1 MW di potenza eolica installato in mare – lontano dalla costa, su piattaforma ancorata, invisibile da terra – in 1,3 milioni di euro (+ 25-30% rispetto agli impianti a terra, potrebbero essere installati 5.385 MW. Quanto produrrebbero in 25 anni? Siccome le mappe eoliche del CESI stimano nella aree marine del basso Adriatico, del Canale di Sicilia e del Sud della Sardegna (fondali inferiori ai 100 m) una produzione alla massima potenza per +3.000 ore l’anno, quegli aerogeneratori produrrebbero, sempre in 25 anni, circa 404 milioni di MWh (404 TWh). 124 TWh in più della centrale nucleare! Crediamo bene che gli alfieri della “estetica ambientale” si spellino la lingua, in TV, contro l’eolico: potremmo addirittura ipotizzare che qualcuno paghi, e parecchio, per tanto fervore! Difatti, negli altri Paesi stanno abbandonando il nucleare per investire nell’eolico: lo fa, addirittura, l’ENEL in Texas! 124 TWh in più senza considerare che la manutenzione dell’eolico è infinitamente meno onerosa rispetto ai costi del materiale fissile, del personale e della custodia delle scorie (peraltro, ben lontana dal trovare una soluzione)! A questo punto c’è la solita obiezione: le rinnovabili non sono affidabili poiché intermittenti, poco costanti. Ciò è vero, e sarebbe una follia affidarsi al solo eolico. Carlo Rubbia – oramai solo “di passaggio” in Italia – non ha mancato di “tirare le orecchie” al governo per lo strampalato piano energetico di Scajola & Co: riteniamo che un Nobel italiano, il quale sta operando proprio nel campo delle rinnovabili (solare termodinamico), almeno il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (per come è stato trattato…) ce l’abbia. In qualsiasi Paese – diciamo solo “normale” – sarebbe Rubbia a stendere il piano energetico, anche perché il solare termodinamico sta funzionando benissimo in Spagna, i tedeschi stanno cercando joint venture per installarlo in Africa, Israele ci sta pensando, così l’Algeria, il Marocco… Insomma, tante nazioni rivierasche del Mediterraneo puntano su sole e vento…e noi – ma saremo proprio i più furbi della nidiata? – pianifichiamo un obbrobrio costoso, tutto d’importazione, meno redditizio e…ancora cantiamo? Un serio piano energetico dovrebbe poggiare principalmente su tre direttrici: solare termodinamico, eolico e biomasse di scarto. Perché? Poiché le energie naturali sono anche energie stagionali, ossia dipendenti dalla meteorologia, dalla stagione, dai capricci del tempo. Se è vero che il solare termodinamico, grazie all’inerzia delle alte temperature generate, riesce a soddisfare anche la richiesta notturna (che è sensibilmente inferiore di quella diurna, circa 1/6), poco può fare quando ci sono prolungati periodi di cielo coperto. In Inverno, ad esempio. Ma, proprio in Inverno, in Primavera ed in Autunno la circolazione dei venti è consistente, favorendo così l’eolico. Il quale, è certamente meno favorito d’Estate (ampia omeotermia nel Mediterraneo, e quindi ridotta circolazione dei venti), quando il termodinamico raggiunge le migliori rese. Ogni anno, poi, in Italia generiamo 30 milioni di tonnellate di scarti dell’agricoltura, della silvicoltura e delle industrie di trasformazione (segherie, ecc): scarti “puliti”, non come i rifiuti, materiali che si possono utilizzare ovunque. Calcolando in circa 4.000 Kcal/Kg l’energia che si può ricavare da quegli scarti, essi corrispondono all’incirca a 12 MTEP, ossia a 12 Milioni di Tonnellate di Petrolio, circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale. Di più: proprio perché quegli scarti non inquinano, potrebbero essere utilizzati in un ciclo combinato, ossia per produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni con il vapore esausto delle turbine. Oggi, nelle centrali termoelettriche, il rendimento non supera il 35%: la gran parte dell’energia se ne va, sprecata, nei fiumi e nel mare, nelle acque usate per il raffreddamento nei condensatori. Nelle centrali a ciclo combinato – proprio perché il calore non viene dissipato bensì utilizzato per riscaldare le case – il rendimento raggiunge già oggi il 60%, ma con l’affinarsi delle tecnologie potrebbe migliorare. Vorremmo proporre una considerazione ed un’esortazione. Abbiamo fior fiore di tecnici e ricercatori, bravissimi, in grado di progettare e migliorare qualsiasi settore energetico: sanno fare bene il loro lavoro, al punto che alcune piccole industrie lavorano come sub-contraenti per l’industria eolica. Abbiamo aziende in grado di produrre meccanica di precisione, elettronica di supporto, ecc: non sono questi i problemi. Mancano filosofi. Ci vogliono persone in grado di dialogare, di proporre, di valutare – senza pelli di salame agli occhi – le future scelte. Avere un Rifkin sarebbe chiedere troppo? Forse mi sono sbagliato, i “filosofi” ci sono: non mancherà, per caso, chi li dovrebbe interpellare? Ad ascoltare certe fregnacce televisive, il dubbio viene. E veniamo all’esortazione. Prima di gettare nel nucleare del 2020 miliardi che, per ora, manco ci sono, perché non modificare il piano energetico – a questo punto suddiviso su più esercizi finanziari e con “ritorno” quasi immediato degli investimenti, non nel 2020 – su quelle tre direttrici come esperimento pilota? Tralasciamo, in questa sede, altre forme d’energia, il risparmio energetico e il dilemma di scegliere fra grandi impianti oppure sistemi per l’autosufficienza energetica: la questione diverrebbe troppo complessa, e ci torneremo in un prossimo articolo. Restringendo l’indagine a questi soli tre sistemi di produzione energetica: quale scenario potremmo ipotizzare? Alcune centrali termodinamiche nel Sud, “campi” eolici in mare e centrali a biomasse laddove c’è più produzione di scarti agricoli. Poi, fra pochi anni – da tre a cinque, non nel 2020 – potremmo già tracciare delle conclusioni, verificare i problemi, migliorare i sistemi, ecc. Distribuendo i campi eolici al limite delle acque territoriali (12 miglia, circa 23 Km, invisibili da terra), in tre zone ben definite: le coste adriatiche pugliesi, il Canale di Sicilia e l’area a Sud di capo Teulada, l’incostanza del sistema eolico sarebbe compensata dalla distanza poiché, chiunque abbia un minimo d’esperienza di mare, sa che è praticamente impossibile avere le medesime condizioni di vento in aree così distanti. Le centrali a biomasse potrebbero sorgere nei pressi di grandi città della pianura padana (forte produttrice di scarti agricoli), così da non incorrere in significative perdite per il trasferimento sulla rete elettrica di distribuzione e facilitando, per la stessa ragione, il teleriscaldamento delle abitazioni. Funzionando prevalentemente durante l’Inverno, compenserebbero la scarsa produzione termodinamica. Un’accorta programmazione – dato che il trasporto delle biomasse è uno dei principali fattori di costo – prevedrebbe, in parallelo, di riattare la rete fluviale italiana, dal Po ai canali limitrofi, compresa l’area veneta, ed un maggiore impulso alla navigazione di cabotaggio. Sono interventi non molto costosi, per altro finanziabili in parte con fondi europei. Per le centrali termodinamiche servono poche parole: che fine ha fatto la modesta centrale sperimentale di Priolo Gargallo, appaltata all’ENI per la costruzione e la messa in esercizio? Di questo passo, potremmo dare in appalto l’Arma dei Carabinieri ad una holding paritetica fra Mafia, Camorra e N’drangheta. In realtà, il termodinamico sta avanzando nel Pianeta, e in Spagna stanno passando dalle prime centrali da 50 MW a quelle, in fase di progettazione, da 300 MW. Se e quando funzionerà Priolo Gargallo, sarà una delle prime centrali progettate, ma avrà la minor potenza fra tutte le altre: 5 MW. Tutto questo, nonostante Rubbia abbia dimostrato che una superficie di specchi pari a quella compresa all’interno del raccordo anulare di Roma provvederebbe, da sola, ad un terzo del fabbisogno nazionale. Concludendo, potremo riassumere la faccenda in poche considerazioni. I dati sui costi reali dell’energia nucleare sono soggetti ad una continua disinformazione e facciamo notare che, nella nostra analisi, non abbiamo considerato i costi dell’Uranio né quelli del personale e neppure la custodia delle scorie, assai onerosa, come avevamo già analizzato nel nostro “Vattelapesca forever”. Programmare delle centrali per il 2020 è un’operazione molto azzardata, poiché il costo dell’Uranio ha goduto, dal 1990 in poi, di un importante calmiere del prezzo, dovuto allo smantellamento di moltissime testate belliche del dopoguerra (gli accordi SALT, ecc). Oggi, quella “manna” è terminata, ed il prezzo dell’Uranio – che influisce sulla produzione elettrica per un 5-10% – è in costante aumento. Nel 2020 non sappiamo a quanto arriverà il prezzo del minerale, poiché dieci anni – in mercati così volatili – possono riservare di tutto: vento, sole ed acqua costeranno quanto costano oggi, cioè niente. Le tecnologie per captare le energie naturali, al contrario, man mano che s’affinano e migliorano abbassano il costo del KWh prodotto. Da ultimo, ricordiamo che il costo d’impianto oggi stimato per il nucleare è di 2,2 milioni euro per MW, mentre quello dell’eolico è di un milione per le installazioni a terra e di 1,3 milioni per quelle in mare. Perciò, la scelta insensata va oltre la querelle sulla sicurezza delle centrali: si costruiscono obsoleti macinini ad Uranio e non si guarda oltre. Siamo un paese vecchio, che teme le novità, la ricerca, la sperimentazione. Nuove verità che affossino antiche credenze mettono in dubbio false sicurezze: ma, le false certezze, sono destinate da sole a crollare. Non siamo ingenui: conosciamo perfettamente la ragione che conduce l’Italia lontano dalle fonti rinnovabili e ad affidarsi, quando quasi tutti gli altri lo stanno abbandonando, al nucleare. Qualsiasi produzione energetica che necessiti di un rifornimento costante di materiali produce flussi di denaro e, su quei flussi di denaro, la corruzione crea enormi ricchezze per i soliti noti. Per quanto ci possa consolare il pensiero che corruzione e lobbismo siano radicati ovunque, non c’è terra dove la corruzione sia quasi “istituzionale”, come avviene in Italia. Condite “l’insalata nucleare” italiana con un po’ d’ignoranza e tanta voglia di soldi sicuri da distribuire ai famelici appetiti della politica e dei baroni dell’economia, ed ecco la risposta. La questione si sposta dunque dal settore tecnico alla politica: ci rendiamo conto che, per molti, questa è la classica scoperta dell’acqua calda, ma riteniamo che ogni tanto sia necessario “rinfrescare” le idee. Soprattutto a coloro i quali, dopo le elezioni regionali, si vedranno “recapitare” una centrale nucleare sulla cocuzza: mentre ENEL ed ENI si fregheranno le mani contente – e con esse il Tesoro, che ha importanti partecipazioni azionarie in entrambe le holding – quei “fortunati” vedranno le loro abitazioni precipitare ad un terzo del loro valore. Contenti loro. Cosa possiamo fare? L’unica forza politica che ha lanciato una petizione contro la costruzione delle centrali nucleari è stata “Per il Bene Comune”, la quale ha consegnato le prime 50.000 firme alla Presidenza della Repubblica, senza che – fino ad ora – sia giunta risposta (se gli amici di PBC hanno novità in merito, saremmo felici se ci aggiornassero, nei commenti o direttamente all’autore). PBC non ha passato sotto silenzio che il referendum del 1987 fu un pronunciamento contro l’energia nucleare nel nostro Paese: si potrà affermare che il meccanismo di qualsiasi referendum abrogativo prevede l’abolizione di una norma, come in quel caso furono abrogate le norme che prevedevano l’impianto delle centrali di Caorso e di Montalto di Castro (semplifico un po’ la questione). In pratica, furono abrogate le norme per quelle centrali, ed oggi ci sono nuove norme (emesse dall’attuale governo) che, per essere parimenti abolite, necessiterebbero di un altro referendum. Questo è il “corso” giuridico. Non ci si può, però, nascondere dietro ad un dito perché gli italiani – concediamo che la vicenda di Chernobyl abbia, all’epoca, modificato i consensi – si pronunciarono chiaramente contro il nucleare. Oggi, sono favorevoli? Per niente. Secondo una ricerca effettuata da “Il Sole 24 ore”– che non è certo una fonte “comunista” – solo il 26,3% degli italiani è disposto ad accettare una centrale sul proprio territorio. E, tutto questo, nonostante il buon Mannehimer si sia tanto dato da fare per organizzare – lo scorso 12 Novembre 2009 – un bel convegno con un titolo che era tutto un programma: “Energia nucleare: la gestione del consenso”. Insomma, ‘sti italiani sono contrari, lo erano già nel 1987: come facciamo a farli cambiare opinione? Va da sé che se la sono “sparata” fra di loro e basta: di voci contrarie, manco l’ombra. Il buon Mannheimer deve aver fatto un bel flop, tanto che il governo sarà costretto a militarizzare le aree delle centrali. E l’opposizione? L’UDC è favorevole, mentre Di Pietro ha recentemente dichiarato di voler promuovere due referendum abrogativi, contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Ma, Di Pietro, è la stessa persona che si alleò con il Presidente della Regione Molise Iorio (all’epoca, Forza Italia) contro il primo “campo” eolico italiano off-shore. La vicenda è comica, e la trattammo in “Venti nucleari. Farà seguire alle parole i fatti? Ah, saperlo… Non è il caso di chiederlo al PD – che, paradossalmente, si dichiara contrario al nucleare e favorevole all’eolico – per il problema che, loro, prima dovrebbero trovare il PD. Perciò, l’unica via da seguire è appoggiare PBC nella sua petizione e chiedere, finalmente, a Pietruzzo cosa vuol fare da grande. Ha un partito, è in Parlamento, può lanciare la raccolta di firme: il 75% degli italiani non vuole quelle centrali. Se ci sei, Pietruzzo, batti un colpo: altrimenti, taci.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/01/arriva-il-bengodi-nucleare.html

13/12/09

HOPE-LESS-NHAGEN


Hopenhagen è lo sponsor che si sono inventati in Danimarca in occasione della conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, per richiamare la speranza che un accordo vero sia raggiunto nella capitale danese, il quale permetta finalmente la svolta ecologica che il mondo ambientalista – e l’industria del rinnovabile – si aspettano. Stando alle dichiarazioni delle ultime settimane però, Hopenhagen è diventata Hopelessnhagen: la speranza, cioè, si è fatta fievole, quasi è svanita. Perché?
Il primo argomento scottante riguarda la necessità (o meno) di ridurre le emissioni di gas serra. Le Nazioni Unite, tramite il loro apposito organismo, l’IPCC, sostengono la tesi che il cambiamento climatico sia effettivamente provocato dall’uomo, e che da esso possa anche essere neutralizzato. Questa posizione è sostenuta, ovviamente, anche dall’industria del rinnovabile e da altre aziende che, in contraddittoria sintonia con il sistema che a questo ci ha portato, utilizzano i prodotti “verdi” per potenziare la propria posizione nel mercato, puntando più ad un improbabile consumismo sostenibile che ad un più intelligente non consumo. Altri invece, i cosiddetti “climate change skeptics”, sostengono che il cambiamento climatico sia dovuto a cause tutt’altro che antropologiche, derivando invece, per esempio, dall’attività solare o dall’impatto di raggi cosmici creati da fenomeni astronomici fuori dalla nostra portata. Peraltro, la critica dei suddetti scettici raramente si accompagna ad una giustificazione scientifica. Anche quando tale argomentazione è stata presentata, mai, almeno fino ad ora, è sembrata solida e convincente.
Intanto le lobby del petrolio e del carbone inviano decine di delegati nei parlamenti del mondo occidentale per convincere la classe dirigente a non promuovere un accordo significativo al vertice ONU, organizzando anche campagne pubblicitarie volte a plasmare il pensiero dell’opinione pubblica in tale direzione. Una parte della classe politica si è subito gettata a capofitto in tale campagna, che fa della disonestà intellettuale il proprio motore primo e del profitto a breve termine il proprio fine. Un esempio lampante è rappresentato dal partito repubblicano statunitense, che tramite alcuni suoi membri sostiene la miope tesi che un’eventuale svolta verde sarebbe dannosa per l’economia – soprattutto a causa di un taglio di posti di lavoro. Dov’è il buon senso? Il bisogno di sviluppare nuove tecnologie ed implementare quelle esistenti, secondo i saccenti senatori repubblicani, porterebbe ad una sicura contrazione dell’occupazione – semplicemente irrazionale!
Ma il punto è un altro: al di là di discussioni più o meno dotte sulla veridicità degli studi presentati dalla IPCC, tra l’altro minata dal recente furto di e-mail ai danni degli studiosi dell’organizzazione, che rivelerebbe un ipotetico trucco usato per mascherare alcuni dati, ciò che tutti dovremmo chiederci è se il problema stia veramente nelle dispute sull’effetto serra o piuttosto nel rapporto che l’uomo ha avuto con il pianeta negli ultimi due secoli. La gente dovrebbe imparare a domandarsi se lo sfruttamento indiscriminato delle risorse che è stato portato avanti finora è razionale o meno, indipendentemente dal fatto che provochi il riscaldamento dell’atmosfera. Il concetto di sostenibilità dovrebbe, nella coscienza dei cittadini, andare oltre a quello di contrasto dell’effetto serra, portando ad un atteggiamento intrinsecamente rispettoso delle risorse del pianeta, senza bisogno di altri spauracchi. Il semplice fatto che il nostro pianeta dispone di risorse finite, dovrebbe logicamente portarci a ragionare in tal modo.
Oltre che sulla riduzione di emissioni di CO2, poi, un forte disaccordo è presente sui cosiddetti fondi per adattamento e mitigazione, che i Paesi sviluppati dovrebbero mettere a disposizione di quelli in via di sviluppo per facilitarne l’adattamento ai cambiamenti climatici già in atto e contribuendo ad una loro crescita sostenibile. In poche parole, i Paesi emergenti e quelli più poveri pretendono che l’Occidente saldi il suo debito di carbonio per mezzo di una compensazione. Insomma, vogliono che il mondo sviluppato riconosca che il suo sviluppo si è basato su un’economia che ha creato dei danni all’intero pianeta. L’alternativa alla compensazione sarebbe lasciare che i Paesi in via di sviluppo portino avanti una crescita dettata meramente da criteri economici, con conseguenze imprevedibili.
Solo considerando queste prime e semplici sfumature, si capisce quanto il problema sia complesso e quanto sia improbabile che un accordo venga raggiunto nei prossimi giorni. Alcuni affermano che la democrazia non potrà mai portare ad una decisione importante in merito, in quanto il periodo di tempo verso cui essa dovrebbe rivolgersi va ben oltre quello di un normale mandato legislativo e, si sa, la classe dirigente normalmente ritiene la poltrona più importante dell’effettiva soluzione del problema, soprattutto quando essa richiede scelte impopolari. (Anche se, siamo poi sicuri che sarebbero così impopolari??) Questo tema è affrontato da pochi, ma potrebbe essere più rilevante di ciò che si pensa. Per questo le considerazioni dei paragrafi precedenti sono fondamentali. Le alternative sono tre. 1) Non agire puntando tutto sul fatto che la scienza può sbagliare. 2) Superare il problema in maniera non democratica, sperando che una classe dirigente dittatoriale – ma saggia – si instauri. 3) Spingere al cambiamento con una democrazia che parta dal basso, e cioè con l’adozione di una coscienza verde e responsabile collettiva.
Quale sarebbe la scelta più sensata? Probabilmente la terza. Ma potrebbe essere troppo tardi. Intanto tutti stanno passivamente a guardare cosa succede a Copenhagen, sperando che il lume della ragione (o lo spirito santo, per alcuni) riesca ad intrufolarsi nella conferenza. Ed è una sconfitta per l’umanità vedere come una scelta così determinante debba essere affidata a un pugno di politici, quando dovrebbe semplicemente essere dettata dal senso comune. D’altronde, Bertrand Russell profeticamente diceva che “… uno dei mali della nostra epoca consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce. Riflettendo un po’ sui comportamenti nostri e di chi ci circonda, non si riesce proprio a dargli torto.

A. Jorden

(ringraziamo l'autore, A.Jorden, esperto in energie alternative e fonti rinnovabili, che in esclusiva firma il suo primo post e inizia la sua collaborazione al blog)

INCANTO NOTTURNO

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Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

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Bepi Zanon

TESERO 1929

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PASSATO

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ANCORA ROSA

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VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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MINU

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