13/09/08

BAVAGLIO


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12/09/08

TURISMO IN VAL DI FIEMME: IL PARERE DI EVGENY


Caro Euro, il tuo intervento mi lascia un pò perplesso; non tanto per alcune idee che condivido e altre no (sarebbe grave il contrario!) quanto perché mi sembra che tu faccia talvolta confusione, mescolando argomenti anche disgiunti fra loro. Non credo ad esempio che la serata di musica rap in quel di Lago abbia a che fare con il turismo teserano. E' anzi probabile che essa sia stato un evento organizzato da un gruppo di giovani che propone qualcosa di diverso dal solito "canto di montagna". Può non piacere, e a me non piace, ma serve ad aprire gli occhi sul diverso. Per quanto riguarda il turismo di massa in val di Fiemme l'ultima estate mostra che la massa può calare rapidamente. La dieta di clienti c'è stata e i dati diranno di quanto. Ma qui ci interessa poco. La mia personale opinione è che se il turismo in val di Fiemme ha assunto le attuali forme ciò dipende da una serie di scelte più o meno volontarie.
1.
L'incremento piuttosto elevato dei posti letto alberghieri negli ultimi 10 anni, garantiti da ingenti finanziamenti pubblici; questo ha e ha avuto alcune conseguenze: aumentare l'offerta nel momento in cui la domanda ristagna o comunque diviene più elastica; distorcere il sistema del mercato e dei prezzi (infatti, se costruire l'albergo mi costa la metà di quanto è il suo costo di mercato, il prezzo rifletterà il costo del mio investimento; di qui il crollo dei prezzi di soggiorno); il ribasso dei prezzi appena accennato non permette, non può garantire un prodotto di alta qualità (qualità e prezzo vanno a braccetto); per rendersene conto basta confrontare la nostra offerta turistica con quella austriaca, (e non è vero che il turista tedesco snobba l'Italia perché troppo cara, ma perché offre un'offerta turistica in proporzione deludente);
2. l'incremento dei posti letto extra-alberghieri, leggi seconde case; (non servono le leggi quando i buoi sono scappati dalla stalla e neanche serve farli uscire dalla finestra con un certificato medico);
3. la scelta, da parte della Provincia o delle apt, o di entrambi (non so), di promuovere la nostra valle nei mercati emergenti dell'Est che, almeno in un primo tempo, sono a medio-basso reddito;
4. infine: sbilanciamento del turismo invernale rispetto a quello estivo. Questo ha delle conseguenze che tutti possiamo immaginare. Il punto chiave del tuo ragionamento mi sembra chiaro: serve un turismo di classe, coscienzioso che rispetti l'ambiente, apprezzi la cultura locale, etc. Tu dici che la tranquillità è la caratteristica migliore dei nostri Paesi. Il vero prodotto. Forse. Ma se chiedi ai turisti, ti risponderanno che qui non ci tornano più perchè non ce niente, è sempre lo stesso, non cambiate mai offerta, idee. E' questa la cultura che secondo me va cambiata. Dove si deve investire in capitale umano e conoscenza. E allora il dilemma che rimane è, o offriamo quel che vogliono (e in più la tranquillità, il paesaggio, la natura che abbiamo) o chiudiamo. Mettiamo un cancello a san Lugano e che i rapper e le danzatrici se ne restino/vadano nel Paese di Trent (non tanto diverso dalle succursali valligiane). Dalla monocoltura turistica alla monocultura del nulla. O della tranquillità? Saluti

Caro Evgeny, tu mi sopravvaluti. Io non sono un sociologo, ma solo un osservatore. La mia non voleva essere un’analisi scientifica (come lo è invece la tua) del turismo in Val di Fiemme. Ma, per così dire, una sequenza di scatti fotografici, di flash. Saltando un po’ qui e un po’ lì, camminando, ascoltando e guardandomi intorno. Perché credo che tutto si tenga e tutto contribuisca a dare l’impressione complessiva che alla fine si percepisce. Hai presente il celeberrimo quadro di Picasso, "Guernica"? Ecco, con tutto il rispetto, mi rifacevo ad esso: quel quadro sembra confuso, ma dà un’idea perfetta del tutto. Alla prossima. euro

GELMINI, REGINA D'ESAMI


Poveri ingenui. Ancora lì a menare scandalo che una ministra berlusconiana, la molto materna Mariastella Gelmini, dicastero dell’Istruzione, bresciana con l’accento del Lago di Garda, reginetta dei grembiuli e della meritocrazia scolastica, imbrogliasse chilometri e smagliature burocratiche per correre da Brescia a Reggio Calabria a sostenere l’esame di Stato per diventare avvocato. Ovvio che l’ha fatto, dice lei. Laggiù era più facile passare l’esame. Si promuoveva il 93 per cento dei candidati, mentre nel gelido Nord passava solo il 31 per cento (dati dell’anno 2001). “Avevo fretta. E la mia famiglia di poveri agricoltori - aggiunge con tocco di melodramma sociale - non poteva mantenermi ancora a lungo”. Ma come?, sostengono i poveri ingenui. Con quale coraggio, sei anni dopo, sdraiata tra i velluti del ministero, annunciando tagli per 87 mila posti di lavoro, discetta di merito e rigore scolastici, lei che li scansò rifugiandosi al Sud? Con che faccia accusa d’insipide scarsità culturali i professori meridionali, lei che addirittura viaggiò una notte per riempirsene il piatto? A che titolo si impanca contro il lassismo, contro gli eccessi del buonismo didattico e dell’utopia egualitarista, tutti veleni del molto odiato Sessantotto? Poveri ingenui. Quel che tra voi è un disdoro - la furbizia, il silenzioso imbroglio di saltare una fila, il piccolo furore di agguantare a tutti i costi un vantaggio, falsificare un bilancio, evadere le tasse, irridere una regola o perlomeno aggirarla - per altri è un vantaggio e un merito. Il più luminoso dell’Era italiana che ci tocca vivere. Nella quale il primissimo cittadino, dribblando prescrizioni giudiziarie, viaggia dentro l’ammirazione dei suoi elettori, circondato da almeno due dozzine d’avvocati. Tutti agguerriti e furbi quanto la furba Gelmini.

Pino Corrias

09/09/08

CAFONI, IGNORANTI E TURISMO DI QUALITÀ


A proposito di turismo e maleducazione un recente commento, ricevuto qualche giorno fa da un amico, riferiva di episodi di inciviltà accaduti lungo sentieri di montagna altoatesini, e tanto basterebbe per far capire quanto i comportamenti cafoni si riscontrino un po’ ovunque, a prescindere. Tuttavia penso però che molto spesso la maleducazione di chi è in vacanza sia conseguenza del peso antropico di cui le località ospitanti si fanno carico e soprattutto del modo in cui gli ospiti percepiscono complessivamente la qualità di quei luoghi (particolarmente l’educazione dei loro abitanti). E qui mi si taccerà di incapacità d’analisi e anacronismo. Ovunque si faccia turismo infatti gli addetti ai lavori, si vantano, generalmente, di offrire alta qualità e di migliorarla costantemente. Tanto, a maggior ragione, in Val di Fiemme, la valle che, negli ultimi 25 anni ha probabilmente investito più di ogni altro luogo di vacanze in promozione e marketing. Chi osserva con occhio critico può però ben notare che l’economia locale, spinta forzatamente verso una monocoltura turistica, nella sostanza non proponga affatto un’offerta qualitativa di alto livello, ma persegua invece proprio l’obiettivo dell’aumento quantitativo. La compulsiva ripetizione di “eventi straordinari” di rilevanza mediatica internazionale lo dimostra chiaramente. Qui dunque si sta facendo turismo di massa, semplicemente. E di conseguenza si propone un’ offerta e si vende un prodotto per grandi numeri che si confacciano ecumenicamente a cani e porci e soddisfino (anche) quei tanti (sempre di più) maleducati che nella massa indifferenziata sono giocoforza inclusi. Ma, torno a dire che è tutto il contesto che contribuisce a qualificare o dequalificare l’offerta. Non è l’ avere o non l’avere 10 cessi, 5 docce, 3 saune, 2 televisori e internet in camera, che fa qualità. Quelle cose, chi le cerca le trova anche a Milano, a Roma, addirittura a Napoli. È l’agire pubblico della gente, i suoi comportamenti più o meno educati e rispettosi, che fanno la differenza. Così come variabili quali la tranquillità del luogo, l’assenza di rumori molesti, l’ordine civico, le proposte di svago acconce. E, su questa lunghezza d’onda, tanti altri piccoli dettagli.
L’ultima settimana di agosto è stata esemplare. Sabato 23, da Lago di Tesero, una nota associazione culturale (una fra le tante del firmamento solidaristico teserano) ha ben pensato di dare il suo contributo alla causa. E così, a partire dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata, ha deliziato gli ospiti e i compaesani (quelli che per accidente non stavano ubriacandosi al tendone di Pampeago) con un menù a base di musica rap (nel più rigoroso rispetto dunque della tradizione musicale alpina) sparata a 3000 watt e diffusa per l’esclusivo piacere uditivo di turisti e residenti, tanto che, per quella nottata, essi, in talune parti dell’abitato, si sono rassegnati a vegliare. Poi da lunedì 25 sino a sabato 30 agosto, grazie ad un’altra fondamentale iniziativa denominata Trentino Danza Estate, per 12 ore consecutive dalle 8,00 alle 20,00, nuova terapia rilassante per cervelli ed orecchi fini; altro genere musicale, ma stesso risultato. Hip pop a tutto volume, diffusa direttamente dal piazzale delle scuole elementari. In questo caso però con il vicinato (soprattutto quello più anziano) impossibilitato non solo a concedersi una breve e meritata pennichella pomeridiana, ma anche a conversare a tavola tenendo le finestre ben chiuse. Certo – e la storia del paese lo evidenzia bene – qui a Tesero c’è una componente masochistica dura a morire. Probabilmente a Cavalese e a Predazzo si propone dell’altro. Resta comunque netta l’impressione che per questa valle il modello di riferimento non sia affatto Zermatt. Nessuna auto bandita dai centri storici abitati, niente serate silenziose, niente cura del verde all’interno dei paesi (salvo rare eccezioni), niente piazze tranquille nelle quali poter conversare in pace. Seppur con un contorno diverso, qui si riproduce all’ospite la fantasmagoria dell’ habitat di città e gli strateghi della promozione, forse per eccesso di zelo o forse per deficienza mentale, scimmiottano lo stile volgare, godereccio e svaccato delle località balneari adriatiche. Della massificazione del turismo invernale tarato su obiettivi giovanili, sapevamo, ma adesso anche in estate siamo al cospetto di un turismo cialtrone, fracassone, che neghittosamente ripropone nei nostri paesi la volgarità e la stupidità dell’epoca, gli usi e i costumi di città. Chi proviene da quei luoghi di stress e di caos quotidiani, e pensasse di ritemprarsi sintonizzandosi sui ritmi essenziali del territorio locale, oggigiorno avrebbe da sacramentare non poco. Perché il nostro stile di vita è perfettamente uguale a quello di un abitante di Trento o di Bolzano. Perché noi (che ospitiamo) siamo diventati come gli ospiti (o peggio). E ci costa fatica rieducarci (per poi eventualmente educare l’ospite). E investire in cultura, in trasporti alternativi, nella cura dell’ambiente, nel rigore urbanistico (che non ponga vincoli solo ai fessi e conceda senza fine agli speculatori), nel recupero paesaggistico, eccetera. Siamo diventati pigri e maleducati a nostra volta. E la qualità dell’offerta, anziché concretizzarla autenticamente, ci sta bene simularla e farla vedere solo in fotografia o sui video clip promozionali: come si fa con la pubblicità delle automobili che di solito girano solitarie per le strade deserte attraverso scenari incontaminati e meravigliosi. Ma è tutto finto. La realtà è una deriva continua che giorno dopo giorno, seconda casa dopo seconda casa, strada dopo strada, parcheggio dopo parcheggio, trasforma il paesaggio e le persone, che, proprio per questo, sono sempre meno capaci di “leggere” criticamente i fatti. E allora? Allora servirebbe un’azione culturale gigantesca che gli operatori del settore (pena la loro stessa sopravvivenza) dovrebbero far partire il più velocemente possibile. Utopia? Utopia! Perché una riforma culturale necessita di intelligenza, passione, forza di volontà, dedizione, conoscenza, idealità. Attributi che pochi di essi obiettivamente dimostrano di possedere. Oggi sono in tanti, e sono diventati una casta che pretende voce in capitolo. Nati dal nulla, ingolositi a cimentarsi dilettantisticamente con l’arte dell’ospitalità dalle ripetute occasioni irripetibili, rispecchiano la loro cultura di riferimento. Magari di muratore, di falegname, di fabbro, o di impiegato comunale. La logica esclusiva di questi signori, partiti dalla gavetta, chi facendo osteria e pian piano ampliando le strutture ricettive, chi (come a Tesero) catapultato nella nuova intrapresa economica da eventi straordinari e tragici, è semplicemente quella di aumentare il loro conto in banca. Di perseguire sotto altra forma, più consona ai tempi e alle tendenze, la loro vocazione più specifica (o forse unica): fare soldi. Della salvezza del territorio (capitale primario di quell’industria), che giorno dopo giorno degrada sotto i colpi della speculazione non gliene importa nulla. Così come nulla gliene importa dell’abbrutimento dei centri paese, privi totalmente della più rigenerante delle qualità, cioè la tranquillità, dove le auto la fanno da padrone e i giovani montanari ben educati, come principale passatempo, emulano i Rossi e gli Schumacher. Anzi, ben vengano tutte le opportunità aggiuntive per far cassa. Che sia la kermesse di Trentino Danza Estate o un chiassoso appuntamento qualsiasi, tanto per far felice la schiera dei lucignoli di paese, tutto fa brodo… Una sola preoccupazione li tormenta e una sola conseguente corale richiesta fanno propria: si facciano nuovi posteggi! Ma tanti.

L’Orco

07/09/08

LA BATTAGLIA DEL GRANO


Se le guerre di dopodomani si combatteranno per l’acqua, le guerre di domani si faranno per il cibo. Grano, riso, frumento, soia. Rivolte e assalti ai forni sono già avvenuti in molti Paesi, dall’Egitto all’Indonesia, dalle Filippine all’India. I raccolti stanno diventando più importanti del petrolio. E’ meglio vivere da fermi che morire di fame in movimento. Gli Stati sovrappopolati si stanno muovendo sullo scacchiere mondiale comprando terreni coltivabili. La Cina in Brasile, Laos, Kazakhistan e Tanzania. L’India in Uruguay e Paraguay. La Corea del Sud in Sudan e in Siberia. L’Egitto in Ucraina. In parallelo, sta nascendo un nuovo protezionismo, quello dei morti di fame. Gli Stati che non producono sufficienti risorse alimentari per la propria popolazione ne bloccano l’esportazione o aumentano i dazi. E’ umano. Il prezzo dei beni alimentari sta crescendo a velocità folle in tutto il mondo, anche grazie agli speculatori finanziari. E’ l’economia. Il meccanismo che si è messo in moto è infernale. Uno Stato, ad esempio la Cina, aumenta le sue bocche da sfamare mentre distrugge il territorio coltivabile. In Cina nel 2005 gli espropri di terra ai contadini erano aumentati di 15 volte rispetto a dieci anni prima. Terre trasformate in zone residenziali e industriali. Meno terra, meno cibo, più cinesi. L’equazione si risolve comprando terra per cibo altrove. Nei Paesi che, per ora, possono permettersi di esportare prodotti agricoli. Ma anche in questi Paesi la popolazione è in aumento, la terra per cibo sta diminuendo, per la speculazione edilizia e per il biofuel, e l’acqua per le irrigazioni scarseggia. Cosa succederà quando i brasiliani vedranno partire il frumento e non avranno il loro pane quotidiano? Qualunque governo non durerebbe una settimana e i terreni venduti allo straniero nazionalizzati. Il cerino in mano rimarrebbe alla Cina e ai suoi armamenti. La Cina è il primo produttore mondiale di cereali e di riso. Una volta esportava. Nel 2007 la Cina ha prodotto 501,5 milioni di tonnellate di grano, i cinesi ne consumano 510 milioni. Secondo la FAO, nel 1985 i cinesi mangiavano 20 chili di carne a testa in un anno, nel 2018 i chili saliranno a 70. Per fare carne ci vogliono cereali e terreno. La Cina importa, già oggi, il 60% della soia di cui ha bisogno. Se il primo produttore mondiale deve importare, gli altri come l’Italia, cosa dovranno fare? Il nostro Paese visto dall’alto sembra un incubo edilizio. Sta scomparendo sotto il cemento. La priorità deve essere l’autosufficienza alimentare, non i parcheggi e gli inceneritori.
Ps: un consiglio: fatevi un orto sul balcone o in un piccolo pezzo di terra.

Sepp Heimchen

05/09/08

BACINO DEL CERMIS: LE PRECISAZIONI DELLA FONDAZIONE STAVA 1985


Riceviamo e pubblichiamo le precisazioni della Fondazione Stava 1985 rispetto a quanto da noi commentato (blog post "LA CARTINA DI TORNASOLE" del 11/08/2008, "PREVENZIONE" del 14/08/2008, "MASI, CERMIS E DINTORNI" del 18/08/2008) a proposito del nuovo bacino di accumulo per l’innevamento del Cermis.

Internet è un formidabile strumento di informazione ma anche, purtroppo, di disinformazione. Ne è un esempio quanto si legge nel blog di Euro Delladio a proposito dei rapporti fra la Fondazione Stava 1985 Onlus e il Comitato per il NO al bacino di raccolta delle acque per l’innevamento artificiale sul Cermis. Vi si afferma fra l’altro, riferendosi alle cause della catastrofe di Stava, che “all’epoca i bacini di Prestavel erano stati ritenuti sicuri”. Vero è, come risulta dalla sentenza penale di condanna per il disastro di Stava, che in oltre 20 anni le discariche non furono mai sottoposte a serie verifiche di stabilità da parte delle società concessionarie o a controlli da parte degli Uffici pubblici competenti. Quanto ai rapporti fra la Fondazione Stava 1985 Onlus e il Comitato per il NO al bacino sul Cermis chi scrive non sa dell’incontro avvenuto nei primi mesi del 2007 fra i rappresentanti del Comitato e quelli della Fondazione. In quell’incontro i rappresentanti della Fondazione avevano più volte ribadito che la catastrofe di Stava è avvenuta non già perché erano stati costruiti i bacini di decantazione della miniera di Prestavel, ma perché i bacini in questione sono stati costruiti male. Nel corso dello stesso incontro era stato precisato che la Fondazione Stava 1985 Onlus non appoggia alcuna scelta di opposizione preconcetta alla costruzione di qualsiasi opera, compresi i bacini per l’innevamento artificiale ovunque essi vengano progettati, ed offre invece collaborazione per eventuali verifiche tecniche volte ad assicurare che, se necessarie, tali opere vengano costruite bene. Allorché il 19 luglio 2007 apparve sui quotidiani locali una nota del Comitato nella quale si affermava che la Fondazione “appoggia l’iniziativa del Comitato del NO all’ampliamento del bacino del Cermis volta a scongiurare che si ripeta una nuova Stava”, la stessa Fondazione aveva scritto una lettera al Comitato, e per conoscenza al Sindaco di Cavalese, nella quale si precisava quanto affermato nel corso del citato incontro e si faceva notare “la coincidenza strumentale con l’anniversario della catastrofe di Stava con la quale il Comitato ha diffuso la citata nota”.
Tutto il resto è disinformazione e polemica strumentale.

Graziano Lucchi
Presidente
Fondazione Stava 1985 Onlus

04/09/08

GLOBALIZZAZIONE E AMBIENTE - 3^ parte



Innovazione/nuovo

Il nuovo ha assunto un valore positivo assoluto. Nella promozione delle merci corrisponde ad un giudizio favorevole indipendentemente dalla reale qualità del prodotto. La considerazione positiva del nuovo si applica indistintamente a tutte le azioni e i prodotti della società contemporanea con tale intensità che l’innovazione è divenuto un tema di interesse prioritario. L’innovazione utile è quella che migliora la qualità ambientale e sociale delle azioni, dei processi, dei prodotti valutando non gli effetti della singola azione ma della totalità delle stesse. È opportuno affrontare il tema dell’innovazione con tutta la criticità possibile al fine di verificare i reali vantaggi che il nuovo comporta senza entusiasmarsi della novità fine a se stessa, ben consapevoli che proprio dietro questo entusiasmo indotto si nascondono i problemi che la novità stessa comporta.

Lentezza

Fare di meno, rallentare può aiutare ad aumentare la consapevolezza di quanto si fa. Probabilmente aumenta la possibilità che i processi decisionali siano partecipati, sicuramente riduce il consumo di risorse e la quantità di emissioni.

Monouso

Una delle massime aberrazioni delle contemporaneità. Ingiustificata e incomprensibile. Quale vantaggio si ha individualmente con un prodotto monouso? La possibilità di non lavare le stoviglie, i tovaglioli ? E per i rasoi? Per gli accendini? Semplifica l’azione? Ma quale complessità è ricaricare un accendino? E che fatica è andare al mercato con un proprio sacco di tela? È invece proprio la ricerca della disaffezione all’oggetto e la riduzione della sua identità specifica che è alla base della società dei consumi. Tutti gli oggetti debbono essere equivalenti in modo da potere essere buttati e ricomprati, casomai uguali a se stessi, in maniera da incrementare il mercato L’enorme costo in termini ambientali ed economici dello smaltimento di tali materiali non giustifica i debolissimi vantaggi derivanti dal loro uso. Non usare prodotti monouso.

Norme

Non sempre le norme aiutano a ridurre il peso ambientale dell’uomo. Anzi spesso motivate dalle logiche della produzione definiscono comportamenti che sono esattamente contrari agli obiettivi di qualità ambientale. Sono anni che si opera per la riduzione degli imballaggi eppure ci sono ferree norme per cui nei bar lo zucchero è in bustine, i panini in plastica, i prodotti dei supermercati iperimballati; sempre per rimanere nello stesso tema, per poco non è passata una norma europea che prevedeva la sostituzione del bicchiere per l’acqua con una confezione monouso. Sono le norme che facilitano la diffusione dei prodotti mono-uso non caricandoli dei costi ambientali e sociali degli smaltimenti; sono le norme che agevolano l’industrializzazione definendo procedure per il controllo della qualità e tipologie di prodotto impraticabili da artigiani; trasporti privati, agli isono le norme che definiscono finanziamenti per coltivazioni atipiche, per agevolazioni ai carburanti aerei, per sovvenzioni ai mpianti di risalita, etc. Le norme nella società di mercato non le fanno i cittadini né i loro rappresentanti ma i grandi interessi le cui richieste sono sempre meno attenuate dal buonismo che l’ampliamento del mercato di venti anni addietro (Est Europa, liberalizzazioni, privatizzazioni acqua, energia) aveva prodotto. Guardare con attenzione critica le norme.

OGM

Creati con la giustificazione di rispondere alle emergenze alimentari, rispondono in realtà all’esigenza da parte delle aziende produttrici di aumentare la produttività per ettaro e di penetrare all’interno del mercato dei semi che attualmente è per gran parte gestito direttamente dagli agricoltori. L’aumento della produttività per ettaro, come noto, non migliora le condizioni dell’alimentazione del pianeta in quanto, come già mostrato dai continui aumenti della produttività dal dopoguerra fino al decennio trascorso, il problema dell’alimentazione è connesso alla distribuzione della produzione (molti paesi producono eccedenze che buttano), alla concorrenza (molti paesi regolano con i loro produttori il prezzo delle risorse agroalimentari), alla struttura sociale in relazione all’uso dei terreni e quindi della produttività locale (le grandi urbanizzazioni rendono le popolazioni dipendenti alimentarmente). Gli OGM non sono utili, possono essere fastidiosi per l’ambiente, sono nocivi per le comunità locali e per la biodiversità naturale.

Plastica

Non vi sono materiali demonizzabili ma vi sono materiali la cui utilizzazione è molto critica dal punto di vista ambientale e sociale e la plastica è uno di questi. La plastica è derivata dal petrolio che è sicuramente la risorsa il cui controllo ha condotto al numero maggiore di conflitti armati negli ultimi decenni; è risorsa in via di esaurimento, fortemente inquinante. È dunque una risorsa ambientalmente e socialmente molto negativa. La plastica è diffusissima per le sue caratteristiche che rendono semplice la produzione e la vendita, per i costi di produzione ridotti che permettono la realizzazione di profitti giganteschi, per i sistemi produttivi, semplici ed accessibili. Di plastica si abusa: in edilizia, nell’arredamento, nell’oggettistica, nelle strumentazioni. Ovunque vi è plastica in un numero elevatissimo di composizioni diverse, con additivi di tutti i tipi, tanto e tanti che a posteriore non è possibile riconosce il cocktail di sostanze in essa presenti. Questo comporta un problema imponente nelle fasi di utilizzazione (rilascio di sostanze inquinanti, rischi di emissioni nocive al fuoco o in altre condizioni di uso) e di smaltimento. La plastica inoltre permette gran parte di quella produzione usa e getta che aumenta esponenzialmente la quantità di rifiuti difficilmente riciclabili. Ridurre la presenza della plastica, come di tutti i materiali inquinanti, ai solo usi specifici e indispensabili porta alla liberazione da una sudditanza, alla ripresa di soluzioni tecniche locali, alla eliminazione di una grande quota di rifiuti.

Popolazione

Il numero degli individui sulla terra è in continuo aumento. L’aumento della popolazione altera i rapporti con le risorse. Già oggi in molte zone del pianeta gli abitanti sono molto superiori alle potenzialità dei luoghi e complessivamente si intravedono i limiti della produttività alimentare dei territori coltivabili. La densità aumenta, lo spazio individuale diminuisce, gli spazi naturali divengono sfridi marginali sia in termini di quantità che di qualità, i comportamenti sono sempre più regolamentati, la produzione industrializzata. Una demagogia diffusa invita alla riproduzione, senza motivo viste le quantità esistenti, ed altera i rapporti tra scelte individuali, piacere, benessere e consapevolezza collettiva. Si possono individuare alcuni ambiti di promozione dell’incremento numerico della specie: il modello economico che ampia il mercato, le religioni che incrementano gli adepti, gli stati che si fanno grandi con il numero degli abitanti. Interessi, dogmi, paure ma nulla di tutto ciò è collegato con il bene individuale e comune.

Qualità/quantità

Da anni si tende a ridurre la strategia della sostenibilità all’aumento dell’efficienza delle azioni che vengono attuate. Il ragionamento attuato è che se una automobile contemporanea inquina significativamente meno di una automobile di quaranta anni fa le condizioni del pianeta migliorano. Ma una automobile di quaranta anni fa faceva molti meno chilometri l’anno di una contemporanea, aveva una vita molto più lunga (e quindi usava al massimo l’energia immagazzinata per la costruzione), e faceva parte di un parco automobili che era una esigua frazione di quello attuale. L’aumento della qualità delle merci è condizione necessaria ma non sufficiente alla risoluzione dei nostri problemi. Ad essa va affiancata una significativa riduzione delle quantità.

Ricerca

La massima parte della ricerca è condotta da soggetti privati che hanno un interesse specifico nella definizione di nuove merci. Dalla medicina, alle attrezzature militari (che sono tra i settori che impegnano i maggiori fondi di ricerca) passando alla cosmesi, ai trasporti, alla chimica fino all’edilizia i soggetti che posseggono maggiori disponibilità economiche investono in ricerca, non rispondendo ad acclarate necessità ma agli specifici interessi del finanziatore. Gli esiti della ricerca non sono risposte alle esigenze della popolazione – anche in ragione del fatto che la ricerca si sviluppa secondo gli stessi criteri economici che regolano l’attuale modello e ne definiscono tutti i limiti – ma risultati che rispondono al massimo del mercato ottenibile dal soggetto promotore. Questa ricerca è solo in minima parte socialmente e ambientalmente utile. Se la ricerca è tesa a risolvere problemi allora non può non considerare che la soluzione di molti di essi si trova non nell’inventare merci ma nel modificare sistemi sociali. La ricerca auspicata è connessa alla società e ne pratica gli interessi, sviluppandosi non sullo specifico tematismo ma sull’interazione tra questo e le modalità con cui la società stessa opera.

Risorse

Nonostante il termine, “risorse” indica una visione dell’ambiente volta alla sua trasformazione o utilizzazione, in quanto l’osserva dal punto di vista utilitaristico per la specie umana: è possibile un uso delle risorse che non comprometta e degradi l’ambiente. Il modello contemporaneo le usa fino a quando producono convenienza economica e quindi molto oltre il limite di uso finalizzato al mantenimento delle potenzialità delle risorse stesse. Ciò è favorito dalla mancanza di controllo da parte delle comunità locali del proprio territorio e delle sue risorse e dalla gestione imprenditoriale delle stesse. La gestione delle risorse nel mondo contemporaneo è molto delicata. Esse sono in continua riduzione, in uno stato di alterazione, insufficienti a garantire i consumi dei benestanti e la sopravvivenza di una popolazione mondiale in continua crescita. Mettere in diretta relazione le risorse con le comunità locali, avviandone una gestione comune, definendo i consumi in relazione alle disponibilità appare non solo un mezzo per mantenere le diversità culturali ed ambientali ma anche di permetterne un uso congruo alle disponibilità.

Risparmio economico

I soldi accumulati hanno un impatto ambientale minore di quello derivante dall’accumulo di merci. Mentre l’economia antecedente alla società dei consumi era basata sul risparmio, quella contemporanea lo è sull’impegno di tutte le disponibilità degli individui nell’acquisto di merci, anche facendo impegnare il futuro ed anche quando le merci non servono. Le merci da un lato sono lo strumento per prelevare ricchezze, dall’altro per accumularne: ambedue gli usi sono spaventosamente dispendiosi per l’ambiente. (Continua)

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

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Foto di Sabina

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