23/04/21
SENZ'ANIMA
06/02/17
"SI PUÒ FARE DI PIÙ"
25/12/15
NOTTE SANTA
Ario Dannati
22/05/15
05/09/14
POLENTA, FINFERLI & FORMAE PINCIÓN
In
attesa della prossima inevitabile Fine dei Tempi l'Adige di ieri dà
conto di un'altra strepitosa notizia. Gli strateghi dell'APT Val di
Fiemme, pur orfani del loro lider maximo emigrato in quel di Trento a
curare gli interessi generali (gli emolumenti dei consiglieri
provinciali n.d.r.), preso atto dello sprofondare del PIL
valligiano e considerato che le summer emozziòn a poco hanno
giovato, si sono riuniti in gran segreto. Una camera di consiglio per
tentare di raddrizzare una stagione disastrosa... Pensa che ti
ripensa, osservando dalle grandi finestre del palacongressi il
paesaggio antistante, a qualcuno s'è accesa la lampadina. Ma certo!
il Bosco... e i Funghi!! Cogitata l'idea la palla è passata ai
pubblicitari e in men che non si dica i maghi della promozziòn
locale hanno trovato la quadratura del cerchio. Sarà uno slogan
moderno e accattivante ad attirare di nuovo i turisti che questa maledetta
estate ha fatto scappare in anticipo. Ecco la parola magica: Brand,
certo che sì. Ah, averci pensato due mesi prima... La attacchi a
Funghi e oplà. Fine dei problemi. L’inglese è proprio una
bella risorsa. Stando a quanto riportato nell'articolo, pare che
ancora nessuno al mondo sia arrivato a tanto: una trovata ‘mondiale’.
E be’, qui le cose o le si fa mondiali o non le si fa proprio... 01/09/14
RIDENTE BORGATA DI 3000 ABITANTI, CORRENTE 220 VOLT, OSPEDALE CON MEDICO, CHIRURGO E RAGGI X
Ora,
finalmente anche questa lunga, faticosa estate teserana, iniziata
ufficialmente il 14 giugno con la sagra di san Liseo e terminata il
31 agosto con la chiusura domenicale dei negozi di vicinato orfani
anche degli ultimi siori
si
è conclusa.
Due mesi e mezzo di ciarpame assortito "regalato" agli
ospiti già nauseati per proprio conto dall’inclemenza del tempo e
agli inermi paesani, obbligati a sbafarsi
questa ennesima salva di esibizioni del nulla, nel più rigoroso
stile montanaro. Suk serali lungo le vie del centro, musica disco e
rock ad alto volume nelle piazze, happening all’americana con
sirene e lampeggianti nel cuore della sera, in un chi più ne ha più
ne metta senza soluzione di continuità. L’irrefrenabile smania di
voler essere al centro dell’attenzione ha contagiato l’intero
paesello e l’italico stile nazional-popolare televisivo è stato
ben assimilato dagli affiliati delle tante associazioni in campo (date al primo móna che passa un microfono e vi solleverà il mondo!).
Tuttavia se qualcosa
valesse la pena di essere guardata si potrebbe anche soprassedere e
sopportarne l’enfasi che l'avvolge.
Purtroppo
però di merito quasi sempre nisba: più o meno tutto è narcisistica
esternazione fine a sé stessa. Dalla logora baby
dance, con le sbraitanti
attempate animatrici e un fesso a far boccacce, grugnire e sparare
petardi sul finire, alle altrettanto logore corte
(la
stampa locale ultimamente le chiama però "corti") degli
improvvisati figuranti, con braghe a la zuava, restèl e smartphone
nel panciotto, passando per la sky
race e il suo istrionico,
tarantolato intrattenitore, il lunedì dei bombèros
col palco dei comandanti alla sudamericana, i martedì
del villaggio con gli
anzidetti suk, nonché, dulcis
in fundo,
l’imprescindibile trentino
danza estate con le
auto dello sponsor a stondare ogni cinque minuti per le strente del
paese, è tutto un sopra le righe, sguaiatamente ostentato. Chi
guarda da fuori, anzi, meglio, chi
è obbligato a guardare da fuori,
vista l’impossibilità di sottrarsi a questa caleidoscopica
confusione generale, si ritrova stordito. Ma perché ci siamo ridotti
così? Probabilmente perché per troppo tempo ci siamo affidati a
cattivi maestri. Sì, dev’essere questo il motivo. Cattivi maestri
che hanno modificato antropologicamente i nuovi abitatori della
montagna. Non esattamente quelli immaginati da Goethe per questi
lidi: “I
monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi.”
Così si
sprofonda, anno dopo anno nell’insensatezza e nell’indifferenziato.
Non c’è nulla da dire perché nulla di quello che fu questo paese
fa più parte del bagaglio culturale e del sentire di chi a suo modo ne indica le
vestigia. Ma quel nulla è importante gridarlo. 01/01/13
ANNO NUOVO
Tra sei giorni le indigestioni, i fastidiosi chiassi, le “buone feste” saranno già un ricordo e pure
le vagonate di “auguri”, profuse per
riflesso condizionato, verranno prontamente dimenticate. Dal sette di gennaio l’uomo
civilizzato, massimamente quello italico, abbandonerà questa obbligata concessione alla
superstizione e ai luoghi comuni e sino al prossimo dicembre ‘tornerà alla ragione’.
18/01/12
INTO LE BOCCE E FÖRA LE FACÉRE

Et voilà, è passato anche il Natale. Era ora. Non se ne poteva più di quel po’ po’ di inautentico, di scontato, di pletorico, di visto e rivisto, di quasi lugubre. Adesso possiamo immergerci nella trasgressione carnevalesca. In quell’unico periodo dell’anno espressamente dedicato alla licenziosità e al peccato. Tutto l’osceno e il proibito, compresso per undici lunghi mesi nel più profondo della nostra psiche, sarà ‘autorizzato’ per i prossimi 35 giorni circa ad emergere e annichilire l’ipocrita buonista messinscena della natività. Scherzi, sbornie, inganni, adulteri, faranno da contrappasso al logoro immaginario natalizio. “Into le bocce e föra le facére” soddisfatto annunciava puntualmente a sé stesso, ogni anno la sera dell’Epifania il buon Güstele Pressa (Gustavo Dondio / Tesero 1912 – Tesero 1986), anch’egli stufo de spinada e presepi.
Carnevale, ovvero Tempo di libertà: una volta ‘assoluta’, cioè capace di interpretare il moto animale più nascosto di ognuno di noi senza farsi dirigere da modelli esteriori, oggigiorno soltanto ‘relativa’. Anche il “Tempo della Carne” infatti ha scontato il tentativo di assoggettamento al commercialmente corretto. Tuttavia, grazie al suo evidente polimorfismo è riuscito a mantenere una sua autonomia e a non piegarsi completamente al volere consumistico, ma pagandone per questo un alto prezzo. Lo prova il paradosso che mentre Natale e Pasqua, feste di un giorno solo, si sono dilatate a dismisura, l’originaria veemenza sabbatica del carnevale si è via via depotenziata e l’ampio, seppur variabile, periodo che gli appartiene (dall’Epifania alla Quaresima) s’è ridotto sostanzialmente al solo pomeriggio del martedì grasso.
Sino ai ’70 del secolo scorso, il proibito e l’eccesso ‘affioravano’ esclusivamente durante quel periodo. In un crescendo che ad iniziare dalla seconda domenica di gennaio raggiungeva il suo culmine nei giorni della cosiddetta settimana grassa.
Maschere, coriandoli, tortié de pomo, frati ’mbriaghi, canederli, cene delle associazioni con relativi balli e bale. Era il tripudio della fantasia, della sensualità e degli incontri ‘peccaminosi’. Lo sfogo quasi fisiologico, giocato nel mezzo della lunga stagione invernale, che i montanari trascorrevano per lo più tra stalla, cambra e tabià. Trasgredire per sopravvivere al giogo immutabile del duro lavoro di un tempo e al repressivo controllo sul costume perpetrato da Santa Romana Chiesa, dalla notte dei tempi sino al Concilio Vaticano II, fatta salva quell’unica annuale eccezione.
A.D.
27/11/11
UN OTTIMO INIZIO

29/08/11
CONDIVIDO!
Odio il turismo di massa, le cavallette che arrivano con i voli charter in luoghi mai visti prima e che non vedranno mai più. Odio il turismo di massa che trasforma gli agricoltori in camerieri, i pastori in uomini delle pulizie e il territorio in un campo giochi per bambini e per adulti. Odio il turismo di massa che ruba l'acqua dai campi di grano per le piscine e per i cessi dei grandi alberghi e che, però, lascia in ogni camera le istruzioni per non distruggere il pianeta. Odio il turismo di massa inconsapevole delle culture, dell'alimentazione, della storia dei posti in cui si muove frenetico e cieco con in mano una improbabile guida. Odio il turismo di massa che trasforma posti antichi e meravigliosi in una fotocopia delle periferie urbane in cui trascorre la sua miserabile vita. Odio gli ecomostri, le villette sul mare, i porticcioli trasformati in una sequenza interminabile di ristoranti, pizzerie e bar. Odio i mozziconi delle sigarette che hanno sostituito le conchiglie nelle spiagge. Odio le bottiglie di plastica e le cannucce per le bibite che spuntano dalla sabbia, al posto delle chele dei granchi e degli ossi di seppia. Odio questo turismo grasso, sudato, ignorante con gli spettacolini la sera e il buffet sempre aperto con cibi importati da chissà dove. Odio il turismo di massa, il supermercato dell'estate con il carrello pieno di cose inutili da mettere in vista al rientro nel salotto di casa. Odio il turismo di massa che cancella i paesi, i linguaggi, i visi antichi dei popoli, la gentilezza di chi non ha ancora subito la globalizzazione. Odio il turismo di massa che omologa ogni cosa
Beppe Grillo
11/10/10
LA BLASFEMIA DEL PAESE REALE

18/09/10
METAMORFOSI

Il panorama d’umanità preconizzato oltre 35 anni fa da Pasolini è sotto ai nostri occhi. La trasformazione della società, quella italiana in particolare, prodotta dalla televisione e dalla motorizzazione di massa, ha concluso la sua metamorfosi. Sparite gran parte delle categorie citate nell’analisi, il sottoproletariato, il proletariato, la classe operaia, sulle quali, soprattutto, iniziarono ad agire gli elementi di deterioramento, oggi vivono le donne e gli uomini figli di quel processo socioeconomico. Gli uomini nuovi. Non più persone, ma consumatori, non più decisori liberi, ma obbedienti burattini senza fili, spensierati e improvvisati navigatori di questo Tempo omogeneizzato, senza radici, senza passato, senza storia.
Ecco uno stralcio del Pensiero del grande intellettuale friulano tratto da “Scritti Corsari” pubblicato sul Corsera nell’ormai già lontano 1973.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.
(Pierpaolo Pasolini, "Corriere della Sera", 9 dicembre 1973)
12/09/10
GITA FUORI PORTA

Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano 11/09/2010
01/09/10
LA VELINA ISLAMICA

Ci mancava la velina islamica, dopo la donna tangente. Degna commistione fra due paesi mediterranei diversamente retrogradi, ma entrambi contraddistinti dall’abitudine a trattare la femminilità come ornamento del potere. Naturale quindi che anche la velina islamica sia vincolata alla consegna del silenzio, come il suo corrispettivo che va in onda a ogni ora del giorno e della notte sulle tv del Belpaese. Il silenzio è requisito della sottomissione, e come tale lo impone la zelante agenzia Hostessweb, pena il mancato pagamento delle centinaia di ragazze scritturate a modica tariffa, confidando sul loro bisogno di lavorare. La religione, com’è ovvio, non c’entra nulla. Nessun buon musulmano prende sul serio Gheddafi, né il suo appello alla conversione islamica dell’Europa. Se davvero la suprema Guida della Jamahiriyya fosse mosso da intenti di proselitismo, avrebbe convocato intorno a sé un pubblico misto di interlocutori, non si sarebbe rivolto a un’agenzia di hostess precisando che servivano signorine bella presenza, provocanti ma non troppo, secondo il gusto maghrebino. C’entra invece, eccome, il bisogno di dimostrare che la grazia e la sensualità possono essere comprate col denaro. Il dittatore libico si rivolge al suo popolo prospettandogli la meraviglia delle belle donne da marito di cui l’Italia è percepita anche laggiù come il giacimento. Lui può permettersele, i suoi sudditi vedremo. Nessuna altra capitale europea avrebbe tollerato il ripetersi, per tre volte in un anno, di una simile esibizione. Ma l’Italia è la patria delle veline, dove d’estate è normale che un sedicente rivoluzionario autore televisivo impieghi pure anziane signore nella parodia ossessiva dell’avanspettacolo, e dove perfino il capo del governo rincorre il mito dello sciupafemmine per sentirsi amato. Perché negarci dunque l’eccesso fantasioso della velina islamica? Nonostante gli oltre quarant’anni ininterrotti al potere, in fondo Muammar Gheddafi resta pur sempre meno anziano rispetto al nostro presidente del consiglio. Hanno in comune la maschera patetica di chi insegue la longevità con camuffamenti giovanilistici. Da questo punto di vista, sono leader intercambiabili. Se oggi Berlusconi minimizza di fronte allo squallore dei raduni di giovani femmine italiane sottomesse, che Gheddafi non oserebbe mai convocare in un santuario di preghiera islamica, e si limita a definirli “folklore”, non è solo per imbarazzo diplomatico. Lui che per anni ha esercitato un indubbio potere seduttivo sulla maggioranza delle donne italiane, soffre di una vera e propria mutilazione culturale: vittima del suo stesso anacronismo, gli è preclusa la sensibilità necessaria anche solo a figurarsi le donne al di fuori di una dimensione subalterna. Gli verrebbe più facile parlare arabo che notare un evidente problema nazionale come la dignità femminile calpestata. Ora Gheddafi, aspirante colonizzatore di Roma, viene a dirci che in Libia le donne sono più libere che in Occidente. Immagino che lui e il nostro premier scherzeranno, in privato, di tale fandonia. Per quanto tempo ancora?
Gad Lerner
17/02/10
W LA FIGA!

Il 2009, l’anno terribile, l’anno della purificazione, il capolinea di un sistema economico logoro e corrotto, è passato. Ci saranno morti, feriti e macerie, ma dopo la bufera niente sarà più come prima, si disse. Le parole però non sono pietre ed oggi, 17 febbraio 2010, giorno delle sacre Ceneri, tutto, proprio tutto, sembra invece procedere nello stesso identico modo di allora. Anzi, peggio. Quel campanello d’allarme, sotto forma di disfacimento finanziario internazionale, ha suonato inutilmente. La gente non ha capito. Se l’etica è un accessorio riservato soltanto ai filosofi e agli alienati… la gente non può capire. Intanto anche il disfacimento materiale si fa drammatico e l’Italia frana. In diretta TV. E mentre nelle televisioni del grande incantatore si balugina un’Italia che non c’è e quella reale sprofonda nelle voragini del dissesto e della corruzione, il popolo inebetito, tra lustrini e ballerine, festeggia l’infinita decadenza con psicotropi e logori riti mediatici.
Ma, finita la sbronza del martedì grasso, in questo primo giorno di Quaresima, lo sconcerto viene da Oltreoceano. Quell’ Obama, che credevamo “verde” e alternativo, apre al nuovo nucleare. Quello pulito. Quello sicuro. Quello dei reattori di quarta generazione. Dopo trent’anni di stop all’atomo yankee, si riparte. Dicono che l’arduo passo presidenziale sia stato motivato non tanto dalla necessità energetica, quanto da quella occupazionale Da questa bella sorpresa gli States ricaveranno un imprecisato numero di nuovi posti di lavoro… Bene. Rimane però invariato e senza risposta il non proprio residuale problema delle scorie, che, l’evoluzione tecnologia non modifica di nulla, e quello della disponibilità del combustibile necessario. Ma tant’è. Di questi tempi, in un sistema che non riesce più a darsi alternative, anche gli insospettabili si buttano senza troppo pensare sull’apparente male minore.
Tornando al nostro Bel Paese, il degrado sociale e quello ambientale procedono di pari passo. A qualsiasi livello e a qualsiasi latitudine. È fresca la notizia secondo la quale un quarto dei contribuenti italiani non dichiara nulla al fisco. Il debito pubblico è alle stelle, le casse statali vuote, l’industria “pesante” con le valigie in mano, la disoccupazione in aumento. L’evasione fiscale, mai minacciata veramente dall’azione governativa, rimane lo sport preferito di buona parte degli italiani. Le tangenti hanno ripreso a turbinare come o più di 20 anni fa. Si specula senza pudore in ogni ambito della vita pubblica e privata. La Politica è assente. La Chiesa racconta favole. Intanto, l’esercito dei papponi dalle facce sempre più toste ed impunite, tra una nuova frana, un terremoto, o un evento irripetibile, da Napoli all’Aquila, da La Maddalena alla Val di Fiemme, passando per ogni dove, sguazza e arraffa a più non posso. Siamo nel Paese dei Balocchi traboccante di pinocchi, lucignoli e mangiafuoco. Di certo il buon Collodi non immaginava che il suo fantastico paesaggio umano sarebbe diventato il mito delle italiche genti del Duemila. È una strana temperie che stordisce. Un tempo in cui si parla soprattutto di festini, di centri benessere, di massaggi, di escort, di puttane, di figa. Non solo nei bar, dove tali argomenti da sempre sono al primo posto nelle discussioni di chi li frequenta, ma ovunque. In televisione, a tavola, durante i consigli dei ministri, durante quelli comunali, financo durante la vestizione del prete in sagrestia. Questo sistema non ha alternative. Questa gente non vuole alternative. Forse ha ragione Michele. Dato che l’etica è riservata soltanto ai filosofi e agli alienati e che nessuno potrà più sfuggire all’omologazione universale, giunti a questo punto, non ci rimane che sperare nella scienza. Ma con questa umanità siamo sicuri che basti?
Ario Dannati
07/02/10
UNA RISATA CI SEPPELLIRA' - PSICOPATOLOGIA DELLA BARZELLETTA AI TEMPI DI BERLUSCONI

Sta tutta in questa constatazione la costruzione dello “stile” politico - se così si può definire - di Silvio Berlusconi, basato su una straordinaria capacità di deviare l’attenzione da quella che è ormai divenuta chiaramente un’occupazione del potere a fini personali. Lo strumento principale di questa strategia è naturalmente l’impressionante potenza di fuoco mediatica concentrata nelle sue mani, nutrita ad arte dalle sue intemperanze verbali, dalle sue battute misogine e razziste, dalle sue gaffes. Ma la battuta da bar, Berlusconi lo ha capito benissimo, ha anche un’altra funzione: quella di restituire legittimità a discorsi, pensieri e modi di interpretare il mondo che la grande stagione dei movimenti - femministi, per i diritti civili, gay, in generale democratici - degli anni ‘60-’70 aveva messo all’angolo. Così quando il presidente del consiglio racconta barzellette sull’Olocausto o definisce “abbronzato” Obama, ogni volta è una barriera che cade: se lui può dire queste cose, allora tutti sono legittimati a farlo. Lo scrive bene Daniele Luttazzi su Megachip: “Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore: ecco spiegati i sondaggi sulla popolarità del premier. E tu, non ridi alle sue barzellette?” Sigmund Freud dedicò alla battuta addirittura un saggio (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) oggi di scottante attualità: secondo il padre della psicanalisi il contenuto inconscio della barzelletta è sempre di natura sessuale e può essere di due tipi, ostile e ingenuo.Nel motto ostile, che contraddistingue l’umorismo berlusconiano, l’attacco fisico e brutale viene sostituito dall’invettiva verbale che rende spregevole la persona o l’istituzione che si vuole ferire. In tal caso l’ascoltatore (i cittadini italiani...), viene trascinato a condividere l’aggressività di chi crea la battuta nei confronti della terza, sospendendo quindi con le sue risa la repressione sociale, solitamente tesa ad inibire gli impulsi ostili (http://www.parodos.it/). Un campo particolare nel quale il premier eccelle è quello dell’umorismo sul genere femminile. Illuminanti le sue parole sullo stupro, con le quali lega la violenza sessuale alla bellezza, colpevolizzando le donne: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...”. Purtroppo il Gino Bramieri di Arcore trova, nel nostro paese, terreno fertile: con le sue battute sessiste egli innesca un circolo vizioso che esalta la logica tutta maschile del branco, finalmente libero di dire quello che gli passa per le parti basse, dopo 40 anni di castrante femminismo. Per Berlusconi la barzelletta - sia essa a sfondo razziale, antisemita o misogino - è prima di tutto uno strumento ideologico che gli permette di mettersi in relazione diretta con il “popolo”, accarezzando i suoi pensieri più reconditi e impresentabili. Cosa tanto più grave se si pensa che recenti studi hanno mostrato un legame tra battuta sessista e maggior tolleranza a episodi di violenza sulle donne: è il caso per esempio di un lavoro compiuto dall’università di Granada o di quello svolto nel 2002 dall’Università del Massachusetts. E anche in Trentino, secondo i dati presentati recentemente dal Centro Antiviolenza di Trento, la violenza sulle donne è in aumento: sono state 193 quelle accolte per motivi di violenza nel 2008, per il 70% con una vita all’apparenza tranquilla, con un lavoro o una pensione, violentate da maschi a loro volta “insospettabili” (il 49% dei quali esercita professioni “qualificate”). E chissà quante sono le violenze non denunciate...In fin dei conti siamo di fronte a due modelli culturali tra i quali si tratta di scegliere, contrapposti quanto queste due barzellette:
Dio: “Eva, non ti farò intelligente come l’uomo, ma tra le gambe ti metterò qualcosa con cui potrai guadagnarti da vivere.”
Dio: “Adamo, farò a te e ad Eva un regalo a testa: uno di voi avrà il cervello, l’altro avrà la capacità di fare pipì in piedi. Puoi scegliere per primo.”
Qual’é la discriminante - si chiede “cain1986” su www.forum.giovani.it dopo aver riportato queste due storielle - che definisce chi ride per una battuta o per l’altra? “Il sesso di appartenenza”, risponde. “Gli uomini non ridono delle battute delle donne, per lo stesso identico motivo per cui non le votano. Perché sono donne.” Attenti, dunque, perché il nemico è dentro di noi: anche quando facciamo battute vagamente misogine al bar, tra amici insospettabili, il nemico ci ascolta, e sorride...
Mattia Pelli – Questotrentino 11/2009
18/01/10
COMMOZIONE INDOTTA

Massimo Fini
29/12/09
COCAINA: DA FREUD ALLA COCA COLA. TUTTE LE PISTE DI UNA STORIA OCCIDENTALE

Nel 2011 i consumatori di cocaina saranno circa 700mila, il 5% in più rispetto al numero di consumatori del 2008». Scriveva il Corriere della Sera quest'estate. E questo è solo uno dei continui articoli, inchieste, scoperte che i mezzi di informazione pubblicano quasi quotidianamente sulla cocaina. Come se il grande consumo della sostanza fosse stato scoperto soltanto adesso. Invece, quella della cocaina è una storia che non inizia neanche in questo millennio bensì si perde nella notte dai tempi. Recentemente le nuove tecnologie hanno potuto trovare traccia nei capelli di mummie cilene del 2000 a.C. della presenza di benzoilecgonina, un metabolita della cocaina. Al nostro secolo si deve tuttavia l'uso degli effetti per la ricreazione, il proibizionismo, ma soprattutto il grande volume d'affari. Nel 1884 il dottor Sigmund Freud pubblica un volumetto a lui tanto caro Über Coca. Il padre della psicanalisi racconta con molto entusiasmo, la scoperta di questa sostanza sperimentata su sé stesso per curare la depressione. In una lettera del 21 aprile del 1884 così racconterà alla fidanzata: «Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po' per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…». Purtroppo però la natura è crudelmente avara nel dispensare il piacere. Più l'esperienza è eccitante, più il cervello soffre quando si rende conto che è già finita. Con il passare del tempo, Freud si accorge che ci volevano dosi sempre più forti o più frequenti per ottenere lo stesso risultato tanto che molti dei suoi pazienti finirono per assuefarsi. Così come il patologo e suo amico Ernst Fleischl, che diventerà tristemente noto alla storia come il primo caso di psicosi cocainica. Tuttavia Freud una cosa l'aveva capita molto bene: la possibilità di sfruttare questa sostanza per trarne un profitto, il suo sogno era quello di comprarsi finalmente una casa. E molti dopo di lui seguirono questa strada. Così il giovane chimico corso Angelo Mariani che a Parigi produsse quell'ottimo vino con estratti di coca che tanto Papa Leone XIII raccomandò per le messe cantate apparendo addirittura in un manifesto per farne pubblicità; mentre l'intraprendente farmacista americano John Pemberton che produsse una delle bevande ancora più bevute al mondo: la Coca cola. Ogni bottiglietta, prima del proibizionismo, conteneva l'equivalente di una piccola dose di cocaina. «Oggi la cocaina vale più del suo peso in oro. Il suo prezzo è all'origine circa il quattro per cento del prezzo di vendita al dettaglio» scrive il docente di Farmacologia di Cagliari, Gian Luigi Gessa nel suo libro Cocaina (Rubbettino, 2008), che aggiunge come «La rivista Fortune colloca l'industria della cocaina illegale al settimo posto nella lista delle cinquecento maggiori imprese economiche, tra Gulf Oil e Ford Motor Company». Nel 2003 le vendite della sostanza nelle strade americane hanno raggiunto i 35 miliardi di dollari. E non appena il mercato statunitense si è saturato, quelli in Europa si sono mostruosamente aperti. Tanto che oggi la cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi si trova raccolta in "pezzi", appallottolata nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nei portafogli del lavoratori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici, ovunque. Ne hanno trovato percentuali imbarazzanti perfino nelle acque dell'Arno e residui in quasi tutte le banconote che maneggiamo. Pippata, scaldata, tagliata, fumata oggi la cocaina viene usata indistintamente con o senza permesso di soggiorno, con o senza contratto a tempo indeterminato, ricco o povero, uomo o donna che sia. A fronte di una politica del guadagno folle che sta giustificando militarizzazioni e politiche proibizioniste che riempiono le galere. Potremmo dire che è tutta colpa degli inca? Gli abitanti dell'area compresa tra Colombia, Perù e Bolivia, dove si producono i tre quarti della cocaina del mondo, masticano foglie di coca da migliaia di anni. Non solo per le sue proprietà stimolanti - che cancellano la fatica e danno l'energia necessaria per affrontare le ripide salite nell'aria rarefatta di quella regione montuosa - ma anche per le sue qualità alimentari, poiché le foglie contengono vitamine e proteine. Poi arrivarono i conquistadores con il loro divieto definendola "uno strumento del diavolo", per poi scoprire che senza quel "dono degli dei" gli indigeni non riuscivano a lavorare nei campi o a estrarre l'oro. Improvvisamente la coca fu legalizzata e anche tassata e gli invasori cominciarono a tenere per sé un decimo dei raccolti. Le foglie erano distribuite ai contadini tre o quattro volte al giorno, durante le pause dal lavoro. Addirittura la chiesa cattolica cominciò a coltivarla. Poiché le foglie sopportavano male il viaggio venivano esportate in Europa solo sporadicamente, così negli Stati Uniti, come nel Vecchio Continente ben presto arrivò la sostanza lavorata e in polvere. Una storia che però si ripete ancora oggi. Nel 2006 il regista Andrea Zambelli si reca in Colombia per un progetto di alfabetizzazione comunicativa, qui realizza Mercancia , un documentario che segue tutto il processo di "fabbricazione" di questa sostanza nella regione del Magdalena-Medio, nei vari passaggi di produzione fino alla pasta. Ma soprattutto raccoglie il racconto degli stessi contadini e si sofferma sui gruppi paramilitari che gestiscono gli scambi della cocaina fra campesinos e narcotrafficanti. Dalla raccolta della pianta fino alla raffinazione ogni passo viene tassato dai gruppi paramilitari come una qualsiasi transazione economica. In venti velocissimi minuti, il regista mostra l'esistenza di una piccola comunità di coltivatori dalle tradizioni salde e dalla vita rurale. Nulla di più distante, dunque, da ciò che nel nostro immaginario può rappresentare un narcotrafficante. Nessun campesinos, infatti, è consumatore o fruitore della cocaina, né partecipe, se non in minima parte, degli incredibili guadagni legati al commercio di questa sostanza. In questi paesi, costretti spesso a lavorare nei campi di coca per poter sostentare le proprie famiglie, i contadini tramandano di padre in figlio la tradizione per la raccolta e la preparazione della pasta. L'opprimente condizione imposta dai narcotrafficati e i metodi brutali di repressione dei paramilitari impediscono la formazioni di oppositori e i pochi sindacalisti che coraggiosamente si mettono contro di loro vengono spesso messi a tacere. Ed è proprio questo il problema principale: il guadagno. Nelle nazioni di produzione un grammo di cocaina (come reso noto dalle Direzioni internazionali per la lotta alla droga) viene pagato un euro per una purezza pari al 95%. Sul mercato occidentale bene che va viene rivenduta con soltanto il 25-30% di principio attivo, con un guadagno del 1.200%. Del resto Roberto Saviano in Gomorra ci parla di un «fatturato 60 volte superiore a quello della Fiat». E questo solo in Italia. Sarà per questo che la cocaina viene chiamata "il petrolio bianco", il vero miracolo del capitalismo contemporaneo, in grado di superare qualsiasi crisi economica. Così i mercati crollano e il prezzo della cocaina in Occidente scende ma non quello del fatturato. Un vero affare.
Cristina Petrucci
29/11/09
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