06/01/18

ANNO NUOVO, STORIELLA VECCHIA

Mentre a Palazzo si registrano quotidianamente soprusi ed imbrogli  perpetrati dalla nota banda al comando  (che l'intera Enciclopedia delle Malefatte non basterebbe a contenerli tutti), per tacitare il popolino distratto (peraltro già muto e silente di suo) si ripropongono, con intollerabile sperpero di pubblico denaro, i noti e vetusti circenses invernali.
Ecco dunque, per l'ennesima volta,  riapparire nelle cronache locali della stampa trentina la lieta novella del presepe teserano in viaggio alla conquista del mondo. Insomma (traducendo) ...
 


...  continua lo sfruttamento dell'inesauribile e inesausta miniera del consenso ad uso e consumo del sommo Brigante e dei suoi accoliti.

Come scrive giustamente l'estensore dell'articolo, in questo paese sembra proprio di stare in un grande presepio vivente. Con un solo Redentore, molti buoi e numerosissimi asini. 

 L'Orco
 
 

22/12/17

SERMONE DI MEZZANOTTE (24 DICEMBRE 1630)




Solo adesso arrivo a parlarvi, miei fedeli. Educato fra uomini abituati al disprezzo della vita e al culto dei morti, affamati di un immaginario martirio e di una tormentosa trascendenza, oppressi dal cilicio di una religione oscura come una tara inconfessabile, solo adesso arrivo a parlarvi, come dopo un lungo viaggio.
Ora siamo nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, e non possiamo tacere. I nostri abiti sono quella piccola montagna di stracci ammucchiata davanti al portale. Ma non vergognatevi. Nessuno entrerà. La porta è stata sbarrata dall’interno con un trave di legno. E’ quasi mezzanotte e nessuno potrà vederci così come siamo. Dowland ha acceso questo grande fuoco al centro della chiesa, che ci scalda tutti. Non possiamo avere freddo. Dobbiamo restare in preghiera – noi, chiusi in questo silenzioso mausoleo con i nostri corpi nudi, nudi come lo furono alla nascita, senza lo straccio di una veste, senza l’orpello di un abito, scorticati da ogni lusso superfluo – con tutti i nostri corpi, giovani, vecchi, bambini, adulti, nel giorno della massima festività: il Natale del 1630, la nascita di Cristo, Nostro Signore.
Il cuore mi si colma di commozione. Quasi non riesco a proferire parola. Come siete diversi tutti. Il tempo è leggero su quelle braccia, pesante su quella schiena, funesto su quel cranio, atroce su quelle gambe. Vi vedo tutti – non posso farne a meno. Vedo la vita in cammino, come il suo muto gemello, il Signore della Morte. Dio passa dentro di voi. Quell’addome magro, Katherine, ieri era florido e ha generato Anna Porter, vostra figlia. Quel braccio che ieri lavorava duramente nei campi, Summer, adesso è lì, raggrinzito sul volume di preghiere. Vi vedo con chiarezza, come un cartografo la mappa delle terre che esplorerà.
Ma i vostri pensieri sono le cose più incredibili: affollano questo luogo da ogni parte, sono uno sciame di cose tranquille e atroci, chi vorrebbe ammazzare il vicino di campo, chi cullare la figlia, chi mangiare un arrosto di cervo, chi fare all’amore con la donna dell’amico. Voi che ora mi ascoltate e arate dei campi e nutrite delle famiglie, non avete mai sentito parlare, da bambini, di apostasie, anatemi, abiure, sentenze. Non siete stati allontanati, a sei anni, da un drappello di militari che conducevano l’eretico alla forca: non vi hanno coperto il viso, come fecero a me, obbligandomi a giurare di non fare parola di quello scandalo. Io, che sentii solo il rullo dei tamburi, non promisi però di non immaginare: così vidi me stesso, issato sulla forca, il cappuccio sulla testa, ma, nel momento in cui la botola avrebbe dovuto aprirsi, la terra tremò, franò la forca, e io ero là, nudo e ispirato, la morte negli occhi, che soggiogavo tutti con le parole e cambiavo il corso del mondo.
Ognuno di voi, lo sapete, è nato da un luogo buio, lì ha preso forma: e, dentro il corpo della madre, è nato e si è nutrito, per nove mesi. Ma, se quel tempo non fosse stato rispettato, se il feto avesse avuto qualche malattia, la morte avrebbe ucciso le madri e i figli, e qui ci sarebbero dei posti vuoti e io non potrei guardare negli occhi persone che hanno vissuto una vita intera, di felicità o di stenti, perché non sarebbero mai esistite, perché un piccolo germe, quel giorno di primavera o di autunno, si sarebbe insediato nell’utero di qualche madre, un piccolissimo insetto, invisibile a occhio nudo, che anche adesso potrebbe benissimo stare sotto la cute del tuo braccio, John, o la pelle del tuo cranio, Jane, anticipando il vostro viaggio agli inferi. La vita è qualcosa di incongruo e di non ragionevole: dipende da un acaro o da un bacillo, a noi è capitato di viverla e siamo qui, insieme, come una mappa di cui è impossibile decifrare qualcosa. Siamo corpi che si espongono a Dio.
Io non mi staccherò più dalla pelle degli uomini, non sarò più il perfetto ascoltatore delle Variazioni Walshingham di John Bull, non sarò più l’assiduo frequentatore dell’Hamlet di William Shakespeare. Mi spoglierò di tutte le mie maschere. Prima di venire a Saint Paul a parlarvi, ho lacerato con un bisturi affilato la tela in cui mi ero fatto dipingere con il lenzuolo funebre annodato sul capo, già composto per la sepoltura: vezzi di poeta funebre, che predispone la mappa del suo cadavere per il futuro giudizio di Dio.
Atlante, libri, pianeti, sudore, fatiche, singulti – voi siete la mia mappa, la parabola accidentata della creazione. I libri sacri lo dicono: La creazione è il sommo bene, ecco l’opera di Dio, mirabile ai nostri occhi, e tu mi hai fatto e plasmato, Signore: ma queste meraviglie, se sono attaccate dalla peste e dilaniate dalle guerre, restano sempre delle meraviglie? A volte marciscono negli uteri, a volte marciscono nel mondo, e la vita è meno di una pezza da piedi, in cui il potente si asciuga lo stivale infangato o la lancia insanguinata. E tutto è così precario anche se ci copriamo di mille abiti e pellicce e corazze e armature, perché la puntura di un ago infetto potrebbe provocare dolori, febbri, bubboni, e non lasciarci più finché non abbiamo reso l’ultimo respiro.
Credete a me – miei cari, miei nudi fedeli, miei vivi – è solo per caso che qui ci vediamo e parliamo. Nostro Signore è nato in quella capanna che le nostre storie dolcificano a nido edificante di un bambino meraviglioso ma lo sapete – voi! – che era una notte d’inverno e faceva un freddo atroce e il fuoco non bastava e, se Cristo non fosse stato il miracolo di se stesso, la febbre lo avrebbe assalito e lui sarebbe morto di freddo o di fame o per qualche agente maligno, e lo avrebbero pianto i suoi sventurati genitori, eletti da Dio?
Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze. Uno preferisce farsi di pietra, l’altro di vento, ma alla fine devono tutti morire: e chi va sul Nilo a trovarsi oscure terzane e sopravvive, e chi non si sposta dal tugurio dove è nato e un piccolo verme lo possiede, distrugge il suo corpo, lo espropria dalla vita: questo è il dannato exitus a cui siamo tutti avviati, e i vostri corpi lo confermano, chi giovane, chi vecchio, chi malato. Nessuno di voi è immune dai segni del tempo e dai sintomi del male. Implorate al vostro corpo, che ora è qui, nudo, di tacere a lungo, di non portarvi le sue sorde pene; fatelo stare zitto; non forzatelo con lavori massacranti; non esibitelo come trofeo nelle guerre; non esponetelo in guerre di religione; non vituperatelo in risse da quattro soldi; non vi spaccate lo stomaco con la carne e i reni con la birra.
Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi. Eccoci qui, corpi e volti nudi, come non siamo mai stati prima, a mezzanotte. Qui non ci sono orge o scandali, ma solo la pace giusta. Non sento più il sussurro delle fontane, le armonie dei clavicordi, i cori delle campane, i corni di caccia, le marce funebri, i canti liturgici. Ho perso il lessico del teologo per essere qui, con voi, nel dubbio reale dei capelli intorno all’osso, della pelle viva contro lo scheletro. Voi siete la mia mappa planetaria e le mie strofe perfette: voi significate il mio abbandono di ogni perfezione. Io entro, con voi, nella presenza della vita e della morte.
Anche se la chiesa, come abbiamo voluto, è sbarrata a chiave. Anche se non vogliamo che nessun vescovo o nessuna guardia entri qui, dove preghiamo, e inorridito dallo scandalo delle mie parole condanni me al rogo e voi ai lavori forzati. Ma sarebbe bello fosse così per ognuno di noi – nella sua comunità; che fosse esposto a tutti, docile e giusto. Certo è che l’uomo, così come voi lo vedete, ha bisogno di tutto. E’ l’essere più fragile. Se questo fuoco uscisse dai limiti in cui lo abbiamo confinato e si appiccasse ai vostri corpi, cosa potrei fare io, per voi? cercare di salvarvi? Ma come, se io sono debole e leggero quanto voi? e se questa chiesa fosse invasa dall’acqua e grandi onde frantumassero le vetrate e si impadronissero dei vostri corpi? e se il vento vi trascinasse via come fuscelli? e se la terra vi inghiottisse nei suoi crateri?
Ecco, noi siamo qui, nudi e calmi, in questo Natale, solo perché la terra è tranquilla e non manda scosse e gli oceani non escono dai loro limiti. Noi esistiamo e i nostri padri e i padri dei padri e i figli dei figli e i figli dei nostri figli, magari per cinquecento anni, solo perché in questi cinquecento anni la terra è rimasta tranquilla. Quindi viviamo per caso: e intanto continuiamo a invecchiare e niente può arrestare il processo se non amare meno la vita e pensare con saggezza al possibile distacco.
Guardate laggiù, i vostri abiti. Sono tutti fradici delle vostre fatiche, del sudore, della gioia che avete vissuto. Sanno di quando avete fatto all’amore o avete cagato i vostri escrementi. Sono una piccola montagna lurida. Ma racchiudono tutti i fatti che vi sono accaduti. Forse, in qualche brandello, ci sono rimasti anche i vostri pensieri. Forse un giorno li brucerete, li dimenticherete, li getterete via, parte della vostra storia resterà in quelle fibre di tessuto, e le fibre non andranno distrutte, magari saranno macinate o riassorbite dall’acqua e porteranno nel mondo, dove voi siete morti, l’eco di voi.
Eccoci qui, nudi. Le maschere le abbiamo lasciate lì, addossate al portale della chiesa, e qui nessuno entrerà. Ma ricordiamo che quelle maschere sono anche la nostra storia. Non illudiamoci di essere sempre nudi. Santi o veggenti o folli – è un destino di cui ho appena intravisto l’orrore.
Qualcuno di voi è malato. Qualcuno di voi mi dirà che, magari, desidera uccidersi. Non c’è niente di più naturale, per l’uomo, che togliersi la vita. Cosa si può imputare, al suicida? Egli corre, invece di camminare. Si affretta, invece di rallentare. Cade nel pozzo, invece di esserci a fatica buttato dentro. Siamo tutti mortali. Non ci sono peccati né nel vivere né nel morire. Siamo tutti la mappa di un disegno sacro, che ognuno di noi potrebbe anche turbare, chi ridendo, chi giocando, chi uccidendo, chi cominciando a danzare. Non c’è un fato già scritto: già scritto è solo il fatto che morremo.
Ma qui, adesso che siamo nudi e spaventati, io vi dico: guardiamo con chiarezza il mistero. Nutriamoci della morte come gustiamo la carne degli animali o le piante della terra, è tutto un ciclo naturale, non pensiamo troppo a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli, non possediamo i nostri pensieri ma facciamo che loro traversino noi. Non viviamoci indispensabili, anche se siamo portati a pensarlo, ognuno con le sue eccellenti ragioni. Tutti andiamo e veniamo dalla stessa porta. Ognuno di noi ha il suo volto e il suo incubo: la paura non è neppure un sentimento, è uno stato. E’ sangue della nostra carne, prendiamola con noi, passiamo con lei le nostre ore. Viviamo o uccidiamoci o sopportiamo gli stenti: ogni giorno ci colerà vita dalle mani, è stupido poi piangere quando qualcuno muore, come se un fato crudele ce lo avesse strappato. Sarebbe come incolpare una bottiglia di essere vuota, dopo che è stata bevuta giorno per giorno. Piangere, lo possiamo fare a ogni secondo che scappa dalle dieci dita; ma, se non fossimo esistiti, potremmo gustare questa gioia di esserci, di gridare e battere i piedi, e gustare il vino e tenerci per mano? Non saremmo nulla e allora niente servirebbe, né cibo né vesti né carezze.
Se uscite di qui, quando sarete di nuovo con le vostre vesti, non pensate a voi stessi. Ricordate di esservi visti e che domani potete ancora vedervi, se il caso lo concede. Non c’è speranza o disperazione: solo una stretta di mano, un bacio, uno sguardo. Si vive di nulla. Qui, a pelle nuda, col sangue che ci scorre nelle vene. Qualcuno leggerà la mappa dei nostri corpi anche quando essi saranno cenere e solo le ossa indicheranno la nostra permanenza sulla terra. Qualcuno ci sognerà o respirerà di noi e noi rivivremo nel sogno di un re o nel rimpianto di un soldato, nel dolore di un mendicante o nel sonno di un eremita, in qualche angolo del pianeta, e allora, verme o Shakespeare, cosa importa, resteranno sempre le ossa, fuori sarà primavera o inverno, o qualche altra stagione.
Forse qualcuno di noi, presente oggi, potrebbe domani uccidere il vicino, per una questione di donne o di campi. Si uccide per difendersi da chi ci opprime o ci offende: è un impulso naturale. Un uomo deve uccidere, per essere vivo: ma se lo fa, lo circondano ingombranti cadaveri, cose da sotterrare. Deve essere più scaltro. Deve, se sarà necessario, annientare l’altro, privarlo delle armi, ridurlo alla condizione di morto, ma senza spargere sangue. Così l’essere umano ammazza il padre e la madre non se li elimina fisicamente ma quando sa distaccarsene. Essere vivi è sempre e solo un distacco. Tutta la vita è un raffinato vagare nelle strategie dell’addio. Ma durante queste fasi, durante il tempo che ci separa dalla morte o dall’assassinio, eccoci nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, a dichiarare che amiamo, a non potere non amare, nel modo più eretico e folle, personale e avventuroso, quanto vogliamo e possiamo. E, se ci sarà occasione di odiare, odieremo.
Ma ora rivestiamoci. Il tempo della Messa è quasi finito e non voglio che nessuno sappia di quanto è accaduto. Questa notte è stata irripetibile: teniamola dentro la nostra memoria come un evento. Spegniamo il fuoco e torniamo a vivere e a morire nelle nostre case. Non cerchiamo mai di opprimere o di rassegnarci ma di essere liberi, innanzitutto. Di sorprendere e meravigliarci. Mai dormire in se stessi ma addormentarsi fuori di sé, per uscire dai nostri corpi, lasciando a chi resta l’insegnamento del sogno e qualche gesto da ricordare.
 
Amen
 
John Donne

01/10/17

DURISSIMO, MA...





Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioie di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido

e i giorni una maceria.

 
Oboe sommerso di Salvatore Quasimodo


28/09/17

TRA VENT'ANNI (ANCORA UNA GENERAZIONE) - 1° SCENARIO

Nel 2037, Tesero, definitivamente distrutto dalla monocoltura turistica, sarà un paese anonimo, una periferia cittadina attrezzata per il divertimento, dove i pochi residenti originari, quelli di più o meno recente insediamento e gli ospiti 'mordi e fuggi' interagiranno in modi del tutto indistinti. Il caratteristico dialetto paesano, ormai dimenticato, sarà stato sostituito da un italiano essenziale e povero in cui si saranno incuneati vocaboli di origine araba, berbera e yoruba. Dell'originario vernacolo, quale retaggio culturale, sarà rimasta traccia solo in un paio di libri del Gilmozzi, custoditi in un'urna nella biblioteca comunale.




L'espansione urbanistica, miracolosamente bloccatasi durante la grande depressione di inizio millennio (2007 - 2016), ma poi ripresasi con crescente virulenza, avrà raggiunto il massimo rapporto possibile (un abitante, una casa) e cementificato anche le ultime praterie un tempo esistenti, sino all'estremo limite dei boschi. Di conseguenza, i mostruosi autoveicoli di quell'epoca, obbligati ad attraversare il centro per raggiungere le residenze periferiche, avranno reso, se possibile, ancor più squallido e rumoroso l'antico storico abitato. Esso, deturpato dall'abbandono e dall'incuria, sarà allora occupato per lo più da immigrati nordafricani e asiatici, affluiti durante le bibliche migrazioni degli anni Dieci/Venti del terzo millennio.



Il museo etnografico di Casa Moretto, custodirà qualche segno delle antiche vestigia dell'Età dell'oro: una benna in salice per il trasporto del letame, due sarchi, una grighela per il trasporto dei chèni de pin, tre comacci, un aratro austriaco Krogmann, alcuni libri devozionali con bordature rosse, qualche addobbo dell'altare di Begnesin della processione del Corpus Domini, la tonaca consunta dell'ultimo parroco, un paio di coppe color Pentecoste della sua ultima amante.


L'assenza di negozi (la cooperativa era stata dismessa già nel 2023) avrà finalmente! imposto a tutti l'uso dell' autoveicolo privato e l'obbligo di recarsi fuori porta anche per gli acquisti alimentari di prima necessità. Il traffico incessante da e per, generato da quei vettori incredibilmente ingombranti, per la viabilità interna risulterà di conseguenza faticosissimo, intenso e caotico.


Così, nel tentativo di renderlo più fluido, i nuovi amministratori comunali, ex bambini, non soltanto concepiti, ma anche cresciuti in 'macchina', e forse per questo incapaci di idealizzare uno stile di vita alternativo, avranno fatto costruire altre strade, demolendo qui e là storici edifici ritenuti d'intralcio, senza ottenere però risultati apprezzabili.


Del territorio produttivo primario, sino a ottant'anni prima fonte di lavoro e garanzia di sostentamento dell'intera popolazione, sarà rimasto quasi nulla. Con la scomparsa dei prati, dei campi e degli orti se ne sarà andata anche la memoria collettiva della loro fondamentale importanza. La deturpazione ambientale e paesaggistica avrà raggiunto picchi mai visti, ma l'indignazione, per l'apatia di quella popolazione meticciata e spuria, sarà pari a zero. Ci saranno posteggi ovunque e sarà questa l'immagine emblematica colta immediatamente anche dall'occhio distratto. Ogni interstizio di terreno privato libero sarà stato espropriato e trasformato in 'posto auto'.


La cementificazione massiva avrà prodotto un innalzamento della temperatura media del microclima locale di 1,4 gradi Celsius. Non nevicherà più e le piste da sci saranno per forza di cose rese agibili soltanto mediante abnormi produzioni di neve artificiale e corrispettivi stratosferici costi energetici e ambientali (nuovi bacini acquiferi in quota). Tutti gli abitanti, allora, saranno stati costretti ad improvvisarsi albergatori, però i costi d'impianto e d'esercizio, per loro fortuna, esattamente come adesso, saranno totalmente a carico dell'ente pubblico. Non di meno, le aziende artigiane fattureranno le prestazioni di manutenzione alberghiera direttamente alla Provincia e gli ormai incongrui agritur, sviluppatisi un po' dappertutto all'inizio del terzo millennio, saranno trasformati in bed & breakfast, per totale mancanza del supporto primario.


L’esercito dei laureati, ingrossatosi a dismisura (uno studente, una laurea, perché così sarà imposto per legge!), avrà prodotto a sua volta precariato di terzo grado. I pochi giovani non laureati saranno costretti ad espatriare (la cosiddetta fuga dei cervellini), e solo i più scafati di loro, quelli con qualche residuo 'santo in paradiso', riusciranno ancora a trovare un lavoro di nicchia e di supporto nell’unica economia esistente. I laureati invece (previo superamento di rigorosissimo concorso) avranno l'opportunità di impiegarsi in qualità di comparsa sui palcoscenici e nei recital promozionali turistici. Questa sarà la più ricercata e ambita, nonché unica, professione possibile. Le Corte estive e quelle invernali, i Martedì e i Giovedì, le Slizolae, le Marcialonghe, le Olimpiadi estive ed autunnali, i Mondiali di fondo, quelli di ski roll, di bocce, di watten, le Sky race e le River race (lungo l'Avisio), le Tonde, le Corse coi sacchi e quelle coi trampoli, affideranno le cabine di regia e i microfoni per le infinite premiazioni esclusivamente a fior di centodiecielodisti.


Di questi, soltanto quelli davvero super godranno di un po' di autonomia e potranno ritagliarsi spazi acconci ai loro studi. In particolare troveranno fortuna e lavoro i paleontologi che si occuperanno della riesumazione in laboratorio delle antiche locali attività di allevamento e i glottologi che invece interpreteranno l’antico idioma locale, basandosi sulle preziose memorie del citato Gilmozzi.
  
Anche gli astrofisici avranno qualche opportunità di lavoro alla ricerca di mondi lontani presso l'I.O.C. (International Observer Coeli) di Monte Zanon. Rimarrà ben poco altro per sopravvivere.

Ario D.
 

15/09/17

MITOLOGIA DEGLI ALBERI


"Nel più lontano passato, molto prima che l'uomo facesse la sua comparsa sulla terra, un albero gigantesco s'innalzava fino al cielo. Asse dell'universo, attraversava i tre mondi. Le sue radici affondavano negli abissi sotterranei, i suoi rami arrivavano all'empireo": fin dall'antichità gli alberi sono stati al centro di un affascinante sistema di miti e leggende, e in questo sorprendente saggio  Jacques Brosse ricostruisce i fattori storici e culturali che nei secoli hanno portato le piante a essere considerate le manifestazioni per eccellenza della divinità.

Dal grandioso mito dell'Albero cosmico che collegava gli inferi e il cielo al culto delle querce tra i Greci e i Romani, dal giardino dell'Eden nel cristianesimo al fico sacro sotto il quale il Buddha giunse all'illuminazione, l'autore ci restituisce il fascino di un mondo oggi in gran parte dimenticato e illumina la profondità di una saggezza plurimillenaria che, fondandosi su un'incredibile conoscenza delle piante, seppe armonizzare le attività umane con gli equilibri e i ritmi della natura.


(...) Fu così che dopo il trionfo della Chiesa rimase un solo albero che fosse lecito venerare: quello, squadrato, sul quale era morto il Redentore. Tutti gli altri culti erano vietati e abbiamo visto con quale zelo gli evangelizzatori si accinsero a estirparli.

A un sistema cosmico complesso e articolato, basato sulla diversità, sulla reciproca complementarietà, qual era stato quello del "paganesimo", successe un monoteismo dogmatico, intollerante e manicheo. In nome della distinzione tra Bene e Male, e per reazione contro l'antico stato d'animo, l'anima venne separata dal corpo e l'uomo dalla natura. Poiché l'anima apparteneva di diritto a Dio, sia la natura che il corpo risultarono necessariamente riprovati. Dato che inducevano in tentazione, non potevano essere che strumenti del diavolo, l'antico Serpente dell'albero della conoscenza, responsabile dell'espulsione dall'Eden.

Claude Lévi-Strauss ha definito con mirabile penetrazione questa posizione che è ancora, spesso senza che ce ne rendiamo conto, la nostra:

Malgrado le nuvole d'inchiostro sollevate dalla tradizione ebraico-cristiana per mascherarla, nessuna situazione mi pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l'intelligenza, di quella di un'umanità che coesiste con altre specie viventi su una terra di cui queste ultime condividono l'usufrutto e con le quali non può comunicare. Si comprende come i miti rifiutino di considerare questo vizio della creazione come originale; che essi vedano nella sua comparsa l'evento inaugurale della condizione umana e della sua debolezza.

In questo modo, infatti, venne a essere rotto un equilibrio vitale, basato sulla comunione di tutti gli esseri viventi, di questa rottura noi subiamo oggi le estreme conseguenze. Da aperta che era un tempo, l'umanità si è sempre più rinchiusa in se stessa. Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell'uomo, altro che oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l'uomo oggi la distrugge, e con ciò si condanna.

13/09/17

IN MEZZO ALLA PALUDE


Giro di boa alle viste per la compagine comunale 2015-2020 e niente di nuovo sotto il sole teserano. Tutto come previsto, nonostante lo sdegno iniziale di chi, ridicolo assertore della sacralità del voto, aveva negato l'esistenza di brogli elettorali. E invece l'imbroglio, non nella conta, ma prima del voto, c'è stato, altro che no. Ma questa è acqua passata.

Il bilancio amministrativo a circa metà strada è negativo. Data la stura all'agognata variante urbanistica, sono iniziati con gran lena i lavori di smembramento territoriale periferici. A Lago in particolare, luogo dove, evidentemente, in molti abitavano nei container, sì come profughi derelitti e abietti, al via del Comune le pachere sono state prontamente azionate e le gru issate sui nuovi cantieri, che dall'alto del paese si possono ammirare, rendono bene l'idea dell'avanzamanto incessante della cementificazione territoriale. Ma anche qui nel 'capoluogo', originale e insuperata sede sapientiae vallis, nonché a Piera, nuove caŝotte stanno crescendo come 'na bütada de fiferli dopo due giorni di pioggia settembrina. Il peggio però, ahinoi, deve ancora arrivare.

In compenso il centro storico, nonostante la strepitosa movida serale di luglio e agosto, presunta taumaturgica medicina contro il suo inevitabile declino, non riesce ad affrancarsi dai suoi antichi luoghi comuni che ne condizionano la possibilità di riqualificazione...

Nel grigiore di un Consiglio che non dibatte, l'unica nota lieta, si fa per dire, è arrivata dal consigliere Danilo Vinante che, dopo una breve parentesi in maggioranza, da 'Panetti' verace qual è ha pensato bene di togliere il disturbo, salutare la compagnia dei pappagalli muti e mettersi in proprio. L'autonomia di pensiero non ha prezzo! Bravo Danilo. Altro e forse unico fatto di rilievo sin qua è stata la netta, ferma dissociazione dell'opposizione dal pasticciaccio brutto del bacino artificiale di Pampeago. La polemica, amplificata a mezzo stampa, dopo un inqualificabile agire della sindaca, si è sviluppata tutta al di fuori dell'aula consiliare, anche perché in quel luogo la questione non vi è nemmeno entrata! Vedremo se in aula, qualora venga posta all'ordine del giorno, Barbolini & C. manterranno la stessa fermezza espressa sui giornali, votando un fiero e netto NO. Perché un'eventuale loro astensione al proposito suonerebbe come beffa nei confronti di chi li ha votati e confermerebbe una volta di più il consueto triste gioco delle parti tanto caro al palazzo: contesto il metodo, contesto il merito, ma poi mi astengo perché non sia mai che la prossima volta, se sarò io a menare le danze, e, a quel punto, ritornando sul problema, obbligato, chissà, da qualcuno a ricambiare frettolosamente idea,  non debba magari giustificare l'ingiustificabile.



Ma stiamo allegri, ché il 2018 riserverà a noi tutti paesani gradite sorprese. Dopo il costoso concorso di idee del 2008 (amministrazione Delladio) e i successivi altrettanto costosi progetti, in una piazza Battisti finalmente messa a nuovo, in un clima pacificato e di ritrovata generale amicizia saremo invitati da un paio di noti filantropi  a favorire prelibatezze di ogni tipo. Squisite tartine al salmone, pregiati e buonissimi rossi, castagne arrostite e brulè, babbà, profiteroles e cornetti alla crema. Poi, tra una stretta di mano, una pacca sulle spalle, un ammiccamento malandrino alla folla un po' storna, piano piano, poco poco, i due, a turno, parleranno suadentemente del futuro. Un futuro pregno di nuovi sensazionali progetti, ovviamente radioso (per loro) e molto, molto prossimo, distante all'incirca diciamo... appena un quinquennio. 
Il tutto a gratis. O quasi!
 
L'Orco

07/09/17

ATTENTI AL LUPO!


L'allarme è stato dato qualche giorno fa. Un allarme concreto, fattuale, non effimero e modaiolo come quello evocante improbabili e lontane modificazioni climatiche. No, questa è una questione seria, tanto seria che le associazioni allevatori delle valli avisiane si sono riunite in seduta plenaria per cogitare il da farsi. Dopo l'iniziale ovvio generale sconcerto, è tempo di agire. E agire in fretta. Ma chi l'avrebbe detto, proprio qui, in Trentino, addirittura in queste nostre magnifiche, famose, invidiate valli di Fiemme e Fassa, che tutto il mondo conosce! Come si dice, a volte la realtà supera, purtroppo, la fantasia.

Il nostro benessere, così faticosamente guadagnato e meritato, è nuovamente in pericolo. Dopo tanto fatto e brigato, eliminati via via tutti gli intralci, credevamo di aver raggiunto il perfetto equilibrio e creato in questa nostra terra il nuovo Eden. Certo, con qualche cinghiale tra le balle, ma perlomeno senza orsi e zanzare.


E invece... Invece, ci si è messo anche il lupo. Addirittura un lupo carnivoro e cattivo! Pensavamo che soltanto nelle fiabe dei Grimm e di Perrault il lupo fosse un cattivo carnivoro! Ma com'è possibile? Forse si è pregato troppo poco, o con troppo poca convinzione. O forse - ma ciò sarebbe davvero imbarazzante - siamo di fronte ad un errore originario, una disattenzione compiuta, incredibilmente, da Domine Dio durante la Creazione. Perché l'intenzione certamente era quella  di includere quell'animale tra gli erbivori al pari di cervi, caprioli e camosci. Un lupo brucante, insomma. Così che le greggi e gli armenti sarebbero stati al sicuro. Nessun agnello e nessun capretto avrebbe rischiato di finire tra le fauci di quel canide e i pastori avrebbero potuto consegnarli sani e salvi nelle mani premurose del beccajo. E invece toh, il lupo c'è, è un carnivoro, ogni tanto ha pure fame  e addirittura rivendica il suo diritto di vivere.

Eh, no! Macché, scherziamo? Qui soltanto l'uomo, un tempo molto lontano sapiens, ma ora, per naturale evoluzione, stupidens, ha diritto di fare quel cazzo che gli pare. Rompere i coglioni a tutto il resto del creato, inquinare, cementificare, far strade, asfaltare, costruire invasi in quota per mantenere i suoi tanti parco giochi invernali, urbanizzare incoerentemente piani e monti, giorovagare motorizzato a piacimento dagli zero ai tremila metri, errabondare indisturbato ovunque e comunque.

Grazie alla sua stupidità gli equilibri ambientali del pianeta sono saltati, ma l'homo stupidens, ogni giorno più stupido, anziché finalmente capire il nesso causa-effetto dei cambiamenti in atto nella nostra biosfera  e, in quanto principale responsabile,  velocemente rinsavire, qui è in allerta per il lupo.


A.D.

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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MINU

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