07/01/12

ATLETI E LOTTATORI





Ed è subito sera. Vero. Quasimodo aveva ragione. In gennaio poi… alle cinque è già notte. Leopardi invece ricordava che la donzelletta vien da la campagna, in sul calar del sole. Vero anche questo. Di solito dai lavori campestri si ritorna a casa proprio a quell’ora. Più prosaicamente, ma altrettanto indubitabilmente, l’Epifania tutte le feste si porta via. E però dove le porta? E perché poi, puntualmente ritornano? Ma perché la vita è una sequenza di infiniti circolari passaggi di tempo. La ciclicità è alla base di tutto.
Ed oggi per l’appunto, nel nuovo Tempio di Lago, sono tornate anche le grandi manifestazioni sportive di fondo. Tutto è stato preparato a puntino. La bella figura, tanto cara alla nossa ŝente, è assicurata. Assisteremo ancora una volta all’apologia dell’atleta e della sua forza corporea. Gli appassionati di questo mito immortale si spelleranno le mani nell’ applaudire il passaggio dei corridori lungo le piste. Si sprecheranno gli op, op, op e i dai, dai, dai. Qualcuno forse addirittura si commuoverà al cospetto di cotanta dimostrazione di forza e di bellezza fisica. Ma per essere giusti, liberandoci per un momento dalla suggestione del mito, quegli atleti non meriterebbero alcun applauso. Perché lungi ormai anni luce dall’ideale decoubertiniano, per essi conta soltanto vincere. Perché nel fantasmagorico mondo dello spettacolo, al quale a pieno titolo appartengono, solo la superiorità e la vittoria (meglio se ripetuta) garantiscono gloria e denaro a profusione. Perché la prospettiva di un veloce arricchimento li porta a sottoporsi a pratiche di allenamento e di potenziamento fisico spesso illecite e moralmente riprovevoli. Perché soprattutto il fondamento oggettivo della loro forza non è affatto ad essi attribuibile. Nel ritrovarsi ‘dotati’ e prestanti non c’è alcun merito personale. È semplicemente frutto del caso, della più o meno favorevole combinazione genetica.
Noi preferiamo idealmente applaudire le tante persone che per ragioni indipendenti dalla loro volontà, per quel caso che a volte l’indovina e a volte no, si sono ritrovate per sventura infelici. Fisicamente o psichicamente menomate. Obbligate a vivere con difficoltà, privazioni, dolore. Senza incitamenti né plausi. Spesso in solitudine e nell’emarginazione sociale. Loro malgrado iscritte ad una gara di resistenza e di sofferenza, dalla lunghezza indefinita, senza preparatori atletici, senza ingaggi, senza allori, senza speranza. Gara estenuante dall’esito scontato, con una sola e definitiva vincitrice. A questi atleti veri, lottatori per forza, i cui meriti e la cui dignità, quando va bene, vengono riconosciuti solo a posteriori con un piccolo e sommesso battimani in quell’ultimo estremo passaggio di tempo, va la nostra ammirazione.

A.D.

04/01/12

LA NEVE




Meraviglia, è arrivata la neve! Una volta, tanti anni fa, quando gli abitatori della nostra valle erano ancora montanari e non ricchi lacchè, la neve svolgeva funzioni importanti ed era da tutti rispettata. Serviva, addirittura – pensate un po’ – a ricaricare le falde acquifere. Ma non solo. La sua coltre ricopriva le campagne, allora intensamente coltivate, proteggeva il terreno dal gelo e lo faceva riposare. A primavera il suo graduale scioglimento permetteva alla terra di assorbire lentamente l’acqua e con essa, negli incolti e nei boschi, il sostrato vegetale ceduto dalle piante e sparso al suolo durante l’autunno precedente. Per alcune fondamentali attività economiche aveva anche una funzione coadiuvante. Favoriva, con le slitte trainate a cavallo, il trasporto del letame dalle stalle ai campi e alleggeriva il lavoro di strafenamento delle bóre dalle alture boschive al fondovalle. Era la risposta stagionale alle imprescindibili necessità ludiche della popolazione più giovane. I bambini vi giocavano, felici e spensierati. A Tesero le strade restavano bianche ed essi potevano scivolare gratis con le slitte e le pitòte, lungo le erte, senza recare il minimo intralcio a chicchessia. I più grandi invece battevano con gli sci le piste naturali, costituite dai prati sovrastanti l’abitato (La Pala a est e Le Tombole a ovest), per trascorrervi, altrettanto gratuitamente, interminabili pomeriggi di sana e disinteressata competizione. Il piöo comunale, di legno e a trazione animale prima, di ferro trattato con antiruggine grigia e trainato da autocarri privati (Giorgio Bortolas, Toni Fassan) poi, faceva il giro del paese soltanto se e quando l’innevamento raggiungeva un’altezza considerevole. A quel tempo c’era la consapevolezza che quel servizio rappresentava un costo per il Comune e l’amministrazione moderava la spesa con oculatezza. Vederlo passare era raro e per ciò emozionante. Gli uomini seduti sulla panca di quello strano attrezzo a V (Natale Girolamo, Rosario Marècol, Giovanni Lazerin, Narciso Giacoléta, Giovanni Tiburzio e forse qualcun altro) avvolti in un nero mantello cerato, ne allargavano e ne stringevano l’apertura manualmente, a seconda dell’ampiezza della carreggiata: “ ’N pressa, Natale strenŝe, strenŝe, che ne ’ncapón te ’l paracàr de quela casa… Ooo, Ooo ,Orrait! Bòn, bòn, slarga püra adesso…”
Tutto in quella comunità era sinergico e conciliante: neve, natura, lavoro, gioco. Nessuno si permetteva di telefonare al sindaco per pretendere l’immediato intervento di un mezzo qui e di un altro là, perché il montanaro capiva la situazione, aveva buonsenso, e non era ancora un ricco lacchè. C’era pazienza, e l’inverno era la stagione ad essa dedicata.
Oggi le cose cono cambiate. Cessate, nelle menti impauperite degli ex montanari, le funzioni anzidette, la neve è un disturbo. Crea disagio. Impedisce la libera circolazione delle auto. Intralcia per qualche breve momento le febbrili e schizofreniche attività quotidiane: la mamma-terribile che deve trasportare in tutta fretta il pargolo all’asilo, o l’aitante baby-pensionato che a mezzogiorno in punto deve recarsi in piazza in auto per l’aperitivo… In paese la neve è detestata e combattuta con ogni mezzo, come fosse la peste. Non a caso gli unici a far gran conto del suo arrivo, da novembre a febbraio, sono gli uomini del Comune, dato che la loro preponderante attività invernale a questo è finalizzata. Le strade bianche sono un ricordo lontano. Non ci sono più bambini che slizolano lungo le erte paesane. La neve naturale non è più necessaria nemmeno per sciare sulle piste di sci, visto che la si programma e la si produce con macchine e additivi. Per i cervelli all’ammasso di cui sopra essa residua ancora un’ultima lieve valenza, quella di dare al fotografo l’opportunità di immortalarne l’immagine da usare poi per la pubblicità (pardon, promozione) di questi luoghi, non più abitati da saggi montanari, ma soltanto da danarosi lacchè
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Ario Dannati

02/01/12

MANOVRA 'SALVA ITALIA': L'OPINIONE (DOTTA) DI EVGENY





Caro A.D.,



Il tuo post-lettera al misterioso economista e l’esercizio di economia che hai compiuto mi sono molto piaciuti. Per quel che conta la mia opinione, non erri, e spiego perché.


L’economia sarà pure una scienza-non-scienza, ma quella che Thomas Carlyle rese famosa come the dismal science è anche un utile, utilissimo, esercizio intellettuale. Sembra che nell’Inghilterra Vittoriana, Carlyle (che era scozzese al pari di Adam Smith), avesse coniato il termine riferendosi alle tristi conclusioni del Saggio sul principio della popolazione di Thomas Malthus, pastore anglicano. L’economia è filosofia, anzi è logica. E nel quadro di informazioni note al tempo, Malthus aveva tratto conclusioni coerenti che oggi spesso si sentono ripetere e di cui pure il nostro comune amico Orco ogni tanto si fa promotore. Oggi sappiamo però, che quelle logiche conclusioni sono state “popperianamente” falsificate dai fatti perché eventualmente il Malthus non previde alcuni fattori che avrebbero inciso in misura determinante sulla produttività agricola e industriale nei decenni successivi. Ogni economista “serio”, e per serio intendo empirico, cioè aderente ai fatti, si dovrebbe fermare qui, e non estendere (o far dipendere) le sue analisi, i suoi ragionamenti, da principi morali. E’ quando l’economia si fa politica e si parla di politica economica che inevitabilmente questi principi entrano in gioco ed è qui che torno alla tua missiva.

Qualcuno più bravo e paziente di me ha sviscerato, provvedimento per provvedimento, la Manovra. E’ un’ottima lettura, perfino divertente, aspettando l’ormai mitologica “Fase 2” (qui:

http://www.noisefromamerika.org/articolo/analisi-manovra-monti-parte-1-misure-economiche). La mia opinione, ora che la Finanziaria è legge dello Stato, è identica alla tua impressione di inizio mese. Dirò di più, manca perfino il rigore. In un Paese in cui quasi la metà del Pil (750 Mrd. di spesa pubblica corrente) è intermediata direttamente dal potere politico, il rigore si può solo misurare come risparmi di spesa. Il che, dispiace dirlo, significa licenziare migliaia di dipendenti pubblici inutili, assunti per ragioni clientelari, ridurre gli stipendi a parlamentari, consulenti e burocrati di alto rango, dai dirigenti ministeriali ai generali delle forze armate (a proposito, è normale che il governatore della Banca d’Italia guadagni il triplo del presidente della Fed?), tagliare i circa 30 miliardi di sussidi alle imprese, e via dicendo. Queste sono cose note. Nel Belpaese però non si possono fare, perché tagliare è, secondo i maestri demagoghi, recessivo. Il lettore più attento avrà ormai colto l’assurdità di una tale posizione: l’alternativa ai tagli, infatti, sono le tasse, e vediamo già ora quali effetti esse producano sulla fiducia delle persone, sulla loro voglia di intraprendere, sulla crescita economica e sul dio Mercato come lo chiami tu, il quale non sembra molto contento del lavoro montiano.


I tagli di spesa pubblica (specie se improduttiva) hanno quasi sempre effetti pro-crescita. Per capire perché bisogna leggere l’inchiesta che il New York Times ha fatto nella bella Trinacria (

http://www.nytimes.com/2011/09/15/world/europe/italy-austerity-plan.html?_r=1&scp=1&sq=comitini&st=cse ). Immaginate, per semplicità che il comune di Comitini paghi i propri dipendenti con le tasse che raccoglie fra i suoi abitanti. Supponete quindi di licenziare sette degli otto ausiliari (in un Paese di mille anime un vigile e un ausiliare del traffico sono più che sufficienti). Quello stesso comune, o meglio i suoi 960 cittadini risparmierebbero allora più di 90 mila Euro all’anno (1100 Euro di salario lordo mensile circa per ciascun ausiliare del traffico), quasi 100 Euro pro-capite. Ora il sindaco può decidere di fare due cose: ridurre di pari importo le tasse che raccoglie, o decidere di spendere le stesse in altro modo. Qui si ferma l’economia intesa come contabilità e subentra l’economia politica, ovvero la filosofia morale con i suoi precetti. Se credo che il sindaco sia illuminato ed onesto, posso essere a favore di una redistribuzione della spesa: dagli ausiliari scansafatiche ai giovani paesani che decidono di fare figli, o agli studenti universitari, oppure dare un sussidio di disoccupazione (temporaneo) a chi cerca lavoro, o costruire un asilo nido. Se invece dubito, come dubito, dell’onesta della politica, preferirò una redistribuzione più proporzionale (idealmente preferisco un mix delle due, ma qui stiamo semplificando). Riducendo le imposte, e qui torna l’economia come contabilità, tutti i cittadini potrebbero spendere questo surplus di reddito in consumi oppure risparmiarlo (il risparmio intermediato dalla Cassa di risparmio finanzia gli investimenti). Facciamo un passo ulteriore, necessario ma un po’ tecnico, e immaginiamo che la propensione media al consumo sia 0,5. Allora i sette ausiliari spenderanno il 50% del loro reddito netto: 400 euro per sette, per dodici mesi, fa 33.600 Euro. Se li licenziamo, i 953 taxpayers rimanenti consumando metà del risparmio fiscale spenderebbero in aggregato circa 48.000 Euro (50 per 953). Ora già così 48 è più di 33. Ma è chiaro che questa spesa (in più bistecche, più giornali, più caffè al bar, fate voi) è anche maggior reddito per i cittadini di Comitini i quali oltre a essere consumatori, come noto, sono anche piccoli imprenditori; e maggiori saranno le entrate fiscali per il sindaco.


E i 7 nuovi disoccupati direte voi? Certo soffriranno il trauma della perdita del posto; passare dai bar del paesello a doversi cercare un lavoro dove si lavora è duro per tutti. Ma potrebbero essere fortunati, se il sindaco non li terrà in CIGS per l’eternità, può darsi che il macellaio del Paese abbia bisogno di un commesso in più, il bar di un nuovo cameriere, o che la Cassa di risparmio del Paese sia disposta a finanziare una nuova intrapresa agricola che abbisogna di qualche bracciante che non sia polacco.


L’esempio mi serve per dire che solo con tagli della spesa ridistribuiti in minori imposte si può ridare fiato alla ripresa. E questo vale tanto di più quanto maggiore è la pressione fiscale nel Paese. La tua proposta A.D. è certamente migliore di quella del governo Monti e migliore di quella (inesistente) dei Tre-monti precedenti. Essa è coerente con l’esercizio contabile di cui sopra, ma richiede, al contrario della mia, un giudizio morale che non so dare. Tu infatti chiedi una patrimoniale progressiva dai 500mila Euro in su. Deduco che per te chi detiene un patrimonio di 500mila Euro è da considerarsi “ricco”. Non so dire. So però che vi sono grandi difficoltà pratiche in questa valutazione. Parli di patrimonio al netto dei debiti? Come lo misuriamo? Seguiamo la massima latina (res tantum valet quantum vendi potest), quindi a valore di mercato? E se nessuno compra più case, quanto vale il mio appartamento? Cosa succede se uno non riesce a pagare, si indebita? Includiamo la ricchezza mobiliare, immobiliare o entrambe? Applichiamo la patrimoniale anche alle imprese? Queste appaiono tutte questioni di lana caprina, ma non è così. E’ noto infatti che i grandi patrimoni immobiliari sono custoditi dalle società finanziarie (banche e assicurazioni) e da imprese costituite ad hoc perché normalmente esenti da imposte patrimoniali. E’ ancora più noto che i grandi capitali finanziari hanno le ali, e in genere fanno il nido in Svizzera o alle Cayman. Insomma, i Sapientoni bocconiani sanno benissimo cosa si dovrebbe fare, ma sanno ancora meglio cosa si può fare, e le due cose purtroppo raramente coincidono.


Alex Bernard

31/12/11

PUTTANE






Nel suo recente ‘Cortocircuito di fine anno’ A.D. parlava, in senso metaforico, della genetica propensione degli Italiani alla prostituzione. Condividiamo. Dallo Stretto alle Dolomiti la piaga è ben evidente. L’ultimo consiglio comunale di Tesero ne ha dato ampia prova. Dopo l’uscita dalla Giunta dei due assessori dimissionari, il Richelieu teserano, nel pieno rispetto di quanto da noi a suo tempo facilmente previsto, s’è messo subito all’opera e come ne “Il giorno della Civetta” gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà della ormai ex maggioranza, si sono prontamente messi a novanta gradi. Ah, Michele, Michele, che delusione. Ma i coglioni te li sei persi? Per questo ti abbiamo votato?... La maggioranza, uscita dalle urne di quell’ormai lontano 16 maggio 2010, non esiste più. L’entrata dell’assessora esterna, Innocenza Zanon (rappresentante di lista dell’attuale ex opposizione!), sancisce il ritorno sostanziale alla Grande Ammucchiata, già sperimentata nella legislatura 1995 – 2000.
Le priorità di Tesero sono tornate ad essere le priorità del signor P. Il paese, nella profusione stordente di presepi e luminarie, può languire nella sua irreversibile decadenza. Finalmente il signor segretario potrà occuparsi a tempo pieno del Centro del Fondo, fonte primaria di proventi per il paese, senza dover rispondere dei fatti a quei due rompiballe ormai fuori gioco. Finalmente, grazie a un pactum sceleris tra il sindaco, il vicesindaco, il signor P e il capogruppo dell’ormai ex minoranza, si darà il via libera alla realizzazione della fondamentale pista di skiroll, sponsorizzata in particolare dall’ex assessora Lia Deflorian. Finalmente, soprattutto, si realizzeranno i lavori di copertura del campo di pattinaggio (altro cespite strategico del Comune), non già per la modica somma di 1.319.000,00 euro come prevista a bilancio, bensì, visto che il danè ce lo mette sempre il filantropico signor P, 2.213.000,00 (duemilioniduecentotredicimila!!!!).
Ma i timonieri di questa Autonomia, il signor Dellai, il signor Pacher e compagnia cantante, sono consapevoli di quante risorse finanziarie pubbliche si stanno sperperando nella periferia del Piccolo Impero Trentino? O sono soltanto capaci di piangere quando, giustamente, Roma minaccia (e, visto l’andazzo, sarebbe ora grande che lo facesse davvero) di chiudere i rubinetti?
Nel frattempo, accertata la totale incapacità di questi sedicenti amministratori comunali di ‘leggere’ la situazione economica attuale e i suoi prossimi futuri sviluppi, sarebbe forse il caso di promuovere uno sciopero fiscale, perché chiedere più tasse (nuova I.M.U. anche sulla prima casa dal prossimo anno e aumento delle addizionali IRPEF) alla cittadinanza, per continuare a buttarle nel cesso, non è più tollerabile.


L’Orco

P.S. Per dovere di cronaca informiamo che, oltre ai due ex assessori, l’unica consigliera di ex maggioranza a dire no e a salvarsi così dalla Caporetto amministrativa della lista Cambiare per Crescere è stata Flavia Vinante. Brava Flavia, tieni duro!

30/12/11

CORTOCIRCUITO DI FINE ANNO



Stiamo affondando, in sala macchine lo sanno, ma non lo dicono. La lunga belle époque, pericolosamente vissuta in quest’ultima quarantina d’anni, è al capolinea. A niente serviranno le inique sanzioni governative recentemente approvate dal parlamento italiano. E per quanto taluni si ostinino a non credere, quest’economia ha il destino segnato, esattamente come un dead man walking. Potrà ancora avere qualche improvviso scatto nervoso e magari dare per breve tempo l’illusione di un’uscita dal tunnel, ma senza una forte re-distribuzione delle risorse finanziarie disponibili (cosa assai improbabile), la comunque inevitabile conclusione del processo economico, semplicemente accelererà. Il problema è irrisolvibile in quanto composto da quattro questioni inconciliabili: la prima oggettiva, comune a tutti i sistemi economici del cosiddetto primo mondo, le altre più specifiche della nostra Italietta.
1) Il limite fisico dell’espansione economica, così come l’abbiamo conosciuta, che ci ha garantito per quasi mezzo secolo la piena occupazione, che ha generato il consumismo di massa e provocato – conseguenza niente affatto secondaria – il degrado ambientale del territorio e quello morale dei suoi abitatori.
2) L’abnorme aumento del debito pubblico nazionale, reso possibile dalla sovranità monetaria, il cui nodo è venuto al pettine (ed è recentemente esploso) soltanto con l’adesione alla moneta unica europea.
3) L’insostenibile peso del carico previdenziale nazionale, conseguenza della scellerata gestione del sistema pensionistico, portata avanti dagli anni Settanta in poi del Novecento dalla nostra sempre più inetta e predatoria classe politica.
4) L’impossibilità di restare, semmai oggi lo siamo, stabilmente competitivi a livello globale allorquando le economie emergenti dall’impressionante capacità numerica e quindi anche produttiva (Cina, India, Brasile) saranno “pienamente a regime”. Quattro punti che non si possono affrontare e risolvere disgiuntamente, ma che lo stato delle cose impedisce oggi e impedirà anche domani di affrontare congiuntamente. La coperta è troppo corta, e la piena occupazione sarà d’ora in poi pura illusione. La produzione di beni troverà sempre meno mercato interno per essere assorbita e le dinamiche non potranno che continuare a peggiorare. Esse funzionano infatti solo se tutto gira nel rispetto di una progressione auto-esaltante: maggior produzione, maggior consumo, maggior consumo, maggior produzione, in un’impossibile, ma necessaria infinita coazione. Che fare? Non è facile inventarsi qualcosa che sopperisca a questa ineluttabile prossima generale condizione. Oggi quest’Italia eccelle soprattutto nell’entertainment cioè nell’ ‘arte’ di vendere l’immeritata eredità del Passato. Data la situazione, per non ritornare troppo velocemente alle aborrite origini dovremo per forza giocare questa ultima carta a disposizione, sacrificando ciò che rimane della nostra cultura, del nostro patrimonio artistico e degli ultimi scampoli di territorio intatto. Per fortuna non faremo fatica! Noi Italiani siamo geneticamente avvezzi agli inchini e alla deferenza e ridare fasto diffusamente al più antico mestiere del mondo non sarà un gran problema. Già al tempo di Dante l’italica propensione alla prostituzione era ben nota: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell'anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra. Bisognerà soltanto decidere quali ruoli sarà più opportuno prendere in commedia e togliere quel poco di dignità che ancora ci resta. Il campionario delle maschere e dei caratteristi è vasto e permette ampia scelta. Faremo i dottori, gli avvocati, i lacchè, gli schiavi, i lustrascarpe, gli albergatori, gli allestitori di vetrine, i recitanti, i saltimbanchi e aspetteremo che chi ancora può venga a divertirsi e a scoreggiarci addosso.

A.D.

27/12/11

NATALE PAGANO



Il Natale non fa tutti più buoni: fa tutti più vuoti. Il cristiano che fa shopping di regali e strenne natalizie rappresenta un caso di sdoppiamento della personalità: in tutta buona fede crede che Gesù nacque figlio di Dio a Betlemme, segnando in una stalla lo spartiacque decisivo della storia umana; contemporaneamente, è perfettamente cosciente che tale evento non condiziona la sua vita reale, in quanto l’epoca moderna, disincantata e secolarizzata, è scristianizzata. Siccome l’economia tende a inglobare ogni forma di espressione umana, quegli appuntamenti che nonostante tutto mantengono in vita una sia pur debole fiammella di fede ultraterrena si trasformano in orge di bancomat e scontrini. Babbo Natale e l’albero dei doni, americanizzazioni di antichi miti pagani europei, vincono sul Bambinello e sulla Vergine, perché più adatti a innescare la corsa agli acquisti commerciali. Questo lo sa benissimo anche il devoto che va alla messa notturna del 25 dicembre, e lo accetta di buon grado. Per quieto vivere, perché così fanno gli altri, per abitudine. Ma soprattutto perché, dopo due secoli di sistematica estirpazione del sacro dall’esistenza quotidiana, non riesce a percepire il divino. E lo sostituisce malamente con una fedeltà a riti di massa che non sono morti solo perché una parvenza di tradizione spirituale serve ad appagare il bisogno innato di trascendenza e di comunità. E’ la sensazione di una notte, sia chiaro. Per il resto c’è la carta di credito. Eppure quel bisogno preme, non si dà pace, è insoddisfatto. Non è umanamente sostenibile una religiosità circoscritta a qualche giornata di contrizione ipocrita, o, bene che vada, alla particola domenicale. E’ nelle difficoltà di ogni giorno che al comune ateo travestito da credente manca la forza rassicurante e rigenerante del divino, del numinoso. L’aura sacra che un tempo avvolgeva ogni momento del nostro passaggio sulla terra si è eclissata, scacciata con ignominia dalla spasmodica ricerca di ritrovare in tutto una causa dimostrabile. La morte di Dio ci ha lasciati soli con una tecnica scientifica che ha razionalizzato la natura mortificandola, e con una logica economica che va per conto suo, incontrollata e disanimata, rubandoci la libertà di cambiare il corso della storia. Siamo soli col denaro, vero nostro Signore. Dice bene Sergio Sermonti, scienziato anti-scientista – un apparente ossimoro che gli è costato l’ostracismo pubblico: «Come insegnava Goethe, non dovremmo chiederci il perché ma il come delle cose. Nel chiedere il perché c’è un tacito presupposto che dietro ogni cosa ci sia un’intenzione, un proposito (appunto, un “perché”) e quindi che ogni cosa sia scomposta o scomponibile in fini e strumenti, o mezzi di produzione, come un’azienda umana. Sotto tutto questo c’è una sottile mentalità ottimistica, economicistica, produttivistica. No. Il mondo opera su un’altra dimensione, galleggia nell’eterno, è sospeso nell’infinito, ed è per l’appunto questo spostarci nelle sue dimensioni incantate il più raffinato e prezioso risultato della conoscenza, e non, al contrario, quello di rovesciare il mondo ai nostri piedi» (“L’anima scientifica”, La Finestra, Trento, 2003). Per recuperare il senso del divino, il cristianesimo ormai serve a poco. E’ troppo compromesso con la modernizzazione, essendosene spesso lasciato usare come puntello e bandiera. Le Chiese sopravvivono nell’acquiescenza allo stile di vita radicalmente anticristiano dell’uomo consumato dai consumi. In particolare i Papi, incluso l’ultimo, il tradizionalista Ratzinger, si sono arresi a Mammona, e non c’è un prete a pagarlo oro che si scagli contro i moderni mercanti nel tempio: preferiscono i facili anatemi sulle unioni omosessuali e le comode prediche sulla fame in Africa. Il cristiano ha dimenticato il pauperismo di San Francesco d’Assisi, ha rinnegato l’umanesimo dei pontefici rinascimentali, ha sepolto l’antimodernismo del Sillabo, con Lutero e Calvino è stato all’origine stessa dell’etica capitalistica. Si è adattato al materialismo con il Concilio Vaticano II e allo showbusiness con Giovanni Paolo II: rinunciando alla lotta contro il mondo, non costituisce nessuna minaccia per il MacWorld. Anzi gli fa da angolo cottura spirituale. Da chi o da cosa, allora, può venire un aiuto per liberare la divinità prigioniera che scalpita dentro di noi? L’ostacolo viene dal fatto che il cosiddetto progresso, scomponendo razionalmente la natura e violentandola nell’insaziabile tentativo di piegarla, l’ha resa muta e l’ha eliminata dalla nostra esperienza quotidiana. Da un lato non ci fa più alcuna paura, la paura ancestrale che è il moto d’animo originario di qualsiasi cultura. Dall’altro l’elemento naturale, incontaminato o non del tutto antropomorfizzato (com’erano ancora le vaste campagne nell’Ottocento e nel primo Novecento) si è via via ristretto e diradato. E’ letteralmente scomparso dalla nostra vista. Oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive concentrata come formiche in centri urbani sovraffollati, dove il verde è rinchiuso in minuscole riserve talmente artificiose che la regola è di non calpestare le aiuole. I bambini non fanno più conoscenza con la terra perché non ne hanno più sotto casa, non s’incuriosiscono scoprendo insetti e animali perché abitano circondati dal cemento e non si sporcano nemmeno più, perché passano il tempo ipnotizzati davanti a computer, televisione e videogiochi. Nei weekend o in vacanza le famigliole si recano diligentemente al mare o in montagna, ma a parte qualche bagno o escursione, inquadrati in ferie organizzate a puntino con tutti i comfort, il contatto con le forze naturali è minimo, povero, addomesticato. Sempre insufficiente a resuscitare una risonanza interiore fra l’io individuale e il cosmo, fra il sentimento della propria limitatezza personale e il sentimento di appartenere al tutto, all’organismo della vita. E’ in questa corrispondenza che si può provare la percezione che in un orizzonte, in un albero, in un filo d’erba, in un soffio di vento, in ogni singolo nostro respiro esista un’anima, cioè un dio. Ma se non si sperimenta in sé questa immediatezza, anche il discorso più ispirato resta lettera morta, una pia intenzione romantica. La gioia im-mediata di sentirsi partecipe di un grande Essere ci è preclusa dal sovraccarico di costruzioni mediate, razionalistiche, cervellotiche e meccaniche con cui abbiamo imparato a guardare e toccare ciò che ci circonda. Questa è la malattia che ci portiamo addosso: l’eccesso di ragionamenti che desertifica il nostro bosco profondo. L’uomo scettico e che la sa lunga ha orrore della naturalità nuda e pura, e se non può manipolarla con la sua scienza maniacale e coi suoi aggeggi tecnologici, la respinge, dipingendola come un caos di animalità bruta e senza controllo. Ma basta uno tsunami, un terremoto o l’esplosione di furia omicida (anche questa è “natura”) per rendergli la pariglia e mostrargli che Madre Terra, vilipesa e umiliata, è sempre lì, pronta a risvegliarsi. Scegliere consapevolmente di risvegliarla non è possibile, per ora, nemmeno nel privato del proprio foro interiore. Il salto è accessibile solo a una condizione, oggi impraticabile a livello di massa: il ritorno a un sistema di vita più semplice e scandito dai ritmi naturali. Eppure, se tu che mi leggi non cominci almeno a porti il problema, l’impossibile resterà impossibile per sempre.

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.com

22/12/11

COMUNICATO STAMPA



Dal 2009, Transdolomites si è fatta promotrice dell’azione che ha portato alla realizzazione dello studio ferroviario della società Qnex per il collegamento ferroviario Trento-Alba di Canazei. A partire dallo stesso anno si è avviato un lungo percorso di confronto con le popolazioni, con le pubbliche amministrazioni, con le associazioni di categoria delle valli dell’Avisio e della città di Trento. Un’esperienza innovativa che dura da più di tre anni e non ancora conclusa. Nel 2011 abbiamo lavorato con molta determinazione per far crescere questa idea progettuale, grazie al lavoro di numerosi esperti di progettazione di ferrovie di montagna, e quello che sta venendo alla luce è un lavoro veramente pregevole che porterà il collegamento a fare capolinea a Penia, ossia oltre Alba di Canazei.
Il consenso attorno alla proposta di una ferrovia moderna che colleghi Trento con la Val di Fassa sta crescendo costantemente. Lo dimostrano i vari articoli pubblicati sugli organi d'informazione, le tante persone che ogni giorno ci chiedono di essere aggiornate nel merito, le mozioni dei consigli comunali, ultima, in ordine di tempo, quella del Comune di Predazzo. Ma altri sono i comuni in Val di Fiemme e in Val di Cembra che già hanno votato la mozione promossa dall’Amministrazione comunale di Ziano di Fiemme guidata dal sindaco Fabio Vanzetta.
Dopo tre anni dedicati al coinvolgimento dei territori, le comunità attendono da Transdolomites un segnale forte e chiaro, un cambio di marcia. Quel cambio di velocità che riteniamo sia giunto il momento di fare e che sarà costituito da una serie di azioni che avranno lo scopo di dare concretezza e incisività per raggiungere un traguardo dichiarato: la realizzazione della ferrovia dell'Avisio.
Sarà il 2012 l’anno nel quale vogliamo arrivare a concretizzare tutto quello che abbiamo seminato negli anni scorsi. La prima iniziativa riguarderà l’attivazione di un Forum che chiami a raccolta le comunità delle valli dell’Avisio. Questa intenzione era stata presentata in conferenza stampa, nell’agosto 2011, congiuntamente da Fabio Vanzetta e Transdolomites.
A breve, direttamente a mezzo lettera o e-mail, e indirettamente mediante comunicati stampa, Transdolomites proporrà a tutti quelli interessati all’argomento e desiderosi di rendersi parte attiva, di aderire a questo Forum sulla mobilità delle Valli dell’Avisio, al quale verrà data voce e accessibilità tramite un blog dedicato.


Massimo Girardi
Presidente di Transdolomites
Tel 320.4039769

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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