30/03/13

SOGNO O REALTÀ?



Alla fine di gennaio del  1892 Paolo Oss Mazzurana, sindaco di Trento, ottenne da parte del Ministero del Commercio di Vienna l'autorizzazione per avviare lo studio di alcune ferrovie locali a scartamento ridotto. Il  Comitato Ferroviario Trentino che si interessò ai progetti delle linee ferroviarie fiemmesi, si fece promotore, auspice l'on. Lanzerotti, deputato trentino negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale, di una serie di studi per dotare il Tirolo meridionale di una rete ferroviaria a scartamento ridotto da realizzarsi secondo una schema razionale. A fronte dei primi passi che si muovevano nel settore del turismo con il sorgere dei primi Grand Hotel nelle zone più rinomate, il Comitato si poneva il problema delle vie di comunicazione ritenute presupposto essenziale per l'avvio dello sviluppo dell'era del turismo. Guardando alle opportunità di un complesso ferroviario il Comitato riteneva che non fosse opportuno ragionare in un sistema di reti ferroviarie in ambito regionale, ma inserito in un contesto più vasto. L'orizzonte guardava alla vicina Svizzera già allora maestra nelle infrastrutture turistiche e che gestiva una moderna rete di ferrovie elettriche che collegavano le più rinomate infrastrutture turistiche. Queste erano le considerazioni che portarono all'idea di una trasversale ferroviaria soprattutto nella parte orientale della Confederazione che partisse da Belluno ed arrivasse a Saint. Moritz. Questo fu il pensiero di allora e questa è la visione che Transdolomites in questi anni, a cominciare dal progetto della ferrovia dell'Avisio sta proponendo. La visione di allora venne messa in discussione prima dal Primo conflitto mondiale. In seguito, l'avvento dell'automobile  dagli  anni 60  si rivelò per qualche tempo più vantaggiosa rispetto al treno. Ora gli equilibri si sono rovesciati; mantenere l'automobile non è più alla portata di tutti, la mobilità su ferro ritrova competitività ed è vista come opportunità per il futuro. L'assalto delle macchine sulle Alpi sta compromettendo il futuro del turismo e la richiesta di fare turismo in treno in alternativa  all'auto privata è in costante aumento, ma ciò che manca sono le infrastrutture ferroviarie che collegano città e pianura con l'arco alpino e le Dolomiti. L'idea del corridoio ferroviario tra la Svizzera e la regione dolomitica è più che mai attuale. Lo ha dimostrato l'incontro di Transdolomites tenutosi nel novembre 2012 a Milano presso il Segretariato Generale della Camera di Commercio Svizzera e questo interesse trova ora la sua conferma. In accordo con lo stesso Segretariato, abbiamo avviato le procedure per organizzare a Milano nel maggio 2013 un evento di grande importanza che puntiamo a promuovere all'attenzione nazionale. Abbiamo confermato agli svizzeri la nostra intenzione e decisione di presentare a Milano l'idea progettuale della ferrovia dell'Avisio come tassello nella composizione del corridoio ferroviario italo-svizzero dinanzi ad una platea selezionata di investitori; banchieri società ferroviarie, operatori del settore del turismo. L'obiettivo è promuovere il finanziamento del progetto di ferrovia dell'Avisio per giungere alla formula del partenariato pubblico/privato. A metà aprile sarò a Milano per partecipare all'incontro organizzativo dell'evento  che trova la Svizzera fortemente concorde con la visione e l'operato di Transdolomites. Sede dell'evento sarà lo Swiss Corner in Via Palestro a Milano. Forte anche l'interesse di Confindustria Belluno ad essere presente attivamente all'evento di Milano per presentare l'idea progettuale del Treno delle Dolomiti per la realizzazione del corridoio Venezia-Cortina-Zermatt. Per l'occasione Confindustria Belluno inviterà a Milano Willy Hüsler, che per conto di Confindustria ha realizzato lo studio del Treno dell'Avisio. La presenza di Transdolomites con Confindustria è la conferma del rapporto di collaborazione concordato nel gennaio 2013 sul tema della promozione della mobilità ferroviaria in ambito dolomitico. Quello di Milano sarà il primo di una serie di iniziative che Transdolomites promuoverà prossimamente a livello nazionale ed europeo per avviare un processo progettuale ferroviario dolomitico che si rivolga a potenziali investitori. A dare completezza al questo percorso dovrà in contemporanea muoversi la costituzione della Fondazione della Ferrovia dell'Avisio, altro obiettivo che come associazione intendiamo promuovere. Passo fondamentale per avviare il concreto coinvolgimento delle valli dell'Avisio nella fase progettuale e realizzativa della ferrovia. Guardando in avanti, il nostro proposito è puntare a portare negli U.S.A, in occasione di una conferenza mondiale delle ferrovie, la visione delle ferrovie delle Dolomiti. Sappiamo che negli U.S.A questo tema è molto sentito. Una troupe statunitense che in questo periodo si trova in regione per delle riprese televisive si è detta entusiasta per le iniziative legate alla ex ferrovia Ora-Predazzo.  Per questo traguardo siamo già al lavoro.



Massimo Girardi – Presidente di Transdolomites

23/03/13

OSSESSIONI



Ripetiamo in premessa il concetto: parlando d’auto, nessuna ulteriore infrastruttura potrà modificare sostanzialmente la qualità complessiva del paese, perché l' auto-mobilità è anarchia e dipendenza e come ogni dipendenza, assecondandola, non la si riduce ma la si alimenta. Lo dimostrano inequivocabilmente l’interrato e il parcheggio in superficie realizzati  l’uno a breve distanza dall’altro in località Noal-Merisol-Fossi. Ebbene, nonostante le due nuove infrastrutture di servizio siano entrambe funzionanti da tempo (29 garage sotterranei la prima, 25 posti auto in superficie la seconda), le vetture parcheggiate davanti alla canonica e nel soprastante parcheggio del teatro sono, mediamente, le stesse che stazionavano prima della realizzazione di quelle due opere. Quindi? Quindi, senza un improbabile cambio radicale di mentalità, da perseguire eventualmente con mirate strategie comunicative, il paese lo si potrà pure trasformare in un groviera di interrati e di piazzole di parcheggio, ma in giro avremo sempre lo stesso identico movimento di traffico e l’identica quantità di auto in sosta non autorizzata. Se è vizio è vizio! Pertanto non è aggiungendo infrastrutture che lo si toglie, ma, casomai, lo si può moderare inibendo determinate zone, anche ampie, di suolo pubblico alla mobilità privata. Solo a quel punto diventerà ovvio e logico per tutti non usare l’auto per percorrenze inferiori ai  4/500 metri, come molti fanno invece ogni giorno. Più strade, più parcheggi, più infrastrutture metti a disposizione, più l’auto-dipendenza ne pretenderà in aggiunta. E pazienza se l’amico Oscar (che non si offenderà certo per la citazione) sta cosa così astrusa da capire non l’ abbia ancora metabolizzata. E’ inammissibile però  che siano gli amministratori a non capirla e che favorire l’auto-mobilità sia la loro principale ossessione. Diamo loro un consiglio. Si guardino un po’ in giro. Le grandi e anche le piccole scoperte si fanno osservando, non raccattando  ruffianate in osteria e dando credito alla superficialità dei luoghi comuni Gli amministratori, sindaco in testa, dovrebbero camminare di più per il paese, in lungo e in largo, ogni giorno, verificare sul campo le situazioni, e poi escogitare soluzioni razionali. Forse allora smetterebbero di equivocare e sperperare le sempre più scarse risorse.

E a proposito delle auto-ossessioni amministrative, l’assessore ai LL.PP. del comune di Tesero Barbolini ci aveva promesso, un po’ di tempo fa, che non appena ultimato il nuovo posteggio dei Fossi, piazza della Chiesa sarebbe stata liberata finalmente dalle auto e ri-consegnata alla cittadinanza per  usi più acconci. Ora il posteggio, come detto, è in funzione, e i fedeli impossibilitati a raggiungere la parrocchia a piedi possono lasciare le loro autovetture nella capiente nuova infrastruttura comunale, salire la comoda scalinata che porta in via Merisol  e da lì raggiungere in pochi passi altrettanto comodamente la chiesa. Dunque siamo in attesa che la promessa di Barbolini si concretizzi. Ci auguriamo che non si tergiversi oltre adducendo il pretesto di una necessaria preventiva “risistemazione” della piazza, con tanto di progetto allegato e costi tecnico-burocratici aggiuntivi. Per mantenere quell’impegno non occorre modificare proprio niente, salvo cancellare gli attuali spazi di sosta delimitanti. Liberare lo spazio davanti alla chiesa è cosa immediatamente fattibile. Sgomberare e dare aria (buona) e spazio alla vista dal sagrato affinché fedeli e non, non debbano scendere la scalinata tra un'auto in manovra e un’altra. Visto che i soldi (di tutti) sono stati spesi e un altro spazio a verde è stato sacrificato, è giusto che la collettività abbia un’ immediata compensazione in termini di qualità ambientale.



L’Orco

21/03/13

GIORNATA DELL'ALBERO



Oggi inizia la primavera, ma ci toccherà aspettare almeno dieci giorni per poterla riconoscere. Purtroppo l’inverno che astronomicamente s’è chiuso ieri ha rispettato il cliché da cartolina oltre ogni aspettativa, proprio come qualcuno ai suoi tanti santi in paradiso aveva chiesto fosse.
In Italia le manifestazioni d’occasione per celebrare i passaggi stagionali sono numerose. Nella capitale e altrove, a cura di Fare Ambiente la giornata di oggi 21 marzo, denominata  Giornata dell'Albero e della Primavera sarà dedicata al rinverdimento e all'educazione ambientale. Gli alunni delle scuole, con i responsabili e i soci di Fare Ambiente, dimoreranno  nuove piante che verranno in seguito monitorate e curate. L’intento della proposta, patrocinata dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, è di sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore fondamentale del patrimonio arboreo e boschivo.
"Questa giornata - afferma il presidente nazionale di Fare Ambiente Vincenzo Pepe - ha lo scopo di sensibilizzare soprattutto i bambini e i giovani al rispetto della natura e alla difesa del proprio territorio. La "Giornata dell'Albero e della Primavera" rappresenta un vero e proprio momento di festa e di informazione che naturalmente deve continuare per i giorni a seguire, al fine di salvaguardare il nostro patrimonio arboreo. Sarà un'iniziativa per richiamare l'attenzione sull'importanza, per l'uomo e per l'ambiente, di boschi e foreste, sul loro insostituibile ruolo di polmone verde della Terra. Questa festa intende inoltre promuovere a rango superiore l’educazione ambientale, auspicandone l’insegnamento obbligatorio nelle scuole.”
C’è da scommettere che nessun insegnante o amministratore locale di questa nostra sedicente Vallevviva farà alcunché in segno di adesione alla manifestazione nazionale. La verità, nonostante la ben nota retorica, è che siamo indecentemente lontani dalla comprensione dell'importanza primaria degli alberi e i nostri paesi (Cavalese lodevolmente escluso) di arboreo vivo non ne vogliono proprio sapere. Anzi, meno ce n’è e più sono contenti.  In particolare a Tesero il patrimonio di verde pubblico interno all’abitato storico è stato via via ridimensionato e quasi fatto sparire del tutto. Anno dopo anno, con pretesti diversi più o meno plausibili ma mai comprovati, le latifoglie pubbliche sono state decimate e ridotte a poche unità. Ma nemmeno agli impianti periferici più recenti è toccata miglior sorte. Basta, per esempio, percorrere via Restiesa per rendersene conto. L’ultima strage d’alberi è stata perpetrata nel tardo autunno scorso in via Fia, sopra l’asilo. Ufficialmente per far posto a un marciapiede. In realtà per dare ulteriore spazio alle auto, mai sazie di superficie da occupare e sempre ossessivamente al centro dei pensieri delle nostre amministrazioni. Anche l’ultimo maestoso tiglio antistante il palazzo scolastico, selvaggiamente mutilato per non si sa quale ragione due anni fa dalle motoseghe comunali, sta morendo nell’indifferenza generale dei passanti, degli insegnanti e degli amministratori. Non gli mancava proprio niente, era forte, in salute e d’estate, silenziosamente e gratuitamente profumava piacevolmente l’aria del vicinato. Ma aveva il torto, qui imperdonabile, di essere un ‘semplice’ albero e non già un imponente fuoristrada. D’altronde, come di recente scrivevamo, la sensibilità o c’è o non c’è. E da noi, al netto delle chiacchiere e della propaganda, di sensibilità ambientale ce n’è assai poca.

A.D.

19/03/13

L'ORA DI MUSICA



Recentemente, durante una delle tante due-ore di meditazione serale del venerdì  Jacopo si chiedeva se avesse ancora senso (se lo avesse mai avuto) insegnare musica nella scuola dell’obbligo. L’arte – diceva –  non è né per tutti, né di tutti; la sensibilità musicale non è apprendibile, o ce l’hai dentro o non ce l’hai. È  un istinto primigenio individuale. Chi ne è portatore è naturalmente ‘obbligato’ ad assecondarlo... La scuola può dunque servire?  Per affinare quell’istinto forse sì, anche se, scuola o non scuola, prima o poi esso in qualche modo si ‘arrangerebbe’. Ecco perché – continuava – per quanto l’intento pedagogico possa essere ‘nobile’, per una cosa così peculiarmente soggettiva, è insignificante abbozzarne l’idea  tra un’ora di matematica e una di storia, in una classe di alunni potenzialmente distratta e, appunto, ‘insensibile’.
Ai miei tempi quei 60 sgangherati minuti li chiamavano l’ora di musica. Ed in effetti – lo ricordo benissimo – quello spazio artistico altro non era che un’ora aggiuntiva di ricreazione al cospetto di un insegnante frastornato, tra le urla della classe e un grammofono che di funzionare non ne voleva sapere. A battagliare in quella hit parade ‘classica’ erano di solito in due: "La Moldava" e “Le quattro stagioni”, che però mai si aveva grazia di gustare interamente perché quando l’insegnate finalmente riusciva a domare il dispettoso giradischi, convincendolo con le cattive a diffondere dal vinile graffiato quel gracchiante sonoro, l’ora di musica se ne era quasi andata. Poi, con la faticosa evoluzione della didattica arrivarono anche i flauti di plastica rossa e i tamburelli  e dall’ascolto incompiuto della "Primavera" vivaldiana si  passò all’esecuzione del “Fra’ Martino” a canone…
Insomma, Jacopo mi ha convinto: quell’ora sarebbe meglio impiegarla a ripassare l’itagliano o la matem²atica. Materie che potrebbero ancora servire a vivere prosaicamente il quotidiano e forse a trovare un lavoro. Di sicuro ascoltare l’arte altrui a vivere così non serve. Ma a sognare e a fantasticare, sì. Cose però anch’esse né per tutti, né di tutti.

A.D.

SMS




C’è margine? Apparentemente no.
Ne vale la pena? Potrebbe...
Stiamo lavorando per noi.
E allora? Si aspetta.
I^ a.s. fatta.

Non siamo coperti.
Cinque o sei, giusti, possono bastare.
In 2 x 360 si può fare.
Vedremo chi esce sulla ruota di Trento.
Poi si decide.

L’Orco

17/03/13

CONSIDERAZIONI SEMIOTICHE SU LA CANZONE MONONOTA

Lo confesso, sono un grande fan degli Elio e le storie tese. Li seguo ormai da diversi anni e sono perfino riusciti a farmi vivere con trepidazione la finale del Festival di Sanremo. Così, mentre La canzone mononota impazzava in rete e mi entrava in testa, mi sono detto: perché non provare a farne una piccola analisi, magari adottando uno sguardo - e un ascolto :-p - semiotico? Ecco quello che ne è venuto fuori:
Gli effetti cognitivi, passionali e pragmatici
Dal punto di vista strettamente musicale, la canzone si rivela incredibilmente complessa e assolutamente non lineare. Le mie conoscenze musicali non mi permettono di entrare nel merito della sua struttura, ma forse vale la pena notare una cosa. L’ascoltatore medio, pur non riuscendo ad apprezzare fino in fondo la difficoltà di composizione ed esecuzione di un pezzo del genere, si trova, suo malgrado, coinvolto in una specie di gioco nel quale è invitato ad avanzare ipotesi - spesso disattese - su come proseguirà il pezzo. Se la struttura classica della canzone pop (strofa - ponte - ritornello) lo rassicura con il suo - eterno - ritorno, La canzone mononota gli fa vivere il brivido dell’ignoto: dopo ogni passaggio lo lascia sospeso tra una serie di possibilità. Questa impossibilità previsionale ha il suo culmine nel falso finale. Dopo due minuti lo spettatore, ormai provato dal tentativo di mantenere il "filo del discorso", è pronto a cadere nel piccolo tranello. A questo punto il coinvolgimento da cognitivo ed emotivo, diventa pragmatico: il pubblico al primo ascolto (ma non solo) è portato ad applaudire. Con il loro batter le mani gli astanti non solo sanzionano positivamente la performance ma ne divengono inconsapevolmente parte integrante.
La metareferenzialità
La canzone, in quanto oggetto sincretico, chiama in causa più linguaggi espressivi: una componente sonora (la musica) e una verbale (il testo). Questa distinzione - per certi versi banale - ci permette di cogliere meglio una caratteristica essenziale di questo pezzo: si tratta di una metacanzone, ossia di una canzone nella quale si "parla" di come è fatta una canzone. Per capirci, è un po' come un film nel quale ci viene mostrato come viene girato un film. Elio, attraverso la componente verbale, ci spiega come è possibile rendere non monotona una canzone mononota chiamando in causa l'altezza, il tempo, il ritmo, gli accordi ecc. e anticipa sistematicamente (anche se in modo generico) quello che sarà l’evolversi della canzone sul piano della componente sonora.
L'intertestualità
Chi conosce gli Eelst, sa che le loro canzoni sono piene di rimandi, citazioni e frame musicali presi a prestito da altre opere più o meno note e più o meno colte. Tutto ciò che viene preso dagli Elii finisce per essere manipolato e risemantizzato, quasi sempre a fini stranianti o parodistici. In questo caso troviamo riferimenti espliciti a fatti realmente accaduti come i tentativi di Rossini e Jobim di comporre una canzone con una nota sola (a tal proposito vi rimando a un bel video di Cesare Picco); oppure l’inserimento di frammenti tratti da altri generi (il samba) o opere musicali (l’inno cubano) che rendono la loro canzone una sorta di patchwork musicale, attraverso il quale mettere in mostra le loro grandi doti di musicisti e arrangiatori.
La dimensione ironica
Una canzone di questo genere potrebbe sembrare uno splendido, ma sterile, esercizio di stile. Se però si prende in considerazione il contesto in cui è stata proposta, allora le cose cambiano. Si dice spesso che il Festival sia una kermesse durante la quale si ascolta e si premia "sempre la stessa musica". Ecco che, in questo contesto, La canzone mononota suona come una parodia dell’intero evento e delle dinamiche che lo contraddistinguono. Una presa in giro di compositori, cantautori, e big che in questi anni hanno partecipato a Sanremo con brani spesso banali o “già sentiti”. Insomma, a fronte di tante canzoni articolate ma monotone, eccone una mononota incredibilmente originale.
Le strategie enunciative
Infine un cenno sulle strategie di enunciazione, cioè sul modo in cui è stata eseguita la canzone. Tutte le esibizioni degli Eelst sono caratterizzate da una spiccata dimensione teatrale. In questo caso l'effetto ironico e dissacrante del loro brano è stato rafforzato dai travestimenti che, oltre a divertire per la loro eccentricità, arricchiscono il senso delle loro performance. Ad esempio, la trovata della fronte alta rimanda fisiognomicamente all’idea di intelligenza superiore; intelligenza di cui ironicamente si vantano. L’idea di travestirsi da grassoni, invece, oltre a richiamare la mise dei grandi tenori, sembra essere un riferimento ai tanti palloni gonfiati che negli anni hanno calcato il palco di Sanremo. 
Antonio Laurino / blog Semiotrip 

12/03/13

UN CONCLAVE SENZA SPIRITO SANTO



Il conclave che inizia domani (oggi N.d.R) è diverso da tutti quelli che ricordiamo. Per la prima volta, infatti, la percezione del pubblico e dei media è che gli elettori del nuovo papa non stiano “dal tetto della Cappella Sistina in su”, come ebbe a dire una volta il cardinal Dionigi Tettamanzi, bensì si trovino tutti ben al di sotto del tetto, e alcuni addirittura si aggirino negli scantinati. Fuor di metafora, per la prima volta è finalmente caduto il sipario della finzione letteraria e religiosa, che presentava l’elezione del nuovo papa come una “scelta dello Spirito Santo”. Sul palcoscenico si osserva un conclave del tutto umano e mondano, invece che soprannaturale e celeste. E non ci si nasconde più che si tratta di una questione di potere, inquinata dalle tentazioni che da sempre allettano appunto il potere: il sesso e il denaro. O, per dirla alla vecchia maniera, i peccati contro il sesto e settimo comandamento. Lo scandalo della pedofilia ecclesiastica è ormai affiorato dal sottosuolo nel quale la Chiesa era riuscito a mantenerlo per decenni, e ha lambito i suoi vertici. Il cardinale scozzese Keith O’Brien, reo confesso, è stato escluso dal conclave il 25 febbraio, tre giorni prima dell’inizio della Sede Vacante. Il cardinale statunitense Roger Mahoney è stato sollevato da tutti i suoi incarichi il 31 gennaio, ma ha pervicacemente deciso di partecipare comunque al conclave, partendo subito dopo le sue apparizioni in tribunale. La Snap (Survivors Network of those Abused by Priests, “Associazione delle Vittime degli Abusi dei Preti”) ha circolato una lista di dodici nomi di cardinali “impresentabili” e “ineleggibili”. Tra questi figurano l’argentino Leonardi Sandri, che insieme al cardinale decano Angelo Sodano fu il grande protettore del famigerato padre Marcial Maciel, recordpriest di violenze e abusi. Gli altri nomi della lista includono i cardinali di Boston, New York e Washington, e i primati del Messico, d’Australia e d’Irlanda: di quest’ultimo, il cardinal Sean Brady, i cittadini e i politici irlandesi reclamano inutilmente le dimissioni a gran voce da anni. Nella lista ci sono anche gli italiani Tarcisio Bertone e Angelo Scola: cioè, i nomi di riferimento delle due grandi cordate che entrano in conclave. Rispettivamente, quelle della Curia vaticana, da un lato, e delle Chiese italiana e americana, dall’altro. Cioè, le due fazioni che si sono combattute nell’ombra durante la fine del papato di Giovanni Paolo II e per tutto il regno di Benedetto XVI, fino a quando le loro lotte intestine sono affiorate nelle scandalose rivelazioni dei Vatileaks e dei corvi che svolazzano sul Palazzo Apostolico. Benedetto XVI ha ricevuto alla fine dello scorso anno il rapporto di una troika di saggi, che ha appunto indagato sui farisei del sesso e sui mercanti nel tempio, ma invece di fare piazza pulita ha preferito passare la patata bollente al suo successore. Ma, non togliendo le mele marce dal paniere dal quale verrà estratto il nuovo papa, ha reso possibile che la sorte favorisca appunto una di quelle. Fare previsioni è inutile, ma quattro papabili potrebbero costituire scelte interessanti. Il primo è il cardinal Giovanni Battista Re: il ritorno a un Papa Re sottolineerebbe infatti metaforicamente il vassallaggio del nostro paese nei confronti del Vaticano, che rimane immutato al cambiare dei governi e dei presidenti. E, naturalmente, risolverebbe anche i rebus introdotti dalle recenti elezioni politiche, rendendo inutili nuovi inquilini a Palazzo Chigi e al Quirinale. Anche un Papa Marx, al secolo il cardinale Reinhard Marx, avrebbe una grande valenza simbolica, e costituirebbe il riscatto di quella teologia della liberazione, lontana dalle lusinghe del potere e vicina ai bisogni del popolo, che Benedetto XVI e il suo “amato predecessore” hanno messo sotto i tacchi delle pantofole e soffocato, a partire dagli anni ’70. L’elezione del cardinal Sean Patrick O’Malley, cappuccino, potrebbe portare a un papa significativamente vestito di un saio. Il motivo per cui i papi si vestono di bianco, infatti, è soltanto che quando nel 1566 fu eletto Pio V, che era un domenicano, egli decise di mantenere la veste bianca del suo ordine. La moda da lui iniziata potrebbe appunto essere rinnovata, e il vestito dei poverelli costituirebbe il significativo simbolo di un passaggio dalla Chiesa trionfante a quella penitente. Se poi veramente ci fosse uno Spirito Santo, difficilmente potrebbe smentire se stesso e ammettere di essersi sbagliato otto anni fa: farebbe dunque rieleggere Joseph Ratzinger, richiamandolo al dovere. Salire due volte al soglio di Pietro non sarebbe comunque una novità: anzi, costituirebbe una conferma del detto omen nomen. Benedetto IX fu infatti papa ben quattro volte, tra il 1032 il 1048, in una girandola di elezioni, esautorazioni, vendite della carica e riconquiste. Dopo solo un paio di settimane di pensione, Ratzinger dovrebbe dunque dismettere il cappello bianco da giocatore di baseball, col quale lo si è visto passeggiare a Castelgandolfo, e tornare al camauro o alla tiara. Ma naturalmente, niente di tutto questo succederà, nell’umanissimo Vaticano. Centoquindici cardinali entreranno in conclave col titolo di “papabile”, ma uno solo ne uscirà con la prima parte del nome, mentre gli altri potranno solo avere un travaso della seconda. Una buona parte del pubblico, invece, continuerà saggiamente a pensarla come il protagonista del film di Woody Allen Harry a pezzi: “Se devo scegliere tra l’aria condizionata e il papa, scelgo l’aria condizionata”.

Piergiorgio Odifreddi – La Repubblica 11/03/2013

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

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