

Egregio Euro, ho scoperto il tuo blog e devo ammettere che è molto meglio del mio; più profondo e divertente, più dotto, più documentato. Dopo i dovuti apprezzamenti, permettimi di fare due osservazioni a questo "vecchio" post (LEZIONI DI ECONOMIA), perché proprio di economia o roba simile, mi occupo. Niente da dire in merito al paradosso. Se non che: 1. l'amico PIL è un aggregato statistico, e come tale non centra con i "meccanismi economici" ma è solo frutto della stupidità umana; 2. la spesa (anche quella pubblica) "genera" PIL e il problema non è una scelta fra spese e PIL. Il fatto è che il PIL non considera i "mali" prodotti dal sistema (immondizia, inquinamento, distruzione del patrimonio etc.) proprio quelli che tu combatti!; 3. i topi non sanno niente di economia, ma si comportano esattamente come i modelli (astratti) degli economisti vorrebbero l'economia (nostra, reale) funzionasse: cioè fondati sull'egoismo utilitarista. vi sono in merito interessanti esperimenti: ebbene si, noi economisti facciamo anche esperimenti con i topi!) Allora, per concludere, ti chiedo, non sarà che se loro sopravviveranno e noi no, è solo colpa della nostra "umanità"?
Cordialmente. Un giovane economista
Gentile economista, scusa il ritardo con cui ti rispondo e la sommarietà della mia risposta, ma poiché lavoro posso dedicare a questo spazio solo tempi residuali. Premetto, per correttezza, che il pezzo cui fai riferimento non è mio, cosa che peraltro avevo ben messo in evidenza in calce allo stesso. Dunque mi permetto di risponderti considerando la sola puntualizzazione n°3 del tuo commento sperando di aver interpretato esattamente il senso della tua domanda. Tu mi chiedi se l’ipotetica scomparsa dell’uomo potrebbe in qualche modo essere conseguenza della sua “umanità”. Beh, se per umanità intendi quel coacervo fatto di conoscenze, di capacità di raziocinio, di passioni, di memoria storica, di fantasia, di estro, di irrazionalità, financo di stupidità, che costituisce la magmatica essenza dell’uomo, allora certo posso condividere la tua ipotesi. L’uomo è in effetti l’unico animale in grado di pensare e ragionare ma anche l’unico capace di essere imprevidente e stupido. I topi citati in quel post agiscono come dici per puro egoismo utilitarista, ma quando sono sazi (e la sazietà nel loro caso coincide con un appagamento fisiologico) si fermano. L’uomo invece, che è fatto d’altro, non solo di istinti, ma appunto di passioni, di smanie, di presunzione e di stupidità, ed è istigato ossessionatamente a consumare all’impazzata dall’invasiva onnipresente pubblicità, non riesce mai a saziarsi e a capire di doversi fermare. Qui sta il punto dolente: l’impossibile quadratura del cerchio! Perché il mito della crescita economia che viene evocato ad ogni piè sospinto dalla classe politica (qualunque essa sia e, beninteso, sempre suggerito dall’intangibile “Libero Mercato”), e spacciato per la panacea del mondo, non tiene affatto conto dell’impossibilità fisiologica della crescita infinita. Economia è parola ambigua con parecchie e antitetiche accezioni. Tra queste, ad esempio, parsimonia, risparmio, e cioè, liberamente traducendo, uso controllato e coscienzioso delle risorse. In verità però l’accezione più comunemente intesa del termine significa il suo esatto contrario: spregiudicato uso delle medesime risorse per far si che la “macchina economica” cui fa conto una parte minoritaria di umanità continui la sua corsa verso un sempre più improbabile benessere. Se pensiamo a quali siano i “bisogni” che questo sistema soddisfa, per l’appagamento dei quali l’uomo sta distruggendo il suo habitat, viene da credere che i topi appunto siano molto, molto più evoluti di noi. Comunque la si pensi, una cosa è certa: questa parte di Umanità - al di là dello sviluppo tecnologico - è in una fase involutiva. E a riprova di ciò basti considerare che l’uomo ha toccato le vette artistiche, filosofiche, spirituali, e di conoscenza in generale, molto prima di raggiungere questo “benessere”. Oggi, mentre noi, abitatori del “primo” mondo viviamo immersi nella volgarità dei costumi e nella corruzione diffusa, agognando, invidiosi, automobili lussuose e residenze principesche in cui ostentare tutta l’insipienza di questa decadente “civiltà occidentale”, i rimanenti 2/3 dell’Umanità sopravvivono tra quotidiani attentati, guerre, fame e disperazione. Immagini e scenari di lutti e tormenti indicibili che le televisioni ci propongono ogni giorno, alternandole a dosi sempre più massicce di programmi rincretinenti. La somministrazione quotidiana di stupidità ci permette di percepire il tutto molto ovattato e lontano. Un doping di massa con un “target” indiscriminato. Sopire e dimenticare: è uno dei presupposti del nostro stile di vita. Lo sviluppo industriale dal dopoguerra in poi è stato costellato da tragedie ambientali e umane di ogni tipo (da Bhopal a Chernobyl, da Seveso a Marghera, dal Vajont a Stava) che però in nome del progresso sono sempre state “metabolizzate” e nel comune sentire considerate accidenti inevitabili del cosiddetto benessere. Finché quelle tragedie restavano circoscritte all’ambito geografico in cui accadevano, questa parte di Umanità poteva (grazie all’anzidetto presupposto) continuare tranquillamente a non pensare. Ma l’oste a sbornia conclusa esibisce sempre il conto. Sempre. Ora la situazione è cambiata. Adesso la misura è colma e lo sviluppo economico senza freni perseguito a partire dalla rivoluzione industriale sino ad oggi (per oltre 150 anni solo nel cosiddetto Occidente, ma ormai mito planetario, leggasi Cina e India) già comporta drammatiche conseguenze ambientali a livello globale, tendenzialmente in peggioramento. L’ecosistema è al limite, credere (e far credere) che grazie alle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico ogni individuo di questa parte di Umanità possa continuare a comportarsi irragionevolmente e ostentare più agi e privilegi di quanti ne avevano Luigi XIV di Francia e la sua corte, nonché sostenere oltre ogni logica che detto “sviluppo” non potrà mai avere fine, è semplicemente folle. Chi riesce ancora a pensare non ha più dubbi in merito, è urgentissimo riconsiderare il nostro stile di vita: moderandone i consumi e riconsiderandone i “bisogni”, per permettere a noi drogati di "benessere" di disintossicarci e ai restanti 2/3 di abitatori di questo pianeta di disporre delle risorse naturali fondamentali per vivere. Ne va semplicemente del mantenimento del nostro habitat. Ora faccio io due domande a te. Ma dove vogliamo arrivare? E gli economisti che tutto questo studiano quando cominceranno a preoccuparsi?
euro
Gentile economista, scusa il ritardo con cui ti rispondo e la sommarietà della mia risposta, ma poiché lavoro posso dedicare a questo spazio solo tempi residuali. Premetto, per correttezza, che il pezzo cui fai riferimento non è mio, cosa che peraltro avevo ben messo in evidenza in calce allo stesso. Dunque mi permetto di risponderti considerando la sola puntualizzazione n°3 del tuo commento sperando di aver interpretato esattamente il senso della tua domanda. Tu mi chiedi se l’ipotetica scomparsa dell’uomo potrebbe in qualche modo essere conseguenza della sua “umanità”. Beh, se per umanità intendi quel coacervo fatto di conoscenze, di capacità di raziocinio, di passioni, di memoria storica, di fantasia, di estro, di irrazionalità, financo di stupidità, che costituisce la magmatica essenza dell’uomo, allora certo posso condividere la tua ipotesi. L’uomo è in effetti l’unico animale in grado di pensare e ragionare ma anche l’unico capace di essere imprevidente e stupido. I topi citati in quel post agiscono come dici per puro egoismo utilitarista, ma quando sono sazi (e la sazietà nel loro caso coincide con un appagamento fisiologico) si fermano. L’uomo invece, che è fatto d’altro, non solo di istinti, ma appunto di passioni, di smanie, di presunzione e di stupidità, ed è istigato ossessionatamente a consumare all’impazzata dall’invasiva onnipresente pubblicità, non riesce mai a saziarsi e a capire di doversi fermare. Qui sta il punto dolente: l’impossibile quadratura del cerchio! Perché il mito della crescita economia che viene evocato ad ogni piè sospinto dalla classe politica (qualunque essa sia e, beninteso, sempre suggerito dall’intangibile “Libero Mercato”), e spacciato per la panacea del mondo, non tiene affatto conto dell’impossibilità fisiologica della crescita infinita. Economia è parola ambigua con parecchie e antitetiche accezioni. Tra queste, ad esempio, parsimonia, risparmio, e cioè, liberamente traducendo, uso controllato e coscienzioso delle risorse. In verità però l’accezione più comunemente intesa del termine significa il suo esatto contrario: spregiudicato uso delle medesime risorse per far si che la “macchina economica” cui fa conto una parte minoritaria di umanità continui la sua corsa verso un sempre più improbabile benessere. Se pensiamo a quali siano i “bisogni” che questo sistema soddisfa, per l’appagamento dei quali l’uomo sta distruggendo il suo habitat, viene da credere che i topi appunto siano molto, molto più evoluti di noi. Comunque la si pensi, una cosa è certa: questa parte di Umanità - al di là dello sviluppo tecnologico - è in una fase involutiva. E a riprova di ciò basti considerare che l’uomo ha toccato le vette artistiche, filosofiche, spirituali, e di conoscenza in generale, molto prima di raggiungere questo “benessere”. Oggi, mentre noi, abitatori del “primo” mondo viviamo immersi nella volgarità dei costumi e nella corruzione diffusa, agognando, invidiosi, automobili lussuose e residenze principesche in cui ostentare tutta l’insipienza di questa decadente “civiltà occidentale”, i rimanenti 2/3 dell’Umanità sopravvivono tra quotidiani attentati, guerre, fame e disperazione. Immagini e scenari di lutti e tormenti indicibili che le televisioni ci propongono ogni giorno, alternandole a dosi sempre più massicce di programmi rincretinenti. La somministrazione quotidiana di stupidità ci permette di percepire il tutto molto ovattato e lontano. Un doping di massa con un “target” indiscriminato. Sopire e dimenticare: è uno dei presupposti del nostro stile di vita. Lo sviluppo industriale dal dopoguerra in poi è stato costellato da tragedie ambientali e umane di ogni tipo (da Bhopal a Chernobyl, da Seveso a Marghera, dal Vajont a Stava) che però in nome del progresso sono sempre state “metabolizzate” e nel comune sentire considerate accidenti inevitabili del cosiddetto benessere. Finché quelle tragedie restavano circoscritte all’ambito geografico in cui accadevano, questa parte di Umanità poteva (grazie all’anzidetto presupposto) continuare tranquillamente a non pensare. Ma l’oste a sbornia conclusa esibisce sempre il conto. Sempre. Ora la situazione è cambiata. Adesso la misura è colma e lo sviluppo economico senza freni perseguito a partire dalla rivoluzione industriale sino ad oggi (per oltre 150 anni solo nel cosiddetto Occidente, ma ormai mito planetario, leggasi Cina e India) già comporta drammatiche conseguenze ambientali a livello globale, tendenzialmente in peggioramento. L’ecosistema è al limite, credere (e far credere) che grazie alle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico ogni individuo di questa parte di Umanità possa continuare a comportarsi irragionevolmente e ostentare più agi e privilegi di quanti ne avevano Luigi XIV di Francia e la sua corte, nonché sostenere oltre ogni logica che detto “sviluppo” non potrà mai avere fine, è semplicemente folle. Chi riesce ancora a pensare non ha più dubbi in merito, è urgentissimo riconsiderare il nostro stile di vita: moderandone i consumi e riconsiderandone i “bisogni”, per permettere a noi drogati di "benessere" di disintossicarci e ai restanti 2/3 di abitatori di questo pianeta di disporre delle risorse naturali fondamentali per vivere. Ne va semplicemente del mantenimento del nostro habitat. Ora faccio io due domande a te. Ma dove vogliamo arrivare? E gli economisti che tutto questo studiano quando cominceranno a preoccuparsi?
euro






