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23/04/21

SENZ'ANIMA

“Io non mi sento italiano” è un album di Giorgio Gaber pubblicato postumo. Vi si sente tutta l’amarezza, la disillusione, il disincanto di un uomo che ha attraversato la vita italiana dal 1939 al 2003. Gaber e io siamo più o meno della stessa mandata, la nostra vita si è svolta in campi diversi, ma esistenzialmente abbiamo vissuto lo stesso tempo.


Ma per trovare un’Italia diversa da quella attuale, con dei valori, non è necessario, come fa Giorgio, rifarsi al Rinascimento. Basta ricordare tempi assai più recenti che entrambi abbiamo vissuto, quelli del dopoguerra e degli anni successivi. Allora l’onestà, cardine di ogni convivenza civile, era un valore per tutti, per la borghesia, se non altro perché dava credito, per il mondo contadino, dove violare la stretta di mano costava l’emarginazione dalla comunità, per il mondo proletario che aveva una sua etica sia pur diversa, nei modi ma non nella sostanza, da quella di noi giovani borghesi. La solidarietà, che oggi ci si vorrebbe imporre dall’alto, stava nelle cose. A parte una sottilissima striscia di borghesia che aveva però il buon gusto e il buon senso di non ostentare la propria ricchezza, eravamo tutti più o meno poveri. Ed è fra poveri e non fra ricchi che ci si dà una mano. Milano, dove Gaber, come me è nato, era una città di quartieri e nel quartiere ci si conosceva e ci si aiutava tutti (la fame no, nell’Italia che ho conosciuto io la fame, almeno nel dopoguerra, non c’è mai stata). Non bisogna dimenticare, fra le altre cose, che Milano è una città che ha una tradizione cattolica e socialista. Noi ragazzi vestivamo tutti allo stesso modo, calzoncini quasi all’inguine con i quali giocavamo a calcio in strada o nei terrain vague che gli americani ci avevano lasciato come regalo dei bombardamenti. Le griffe, le scarpe firmate, non esistevano ancora. Questo clima durò fino al boom economico e, per qualche anno, anche oltre. Il boom lo vivemmo in modo ingenuo, naif, non volgare. Era bello, per ragazzi e adulti, dopo che per anni si era tirata la cinghia, assaporare un po’ di benessere. Ma un tarlo invisibile e silenzioso aveva cominciato a corrodere le nostre vite. Nel 1960 entrai per la prima volta, col mio amico Giagi, in un Supermarket. Ci sembrò il Paese di Bengodi. Era invece il cavallo di Troia entrato in città e che ci avrebbe tolto, per sempre, l’innocenza.
Ma erano comunque ancora i Sessanta, gli “anni blu” della mia giovinezza, ciò che per Fitzgerald era stata “l’età del jazz”. Ma quel che di ludico e libertario c’era stato nella contestazione giovanile era ormai agli sgoccioli. Arrivarono le Brigate Rosse che presero sul serio le parole d’ordine che i figli dei borghesi gridavano durante le manifestazioni, “fascista basco nero, il tuo posto è al cimitero”, “uccidere un fascista non è un reato”. Il Sessantotto fu, per usare una frase che Luigi Einaudi applicò alla massoneria, “una cosa comica e camorristica”, figli della borghesia che avrebbero dovuto rovesciare la borghesia, una cosa che avrebbe fatto rivoltare nella tomba il vecchio Marx. Ma nelle prime BR, a differenza del Sessantotto, c’era ancora un contenuto ideale sia pur espresso in modi e in tempi sbagliati perché il marxismo-leninismo cui si richiamavano sarebbe morto di lì a poco. È vero che i primi brigatisti non sembravano avere alcuna considerazione della vita altrui, ma a rischio della propria. In seguito anche nel terrorismo ci sarà una deriva che ha parecchio a che fare con quella della società civile che stava nel frattempo maturando. Per i brigatisti di seconda e terza generazione la vita altrui continuava a non contar nulla, ma della propria avevano grande considerazione. L’omicidio di Walter Tobagi, consumato da due giovani male educati, segnerà il culmine di questa fase, e infatti Barbone e Morandini, a differenza dei primi brigatisti, si pentiranno subito per avere i vantaggi della legislazione premiale. È il segno, sia pur sub specie terrorista, di un individualismo sfrenato che sta invadendo la nostra società.
Finito il terrorismo arriveranno gli anni Ottanta, i beati anni della “Milano da bere”. Per la verità se la bevevano soprattutto i socialisti. Ma il denaro girava e gli italiani credettero a questo nuovo boom. E non vollero vedere ciò che c’era sotto, e cioè che la classe dirigente, politica ed imprenditoriale, si era venuta corrompendo in modo sistematico. Fu Mani Pulite, nel ’92-94, ad aprir loro gli occhi. E fu l’ultima volta che la popolazione italiana, di fronte all’arroganza del potere, provò un legittimo e sincero sdegno. Ma nel giro di soli due anni, anche grazie all’appoggio massiccio dei media a loro volta corrotti fino al midollo, i magistrati divennero i veri colpevoli e i ladri le vittime. E qui si ruppero gli ultimi argini. Di fronte a simili esempi anche il cittadino normalmente onesto si chiese “ma devo essere solo io il più cretino della partita?”. E così la corruzione, fattuale ma, cosa ancor più grave, morale, discese giù per i rami invadendo quasi l’intera società civile. Lo dimostra il fatto che non era venuta meno tanto la sanzione penale quanto quella sociale. Prendo il caso di Luigi Bisignani solo a titolo di esempio. Bisignani fu condannato a due anni e sei mesi nell’ambito dell’inchiesta Enimont, cioè per un reato contro la PA. Si penserebbe che un soggetto del genere nella pubblica amministrazione non potrebbe metter più piede. Invece lo troviamo a metà degli anni Novanta come consigliere dell’ad delle FS Necci condannato per lo scandalo di quella che verrà chiamata “Mani Pulite 2”. Diventerà in seguito consigliere di Paolo Scaroni, ad dell’Eni. Oggi Bisignani è un editorialista di vari giornali. Insomma importanti amministratori dello Stato o del parastato non avevano nessuna remora a frequentare un soggetto come Luigi Bisignani che Wikipedia non riesce a definire meglio che come “faccendiere”. Quello che voglio qui dire è che erano saltati tutti i valori, preideologici, prepolitici, prereligiosi, che avevano contrassegnato il tessuto sociale dell’Italia degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta: onestà, onore, dignità, lealtà, rispetto delle regole. Chiunque tu ti trovi di fronte oggi non puoi sapere se è una persona per bene o un corrotto. In fondo è la storia del “mondo di mezzo” romano allargato a livello nazionale.
Tentando di fare un ritratto dell’Italia contemporanea scrivevo nel mio libro Senz’anima del 2010: “È un’Italia (…) devastata dalla Televisione che sembra aver concentrato in sé l’intera vita nazionale dettando, insieme alla sua gemella Pubblicità che è il motore di tutto il sistema, i consumi, i costumi, la way of life, le categorie, i protagonisti e che ha finito per distruggere ogni cultura che non sia la sua subcultura. È un’Italia che ha perso ogni freschezza, la sua antica grazia, senza sorriso, cupa, volgare, ossessionata dal denaro, dal benessere, dagli ‘ status symbol’, dai gadget, dagli oggetti. Un’Italia ipocrita, pronta a commuoversi su tutto, solo per potersi autocompiacere della propria commozione, ma sostanzialmente indifferente all’altro, al vicino, al prossimo. Un’Italia senza misericordia. Un’Italia ormai inguaribilmente corrotta, nelle classi dirigenti come nel comune cittadino, intimamente, profondamente mafiosa, come sempre anarchica ma senza più essere divertente, priva di regole condivise, di principi, di valori, di interiorità, di dignità, di identità. Un’Italia senz’anima”.
Giorgio Gaber è morto nel 2003. Ma potrebbe dire oggi ancor più di allora: “Io non mi sento italiano”.

Massimo Fini

06/02/17

"SI PUÒ FARE DI PIÙ"

La RAI, per il prossimo Festival di Sanremo, pagherà per sole cinque serate, al conduttore Carlo Conti, ben 650.000 euro, oltre ad altri emolumenti per la conduzione di altri programmi sulla RAI. Sempre per Sanremo, la RAI pagherà per soli 15 minuti di apparizione  ben 50.000 euro ciascuno a Mika,  Ricky Martin e Tiziano Ferro. A Maurizio Crozza per le cinque serate ben 100.000 euro. Tutto questo a fronte di un buco di 400 milioni di euro nel bilancio aziendale della RAI. Ma c'è di più: nelle cinque serate del festival Conti ci chiederà di offrire 2 euro col telefono fisso o cellulare per le zone terremotate. Vi dico solo che ben 26 milioni di euro che gli italiani avevano già offerto con il telefono sono ancora bloccati a Roma. La richiesta per pulire la strada dell'hotel Rigopiano in Abruzzo, come ben sapete, era partita già dalle sette del mattino e gli fu risposto che non potevano liberare la strada dalla neve perché l'unica turbina di Pescara in pieno inverno era rotta. La provincia di Pescara non aveva 25.000 euro per ripararla, a causa dei tagli dei fondi del Governo. Sapete tutti come è purtroppo andata a Rigopiano. Ora, cari amici, la spegniamo la TV o per lo meno non guardiamo Sanremo per tutte le cinque serate? Facciamo crollare l'audience! Diamo un segnale, boicottiamo il Festival. Fate girare il messaggio. Penso sia il minimo che si possa fare, anche per le vittime di Rigopiano. Forse se c'erano quei 25.000 euro, si sarebbero salvati.
Ciao a tutti.
 
(appello ricevuto via WhatsApp il 4 febbraio scorso)
 
Tutto giusto. Boicottare si deve. Però non basta. Se dell'inganno ci accorgiamo soltanto in queste occasioni, finito Sanremo saremo punto e a capo. Dovremmo avere consapevolezza anche e soprattutto dell'inganno quotidiano in cui questo 'Sistema totalizzante' ci tiene immersi e adottare le conseguenti contromisure. Tutti. Ognuno per la propria parte.
Se siamo diventati dei 'tubi digerenti' fatti e finiti, se condividiamo l'incongruenza, dall'abuso di auto-mobilità al consumo incessante di territorio e di risorse naturali (nuovo piano di fabbrica di Tesero ad personam, costruzione pista ski-roll a Lago, costo ipotizzato € 800.000) e tale incongruenza, più o meno inconsapevolmente è il nostro stile, se la morfina sociale, inoculata in dosi sempre più massicce e nelle più svariate forme e modalità (attraverso il giogo dei social, gli eventi sportivi di rilievo internazionale, il gioco d'azzardo, il trastullo con gli strumenti tecnologici)  ci rende incapaci di leggere la realtà fattuale e ci impedisce di agire, se gli amministratori di ogni ordine e grado (anche quelli delle nostre piccole comunità!) sono soltanto degli impostori approfittatori e noi lasciamo che essi decidano e dispongano a loro piacimento e tornaconto senza le benché minine reazione e indignazione, non possiamo prendercela una tantum semplicemente con un rito ipocrita, qual è il 'festival della canzone italiana' che è parte integrante del 'gioco'.

O ci svegliamo e (re)agiamo con consapevolezza e per quanto possibile contro tutto ciò che stride, stona e grida vendetta, o questi appelli estemporanei faranno parte anch'essi soltanto del gioco.
 
A. D.

25/12/15

NOTTE SANTA

Che la coerenza non sia mai stata il punto di forza della bimillenaria impalcatura simbolico-dottrinale di Santa Romana Chiesa lo sapevamo da tempo. Ma anche a noi miscredenti fa specie osservare quanto tale deficit, in poco più di cinquant'anni (dal Concilio Vaticano II ad oggi), si sia abnormemente dilatato. Se è vero che per la maggioranza dei fedeli l'adesione alla religione cristiano-cattolica nell'ultimo secolo (e forse anche prima) coincise, nè più nè meno, con la semplice partecipazione ai momenti liturgici e al rispetto assoluto della simbologia a tinte forti di cui questi erano intrisi, oggi invece, venuta meno la puntuale frequentazione alle officiazioni rituali da parte degli adèpti del terzo millennio, ciò che distingue un cristiano da un non-cristiano è semplicemente l'aver o non aver ricevuto il battesimo, quindi, in pratica, avere o non avere in tasca la 'tessera' di appartenenza.
Non c'è dunque da stupirsi se le chiese sono vuote, se ormai nemmeno la forma è rispettata, se la messa di mezzanotte (tanto per ripetere un esempio banale), per comodità di qualcuno, viene anticipata alle ventidue, se il parroco è alla mercé di un consiglio parrocchiale qualsiasi, eccetera, eccetera, perché quell'unico tratto distintivo (il rispetto assoluto della simbologia...) non c'è più. Tutto è lecito e lo si fa con leggerezza disarmante.
Il Natale un tempo era una festa quantomeno suggestiva e i suoi significanti, curati ed allestiti nelle case con devozione, nel comune sentire si sovrapponevano esattamente ai loro corrispettivi significati. Oggi il Natale, con la sua notte che di still non ha più niente e di heilig men che meno, è una festa senza senso il cui vuoto di significato, raggiunto e superato il punto di non ritorno, viene colmato manco a dirlo... con ogni sorta di mercanzia.
Dunque, senza il benché minimo pudore, proprio in coincidenza con le celebrazioni del cinquantesimo di fondazione dell'associazione Amici del presepio l'insignificanza raggiunge il parossismo e il parroco, forse addirittura inconsapevolmente, benedice in una commistione blasfema l'imbenedicibile: il presepio e i mercatini di natale, allestiti per l'occasione ai piedi del simbolo della Natività.


Capiamo che l'acquisto compulsivo sia la cifra della decadenza in cui purtroppo ci tocca vivere, capiamo che allestire bancarelle natalizie sia ormai una consuetudine diffusa ovunque, capiamo pure che di questi tempi vada colta ogni possibile occasione per rimpinguare il conto corrente. Però anche per noi atei perduti non è un bel vedere e proprio a Tesero, insuperata fucina di sacerdoti dei bei tempi andati e centro di fede riconosciuto nel mondo intero, non ce lo saremmo aspettato. Che anche qui tutto, ma proprio tutto, si sia ridotto a un incessante rozzo cromerare
A proposito, ma che diceva quel tale brandendo inviperito la scürgia? Ah, sì: Fuori i mercanti dal tempio! E voi fedeli amici del presepio i mercanti e le loro cianfrusaglie glieli accostate proprio davanti alla sua casetta nativa? Eh, dai! Caro Presidente, visto che il parroco è in evidente difficoltà, se ci sei, almeno tu ripensaci e batti un colpo!

Ario Dannati

22/05/15

05/09/14

POLENTA, FINFERLI & FORMAE PINCIÓN


In attesa della prossima inevitabile Fine dei Tempi l'Adige di ieri dà conto di un'altra strepitosa notizia. Gli strateghi dell'APT Val di Fiemme, pur orfani del loro lider maximo emigrato in quel di Trento a curare gli interessi generali (gli emolumenti dei consiglieri provinciali n.d.r.), preso atto dello sprofondare del PIL valligiano e considerato che le summer emozziòn a poco hanno giovato, si sono riuniti in gran segreto. Una camera di consiglio per tentare di raddrizzare una stagione disastrosa... Pensa che ti ripensa, osservando dalle grandi finestre del palacongressi il paesaggio antistante, a qualcuno s'è accesa la lampadina. Ma certo! il Bosco... e i Funghi!! Cogitata l'idea la palla è passata ai pubblicitari e in men che non si dica i maghi della promozziòn locale hanno trovato la quadratura del cerchio. Sarà uno slogan moderno e accattivante ad attirare di nuovo i turisti che questa maledetta estate ha fatto scappare in anticipo. Ecco la parola magica: Brand, certo che sì. Ah, averci pensato due mesi prima... La attacchi a Funghi e oplà. Fine dei problemi. L’inglese è proprio una bella risorsa. Stando a quanto riportato nell'articolo, pare che ancora nessuno al mondo sia arrivato a tanto: una trovata ‘mondiale’. E be’, qui le cose o le si fa mondiali o non le si fa proprio...
E poi – come ben scrive il cronista – muoversi a piedi nel bosco tra funghi e conifere fa bene alla salute di chi abita per la maggior parte del tempo in città. Vera, vera, ostia! Sinora si pensava bastasse l’aria condizionata dei suv, le strade veloci, i posteggi capienti, le vetrine ben allestite e i pali da pole-dance in camera per fare turismo a quattro stelle, adesso invece i cervelloni del marketing fiemmese hanno scoperto questa nuova risorsa. Fantastico. Meglio tardi che mai...
Però, però, sì cè un però. Anche le grandi scoperte hanno il loro risvolto negativo, purtroppo. Tutto ha un costo. Ergo, se si promuove un'intera valle, è giusto che l'onere sia suddiviso equanimemente. Saranno dunque i comuni di Fiemme a pagare in parte (quasi tutto) il permesso di raccolta funghi ai turisti che bontà loro soggiorneranno da adesso sino a inizio ottobre nelle strutture ricettive private della valle per almeno tre giorni consecutivi. In pratica con i soldi sinora introitati grazie ai permessi dei fungaioli pendolari  ‘volontari’  provenienti per lo più dal bresciano e dal vicentino, si pagheranno le licenze di prelievo micologico alle orde dei nuovi forzati della raccolta ospitati negli alberghi. Con un piccolo sforzo mentale in più le volpi dell’APT avrebbero potuto cogitare e poi far pagare direttamente ai censiti anche le spese di soggiorno, imponendo alle municipalità l’istituzione di una nuova piccola gabella ad hoc tipo Tassa Comunale Alberghi Ödi (TA.C.A.Ö.).
D’altronde, visto che tutti gli altri comparti economici tirano che è una meraviglia, vorrai mica lasciare sü l'ass da le persécche solo i poveri albergatori! Un piccolo contributo collettivo e ben giusto darglielo. O no?

A.D.




01/09/14

RIDENTE BORGATA DI 3000 ABITANTI, CORRENTE 220 VOLT, OSPEDALE CON MEDICO, CHIRURGO E RAGGI X


Così l’indimenticato maestro Antonio Piazzi (1898 - 1972) sintetizzava esemplarmente Tesero in un dépliant promozionale del 1933. In quella sua descrizione didascalica c’era quanto di meglio potesse offrire il paese in estate ai pochi turisti di quegli anni: l’essenziale. Socialità, ambiente, “comodità”, sanità. E i turisti null’altro pretendevano. Gente semplice e non facoltosa, per lo più proveniente dalle città del Nord Italia. Se non riusciva a trovar posto nei pochi alberghi esistenti, si accontentava di una stanzetta in un appartamento privato, spesso condividendo i servizi, la frugalità dei pasti e il resto della casa con i componenti della famiglia ospitante. Il “fuggiasco” dalla città già rumorosa e caotica chiedeva soprattutto due cose: tranquillità e aria buona. E il paese, che in quell’epoca viveva soprattutto di zootecnia e agricoltura gliele garantiva. Tempi e costumi di un passato ormai sepolto.
Poi venne l’evoluzione della specie di pari passo con lo sviluppo alberghiero prima e quello delle seconde case poi. Il turista perse gradualmente quella semplicità e bonarietà che ne caratterizzava il prototipo, e con l’accrescimento della sua ricchezza disponibile si fece via via più cafone così come, per contagio, il residente. Oggi viaggia in SUV, così come la maggioranza di chi qui risiede, e pretende sostanzialmente ciò che già trova in città, e tanto, niente di meno, pretende il residente. Posti macchina, infrastrutture sportive, dancing, negozi, palestre, sfilate di moda, piscine, docce in camera, ipermercati, svago, collegamenti internet nelle baite, orsi al guinzaglio, servizi di ogni genere e cretinate di ogni tipo. E’ un turista irrequieto, com’è ormai tutta la gente di quest’epoca decadente. Un alienato tra alienati. Più di ogni altra necessità ha quella di spostarsi di continuo (in SUV ovviamente). Il suo massimo piacere è girare, trastullandosi a bordo con la tecnologia sempre più sofisticata delle attuali autovetture. Invadere spazi e luoghi, farsi vedere, farsi sentire, fare e sentire rumore… La qualità ambientale lo interessa in modo relativo. Be’, certo, se sei in montagna, qualche abete, una mucca al pascolo vicina al bar dove consumi panna e cioccolato, il brivido della croda strapiombante quando sali in funivia, quel tanto te lo aspetti ancora. Ma generalmente, fatto salvo tutto il superfluo detto in precedenza, il paesaggio osservabile dai finestrini del fuoristrada è più che sufficiente. E allora anche l’offerta si adegua. E giunti a questo livello di perversione, il “convento” non può offrire niente di meglio di quanto ogni anno ci offre.
Ora, finalmente anche questa lunga, faticosa estate teserana, iniziata ufficialmente il 14 giugno con la sagra di san Liseo e terminata il 31 agosto con la chiusura domenicale dei negozi di vicinato orfani anche degli ultimi siori si è conclusa. Due mesi e mezzo di ciarpame assortito "regalato" agli ospiti già nauseati per proprio conto dall’inclemenza del tempo e agli inermi paesani, obbligati a sbafarsi questa ennesima salva di esibizioni del nulla, nel più rigoroso stile montanaro. Suk serali lungo le vie del centro, musica disco e rock ad alto volume nelle piazze, happening all’americana con sirene e lampeggianti nel cuore della sera, in un chi più ne ha più ne metta senza soluzione di continuità. L’irrefrenabile smania di voler essere al centro dell’attenzione ha contagiato l’intero paesello e l’italico stile nazional-popolare televisivo è stato ben assimilato dagli affiliati delle tante associazioni in campo (date al primo móna che passa un microfono e vi solleverà il mondo!). Tuttavia se qualcosa valesse la pena di essere guardata si potrebbe anche soprassedere e sopportarne l’enfasi che l'avvolge. Purtroppo però di merito quasi sempre nisba: più o meno tutto è narcisistica esternazione fine a sé stessa. Dalla logora baby dance, con le sbraitanti attempate animatrici e un fesso a far boccacce, grugnire e sparare petardi sul finire, alle altrettanto logore corte (la stampa locale ultimamente le chiama però "corti") degli improvvisati figuranti, con braghe a la zuava, restèl e smartphone nel panciotto, passando per la sky race e il suo istrionico, tarantolato intrattenitore, il lunedì dei bombèros col palco dei comandanti alla sudamericana, i martedì del villaggio con gli anzidetti suk, nonché, dulcis in fundo, l’imprescindibile trentino danza estate con le auto dello sponsor a stondare ogni cinque minuti per le strente del paese, è tutto un sopra le righe, sguaiatamente ostentato. Chi guarda da fuori, anzi, meglio, chi è obbligato a guardare da fuori, vista l’impossibilità di sottrarsi a questa caleidoscopica confusione generale, si ritrova stordito. Ma perché ci siamo ridotti così? Probabilmente perché per troppo tempo ci siamo affidati a cattivi maestri. Sì, dev’essere questo il motivo. Cattivi maestri che hanno modificato antropologicamente i nuovi abitatori della montagna. Non esattamente quelli immaginati da Goethe per questi lidi: “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi.” Così si sprofonda, anno dopo anno nell’insensatezza e nell’indifferenziato. Non c’è nulla da dire perché nulla di quello che fu questo paese fa più parte del bagaglio culturale  e del sentire di chi a suo modo ne indica le vestigia. Ma quel nulla è importante gridarlo.
 
Ario Dannati




01/01/13

ANNO NUOVO



Tra sei giorni le indigestioni, i fastidiosi chiassi,  le “buone feste” saranno già un ricordo e pure le vagonate di “auguri”, profuse per riflesso condizionato, verranno prontamente dimenticate. Dal sette di gennaio l’uomo civilizzato, massimamente quello italico, abbandonerà  questa obbligata concessione alla superstizione e ai luoghi comuni e sino al prossimo dicembre ‘tornerà alla ragione’.

Tornerà a preoccuparsi per lo spread, per l’incertezza del lavoro, per il carovita sempre più… caro. A maledire Monti, Maroni, Tremonti e Berlusconi per la condizione nella quale lo hanno fatto precipitare. A incazzarsi per lo sperpero di denaro pubblico e per la continua erosione dello stato sociale. Ma continuerà anche a credere alla bontà delle costosissime favole degodenziane, a confidare nel ritorno della ‘crescita economica’, e a pensare che, votando Monti, Maroni, Tremonti e Berlusconi (e Dellai e Bersani e Casini e Fini...), dopo le elezioni nazionali di febbraio le cose cambieranno.

I  Maya forse sbagliarono i tempi e forse l’apocalisse non rispecchierà cliché cinematografici, ma che questa siffatta società sia destinata prima o poi a finire è cosa certa.



A.D.

18/01/12

INTO LE BOCCE E FÖRA LE FACÉRE



Et voilà, è passato anche il Natale. Era ora. Non se ne poteva più di quel po’ po’ di inautentico, di scontato, di pletorico, di visto e rivisto, di quasi lugubre. Adesso possiamo immergerci nella trasgressione carnevalesca. In quell’unico periodo dell’anno espressamente dedicato alla licenziosità e al peccato. Tutto l’osceno e il proibito, compresso per undici lunghi mesi nel più profondo della nostra psiche, sarà ‘autorizzato’ per i prossimi 35 giorni circa ad emergere e annichilire l’ipocrita buonista messinscena della natività. Scherzi, sbornie, inganni, adulteri, faranno da contrappasso al logoro immaginario natalizio. “Into le bocce e föra le facére” soddisfatto annunciava puntualmente a sé stesso, ogni anno la sera dell’Epifania il buon Güstele Pressa (Gustavo Dondio / Tesero 1912 – Tesero 1986), anch’egli stufo de spinada e presepi.
Carnevale, ovvero Tempo di libertà: una volta ‘assoluta’, cioè capace di interpretare il moto animale più nascosto di ognuno di noi senza farsi dirigere da modelli esteriori, oggigiorno soltanto ‘relativa’. Anche il “Tempo della Carne” infatti ha scontato il tentativo di assoggettamento al commercialmente corretto. Tuttavia, grazie al suo evidente polimorfismo è riuscito a mantenere una sua autonomia e a non piegarsi completamente al volere consumistico, ma pagandone per questo un alto prezzo. Lo prova il paradosso che mentre Natale e Pasqua, feste di un giorno solo, si sono dilatate a dismisura, l’originaria veemenza sabbatica del carnevale si è via via depotenziata e l’ampio, seppur variabile, periodo che gli appartiene (dall’Epifania alla Quaresima) s’è ridotto sostanzialmente al solo pomeriggio del martedì grasso.
Sino ai ’70 del secolo scorso, il proibito e l’eccesso ‘affioravano’ esclusivamente durante quel periodo. In un crescendo che ad iniziare dalla seconda domenica di gennaio raggiungeva il suo culmine nei giorni della cosiddetta settimana grassa.
Maschere, coriandoli, tortié de pomo, frati ’mbriaghi, canederli, cene delle associazioni con relativi balli e bale. Era il tripudio della fantasia, della sensualità e degli incontri ‘peccaminosi’. Lo sfogo quasi fisiologico, giocato nel mezzo della lunga stagione invernale, che i montanari trascorrevano per lo più tra stalla, cambra e tabià. Trasgredire per sopravvivere al giogo immutabile del duro lavoro di un tempo e al repressivo controllo sul costume perpetrato da Santa Romana Chiesa, dalla notte dei tempi sino al Concilio Vaticano II, fatta salva quell’unica annuale eccezione.

A.D.

27/11/11

UN OTTIMO INIZIO



Non mi riferisco, naturalmente, al nuovo Governo dei Rapaci Bigotti. Ché, anzi, il suo inizio è stato pessimo, fra genuflessioni in Chiesa e benedizioni dal Vaticano. Un governo accolto con comprensibile e interessato entusiasmo da banchieri, industriali e preti, e con incomprensibile e autolesionista entusiasmo da lavoratori, pensionati e loro “rappresentanti”. Ne riparleremo dopo la depredazione dei beni e dei diritti che i primi perpetreranno sui secondi. Mi riferisco, invece, a una notizia che potrebbe preannunciare un vero cambiamento epocale: il fatto che Trenitalia abbia finalmente deciso di adeguarsi agli standard minimi di civiltà, e di riservare alcune carrozze dei suoi treni a coloro che vogliono starsene tranquilli a pensare o a leggere, o anche solo a non far niente, senza essere torturati dalle chiacchiere e dai telefonini dei vicini. Ho letto la notizia in aeroporto, dopo aver inutilmente cercato una zona sorda al riparo dagli altoparlanti e dai video che inondano gli inermi viaggiatori di ciarpame visivo e sonoro. Ma avrei potuto leggerla in un bar o in un ristorante, dove ormai l’inquinamento ambientale è universale, e non si riesce a evitare neppure implorando. Addirittura, persino nei taxi è diventato difficile far spegnere la radio, e le richieste in proposito devono passare al vaglio dei tassisti, che sembrano non capire che si può preferire il silenzio anche se non si sta andando all’ospedale o al cimitero. Tra le misure del Governo dei Rapaci Bigotti non sembra essere stato annunciato un silenziamento d’ufficio dell’imposizione di pubblicità e di sguaiatezza che è il segno caratteristico dell’era berlusconiana. Ma fino a quando continueremo a rimanere sommersi dai richiami per allodole di Publitalia non solo sui media, ma addirittura per le strade e nei luoghi pubblici, ci sarà poco da illuderci: di Berlusconi non ci saremo liberati e la sua era continuerà, con o senza di lui. Lo confermano le vicende dell’imposizione dall’alto, e dell’accettazione dal basso, del Governo dei Rapaci Bigotti. In fondo, se fino a un paio di settimane fa le politiche berlusconiane erano approvate solo da una metà della popolazione, ora sono accolte da una maggioranza bulgara che non farebbe onore alla democrazia italiana, se ancora ci fosse. Anche per questo sono benvenute le carrozze del silenzio di Trenitalia: per evitare di dover ascoltare le manifestazioni del nuovo pensiero unico al quale l’Italia si è rapidamente uniformata, nel giro di una settimana di repentino rintontimento generale.






Piergiorgio Odifreddi

29/08/11

CONDIVIDO!




Odio il turismo di massa, le cavallette che arrivano con i voli charter in luoghi mai visti prima e che non vedranno mai più. Odio il turismo di massa che trasforma gli agricoltori in camerieri, i pastori in uomini delle pulizie e il territorio in un campo giochi per bambini e per adulti. Odio il turismo di massa che ruba l'acqua dai campi di grano per le piscine e per i cessi dei grandi alberghi e che, però, lascia in ogni camera le istruzioni per non distruggere il pianeta. Odio il turismo di massa inconsapevole delle culture, dell'alimentazione, della storia dei posti in cui si muove frenetico e cieco con in mano una improbabile guida. Odio il turismo di massa che trasforma posti antichi e meravigliosi in una fotocopia delle periferie urbane in cui trascorre la sua miserabile vita. Odio gli ecomostri, le villette sul mare, i porticcioli trasformati in una sequenza interminabile di ristoranti, pizzerie e bar. Odio i mozziconi delle sigarette che hanno sostituito le conchiglie nelle spiagge. Odio le bottiglie di plastica e le cannucce per le bibite che spuntano dalla sabbia, al posto delle chele dei granchi e degli ossi di seppia. Odio questo turismo grasso, sudato, ignorante con gli spettacolini la sera e il buffet sempre aperto con cibi importati da chissà dove. Odio il turismo di massa, il supermercato dell'estate con il carrello pieno di cose inutili da mettere in vista al rientro nel salotto di casa. Odio il turismo di massa che cancella i paesi, i linguaggi, i visi antichi dei popoli, la gentilezza di chi non ha ancora subito la globalizzazione. Odio il turismo di massa che omologa ogni cosa


Beppe Grillo


11/10/10

LA BLASFEMIA DEL PAESE REALE


In questi anni Silvio Berlusconi ha aggirato nel modo più turpe un'orfana di padre e di madre, minorenne, sfilandole qualche decina di miliardi, ha giurato il falso in Tribunale, ha commesso gravi reati da cui è uscito assolto solo per prescrizione, ha corrotto un testimone in giudizio perché desse una falsa testimonianza che gli è servita per salvarsi in un paio di altri procedimenti, attraverso una settantina di società "off-shore" è autore di un'evasione fiscale colossale, tutti atti oltre che penalmente rilevanti, moralmente ripugnanti, e l'Osservatore Romano, alias il Vaticano, non solo non ha mai mosso orecchia ma, soprattutto sotto la direzione di Mario Agnes, ma anche dopo, ha attaccato costantemente la Magistratura italiana quando si è permessa di richiamare il Cavaliere e i suoi accoliti a quel rispetto della legge cui tutti siamo tenuti e in particolare chi ricopre alte e altissime cariche pubbliche. Insorge improvvisamente adesso e si indigna per una mezza bestemmia inserita in una barzelletta detta da Berlusconi in privato un anno fa. E tutti i giornali, compreso il nostro, gli vanno pedissequamente dietro. Questo è un Paese che ha perso ogni senso della gerarchia dei valori e delle cose che sono importanti e di quelle che non lo sono affatto. «Insopportabile» non è la pseudobestemmia di Berlusconi, ma l'ipocrisia, il tartufismo, il moralismo un tanto al chilo che permeano ormai l'intero Paese. E poi se è l'ora di finirla con l'impresentabile Berlusconi, per ben altri motivi delle sue barzellette, è anche l'ora di finirla con Papi, Cardinali, Cei, Bagnaschi, preti di tutte le risme che, con un pretesto o con un altro, entrano ogni giorno a piedi uniti negli affari interni dello Stato italiano (se Sarkozy, in una cena fra amici, avesse raccontato una barzelletta blasfema, nessun Osservatore Romano sarebbe intervenuto). Se le opposizioni e i giornali che, in modo diverso, la fiancheggiano vogliono rendere l'ennesimo favore a Berlusconi insistano pure, invece che sulla sentenza Mills, su questa sciocchezza dell' "orchidea" che se allarma alcune beghine cattoliche lo rende simpatico a tutti gli altri. Perché noi oltre che di Santi, di Poeti e di Navigatori, siamo anche un popolo di Bestemmiatori (si pensi alle "madonne", quasi liriche, dei toscani). Monsignor Fisichella ha detto che la blasfemia di Berlusconi va giudicata all'interno del contesto in cui è avvenuta. Una volta tanto siamo d'accordo e speriamo che la pseudobestemmia di Berlusconi serva almeno a evitare un grottesco cartellino rosso al calciatore che, preso un tremendo pestone dall'avversario, sacramenta come dio comanda. Perché questo è il nuovo regolamento della Figc in omaggio all'ipocrisia di un Paese che è cattolico a parole e nelle parole e profondamente blasfemo nei fatti.

Massimo Fini - Il Fatto Quotidiano 08/10/10

18/09/10

METAMORFOSI


Il panorama d’umanità preconizzato oltre 35 anni fa da Pasolini è sotto ai nostri occhi. La trasformazione della società, quella italiana in particolare, prodotta dalla televisione e dalla motorizzazione di massa, ha concluso la sua metamorfosi. Sparite gran parte delle categorie citate nell’analisi, il sottoproletariato, il proletariato, la classe operaia, sulle quali, soprattutto, iniziarono ad agire gli elementi di deterioramento, oggi vivono le donne e gli uomini figli di quel processo socioeconomico. Gli uomini nuovi. Non più persone, ma consumatori, non più decisori liberi, ma obbedienti burattini senza fili, spensierati e improvvisati navigatori di questo Tempo omogeneizzato, senza radici, senza passato, senza storia.
Ecco uno stralcio del Pensiero del grande intellettuale friulano tratto da “Scritti Corsari” pubblicato sul Corsera nell’ormai già lontano 1973.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.


(Pierpaolo Pasolini, "Corriere della Sera", 9 dicembre 1973)

12/09/10

GITA FUORI PORTA


Che Mr B. desse il meglio di sé nelle missioni internazionali, era cosa nota. Appena varca la cinta daziaria, forse perché sprovvisto di Gianni Letta e delle altre badanti che hanno il compito di sedarlo nelle circostanze ad alto rischio, esce al naturale. Ma l’idea di andare a Mosca per rammentare davanti agli ex comunisti sovietici Putin e Medvedev i finanziamenti occulti dei comunisti sovietici al Pci, ecco, quella non gli era ancora venuta. Quando poi il nostro ha attaccato la geremiade contro Fini e le toghe rosse, le delegazioni giunte da tutto il mondo han preso a picchiare sugli auricolari della traduzione simultanea, pensando a un’interferenza in cuffia. Invece era proprio lui che, tanto per cambiare, badava ai cazzi suoi. Così la sua collezione di trionfi mondiali s’è arricchita di un altro capitolo memorabile. Anche perché negli altri Paesi il ricambio della classe politica è così rapido che, a ogni vertice internazionale, c’è sempre qualcuno appena arrivato che non conosce ancora Mr B. Dunque, si meraviglia. Ma lui, va detto, è sempre lui. Il fine diplomatico che salutò l’elezione di Obama dandogli dell’“abbronzato” e definì “clown” il presidente Chirac. L’elegantone che, al G8 di Caceres, si levò le scarpe davanti a tutti e fece le corna alle spalle di un ministro francese. Il gentiluomo che, inaugurando nel 2003 la presidenza italiana dell’Ue, apostrofò il socialista Schulz: “Girano un film sui lager nazisti, la proporrò per il ruolo di kapò”. Il poliglotta che salutò i ministri delle Finanze a Bruxelles a nome di Ciampi in perfetto inglese: “I give you the salutation of my president of the Republic”. Il cosmopolita che, atterrato in Estonia, elogiò le bellezze dell’“Estuania”. Il vero signore che, ricevendo a Roma il premier danese Rasmussen, si complimentò: “Lei è molto più bello di Cacciari, la presenterò a mia moglie, eh eh…”.Il latrin lover che si fece conoscere anche in Finlandia: “Per portare a Parma anziché a Helsinki l’Agenzia europea dell’alimentazione ho dovuto rispolverare le mie doti di play boy e fare la corte alla presidente Tarija Halonen”. La poveretta fu crocifissa dall’opposizione, scandalizzata all’idea che la presidente avesse ceduto un’istituzione all’Italia dopo una storia d’amore con un tipo del genere. Lei tentò di spiegare il livello di attendibilità del nostro premier agl’ignari connazionali. Lui intanto rimediava alla gaffe peggiorandola: prima ironizzava sulle specialità gastronomiche finlandesi (“mangiano prosciutto di renna affumicata”), provocando l’embargo delle importazioni alimentari italiane in Finlandia; poi mostrava una gigantografia della Halonen (non proprio bellissima) a una convention forzista: “Ma davvero pensate che io abbia fatto la corte a una con quella faccia?”. Poi sistemò anche la Turchia: invitato alle nozze del figlio del presidente Erdogan, tentò di dare una toccatina alla sposa tutta fasciata di veli e, per il rito islamico, assolutamente inavvicinabile. Subito dopo, in piena tempesta ormonale, fece arrossire il premier tedesco Schroeder: “Parliamo di donne: tu te ne intendi, ne hai cambiate tante, eh eh”. Resta però ineguagliata la performance del Cavaliere di Hardcore allo stabilimento Merloni in Russia, dove nel 2004 tentò di trascinare l’amico Putin in un concorso di bellezza improvvisato fra le operaie della fabbrica, dandogli di gomito: “Voglio baciare la lavoratrice più bella”. Il cronista del Kommersant riferì allibito: “Il premier italiano aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti che importunano le ragazze negli androni bui. Lei s’è scansata, ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia. Poi l’ha scossa ridendo, quasi volesse buttarla a terra. L’unica cosa che la donna ha potuto fare è stato rifiutarsi di ricambiare i baci. Putin assisteva alla scena immobile e gelido”. Poi gli regalò un lettone matrimoniale, formato extralarge.

Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano 11/09/2010

01/09/10

LA VELINA ISLAMICA


Ci mancava la velina islamica, dopo la donna tangente. Degna commistione fra due paesi mediterranei diversamente retrogradi, ma entrambi contraddistinti dall’abitudine a trattare la femminilità come ornamento del potere. Naturale quindi che anche la velina islamica sia vincolata alla consegna del silenzio, come il suo corrispettivo che va in onda a ogni ora del giorno e della notte sulle tv del Belpaese. Il silenzio è requisito della sottomissione, e come tale lo impone la zelante agenzia Hostessweb, pena il mancato pagamento delle centinaia di ragazze scritturate a modica tariffa, confidando sul loro bisogno di lavorare. La religione, com’è ovvio, non c’entra nulla. Nessun buon musulmano prende sul serio Gheddafi, né il suo appello alla conversione islamica dell’Europa. Se davvero la suprema Guida della Jamahiriyya fosse mosso da intenti di proselitismo, avrebbe convocato intorno a sé un pubblico misto di interlocutori, non si sarebbe rivolto a un’agenzia di hostess precisando che servivano signorine bella presenza, provocanti ma non troppo, secondo il gusto maghrebino. C’entra invece, eccome, il bisogno di dimostrare che la grazia e la sensualità possono essere comprate col denaro. Il dittatore libico si rivolge al suo popolo prospettandogli la meraviglia delle belle donne da marito di cui l’Italia è percepita anche laggiù come il giacimento. Lui può permettersele, i suoi sudditi vedremo. Nessuna altra capitale europea avrebbe tollerato il ripetersi, per tre volte in un anno, di una simile esibizione. Ma l’Italia è la patria delle veline, dove d’estate è normale che un sedicente rivoluzionario autore televisivo impieghi pure anziane signore nella parodia ossessiva dell’avanspettacolo, e dove perfino il capo del governo rincorre il mito dello sciupafemmine per sentirsi amato. Perché negarci dunque l’eccesso fantasioso della velina islamica? Nonostante gli oltre quarant’anni ininterrotti al potere, in fondo Muammar Gheddafi resta pur sempre meno anziano rispetto al nostro presidente del consiglio. Hanno in comune la maschera patetica di chi insegue la longevità con camuffamenti giovanilistici. Da questo punto di vista, sono leader intercambiabili. Se oggi Berlusconi minimizza di fronte allo squallore dei raduni di giovani femmine italiane sottomesse, che Gheddafi non oserebbe mai convocare in un santuario di preghiera islamica, e si limita a definirli “folklore”, non è solo per imbarazzo diplomatico. Lui che per anni ha esercitato un indubbio potere seduttivo sulla maggioranza delle donne italiane, soffre di una vera e propria mutilazione culturale: vittima del suo stesso anacronismo, gli è preclusa la sensibilità necessaria anche solo a figurarsi le donne al di fuori di una dimensione subalterna. Gli verrebbe più facile parlare arabo che notare un evidente problema nazionale come la dignità femminile calpestata. Ora Gheddafi, aspirante colonizzatore di Roma, viene a dirci che in Libia le donne sono più libere che in Occidente. Immagino che lui e il nostro premier scherzeranno, in privato, di tale fandonia. Per quanto tempo ancora?


Gad Lerner

17/02/10

W LA FIGA!


Il 2009, l’anno terribile, l’anno della purificazione, il capolinea di un sistema economico logoro e corrotto, è passato. Ci saranno morti, feriti e macerie, ma dopo la bufera niente sarà più come prima, si disse. Le parole però non sono pietre ed oggi, 17 febbraio 2010, giorno delle sacre Ceneri, tutto, proprio tutto, sembra invece procedere nello stesso identico modo di allora. Anzi, peggio. Quel campanello d’allarme, sotto forma di disfacimento finanziario internazionale, ha suonato inutilmente. La gente non ha capito. Se l’etica è un accessorio riservato soltanto ai filosofi e agli alienati… la gente non può capire. Intanto anche il disfacimento materiale si fa drammatico e l’Italia frana. In diretta TV. E mentre nelle televisioni del grande incantatore si balugina un’Italia che non c’è e quella reale sprofonda nelle voragini del dissesto e della corruzione, il popolo inebetito, tra lustrini e ballerine, festeggia l’infinita decadenza con psicotropi e logori riti mediatici.
Ma, finita la sbronza del martedì grasso, in questo primo giorno di Quaresima, lo sconcerto viene da Oltreoceano. Quell’ Obama, che credevamo “verde” e alternativo, apre al nuovo nucleare. Quello pulito. Quello sicuro. Quello dei reattori di quarta generazione. Dopo trent’anni di stop all’atomo yankee, si riparte. Dicono che l’arduo passo presidenziale sia stato motivato non tanto dalla necessità energetica, quanto da quella occupazionale Da questa bella sorpresa gli States ricaveranno un imprecisato numero di nuovi posti di lavoro… Bene. Rimane però invariato e senza risposta il non proprio residuale problema delle scorie, che, l’evoluzione tecnologia non modifica di nulla, e quello della disponibilità del combustibile necessario. Ma tant’è. Di questi tempi, in un sistema che non riesce più a darsi alternative, anche gli insospettabili si buttano senza troppo pensare sull’apparente male minore.
Tornando al nostro Bel Paese, il degrado sociale e quello ambientale procedono di pari passo. A qualsiasi livello e a qualsiasi latitudine. È fresca la notizia secondo la quale un quarto dei contribuenti italiani non dichiara nulla al fisco. Il debito pubblico è alle stelle, le casse statali vuote, l’industria “pesante” con le valigie in mano, la disoccupazione in aumento. L’evasione fiscale, mai minacciata veramente dall’azione governativa, rimane lo sport preferito di buona parte degli italiani. Le tangenti hanno ripreso a turbinare come o più di 20 anni fa. Si specula senza pudore in ogni ambito della vita pubblica e privata. La Politica è assente. La Chiesa racconta favole. Intanto, l’esercito dei papponi dalle facce sempre più toste ed impunite, tra una nuova frana, un terremoto, o un evento irripetibile, da Napoli all’Aquila, da La Maddalena alla Val di Fiemme, passando per ogni dove, sguazza e arraffa a più non posso. Siamo nel Paese dei Balocchi traboccante di pinocchi, lucignoli e mangiafuoco. Di certo il buon Collodi non immaginava che il suo fantastico paesaggio umano sarebbe diventato il mito delle italiche genti del Duemila. È una strana temperie che stordisce. Un tempo in cui si parla soprattutto di festini, di centri benessere, di massaggi, di escort, di puttane, di figa. Non solo nei bar, dove tali argomenti da sempre sono al primo posto nelle discussioni di chi li frequenta, ma ovunque. In televisione, a tavola, durante i consigli dei ministri, durante quelli comunali, financo durante la vestizione del prete in sagrestia. Questo sistema non ha alternative. Questa gente non vuole alternative. Forse ha ragione Michele. Dato che l’etica è riservata soltanto ai filosofi e agli alienati e che nessuno potrà più sfuggire all’omologazione universale, giunti a questo punto, non ci rimane che sperare nella scienza. Ma con questa umanità siamo sicuri che basti?

Ario Dannati

07/02/10

UNA RISATA CI SEPPELLIRA' - PSICOPATOLOGIA DELLA BARZELLETTA AI TEMPI DI BERLUSCONI


Anche una risata può renderci complici.
Sta tutta in questa constatazione la costruzione dello “stile” politico - se così si può definire - di Silvio Berlusconi, basato su una straordinaria capacità di deviare l’attenzione da quella che è ormai divenuta chiaramente un’occupazione del potere a fini personali. Lo strumento principale di questa strategia è naturalmente l’impressionante potenza di fuoco mediatica concentrata nelle sue mani, nutrita ad arte dalle sue intemperanze verbali, dalle sue battute misogine e razziste, dalle sue gaffes. Ma la battuta da bar, Berlusconi lo ha capito benissimo, ha anche un’altra funzione: quella di restituire legittimità a discorsi, pensieri e modi di interpretare il mondo che la grande stagione dei movimenti - femministi, per i diritti civili, gay, in generale democratici - degli anni ‘60-’70 aveva messo all’angolo. Così quando il presidente del consiglio racconta barzellette sull’Olocausto o definisce “abbronzato” Obama, ogni volta è una barriera che cade: se lui può dire queste cose, allora tutti sono legittimati a farlo. Lo scrive bene Daniele Luttazzi su Megachip: “Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore: ecco spiegati i sondaggi sulla popolarità del premier. E tu, non ridi alle sue barzellette?” Sigmund Freud dedicò alla battuta addirittura un saggio (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) oggi di scottante attualità: secondo il padre della psicanalisi il contenuto inconscio della barzelletta è sempre di natura sessuale e può essere di due tipi, ostile e ingenuo.Nel motto ostile, che contraddistingue l’umorismo berlusconiano, l’attacco fisico e brutale viene sostituito dall’invettiva verbale che rende spregevole la persona o l’istituzione che si vuole ferire. In tal caso l’ascoltatore (i cittadini italiani...), viene trascinato a condividere l’aggressività di chi crea la battuta nei confronti della terza, sospendendo quindi con le sue risa la repressione sociale, solitamente tesa ad inibire gli impulsi ostili (
http://www.parodos.it/). Un campo particolare nel quale il premier eccelle è quello dell’umorismo sul genere femminile. Illuminanti le sue parole sullo stupro, con le quali lega la violenza sessuale alla bellezza, colpevolizzando le donne: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...”. Purtroppo il Gino Bramieri di Arcore trova, nel nostro paese, terreno fertile: con le sue battute sessiste egli innesca un circolo vizioso che esalta la logica tutta maschile del branco, finalmente libero di dire quello che gli passa per le parti basse, dopo 40 anni di castrante femminismo. Per Berlusconi la barzelletta - sia essa a sfondo razziale, antisemita o misogino - è prima di tutto uno strumento ideologico che gli permette di mettersi in relazione diretta con il “popolo”, accarezzando i suoi pensieri più reconditi e impresentabili. Cosa tanto più grave se si pensa che recenti studi hanno mostrato un legame tra battuta sessista e maggior tolleranza a episodi di violenza sulle donne: è il caso per esempio di un lavoro compiuto dall’università di Granada o di quello svolto nel 2002 dall’Università del Massachusetts. E anche in Trentino, secondo i dati presentati recentemente dal Centro Antiviolenza di Trento, la violenza sulle donne è in aumento: sono state 193 quelle accolte per motivi di violenza nel 2008, per il 70% con una vita all’apparenza tranquilla, con un lavoro o una pensione, violentate da maschi a loro volta “insospettabili” (il 49% dei quali esercita professioni “qualificate”). E chissà quante sono le violenze non denunciate...In fin dei conti siamo di fronte a due modelli culturali tra i quali si tratta di scegliere, contrapposti quanto queste due barzellette:
Dio:
“Eva, non ti farò intelligente come l’uomo, ma tra le gambe ti metterò qualcosa con cui potrai guadagnarti da vivere.”
Dio: “Adamo, farò a te e ad Eva un regalo a testa: uno di voi avrà il cervello, l’altro avrà la capacità di fare pipì in piedi. Puoi scegliere per primo.”
Qual’é la discriminante - si chiede “cain1986” su www.forum.giovani.it dopo aver riportato queste due storielle - che definisce chi ride per una battuta o per l’altra? “Il sesso di appartenenza”, risponde. “Gli uomini non ridono delle battute delle donne, per lo stesso identico motivo per cui non le votano. Perché sono donne.” Attenti, dunque, perché il nemico è dentro di noi: anche quando facciamo battute vagamente misogine al bar, tra amici insospettabili, il nemico ci ascolta, e sorride...

Mattia Pelli – Questotrentino 11/2009

18/01/10

COMMOZIONE INDOTTA


Un paio di anni fa, a Roma, nel popoloso quartiere di Porta Pia, un portinaio che stava pulendo delle vetrate al quarto piano di un palazzo perse l'equilibrio e precipitò sul selciato, morto. La gente che passava aggirava il cadavere oppure disinvoltamente lo scavalcava, badando bene a non inzaccherarsi le scarpe. La settimana scorsa passavo per via Fabio Filzi, a Milano, una strada piena di negozi e di gente. Un uomo era riverso per terra, la testa fra il basello del marciapiede e la strada. La gente passava, guardava e tirava dritto. Lo feci anch'io. Avevo fretta. Ma dopo cinquanta metri mi bloccai. “Ma sono diventato pazzo, indifferente a tutto, disumano, solo perché potrei mancare un appuntamento che mi preme?”. Ritornai sui miei passi e mi chinai sull'uomo. Era un ubriaco in coma etilico. Poiché era caduto proprio davanti a un grande magazzino, una Upim mi pare, chiesi alla guardia giurata che vi stazionava davanti se aveva chiamato l'ambulanza. “No” rispose. “La chiami”. “Non è affar mio”. “Come non è affar suo? È affare di tutti”. “È solo ubriaco”. “Ma non vede che sta male?”. Intanto poiché io mi ero fermato ed ero chino sull'uomo si era formata una piccola folla di curiosi. Ma non faceva nulla, era lì solo per godersi lo spettacolino fuori ordinanza. Quando succedono tragedie come quella dell'Aquila o di Haiti gli italiani sono prontissimi a metter mano al portafoglio. Vespa raccontava l'altra sera che solo attraverso il suo programma aveva raccolto quattro milioni di euro. E anche questa volta, per la ben più lontana Haiti, gli italiani si sono mossi con rapida generosità. C'è un legame fra questi comportamenti apparentemente così contraddittori? Sì. L'uomo ha una capacità limitata di emozionarsi, di soffrire per gli altri, di solidarizzare. Non può farlo per il mondo intero. Invece la Tv globalizzata lo costringe a questo esercizio. Un tempo, poiché non vedevamo nulla, ci importava assai poco di un terremoto ad Haiti, per quanto terrificante. In una bella commedia anni '50, "Buonanotte Bettina", Walter Chiari si chiedeva: “Se schiaccio un bottone e muore un cinese in Cina ho veramente ucciso qualcuno?”. La distanza contava. Oggi la Tv ha abolito questa distanza. Ma a noi di un terremoto ad Haiti continua a non importarci nulla. Però, poiché, diversamente da Walter Chiari, che non vedeva il cinese ucciso in Cina, ci sentiamo in colpa per questa indifferenza, ci precipitiamo a mandare denaro. Ma questa mitridatizzazione delle emozioni, cui ci costringe la continua sollecitazione dei media, finisce per colpire anche il nostro vicino, colui che potremmo veramente e concretamente aiutare o per il quale potremmo provare un'autentica compassione. Ho vissuto per una decina di anni fra Italia e Svizzera (avevo una fidanzata che abitava a Lugano) e ho potuto notare che gli svizzeri sono instancabili, ancor più degli italiani, nello staccare assegni per qualsiasi calamità che capiti in qualsiasi posto del mondo. Nel periodo in cui ero lì un immigrato italiano, un giorno, prese un kalashnikov e fece fuori, d'un colpo, sei svizzeri (con la sotterranea soddisfazione della comunità italiana di Lugano). Quale il movente? Viveva da vent'anni nella Confederazione e non era riuscito a farsi un solo amico svizzero. La Modernità ha abolito le distanze. Noi siamo in contatto, via Tv o Internet, con il mondo intero. Con tutti e con nessuno. Conosciamo tutti ma non il vicino della porta accanto. Spargiamo la nostra emotività per tutto l'orbe terracqueo ma, al momento del dunque, non siamo in grado di riservarla al vicino, al vero "prossimo", che è colui che possiamo toccare e che, come nota lo psicologo junghiano Luigi Zoja in uno splendido libro, è scomparso dalla nostra vita ("La morte del prossimo", Einaudi).

Massimo Fini

29/12/09

COCAINA: DA FREUD ALLA COCA COLA. TUTTE LE PISTE DI UNA STORIA OCCIDENTALE


Nel 2011 i consumatori di cocaina saranno circa 700mila, il 5% in più rispetto al numero di consumatori del 2008». Scriveva il Corriere della Sera quest'estate. E questo è solo uno dei continui articoli, inchieste, scoperte che i mezzi di informazione pubblicano quasi quotidianamente sulla cocaina. Come se il grande consumo della sostanza fosse stato scoperto soltanto adesso. Invece, quella della cocaina è una storia che non inizia neanche in questo millennio bensì si perde nella notte dai tempi. Recentemente le nuove tecnologie hanno potuto trovare traccia nei capelli di mummie cilene del 2000 a.C. della presenza di benzoilecgonina, un metabolita della cocaina. Al nostro secolo si deve tuttavia l'uso degli effetti per la ricreazione, il proibizionismo, ma soprattutto il grande volume d'affari. Nel 1884 il dottor Sigmund Freud pubblica un volumetto a lui tanto caro Über Coca. Il padre della psicanalisi racconta con molto entusiasmo, la scoperta di questa sostanza sperimentata su sé stesso per curare la depressione. In una lettera del 21 aprile del 1884 così racconterà alla fidanzata: «Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po' per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…». Purtroppo però la natura è crudelmente avara nel dispensare il piacere. Più l'esperienza è eccitante, più il cervello soffre quando si rende conto che è già finita. Con il passare del tempo, Freud si accorge che ci volevano dosi sempre più forti o più frequenti per ottenere lo stesso risultato tanto che molti dei suoi pazienti finirono per assuefarsi. Così come il patologo e suo amico Ernst Fleischl, che diventerà tristemente noto alla storia come il primo caso di psicosi cocainica. Tuttavia Freud una cosa l'aveva capita molto bene: la possibilità di sfruttare questa sostanza per trarne un profitto, il suo sogno era quello di comprarsi finalmente una casa. E molti dopo di lui seguirono questa strada. Così il giovane chimico corso Angelo Mariani che a Parigi produsse quell'ottimo vino con estratti di coca che tanto Papa Leone XIII raccomandò per le messe cantate apparendo addirittura in un manifesto per farne pubblicità; mentre l'intraprendente farmacista americano John Pemberton che produsse una delle bevande ancora più bevute al mondo: la Coca cola. Ogni bottiglietta, prima del proibizionismo, conteneva l'equivalente di una piccola dose di cocaina. «Oggi la cocaina vale più del suo peso in oro. Il suo prezzo è all'origine circa il quattro per cento del prezzo di vendita al dettaglio» scrive il docente di Farmacologia di Cagliari, Gian Luigi Gessa nel suo libro Cocaina (Rubbettino, 2008), che aggiunge come «La rivista Fortune colloca l'industria della cocaina illegale al settimo posto nella lista delle cinquecento maggiori imprese economiche, tra Gulf Oil e Ford Motor Company». Nel 2003 le vendite della sostanza nelle strade americane hanno raggiunto i 35 miliardi di dollari. E non appena il mercato statunitense si è saturato, quelli in Europa si sono mostruosamente aperti. Tanto che oggi la cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi si trova raccolta in "pezzi", appallottolata nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nei portafogli del lavoratori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici, ovunque. Ne hanno trovato percentuali imbarazzanti perfino nelle acque dell'Arno e residui in quasi tutte le banconote che maneggiamo. Pippata, scaldata, tagliata, fumata oggi la cocaina viene usata indistintamente con o senza permesso di soggiorno, con o senza contratto a tempo indeterminato, ricco o povero, uomo o donna che sia. A fronte di una politica del guadagno folle che sta giustificando militarizzazioni e politiche proibizioniste che riempiono le galere. Potremmo dire che è tutta colpa degli inca? Gli abitanti dell'area compresa tra Colombia, Perù e Bolivia, dove si producono i tre quarti della cocaina del mondo, masticano foglie di coca da migliaia di anni. Non solo per le sue proprietà stimolanti - che cancellano la fatica e danno l'energia necessaria per affrontare le ripide salite nell'aria rarefatta di quella regione montuosa - ma anche per le sue qualità alimentari, poiché le foglie contengono vitamine e proteine. Poi arrivarono i conquistadores con il loro divieto definendola "uno strumento del diavolo", per poi scoprire che senza quel "dono degli dei" gli indigeni non riuscivano a lavorare nei campi o a estrarre l'oro. Improvvisamente la coca fu legalizzata e anche tassata e gli invasori cominciarono a tenere per sé un decimo dei raccolti. Le foglie erano distribuite ai contadini tre o quattro volte al giorno, durante le pause dal lavoro. Addirittura la chiesa cattolica cominciò a coltivarla. Poiché le foglie sopportavano male il viaggio venivano esportate in Europa solo sporadicamente, così negli Stati Uniti, come nel Vecchio Continente ben presto arrivò la sostanza lavorata e in polvere. Una storia che però si ripete ancora oggi. Nel 2006 il regista Andrea Zambelli si reca in Colombia per un progetto di alfabetizzazione comunicativa, qui realizza Mercancia , un documentario che segue tutto il processo di "fabbricazione" di questa sostanza nella regione del Magdalena-Medio, nei vari passaggi di produzione fino alla pasta. Ma soprattutto raccoglie il racconto degli stessi contadini e si sofferma sui gruppi paramilitari che gestiscono gli scambi della cocaina fra campesinos e narcotrafficanti. Dalla raccolta della pianta fino alla raffinazione ogni passo viene tassato dai gruppi paramilitari come una qualsiasi transazione economica. In venti velocissimi minuti, il regista mostra l'esistenza di una piccola comunità di coltivatori dalle tradizioni salde e dalla vita rurale. Nulla di più distante, dunque, da ciò che nel nostro immaginario può rappresentare un narcotrafficante. Nessun campesinos, infatti, è consumatore o fruitore della cocaina, né partecipe, se non in minima parte, degli incredibili guadagni legati al commercio di questa sostanza. In questi paesi, costretti spesso a lavorare nei campi di coca per poter sostentare le proprie famiglie, i contadini tramandano di padre in figlio la tradizione per la raccolta e la preparazione della pasta. L'opprimente condizione imposta dai narcotrafficati e i metodi brutali di repressione dei paramilitari impediscono la formazioni di oppositori e i pochi sindacalisti che coraggiosamente si mettono contro di loro vengono spesso messi a tacere. Ed è proprio questo il problema principale: il guadagno. Nelle nazioni di produzione un grammo di cocaina (come reso noto dalle Direzioni internazionali per la lotta alla droga) viene pagato un euro per una purezza pari al 95%. Sul mercato occidentale bene che va viene rivenduta con soltanto il 25-30% di principio attivo, con un guadagno del 1.200%. Del resto Roberto Saviano in Gomorra ci parla di un «fatturato 60 volte superiore a quello della Fiat». E questo solo in Italia. Sarà per questo che la cocaina viene chiamata "il petrolio bianco", il vero miracolo del capitalismo contemporaneo, in grado di superare qualsiasi crisi economica. Così i mercati crollano e il prezzo della cocaina in Occidente scende ma non quello del fatturato. Un vero affare.


Cristina Petrucci

29/11/09

L'EGOCRATE IN DECLINO?


C’è qualcosa di sempre più inquietante nel modo contorto di essere della politica italiana. Qualcosa di non facile definizione e che facilmente sfugge a una piena comprensione del senso. Di primo acchito vien da dire, come lo stanno dicendo i rimasugli vaganti della sinistra e come lo stanno facendo intendere i piddiini, che sta prendendo piede una nuova forma di totalitarismo. Oppure, come ha scritto Le Monde, che stiamo assistendo all’agonia di una democrazia. Purtroppo entrambe le interpretazioni, nella percezione che ne ho, pur evidenziando dei forti elementi di realtà, non riescono a rendere fino in fondo l’idea di ciò che sta accadendo. Per quanto riguarda il totalitarismo, compresa la versione ormai classica della Arendt, è denotato da alcune caratteristiche di sostanza che qui sono assenti. L’ideologia totalitaria pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia ed impedisce in modo repressivo/coattivo la presenza di qualsiasi ente o struttura che non dipenda dall’oligarchia al comando, producendo e generando un terrore istituzionale che proibisce e uccide ogni libera e spontanea manifestazione, di stampa, di riunione, di opinione, di comunicazione. Oggi in Italia nulla è formalmente proibito, mentre la carta costituzionale garantisce la libera circolazione delle idee, la libertà di riunione e di stampa e i politicanti al potere dichiarano di voler difendere queste libertà acquisite. Sul piano formale e giuridico, a differenza di una condizione totalitaria, ci è permesso e garantito di stampare e distribuire ciò che vogliamo, di dire ciò che ci aggrada, di ritrovarci e riunirci con chi vogliamo. Per quanto è inerente a “l’agonia di una democrazia”, ritengo che la fase di decadenza che sta erodendo la democrazia sia in movimento da molto prima del momento attuale. Da quando è stato accettato dai più di ridurne la portata e il senso a una mera tecnologia di elezione, facendo in modo che la rappresentanza politica eletta più che rappresentare veramente fosse semplicemente designata ad esercitare il potere di scelta per tutti su tutti, avendo l’unico mandato di governare e imporre i propri comandi indipendentemente dalla volontà generale. L’assenza di controlli dal basso, tutti gli organismi esecutivi sottoforma di potere separato autoreferente e il controllo sui controllori da parte dei controllati sono a dimostrazione che la democrazia è concepita quasi esclusivamente come struttura di dominio, sorveglianza e disciplinamento delle masse sottoposte da parte delle oligarchie del potere costituito, reso legittimo dal consenso elettorale. Tutti i politicanti di mestiere che hanno il privilegio dell’audience parlano in continuazione di libertà e liberalismo e di fatto non c’è né l’una né l’altro. In fondo Schumpeter ci aveva messo la pulce nell’orecchio già nella prima metà del secolo scorso. Con un’analisi lucidissima ci aveva chiarito che la liberaldemocrazia originaria non è possibile nella complessità delle società attuali. Al suo posto aveva preconizzato la democrazia dei leader, in competizione tra loro con lo stesso tipo di concorrenza del mercato capitalista. Invece di prenderlo come un campanello d’allarme, tutti lo hanno immediatamente assunto come il nuovo vate delle democrazie occidentali. Così è stato preparato il terreno per l’inquietante scivolamento nel baratro che ci stiamo godendo. Certo oggi viviamo una situazione particolare, molto legata al telegenico personaggio premier che sta condizionando tutta la politica del Belpaese. Ma non va visto come una semplice iattura imprevista. Tutto era pronto a succedere, soprattutto con l’irrompere dei media televisivi, che Schumpeter non poteva conoscere, come padroni della comunicazione e dell’imbonimento in politica. L’ideologia leaderistica e la gestione mediatica hanno rappresentato una mistura micidiale, pronta ad essere sfruttata opportunamente, come in effetti è successo, da chi avesse le necessarie capacità, spregiudicatezza e potere per farlo. Così abbiamo una tensione di tipo totalizzante, ma che non agisce attraverso le metodologie e le tecniche totalitarie. Chi occupa lo spazio d’immagine e istituzionale del potere si muove per occupare tutto il più possibile, ma lascia intatta la forma della democrazia accreditata, svuotandone completamente la sostanza. Però non è tutta colpa, o merito che dir si voglia, dell’egocrate, come l’ha definito Curzio Maltese. Pensare che l’essenza del problema risieda tutta nella concretissima voglia smisurata di potere di Berlusconi è un grosso errore. Significa non aver compreso la natura del problema. Prova ne sia che l’opposizione parlamentare sta pagando duramente da un quindicennio la concentrazione di attacchi alla sua persona, continuando sistematicamente a blaterare che è lui e soprattutto lui il nemico da abbattere, eliminato il quale si riuscirà a “vivere in pace e in modo normale”. Grave e superficiale carenza di valutazione, oltre che maliziosa finta ingenuità, e incapacità di identificare il vero problema. Personalmente a volte più che prendermela con lui, che in fondo mi dico fa il suo mestiere, me la prendo con quella che una volta veniva chiamata “maggioranza silenziosa”. Almeno da quello che ci stanno facendo credere, non solo gli dà il consenso, ma sembra identificarsi in pieno in ciò che rappresenta. Guardando in modo disincantato la situazione che stiamo vivendo, uno degli aspetti che più colpisce e lascia perplessi è appunto questo compiacimento plaudente che continuamente gli viene riservato da masse di esseri umani che pure non hanno i suoi privilegi, che dovrebbero sapere che non godranno mai di una condizione anche soltanto mille volte inferiore alla sua. Non posso fare a meno di evocare la sapienza di De La Boétie, che già nel Cinquecento denunciava “la servitù volontaria”, cioè l’accettazione di essere servi, il pieno riconoscimento della propria condizione di servaggio. Ebbene il paradosso è che oggi, a differenza dei tempi di De La Boétie, i sudditi sono servi senza sapere di esserlo. Anzi! Sembrano addirittura convinti che proprio il loro padrone premier li possa emancipare dal servaggio, perché ha l’astuzia di proporsi come il paladino della libertà, rifiutandosi di capire che invece ha la capacità di estinguerla. La presenza e il potere dell’egocrate esprimono un modo di essere molto diffuso della società in cui tutti siamo immessi. Se l’immagine che è abilmente riuscito a fabbricare di se stesso fosse rappresentativa solo della sua persona, per quanto abile astuto e potente non avrebbe retto con tanta tenacia e per tanto tempo. Il fatto è che il suo modo di porsi e presentarsi risponde ad un modello che muove corde invisibili, capace di solleticare anfratti della psiche desiderosi di emergere e pronti ad esplodere. Lo conferma il suo modo di vivere e di governare. Immerso in un lusso sfrenato, padrone di televisioni, di testate giornalistiche, di case editrici, di produzioni e distributrici cinematografiche e di quant’altro, si è circondato di una corte immensa di cicisbei, di ciambellani, di ruffiani ben contenti di esserlo, invidiati da una miriade enorme di esseri umani frustrati che aspirerebbe, come succedeva alla corte del re sole, a farne parte. Ha tradotto in politica, massimizzando Schumpeter, la logica aziendale. È imperante il partito-azienda e lo stato-azienda, in cui ha diritto di decidere per tutti il socio di maggioranza, cioè lui. Più che di totalitarismo, la cui caratteristica è quella d’imporsi con la forza, qui si tratta di una specie di “onnicomprensivismo”, generato dalla cupidigia narcisistica di comprendere tutto e di essere il centro di riferimento di ogni cosa, imponendosi non per sottomissione, ma per desiderio di emulazione. Ed è più pericoloso perché non vuole opprimere e impedire, ma vuole sedurre. Agendo sui desideri scatenati dal bisogno di consumo e di superare condizioni di vita insoddisfacenti, è riuscito a dar forma all’immaginario di una gran massa di persone. Lui e il suo modo di vivere rappresentano la libertà. Se si vuol essere liberi bisogna aspirare a diventare più o meno come lui e ha fatto credere che il suo governare offra le possibilità di riuscirci. La libertà non è più nella possibilità di muoversi e di scegliere, non è più in una diversa qualità della vita e delle relazioni sociali. I desideri solleticati l’hanno ricollocata nella ricchezza e nel potere. Solo se sarai ricco e famoso potrai sentirti veramente libero. L’allettamento è rafforzato dagli attacchi sistematici contro il fantasma del comunismo, propagandato come una continua insidia alla felicità agognata, perché ti vuole impedire di diventare ricco e famoso pianificando la tua vita. Questo è il messaggio, queste le aspirazioni generalizzate dominanti, questo il nemico da combattere. Ma le cose fortunatamente non sono semplici e lineari come piacerebbe al plutoegocrate che finora ha condotto il gioco. La situazione reale è molto più complessa e destinata a complicarsi. In questi giorni in cui sto scrivendo comincia ad aleggiare l’idea che lo scettro cominci a traballare sempre più pericolosamente. Da mesi il premier è sottoposto a un micidiale continuo fuoco di fila, che al momento sembra destinato ad aumentare d’intensità. Dalla lettera della moglie Veronica, che chiede il divorzio attraverso stampa perché lo accusa di star male e frequentare minorenni, a tutto il polverone mediatico sulla sua vita privata fatta di dionisiaci allegri festini, giri di prostituzione, arruolamento di veline fatte in serie destinate a rallegrare il grigiore della vita parlamentare nazionale ed europea; poi le bacchettate di eminenti esponenti ecclesiastici, probabilmente pressati da un’opinione pubblica cattolica che mal sopporta la leggerezza festaiola delle alte cariche dello stato; poi ancora l’attenzione mediatica internazionale sui suoi pantagruelici lauti banchetti frammisti di politica e sesso. Se vi aggiungiamo la fronda interna guidata da Fini, forte dell’appoggio di una consistente parte di deputati e senatori ex An, le costanti pressioni-ricatto della Lega che vuole spadroneggiare con la sua politica xenofoba e secessionista, fino al flop televisivo dello speciale di Porta a Porta, nelle intenzioni autocelebrativo del proprio “successo” nella ricostruzione post-terremoto, il quadro per il nostro premier è ben poco edificante. Mostra uno sgretolamento in progress del suo trono quindicinale impensabile solo qualche mese fa. A cosa porterà questo movimento antiegocrate che si sta consumando soprattutto nelle stanze inaccessibili dei palazzi del potere? Al momento non è dato sapere. Non è da escludere che il suo declino sia cominciato veramente e che in breve crollerà, come succede prima o poi quando ci si trova sommersi da un surplus esorbitante di potere. Come non è da escludere che riesca nuovamente a sopraffare l’ondata di ostilità che lo vuole sommergere. In fondo non ha dichiarato sprezzantemente di essere un superman? Non è neppure da escludere che tenti un estremo colpo autoritario se si vedrà perduto. Ciò che m’interessa sottolineare è che Berlusconi potrà anche cadere, ma non si estinguerà in breve l’inversione culturale degenerativa che ha messo in moto. A livello più o meno inconscio in fondo ha fatto leva su un sogno tipico dei nostri tempi: la bramosia di agiatezza sfrenata. Ha creato con abilità una neverland immaginaria dei desideri inappagati. Non è da escludere il rischio che se le manovre di palazzo funzioneranno ci sarà un rigurgito di delusi che si rivolteranno perché si toglie loro la possibilità di realizzare il sogno che lui aveva alimentato, che non vorranno tornare all’accettazione pura e semplice della mediocrità quotidiana. Non c’è solo lui come nemico vero. C’è soprattutto la realtà artificiale e immaginaria che ha messo in moto ed ha gestito per alimentare il proprio narcisismo. Se vogliamo veramente combattere l’aberrazione che rappresenta dobbiamo riuscire a far ricollocare culturalmente nel luogo appropriato il desiderio di libertà ora stravolto, cioè in noi stessi e nelle scelte che facciamo consapevolmente, al di là e contro i luccichii di un potere che ci vuol sottomessi anche nei sogni e che suscita la brama di essere come lui. Il vecchio motto anarchico né servi né padroni non è mai stato tanto valido.

Andrea Papi

INCANTO NOTTURNO

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LE OCHE E I CHIERICHETTI

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TESERO 1929

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PASSATO

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ANCORA ROSA

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VIA STAVA ANNI '30

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