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25/05/15

LA PRIMA GUERRA MONDIALE INVESTÌ IL TRENTINO E NE CAMBIÒ LA STORIA


Nell’agosto 1914 gli uomini furono arruolati e inviati sul fronte russo, dove subirono perdite sanguinose. Dal maggio 1915 un’ampia fascia del territorio trentino fu devastato dai bombardamenti. Un terzo della popolazione fu evacuata e trasferita in Austria, Boemia, Moravia, o in Italia. La sua economia fu sconvolta. La popolazione che rimase nei paesi conobbe la fame e la durezza dell’occupazione militare. Alla fine della guerra, scomparso l’Impero austro-ungarico, il Trentino entrò a far parte del Regno d’Italia.

IL TRENTINO NELL'OTTOCENTO

Nel 1815 il Trentino divenne parte del Tirolo e dell’Impero d’Austria. I rapporti con le autorità tirolesi furono sempre difficili e ciò spiega la pressante richiesta di autonomia del Trentino verso la parte tedesca della provincia. Negli anni del Risorgimento il Trentino partecipò, anche se marginalmente, al movimento nazionale italiano. Nella seconda metà dell’Ottocento, associazioni come la S.A.T., la “Pro Patria”, la “Lega Nazionale”, la “Società degli studenti trentini” furono protagoniste della difesa dell’identità nazionale italiana. I partiti liberale, socialista (in cui militò Cesare Battisti) e popolare (in cui si formò Alcide de Gasperi) animarono la vita pubblica, battendosi in difesa del Trentino nel contesto tirolese. Il Trentino conobbe un avvio di modernizzazione con la nascita del turismo e la costruzione di un sistema di trasporti ferroviario.

LA FORTIFICAZIONE DEL TERRITORIO

Sul piano militare, negli anni tra il 1833 e il 1838 l’amministrazione austriaca deliberò la costruzione della piazzaforte di Bressanone (Franzensfeste) e dello sbarramento di Nauders (1834-1840). Tra il 1859 e il 1866 il Trentino divenne area di confine con il Regno d’Italia e il governo di Vienna predispose la militarizzazione del territorio. Tra il 1861 e il 1915 furono costruite circa 80 fortificazioni e un sistema trincerato lungo 300 chilometri. Nei piani di Vienna, in caso di conflitto contro l’Italia e la Russia, il Tirolo avrebbe dovuto resistere contro un avversario numericamente superiore. A partire dal 1860 furono costruite numerose “tagliate” (sbarramenti stradali) a difesa dei valichi: Gomagoi, Strino, Lardaro, Ampola, Riva del Garda, Bus de Vela, Doss di Sponde e Rocchetta. Nel 1867-1871 sorse lo sbarramento di Civezzano, a protezione della città-fortezza di Trento. Nel 1880-1884 fu la volta dei forti Candriai e Mandolin attorno a Trento, delle batterie sul monte Brione a Riva del Garda, del forte di Pannone, in val di Gresta. Tra il 1884 e il 1900 gli austriaci rafforzarono le tagliate stradali: furono costruiti il forte Corno in Valle del Chiese, gli sbarramenti di Tenna e Colle delle Benne in Valsugana, di Paneveggio e Moena in Val di Fiemme e Fassa, di Pieve di Livinallongo, di Landro in Val di Sesto.

Quando, nel novembre 1906, Franz Conrad von Hötzendorf divenne capo di Stato Maggiore, il programma di fortificazioni divenne più ambizioso, soprattutto nella parte meridionale del Trentino. Tra il 1904 e il 1914 furono erette le fortificazioni di Tonale, Presanella, Pejo, Carriola, Garda, Tombio, Tonale; fu progettata la “cintura di acciaio” che doveva difendere la Valsugana, gli Altipiani e la Vallagarina, ma nel 1914 solo i forti di Folgaria, Lavarone e Luserna erano stati portati a termine. Nel settembre 1914, lo Stato maggiore austro-ungarico incaricò il generale Franz Rohr di costruire la Tiroler Widerstandslinie (linea di resistenza tirolese), una linea trincerata ininterrotta dal Tonale alla Marmolada da utilizzare nel caso di un conflitto con il Regno d’Italia. Furono impiegati circa 20.000 lavoratori civili. Attorno a Trento fu predisposta una nuova massiccia fortificazione. Allo scoppio della guerra (maggio 1915) sul fronte italo-austriaco esistevano solo pochi sbarramenti moderni ed efficienti; l’esercito austriaco si attestò su una linea del fronte arretrata rispetto al confine politico. Le fortezze degli Altipiani furono bombardate e danneggiate gravemente, tuttavia riuscirono a garantire il controllo del territorio e a sostenere l’offensiva austriaca della primavera del 1916. Con l’avanzamento della linea del fronte il loro impiego cessò.

I TRENTINI SUL FRONTE ORIENTALE

Nel 1914 gli austriaci chiamarono alle armi gli uomini di età compresa tra i 21 e i 42 anni (dal 1915 dai 18 ai 49 anni). I trentini richiamati furono circa 60.000; i caduti in guerra più di 11.400. I trentini furono impiegati soprattutto sul fronte orientale, anche se alcuni combatterono anche sul fronte italiano. Vennero inquadrati nei 4 reggimenti Kaiserjäger (cacciatori imperiali) e nei 3 reggimenti da montagna Landesschützen, oltre che nei 2 reggimenti di milizia territoriale (Tiroler Landsturm).Circa 700 trentini scelsero invece di arruolarsi volontari nell’Esercito italiano; a partire dal 1917 furono riuniti nella Legione Trentina. Molti erano giovani studenti cresciuti nei centri urbani del Trentino, educati dalle famiglie e nella scuola a sentimenti di italianità, ma non mancavano maturi professionisti, operai, commercianti ed artigiani. Circa 15-20.000 trentini caddero prigionieri dei Russi o disertarono. Molti di loro furono impiegati in Russia come forza lavoro. La collaborazione militare tra Regno d’Italia e Impero russo permise a circa 4.000 prigionieri trentini e italiani delle province adriatiche, di sentimenti nazionali italiani, di trasferirsi in Italia. Partiti nel 1916 dal campo di prigionia di Kirsanov, imbarcati nel porto di Arcangelsk, attraverso la Gran Bretagna e la Francia giunsero a Torino. Alla fine del 1917, altri 2.500 vennero trasferiti in Cina. Alcune centinaia di loro, inquadrate nei Battaglioni Neri del Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente, combatterono contro i bolscevichi; altri trentini si arruolarono invece nell’Armata Rossa. Un ultimo gruppo, infine, fu imbarcato dai porti dell’Estremo Oriente per gli Stati Uniti, da dove proseguì alla volta dell’Europa. Nel dicembre 1917 la Russia e l’Ucraina stipularono un armistizio con l’Impero austroungarico e la Germania. La vittoria degli austro-germanici permise loro di spostare gran parte delle loro forze sui fronti italiano e francese. A presidio del confine orientale rimase quasi tutto il contingente di lingua italiana costituito da trentini e da italiani delle province adriatiche dell’Impero.

IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO

Nel maggio 1915, allo scoppio delle ostilità con il Regno d’Italia, l’esercito austro-ungarico riuscì a fatica a presidiare il nuovo fronte. I Comandi austriaci accorciarono il fronte arretrando le linee difensive lungo un sistema di trincee, caverne e ripari fortificati predisposti nei mesi precedenti. Le truppe schierate a difesa del Tirolo ammontavano a circa 35.000 uomini; furono mobilitate anche le compagnie di Standschützen tirolesi. In appoggio all’alleato, anche l’esercito tedesco inviò alcuni reparti. Per l’esercito italiano il Trentino era un fronte secondario ma difficilissimo. I soldati di entrambi gli schieramenti conobbero la durezza della “guerra bianca” e furono costretti a combattere in condizioni di vita estreme. Con l’offensiva lanciata nel 1916 tra la Vallagarina e Asiago (Strafexpedition), l’esercito austro-ungarico minacciò gravemente le posizioni italiane sulle Prealpi del Veneto . Nel novembre 1918 dopo una lunga guerra di posizione, sanguinose avanzate e una grave sconfitta a Caporetto, l’esercito italiano sfondò le linee austro-ungariche. Il 4 novembre venne firmato l’armistizio.

LA GUERRA IN MONTAGNA

Le cime delle montagne del Trentino vennero occupate rapidamente. Si combatté sulle cime più elevate del Trentino, dal Lagorai al Passo San Pellegrino, alla Marmolada, alle Tofane, alle cime di Sesto. Ci furono scontri sul Gran Zebrù (3859 m), sulla Thurwieser (3652 m), sulla parete di ghiaccio della Cima Trafoi (3553 m), sul Cevedale (3378 m), sul Monte Vioz (3644 m), sulla Punta S. Matteo (3692 m). Per ripararsi, i soldati dei due eserciti scavarono ricoveri nel ghiaccio sull’Adamello-Presanella e sulla Marmolada, dove venne costruita la “Città di ghiaccio”, comprendente 8 chilometri di gallerie, ricoveri e depositi. La guerra di alta montagna fu anche una guerra dell’uomo contro la natura. Le perdite per i congelamenti furono ingenti. Il principale pericolo erano le valanghe che, nell’inverno 1916/17 uccisero non meno di 10.000 uomini. Tutto doveva essere trasportato con teleferiche, su slitta o a dorso di uomo (o di donna). Vennero costruite strade, gallerie e ponti, con mascheramenti per nascondere i movimenti di truppe e rifornimenti. Furono impiegati treni e camion, teleferiche e decauville. Nelle retrovie si realizzarono magazzini, depositi, baracche, ricoveri e alloggiamenti per le truppe, cucine e ospedali da campo. Telefono e telegrafo permisero i collegamenti tra retrovie e prima linea. In montagna si combatté anche una spettacolare guerra di mine. Il Col di Lana, il Lagazuoi e il Castelletto, il Cimone d’Arsiero, il Colbricon, il Dente italiano sul Pasubio, contesi nel corso di ripetuti e sanguinosi assalti, furono fatti esplodere con decine di migliaia di chilogrammi di esplosivo.

LA POPOLAZIONE CIVILE DURANTE LA GUERRA

La dichiarazione di guerra dell'Italia all'Impero austro-ungarico provocò l’evacuazione verso nord e verso sud di più di 100.000 persone, per lo più donne, bambini e anziani dalle aree poste in prossimità del fronte. La gran parte di loro fu disseminata nelle campagne della Boemia e della Moravia. Altre decine di migliaia vennero concentrate nei grandi lager di Mitterndorf e Braunau am Inn, vere e proprie “città di legno”. Nei baraccamenti si instaurò una forma di militarizzazione della vita civile; la mortalità provocata dalla miseria e dall’indigenza raggiunse cifre elevatissime. Circa 30.000 trentini vennero evacuati dall’Esercito italiano in diverse regioni italiane; alcune centinaia di loro accusati di atteggiamenti filo austriaci, vennero internati. Circa 1.700 trentini sospettati di sentimenti filoitaliani vennero invece rinchiusi nel campo di concentramento di Katzenau, a pochi chilometri da Linz.

Nei paesi non evacuati le donne dovettero prestare servizio per l’esercito sia sul versante italiano che su quello austriaco, come cuoche, lavandaie o nelle cancellerie militari, ma anche nella costruzione di strade e nel trasporto di materiali. In diverse zone del fronte le donne furono impiegate nel trasporto di viveri, munizioni e materiali per la costruzione di trincee, talvolta di feriti; alcune di loro morirono nel corso di bombardamenti.

DOPOGUERRA E MEMORIA

Alla fine della guerra, scomparso l’Impero austro-ungarico, il Trentino entrò a far parte del Regno d’Italia. Il paesaggio del Trentino appariva trasformato dalla costruzione di fortificazioni e campi trincerati, dal disboscamento, dalle esplosioni e dalle azioni belliche. Dalla Valle di Sole alla Valle del Chiese, dalla Valle di Ledro all’Alto Garda, dalla Vallagarina alla Vallarsa, da Lavarone e Luserna alla Valsugana e al Primiero, un centinaio di paesi e di borgate che si trovavano nella “zona nera” risultarono distrutti o gravemente lesionati. I profughi e i soldati che tornavano nei propri paesi trovarono edifici danneggiati, abitazioni e cantine saccheggiate, campagne, pascoli e boschi disseminati di ordigni inesplosi e di reticolati. La ricostruzione, assistita dal Genio militare italiano, iniziò rapidamente e permise nell’arco di un paio di anni di riparare alcuni dei danni più gravi prodotti dalla guerra. La ripresa della vita civile ed economica fu lenta e complicata, a causa del nuovo assetto istituzionale in cui il Trentino si venne a trovare, del cambio della moneta, del mutamento delle principali relazioni commerciali. La costruzione di una memoria pubblica dei caduti trovò anche in Trentino un grande spazio. Il ricordo dei più di 11.000 trentini caduti in divisa austro-ungarica fu invece ostacolato dal nuovo Stato italiano che non seppe riconoscere la situazione in cui il Trentino si era trovato. Vennero invece celebrati i caduti volontari nell’Esercito italiano ed in particolare Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa, catturati nel 1916, mandati al patibolo nel Castello del Buonconsiglio.

Giuliana I.
 
Tratto da TRENTINO GRANDE GUERRA - Il portale della Prima Guerra Mondiale

 

24/05/15

01/01/13

TESERO E I SUOI PECCATORI

 

BREVI DI CRONACA DAL 1861 AL 1922

 

  1. 14/08/1861: suonato per la prima volta l'organo nuovo della ditta Agostini di Padova.
  2. 15/01/1863: dalla cava dei coscritti è stato fatto soldato solo Valerio Deflorian (Felizin).
  3. 30/07/1864: arrivano le campane nuove.
  4. 05/12/1864: Lucia di Fidele Canal... abitava col marito e un figliolino in un appartamento sopra quello della suocera e del cognato Francesco detto Brighella ai Bagni del Büs - Lago, facevano zolfanelli. Il Brighella con un sasso colpì tanto la cognata da lasciarla semiviva, poi sfondò il soffitto della stanza col rischio di uccidere anche il piccolo nipote. Condannato a 20 anni nella fortezza di Gradisca d'Isonzo, non ha mai confessato il suo atto malgrado tutte le prove contro di lui.
  5. 14/06/1866: don Giovan Battista Ventura del Ciasàn celebra la 1^ messa. Scoppia la guerra in Italia; 
  6. 10/07/1866: chiedono soldati Tobia Canal del Toti, Valentino Delladio del Ponte, Valerio Canal del Polo;
  7. 25/07/1866: chiamano a centinaia uomini di Fiemme a far fortini con piante a S.Lugano perché l'armata italiana è in Valsugana 
  8. 29/06/1873: ore 4,45 grandissimo terremoto con due scosse terribili, era subito dopo la prima messa e intanto la S.Comunione pareva un forte vento. Nella provincia di Belluno è stato più spaventoso che altrove, son cadute case, chiese, campanili. Molti morti. (continua)  

29/11/07

ANTICHI VELENI


La vita politica paesana a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso fu caratterizzata da una feroce lotta tra le due fazioni democristiane nate dalla rottura interna del partito di raccolta dell’epoca. Apparentemente la frattura originò da ragioni eminentemente politiche: la componente scissionista, che mal sopportava i vincoli tipici di un apparato partitico e si connotava per un maggior pragmatismo, frizionò col gruppo fedele al simbolo e all’ortodossia scudo-crociata, più rispettoso delle linee guida dettate dal partito nazionale. In realtà però, dietro questo superficiale motivo si celava la sotterranea lotta tra le più ambiziose “anime” presenti in quel gruppo di potere, che cercavano la sopraffazione dell’avversario per la conquista della predominanza in paese. Il lungo processo di scomposizione e smembramento distillò veleno a profusione che, giunto al parossismo, si sostanziò in un ripetuto, pesantissimo e volgare dileggio personale. Peculiare di quelle battaglie cariche di odio e di rancori (che si consumavano nell’alveo imperscrutabile di un fiume carsico ed affioravano soltanto occasionalmente quasi sempre durante le tenzoni elettorali) fu l’uso anonimo e reciproco della propaganda demonizzante. Ritornato alla luce, dopo decenni trascorsi tra la polvere e l’oblio in un vecchio pertegae, ecco (riprodotto nella foto in alto) un volantino recapitato a tutte le famiglie del paese presumibilmente nella primavera del 1964 (o forse dell’anno precedente). La parte più diffamante dello scritto, tutta giocata su “contestazioni” dal vago sapore inquisitorio, ben conferma quanto fossero ancora forti gli influssi della Chiesa locale sul comune sentire dell’epoca: molto più vicino ai secoli bui della caccia alle streghe che al ben più prossimo immaginario del Duemila.
Bersaglio dell’anonimo foglio fu l’allora “padre” degli scissionisti, Angelo Cristel (Panetti), artefice della rottura precedentemente citata e mentore della fazione detta degli “Indipendenti”. Va ricordato che in consiglio comunale i due tronconi, conseguenti a quello scisma, si comportarono sempre come un’unica lista e la supremazia numerica ora dell’una, ora dell’altra fazione, storicamente si sostanziò nel privilegio di decidere il nome del sindaco. Di quel periodo avvelenato resta poco o niente. Spariti gli uomini, sparite le notti tranquille e silenziose, sparito il sommesso cicaleccio prodotto ogni sera dai portatori di latte appena munto alla “Malga”, sparite le accese passioni politiche che animavano il dibattito dopo-cena nei bar del paese. Restano solo lontani ricordi. E rimane, quale tratto caratteristico di questo paese, l’uso (in verità oggigiorno meno frequente di allora) della diffamazione anonima. Ciò denota da un canto l’incapacità atavica di questa comunità di far ricorso al confronto franco e diretto (come dimostra l’atto di sabotaggio mirato perpetrato qualche notte fa nei confronti dell’Amministrazione comunale ed avente per oggetto la nuova segnaletica stradale) e dall’altro la consuetudine all’esercizio del “potere” subdolamente intimidatorio nei confronti della cittadinanza.

L’Orco

22/09/07

VENT'ANNI FA


Capita talvolta nella vita, nel libero gioco dei casi o per singolari circostanze, di partecipare in prima persona, sia pure in veste di semplice spettatore, ad eventi la cui portata è destinata ad incidere profondamente nel tessuto delle conoscenze storiche del proprio luogo di origine.
Un fatto certamente indicativo ed anche indimenticabile è costituito dall’aver potuto presenziare al rinvenimento degli ormai noti reperti archeologici, attribuiti all’Età del ferro, nella piana di Sottopedonda alla periferia di Tesero, il 23 settembre 1987. L’importanza dell’evento va ben al di là dell’emozione e della curiosità che il fatto naturalmente suscita. Essa si estende e compenetra gli stessi fondamenti storici sull’origine di Tesero, almeno nella forma che fu finora comunemente accettata. Solo taluni studiosi di valore ipotizzarono in passato una genesi diversa e le recenti scoperte archeologiche sembrano dar loro ragione.
L’espansione edilizia nella località di Sottopedonda, iniziata avanti un decennio, se ha intaccato l’agreste pace di quel luogo solatio, si configura, ciò malgrado, come la molla che ha originato per altro verso gli inattesi rinvenimenti dei reperti di epoche preistoriche verificatisi nel corso degli sbancamenti per le fondazioni degli edifici. Proviamo tuttavia una vaga ripulsa ad accettare il nuovo ruolo urbano impresso alla località e la mente torna volentieri alle impressioni della nostra giovinezza quando la plaga era intensamente coltivata; tanti piccoli appezzamenti, una specie di mosaico su cui si alternavano le coltivazioni di patate, di frumento, di granoturco. Poi i vecchi carri trainati dalle vacche che trasportavano a casa il raccolto dovendo affrontare la ripida salita; l’incedere lento e le frequenti soste per non affaticare gli animali, utilizzando per l’occasione i provvidenziali avvallamenti offerti dalle cunette trasversali praticate per lo scolo delle acque piovane. Le ruote anteriori nella fossetta mentre le posteriori venivano staffate facendo uso delle pietre sempre presenti al margine della via. E così si procedeva sino alla maestosa “nogàra del Bocia” verso il termine della salita, che a quel tempo si spingeva fino al livello di Pedonda. E ancora, con l’avanzare del crepuscolo, transitati anche gli ultimi attardati agricoltori con i loro carichi, la campagna rimaneva sola, immersa nella notte fonda in raccolto silenzio.
Ma ecco che immancabilmente pochi minuti dopo lo scoccare della mezzanotte la piana era attraversata da un calpestio indefinito come di fantasma che la percorresse guardingo. Chi sarà mai? Forse una manifestazione dei “segnàoli”: gli spiriti burleschi che, secondo una credenza popolare un tempo assai radicata, dimoravano nelle soffitte e nei luoghi bui e segnalavano la loro presenza con sinistri scricchiolii, strascichi di catene, soffi e gemiti? oppure gli spiriti degli antichi abitatori di Sottopedonda la cui presenza era allora ignota ma che troverà più tardi puntuale conferma e documentazione nei reperti archeologici? naturalmente nulla di tutto ciò. Quel fantasma era un uomo vero in carne ed ossa. Era il sorvegliante della centrale elettrica comunale che si stava recando a prendere servizio alle macchine nell’ora del cambio turno. Raramente portava appresso una lampada; egli conosceva la via come le sue tasche. Talvolta nei mesi autunnali dava una capatina alla vicina vasca di carico per la pulizia della griglia. Per far ciò doveva rimontare il primo gradone passando accanto, ignaro e inconsapevole, alle memorie degli antichi che vi giacevano sepolte da tempo immemorabile.
Le prime luci dell’alba vincevano la notte che si dileguava con i suoi enigmi. Ma essa costituiva pur sempre una simbolica figura della lunga, lunghissima notte che, fuori di metafora, separa la nostra generazione dagli abitatori preistorici della piana di Sottopedonda. Due millenni ed oltre, il cui mistero si è in parte diradato all’inizio del decennio appena trascorso e, più ampiamente, nel 1987 in una calda giornata di settembre.



Tratto da “TESERO NELLA PREISTORIA” di Mariano Delladio

21/07/07

L'ULTIMO VAPORE


… Oltrepassati gli scambi, la linea prende a salire decisamente al 42 per mille, mentre si intravedeva già il punto ove ci si dovette fermare due giorni avanti. La locomotiva accostò. Il macchinista “allungò la leva” grado massimo di introduzione e, con sapienti ed oculati dosaggi del regolatore, la locomotiva cominciò a fendere l’enorme massa nevosa. Si avanzava lentamente in direzione del valico che vide un giorno gli emacianti digiuni e le profonde meditazioni del santo vescovo Lugano anacoreta; il regolatore alla seconda apertura, mentre i colpi dello scappamento della locomotiva sotto sforzo riempivamo la vallata, che li rimandava come eco dalle soprastanti alture di Radagno. Con il procedere dello spartineve, anche lo spessore del manto nevoso aumentava di pari passo, tanto che in un punto ove la linea corre in trincea, per causa di una piccola lavina, arrivava a metà della caldaia. Qui si temette veramente di fallire un’altra volta. Invece non fu così.
Si era ormai in vista del valico. Ancora uno sforzo e la 6036 entrò sul secondo binario della stazione di San Lugano, fermandosi davanti al fabbricato viaggiatori. L’impresa era compiuta. Infatti la prosecuzione per Predazzo, per via del tracciato più favorevole, assunse i toni e i colori di una marcia trionfale. La Valle di Fiemme, il cui isolamento causato dall’eccezionale nevicata durava da alcuni giorni, aspettava con impazienza l’apertura della linea.
Alla stazione di Lago di Tesero si erano presentati due operai della squadra rialzo per controllare il funzionamento della colonna idraulica in vista del passaggio della locomotiva spartineve. Fu così che il capostazione, signor Zorzi, poté avere notizie di prima mano atte a tacitare le numerose richieste di informazione rivoltegli dagli utenti della ferrovia. La sera del 17 dicembre tutte le stazioni della linea ricevettero la comunicazione telefonica che preavvisava il tentativo con lo spartineve a vapore per l’indomani.
Anche il padre dello scrivente prese conoscenza della notizia per parte del capostazione di Ziano, poiché trovasi là per ragioni di lavoro. Naturalmente riferì tutto in famiglia e chi scrive non volle certamente perdersi lo spettacolo. Avevo allora 7 anni. Fu così che nella tarda mattinata di quel fatidico lunedì 18 dicembre mi recai alla periferia di Tesero in una località che consente un’ampia vista sul fondovalle. Era accanto a me un vecchietto sciancato di professione calzolaio-ciabattino soprannominato “Lasagna”, un tipo burlone e scherzoso come era frequente trovare un tempo nei paesi. Anche in quella circostanza espresse la propria versione di merito con pungenti ironie sulla riuscita dell’impresa.
Apparentemente non aveva torto: le asperità del fondovalle apparivano livellate dall’eccezionale nevicata. La sede ferroviaria individuabile a malapena seguendo i pali dell’elettrificazione che accompagnavano la traccia. Poi qualcuno volse lo sguardo verso Cavalese. Una colonna di vapore indicò che il convoglio era partito da quella stazione. Pochi minuti e si vide in lontananza l’uscita dalla galleria “Narena” e la discesa verso il ponte di Masi che venne compiuta con il regolatore aperto, tanta era la neve. Per un tratto il convoglio scomparve alla vista dietro il terrazzamento di “Pradestabio”, poi imboccò fischiando il ponte “Kohn” sull’Avisio. Fu uno spettacolo indimenticabile. Il manufatto venne avvolto in un turbinio indescrivibile, originato superiormente dal vapore, che lanciato con forza si spezzava urtando il graticcio, mentre sotto, lo spartineve spostava lateralmente lo strato nevoso che cadeva nel sottostante torrente. Se a ciò si aggiunge il fischio stridulo e potente della locomotiva, cadenzato dai montanti laterali della travata, si potrà avere un’idea della scena.
Oltrepassato il ponte la line prende a salire verso la segheria della Comunità Generale. Lo spartineve diminuì la velocità; man mano che avanzava verso Lago di Tesero i colpi dello scappamento si udivano sempre più distinti in un crescendo impressionante. Poi attraversò fischiando il ponte sul Rivo di Lagorai. Era il punto più vicino al mio posto di osservazione; si distingueva chiaramente il movimento delle bielle, il macchinista affacciato alla vedetta, il carro di scorta con gli operai dell’armamento, e soprattutto la lunga colonna di vapore che insisteva sopra la linea ferroviaria fin verso la segheria di Masi. Erano le 11.40 di lunedì 18 dicembre 1933.
La locomotiva “Mallet” 6036 stava compiendo il suo dovere erogando tutta la sua potenza nell’impresa che avrebbe costituito anche il suo canto del cigno. Alla stazione di Lago di Tesero ci fu l’ultimo rifornimento d’acqua, poi proseguì per Predazzo. In quella stazione venne utilizzato per l’ultima volta il binario a triangolo per il giro. Verso le 15 ebbe inizio il viaggio di ritorno.
A Lago di Tesero incrociò il primo treno elettrico che giungeva da Ora sulla linea ormai sgombra e riaperta all’esercizio. La locomotiva riattraversò il ponte di Masi e salì verso Cavalese. Fu l’ultimo vapore. La Valle di Fiemme non avrebbe più rivisto la sua bianca scia. Un’epoca era ormai tramontata. …


Tratto da "VAPORE IN VAL DI FIEMME" di MARIANO DELLADIO

20/07/07

T.s' BOYS


L’orologio del tempo aveva cancellato quei caldi giorni di luglio che odoravano di solventi e di morte. C’era stata una rimozione collettiva di ciò che era accaduto. L’ordine perentorio lanciato “sottotraccia” dai maggiorenti paesani aveva velocemente sistemato i malumori, le insubordinazioni. La pena per chi non si fosse adeguato sarebbe stato l’isolamento. Il paese aveva da cogliere un’occasione irripetibile! E proprio quell’aggettivo irripetibile… ripetuto sino alla nausea sarebbe diventato di lì in avanti il marchio di ogni iniziativa originata in quel luogo. Presto fu tutto acquietato ed anche l’invocazione “Giustizia Presidente!” gridata sul sagrato della chiesa domenica 21 luglio poco prima di mezzogiorno all’indirizzo del Capo dello Stato venne dimenticata in fretta. Ma odi e rancori si aggirarono a lungo per le case di quella comunità come fantasmi senza pace. Come un vento funereo, gravido di presagi. L’acqua però continuò a scorrere lungo quel rio che aveva macinato come in un’immensa centrifuga uomini e cose, finché quell’odore di solventi e di morte lentamente si dissolse; anche i fantasmi, poco a poco, svanirono. Quel paese un tempo montanaro e tranquillo (fin troppo tranquillo!) non esisteva più: quel tragico venerdì era stato all’un tempo l’omega e l’alfa della storia di T. Iniziò l’era dell’ottimismo e al vecchio T se ne sostituì uno nuovo, abitato da un nuovo “popolo” che intendeva soltanto approfittare di quell’inaspettato, devastante lutto collettivo. Passarono gli anni e crebbero i frutti di quelle notti passate sognando il nuovo eldorado…
Era oltremodo fastidiosa la presenza di quei giovani leoni paesani: sembravano fatti a ricalco. Pedissequamente “costruiti” dalla moda corrente, perennemente seduti a bordo delle loro inseparabili auto con la sigaretta alla James Dean in bocca e il telefonino in mano. Erano gli uomini nuovi, che la retorica di quel momento cercava sempre di scusare: i giovani. Quante volte sarebbero stati argomento “importante” delle campagne elettorali paesane: “dobbiamo dare qualcosa ai giovani; i giovani non hanno questo, i giovani non hanno quello; poveri giovani, questa comunità si impegnerà per garantire loro ciò che le precedenti generazioni di giovani non hanno potuto avere” eccetera, eccetera. Ma si trattava soltanto di un blà-blà-blà populistico tanto per raccattare qualche voto in più. In verità questi giovani avevano troppo. Mancavano casomai di una sana dieta francescana, altro che. Figli di genitori nati e vissuti nel boom economico degli anni ’50 – ’60, in un mondo che stava velocemente cambiando connotati e prospettive, sognanti un futuro di godereccia beatitudine, negatori di qualsiasi idolatria salvo il denaro e che si ritrovavano inaspettatamente protagonisti di un divenire gaudioso. Giovani virgulti arroganti e imbecilli, acritici e presuntuosi, forti bevitori di birra nei tanti locali del paese (ne erano proliferati diversi in poco tempo), formidabili ruttatori e pisciatori nei fine settimana… tanto per dimenticare un’infanzia viziata appena trascorsa. Stupidi nottambuli vuoti di tutto. Li si incontrava ovunque, insolenti come le mosche mentre si sta a tavola, sempre rigorosamente auto-trasportati e impazienti di ottenere strada se ti trovavi sul loro percorso. Gianni, il fabbro, aveva una gran voglia di dargli una lezione. Quel ragazzetto con il berretto a visiera calato sulla testa che dallo scoccare del diciottesimo anno d’età non si era più concesso di fare quattro passi a piedi, rappresentava il perfetto stereotipo della stupidità dell’epoca. L’ostilità tra loro era reciproca: Gianni lo avevo capito da tempo e quando si incrociavano, l’uno naturalmente in auto e l’altro a piedi, si scambiavamo occhiate piene d’odio. Qualche mese prima il fabbro aveva avuto col “boy” un acceso diverbio sempre per il solito motivo. Quei giovani virgulti provocavano con piacere e con malizia ma non riuscivano ovviamente a capire. Tra qualche anno questa zavorra umana sarebbe diventata la “classe dirigente” del paese. Rispettabile e prepotente come lo sono tutte le “classi dirigenti”. Con l’aggravante però di essere di certo peggiore e più stolta di quelle precedenti. Gentaglia priva di poesia e di sentimento. Generazione prodotta e allevata a formaggini Mio, Nutella e abbondanti dosi di triviale televisione, imbevuta di becera, locale, sottocultura sportiva della quale perlomeno (e per sua fortuna) si era ben presto liberata. Gioventù bruciata, esattamente! Priva di ogni legame col territorio e col ritmo lento della montagna che oramai era solo un lontano ricordo. L’abiura per un passato “troppo povero e plebeo” era stata totale. Giovani uomini?!? Il cui unico miraggio (ben accondisceso dalle loro famiglie) si sostanziava univocamente nell’arricchimento. Quei genitori, che al mito dello sportivo bello, ricco e famoso avevano creduto e ancora credevano, guardandoli di nascosto, speravano per quei figli un brillante e soprattutto remunerante futuro da campione. Non c’era nessun’altra aspettativa nei loro confronti. Tutt’al più gli si prospettava un domani di successo professionale: forse da ingegnere o da commercialista, più raramente da medico. E Gianni, nelle sue disturbate, insonni notti provava a immaginare quali discorsi, quali parole avrebbero potuto dirsi vent’anni prima quei futuri genitori mentre le mogli gravide erano in “dolce attesa”? Ma di che mai avranno ragionato? Ma in che mondo pensavano di vivere? E davvero speravano di vivere tanto a lungo in quell’artificiale e misero bengodi? …


Tratto da "IL PAESE DEI SAPIENTI" di A.Dannati



13/06/07

CAMPANE DELLA PARROCCHIALE DI TESERO


Il nuovo concerto di campane, gettato nella fonderia Brighenti di Bologna nel dicembre 1921, sostituisce, dal marzo 1922, il concerto preesistente, asportato dall’autorità militare austriaca, per esigenze belliche, nell’ottobre 1916. Esso è di eguale tonalità del precedente: Re, Mi, Fa#, Sol, La. Il timbro, tuttavia, si differenzia, essendo stato l’antico più argentino e squillante.
Quando erano azionate a distesa anche le nuove campane rendevano, comunque, un ottimo effetto sonoro.
Nel 1952 esse vennero dotate di impianto per l’azionamento a motore. Le lunghe funi secolari sparirono. Con esse sparì anche quel peculiare tocco di aritmica vivacità che è caratteristica dell’azionamento manuale, non condizionato dalla rigida e uniforme sincronia del motore elettrico. Praticamente venne meno anche la possibilità di eseguire il “campanò” per la difficoltà di rimuovere e poi riassettare ogni volta gli accoppiamenti meccanici predisposti per l’uso normale della campana. Ciononostante, e per merito della vecchia guardia della torre campanaria, Gustavo Dondio (1912 – 1986), l’usanza del carillon continuò ancora per qualche anno. E fino al 1973 nelle vigilie delle feste solenni (in primis la patronale S.Eliseo 14 giugno e poi San Pietro 29 giugno) si poteva udire gioioso e lieto il campanò. Seguì un lungo periodo di oblio finché alcuni giovani e caparbi volenterosi del paese (in particolare i cugini Pierpaolo Zaopo e Flavio Vinante) intesero ripristinare la vecchia tradizione. Grazie a loro (nonostante l’indifferenza se non addirittura la contrarietà dimostrata dalle locali autorità religiose) da qualche anno, seppur per la sola festività patronale, 'l campanò ritorna ad allietare l’antica festa paesana di inizio estate.


Tratto da "Tesero immagini del passato" di Carmelo Delladio

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

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Foto di Sabina

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