14/08/08

PREVENZIONE


Perseguire la cultura della prevenzione non è organizzare gite elitarie in luoghi nei quali si sono sfortunatamente verificati fatti tragici. Non è nemmeno costruire templi della memoria e creare figure professionali ad hoc. E neppure ottenere l’alto patrocinio di un Capo dello Stato.
Perseguire la prevenzione è evitare che si generino (o eliminare, se già esistenti) le condizioni ambientali per le quali in un futuro anche remoto si possano ripetere eventi luttuosi. La popolazione di Masi, attraverso il suo comitato, per questo si è battuta. Non per penalizzare l’economia del posto, intralciando con “smanie” ingiustificate lo sviluppo turistico, bensì per pretendere una soluzione alternativa che era (lo sarebbe ancora) del tutto praticabile e che appunto avrebbe evitato (eviterebbe ancora) la generazione, pur remotissima, di quelle anzidette condizioni. Ora che la municipalità di Cavalese, fregandosene “soffertamente” della volontà popolare espressa in maniera palese dai cittadini della frazione, ha deciso che l’invaso artificiale a monte dell’abitato si farà, esprimiamo il nostro più vivo disappunto per l’atteggiamento nel merito tenuto dalla Fondazione Stava 1985. Ché, a dispetto dei suoi nobili scopi statutari, non solo non si è sentita in dovere di schierarsi dalla parte dei masadini, garantendo loro, nella circostanza, un indubbio appoggio strategico, ma anzi, leggiamo, abbia addirittura osteggiato il comitato civico per non apparire preconcettualmente contraria all’opera. Malissimo! La paura è un sentimento umano del tutto legittimo cui è doveroso concedere il massimo rispetto. E proprio questo la Fondazione Stava, anziché criticare chi tale sentimento manifestava, aveva l’obbligo morale di fare. Dopo quanto successo in Fiemme, è legittimo o no, di fronte a un’ipotesi progettuale evocatrice, nella memoria collettiva, di un immane disastro, che la gente pretenda ed esiga alternative tecniche che quel disastro neanche lontanamente facciano ricordare? Il comitato ha ragioni da vendere. Altro che fisime. Perché, checché si dica, l’imponderabile, per sua stessa natura, è sempre possibile. Nessuna misura di sicurezza razionalmente prevista ed adottata e nessun tecnico al mondo lo può scongiurare. Se tanto si considera, il non aver almeno biasimato l’autorizzazione alla costruzione di quel bacino sopra le teste della popolazione corrisponde, a tutti gli effetti, al mancato adempimento di uno dei basilari principi della fondazione che qui di nuovo ricordiamo: “rafforzare la cultura della prevenzione, della corretta gestione del territorio e della sicurezza, la cui mancanza è stata causa di queste ed altre catastrofi.” Noi crediamo che con le parole non si possa sempre scherzare!

L’Orco

13/08/08

ARRESTI DI PRIMA CLASSE


Poniamo che arrestino un tizio, uno sconosciuto che non è Vip e non ha amici Vip, con l’accusa di aver rubato 6 milioni di euro alla collettività rapinando una banca o rubando nelle ville. E che poi lo scarcerino dopo 28 giorni. Giornali e tg sarebbero pieni di commenti indignati di politici e opinionisti contro l’ennesima “scarcerazione facile”. “Rubò 6 milioni, già a casa”. “La polizia li mette dentro, i giudici li mettono fuori”. “Alfano, ispettori contro le toghe buoniste”. “Pdl e Pd uniti: tolleranza zero contro ladri e rapinatori”. Difficilmente a qualcuno verrebbe in mente che il tizio è solo un sospetto rapinatore e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza. Poniamo invece che il tizio accusato di aver sottratto 6 milioni al prossimo sia un politico sospettato di mazzette sulla sanità. Più precisamente un governatore, magari dell’Abruzzo. L'altro ieri ha ottenuto i domiciliari dopo 28 giorni di carcere per cessato pericolo di inquinamento probatorio (ma non di reiterazione del reato). A nessuno è venuto in mente di gridare alla scarcerazione facile, di protestare perché è uscito dopo “appena 28 giorni”. Anzi, qui “facili” erano le manette. Quei 28 giorni sono parsi eccessivi a chiunque si sia espresso sul caso. Parve eccessivo anche il primo giorno di custodia, tant’è che un minuto dopo lo scattare delle manette era già tutto un coro: “Era proprio necessario arrestarlo?”. Eppure, per la Costituzione e la legge, tra il tizio e Del Turco non c’è alcuna differenza: entrambi sono sospettati di aver derubato la cittadinanza della stessa somma, entrambi devono restare in cella per un po’ onde evitare che concordino versioni di comodo con testimoni e coindagati. Possibile, allora, che politici e media li trattino in modi così diversi, anzi opposti? L’unica spiegazione è il razzismo sociale che è venuto montando in Italia, creando una Costituzione materiale che ritiene intoccabili “a prescindere” i membri della Casta, in barba al principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Se il tizio accusato di aver rubato 6 milioni avesse ricevuto in carcere decine di visite di parlamentari e membri (o ex) del governo, di destra e di sinistra, alcuni dei quali latori di pizzini inviati da altri politici, compreso il premier, tutti graniticamente convinti della sua innocenza (e della colpevolezza dei giudici), la notizia avrebbe destato enorme scalpore. Tutti si sarebbero domandati a che titolo tanti politici (ammesso e non concesso che li avessero fatti entrare) solidarizzassero in cella con un signore sospettato di reati tanto gravi e cos’avessero da spartire con uno così. Invece il pellegrinaggio di amici e colleghi nella cella di Del Turco (ufficialmente “in isolamento”!) è passata come una normale, quasi doverosa testimonianza di solidarietà all’illustre recluso. Anzi, è bastato che Veltroni manifestasse la sua fiducia nella magistratura, evitando di emettere sentenze che non gli competono, per esser bollato di “ipocrisia” e “antisocialismo”. L’altro ieri sul Corriere, Pigi Battista ha fornito un catalogo completo del razzismo sociale applicato alla giustizia, in un memorabile commento dal titolo “E se Del Turco fosse innocente?”. Il prode Pigi lacrima perché Del Turco fu “prelevato dalla sua casa all’alba, come il peggiore dei malfattori”. Frase rivelatrice quant’altre mai del doppiopesismo classista di cui sopra: se non ne ricorrono i presupposti di legge, non si arresta né all’alba né al tramonto, né prima né dopo i pasti; ma, se i presupposti ci sono, allora l’orario e le modalità dell’arresto sono del tutto secondari rispetto ai fatti che l’hanno originato. Invece, per tutti i Battista d’Italia, i “signori” - se proprio si vuole arrestarli - meritano le manette di prima classe, quelle di velluto, possibilmente precedute da una telefonata di cortesia. Infatti Pigi chiede addirittura un risarcimento per Del Turco, scarcerato - a suo dire - “con 48 ore di ritardo causa introvabilità del gip”, rientrato ieri dalle ferie per esaminare l’ok dato sabato dalla Procura ai domiciliari. In realtà non c’è stato alcun ritardo, visto che il gip aveva 5 giorni di tempo per rispondere ai pm e ne ha impiegati solo 2. Seguono le solite giaculatorie sulla “presunzione di innocenza”, che non c’entra nulla: la custodia cautelare riguarda sempre i “presunti non colpevoli”, altrimenti non sarebbe cautelare, ma definitiva. In carcere ci sono 30 mila persone nelle condizioni di Del Turco, ma naturalmente Battista si muove solo per Del Turco. E lo paragona addirittura a Enzo Tortora sol perché non s’è ancora scoperto “dove sono andati a finire i proventi” delle presunte mazzette. Ci sarebbe pure la possibilità, sostenuta dai pm, che i soldi siano finiti in alcuni immobili e/o in qualche conto cifrato nei paradisi fiscali. Ma lo Sherlock Holmes di Via Solferino non sente ragioni: se uno - puta caso - nasconde bene la refurtiva, vuol dire che è innocente. Attendiamo con ansia un editoriale dal titolo rovesciato: “E se Del Turco fosse colpevole?”. Cioè se fosse come Craxi, come Contrada, come Mambro e Fioravanti, per citare solo alcuni dei condannati definitivi che Battista e il Corriere continuano a trattare da innocenti. Come pure i 18 pregiudicati, da Dell’Utri in giù, che popolano il Parlamento. Ecco: se Del Turco fosse colpevole, sarebbe innocente lo stesso.

Marco Travaglio

11/08/08

LA CARTINA DI TORNASOLE


Stasera il Consiglio comunale di Cavalese deciderà se concedere alla società Funivie Alpe Cermis l’autorizzazione alla realizzazione, a monte dell’abitato di Masi, di un bacino per l’innevamento artificiale delle piste, della capienza di 30.000 metri cubi. Una decisione che le cronache dei quotidiani locali di ieri annunciano “sofferta”. Da tempo infatti, un comitato civico si sta opponendo con tenacia a quella ipotesi. Sulla pelle di questa valle sono passate la tragedia di Stava e quelle del Cermis. La memoria storica, per fortuna, non ha abbandonato del tutto le menti di chi qui vive. E la paura che la pervicacia possa offendere nuovamente gli dei, nemmeno. La questione all’ordine del giorno è in ballo da circa 8 anni e nel frattempo le pressioni esercitate sui cittadini della frazione di Cavalese, per rompere il fronte del dissenso, immaginiamo siano state forti. Ciò nonostante il 63% della popolazione della frazione, dando prova di un inusuale coraggio civico, ha aderito anche alla seconda petizione promossa dal comitato, ribadendo la propria contrarietà alla nuova opera. Pur tuttavia, il sindaco Cappelletto, che a suo tempo aveva garantito il rispetto della volontà popolare, di fronte alla (inaspettata?) prova di forza della sua gente, ha cambiato idea. Secondo il primo cittadino (che, guardacaso, fa parte anche del consiglio di amministrazione della società funiviaria) ci sarebbero ampie garanzie di sicurezza in merito e poi…ne va del futuro economico del paese e dell’intera valle. Un "refrain" mai udito prima!
Noi ricordiamo al signor Sindaco gli obiettivi che la Fondazione Stava 1985, della quale anche il Comune di Cavalese è socio fondatore, si è data:
mantenere la memoria storica della catastrofe del 19 luglio 1985 in Val di Stava, del 9 ottobre 1963 in Longarone e del 3 febbraio 1998 della funivia del Cermis in Cavalese e, comunque, di disastri dovuti all'incuria dell’uomo;
rafforzare la cultura della prevenzione, della corretta gestione del territorio e della sicurezza, la cui mancanza è stata causa di queste ed altre catastrofi.
Ma altresì gli ricordiamo che all’epoca anche i bacini di Prestavel erano stati ritenuti sicuri. E parimenti il monte Tòc nella valle del Vajont. Anche allora, dietro le forti spinte degli interessi economici, fior di commissioni tecniche, composte di professionisti di chiara fama, avevano garantito, giurato e spergiurato che non ci sarebbero stati problemi! Poi però…
Comunque, a prescindere dalle ragioni di sicurezza, qui ne va del senso più profondo delle parole dette, scritte, ripetute all’infinito e amplificate dai media locali e nazionali. Che ad ogni anniversario, ora a Tesero ora a Cavalese, rimbombano nelle orecchie di chi sordo e immemore non è ancora:
“CHE MAI PIÙ IL PROFITTO PREVALGA SUL RISPETTO DELLA SACRALITÀ DELLA VITA E SULLA DIGNITÀ DELL’UOMO. MAI PIÙ…”
Per questo osiamo sperare che questa sera quel monito possa aleggiare nella sala consiliare del capoluogo fiemmese e che, come in una nuova Pentecoste, piccole fiammelle tremolanti scendano a illuminare di saggezza i consiglieri comunali. E alla fine, per una volta, la volontà dei rappresentanti del popolo riesca a coincidere perfettamente con quella dei rappresentati
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L’Orco

08/08/08

DAI COMPRENSORI ALLE COMUNITA' DI VALLE. UNA RIFORMA PER CHI?


Su gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la lettera che Franco Porta, esponente di Rifondazione Comunista per le valli di Fiemme e Fassa, ha inviato in data 22/07/2008 al coordinatore del collegio dei sindaci del comprensorio C1 Gianni Delladio e al collegio dei sindaci medesimo. Sono considerazioni, tra molti dubbi e improbabili aspettative, sulla riforma (non voluta) dei Comprensori, che saranno sostituiti dalle cosiddette Comunità di Valle.


Ci siamo opposti con forza in consiglio provinciale alla legge istitutiva delle comunità di valle. Vedevamo in queste una operazione tutta dettata dal centro, una specie di Statuto Albertino, dove al popolo che chiedeva democrazia si concedevano, alcune limitate e sempre revocabili facoltà.
La legge è stata approvata e il Partito della Rifondazione Comunista ne prende atto disponendosi a contribuire affinché questi organismi possano effettivamente divenire strumenti di decentramento di poteri e, nello stesso tempo, attraverso una loro gestione veramente democratica, favorire il ritorno della politica anche nelle valli del Trentino. La politica, per noi, è azione di trasformazione della realtà esistente attraverso la formazione e la crescita di culture progettuali che tra loro entrano in relazione, si confrontano, confliggono, si trasformano e trasformano, provocano la partecipazione e il protagonismo di larghe fasce della popolazione. Questo modo di fare ed interpretare la politica, da tempo, è scomparso dalle nostre valli sostituito dalla mera amministrazione dell’esistente, privo di progettualità e teso a provocare una generalizzata delega agli amministratori, che si autoqualificano come tecnici superpartes, come se il governo dei territori fosse una funzione meramente tecnica senza così dare risposte alle reali esigenze della cittadinanza. Dietro questa azione si trova spesso la tutela degli interessi forti che si sviluppa sotto la cappa opprimente di un generale conformismo. Le comunità di valle nascono senza entusiasmo e senza sentimento. Una mera operazione di ingegneria istituzionale confusa e contraddittoria negli obiettivi, priva di qualunque partecipazione popolare alla loro costruzione, incrementando in questo modo l’allontanamento del cittadino dalla vita pubblica, dalla vita politica, minando alla base le regole fondamentali della democrazia. Il PRC, come prima affermavamo, non ritiene utile proseguire nell’opposizione a questi enti intermedi, vuole però tentare di incidere nella loro trasformazione, contrastando un’operazione burocratica finalizzata alla conservazione della odierna classe politica arrivando alla costruzione di organismi permeabili alla partecipazione e al protagonismo della gente che abita le nostre valli e avrebbe il diritto anche di parteciparle attivamente. Noi pensiamo che una volta scelta la strada della costruzione di enti intermedi, quali di fatto sono le comunità di valle, debba essere impedito il tentativo di farne lo strumento di eternizzazione del potere, un potere fine a se stesso e che potrebbe facilmente essere condizionato da poteri forti che nulla hanno a che vedere con una gestione democratica e partecipata della “cosa pubblica”. Noi crediamo che gli statuti delle comunità non possano essere costruiti su canovacci o modelli base predisposti dalla provincia e/o posti in essere dai vecchi comprensori come purtroppo sta accadendo. Se si vuole attuare un processo partecipato lo statuto deve essere predisposto da una vera e propria assemblea costituente eletta a suffragio universale tra i residenti del territorio su cui la comunità insiste e l’elezione deve avvenire con il sistema proporzionale, così come avviene per tutte le assemblee costituenti. Anche il sistema elettorale che sarà adottato successivamente non può che essere proporzionale, ogni altro sistema taglierebbe settori significativi della comunità e deve essere attento a garantire la partecipazione e la rappresentanza anche delle più piccole comunità. Consideriamo, invece, una vera iattura l’adottare il sistema della elezione indiretta, determinata tra l’altro dal sistema maggioritario delle elezioni nei comuni che di fatto mette a tacere qualunque tipo di opposizione; è evidente che l’idea sottesa è quella di un bipartitismo di valle, idea democraticamente debole e facilmente ostaggio di poteri forti, cordate economiche e di chi vuole tentare di condizionare la politica e la Amministrazioni per i propri tornaconti. Noi crediamo che lo statuto debba assicurare e garantire il massimo di trasparenza in tutti i processi decisionali e sfuggire alla tentazione di ripetere la devastante esperienza dei comuni dove nella ripartizione dei poteri il consiglio comunale e i consiglieri si trovano ridotti al ruolo di quelli che alzano la mano durante le votazioni mentre il potere amministrativo e le decisioni politiche che sottendono a tale potere sono saldamente nelle mani del sindaco e (non sempre) della giunta. Lo statuto a nostro avviso dovrà prevedere l’introduzione di istituti di democrazia partecipativa a partire dal cosiddetto bilancio partecipativo (il Bilancio Partecipativo è una forma di partecipazione diretta dei cittadini alla vita della propria comunità). A questo dovrà aggiungersi in sede di consuntivo il cosiddetto bilancio sociale. Attraverso questo strumento si potrà misurare l’effettivo impatto che le politiche sociali hanno determinato sul tessuto sociale della comunità. Dovremo stare molto attenti alla ripartizione delle competenze tra provincia e comunità specie in campo urbanistico, per capire se quanto paventavano imprenditori e OO.SS la duplicazione di competenze determina un aggravio delle procedure, ripetizioni e maggiori lungaggini burocratiche. Nella stesura di un eventuale nuovo statuto, a nostro avviso, dovrà essere tenuto in grande considerazione il rispetto delle pari opportunità (parità di genere, di etnia, di religione, di agibilità politica ed amministrativa etc.); un occhio di riguardo dovrà avere per la tutela del lavoro ed il collegato rispetto per l’ambiente; rispetto per le fonti idriche che devono essere di gestione pubblica e protette dal continuo assalto di chi vuole privatizzare questo indispensabile bene comune; rispetto e recupero delle idee che hanno portato alla nascita della Magnifica Comunità di Fiemme, grande esempio di democrazia e che purtroppo ultimamente ha spesso dimenticato la sua peculiarità, la sua storia e le motivazioni che secoli fa ne avevano sancito la nascita; rispetto del principio di sussidiarietà che proprio una elezione indiretta della comunità di valle andrebbe ad inficiare; rispetto di quell’idea di autonomia che in Trentino è molto forte ma che spesso, manovre centraliste come questa che mira a blindare ed impermeabilizzare la nascente comunità, la trasformano in scatola vuota ed impediscono al cittadino di decidere “autonomamente” il futuro della valle in cui vive; la ragione propria del diritto all’autonomia dei trentini poggia sulla loro secolare tradizione all’auto governo. In Trentino, e possiamo risalire alle carte di regola, questo popolo ha esercitato sempre funzioni di autogoverno. Questa tradizione secolare di capacità di autogoverno ha formato la gente trentina e proprio per questa capacità acquisita nei secoli, l’esercizio dell’autonomia speciale ha dato i buoni risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Oggi l’autonomia trentina subisce incalzanti attacchi da rappresentanti dei governi di regioni limitrofe, che per giustificare i propri fallimenti, imputano ai governi centrali di aver concesso ingiusti privilegi alla nostra autonomia, chiedendone la riduzione o eguale trattamento. Come possiamo rispondere a questi attacchi, tra l’altro del tutto prevedibili, una volta che noi stessi abbiamo indebolito le ragioni della nostra specialità svuotando la provincia e le sue realtà periferiche, fino a farne un vuoto e inutile contenitore. Proprio nell’era di una globalizzazione che tende a uniformare i territori, spianandone peculiarità culturali, paesaggistiche e di produzioni per differenziarli esclusivamente sulla base della competitività di costi e quindi delle opportunità di profitto, noi dobbiamo rilanciare e valorizzare le differenze e le particolarità di questo territorio. La strada più utile passa per la partecipazione diretta del cittadino. La domanda che viene di conseguenza è se per affrontare queste sfide ci servono o sono un ostacolo i 223 comuni che abbiamo voluto riconquistarci all’indomani del crollo della dittatura fascista che li aveva drasticamente e brutalmente ridotti. Crediamo che proprio lì stia la risorsa, che quella sia la palestra che ha formato la nostra capacità di autogoverno. Pensiamo che anni di centralismo della provincia abbiano indebolito e prosciugato questa risorsa. Proprio il modo come la provincia ha trattato questi comuni, li abbia resi meno capaci di auto governo. La loro minorità è stata deliberatamente perseguita. Proprio da queste considerazioni diventa imprescindibile la costituzione di un organismo più democratico, più partecipato ed eletto proporzionalmente e direttamente dalla popolazione. La riforma, diceva Bressanini, deve essere a costo zero cosa che riteniamo assai difficile specialmente con la tendenza dell’amministrazione provinciale a scaricare il welfare proprio sulle nascenti comunità e l’esperienza ci fa dubitare proprio perché per risparmiare si parla già di esternalizzazioni e privatizzazioni che vanno tutte a danno del cittadino (vedi ITEA). Le comunità di valle non devono essere creazione artificiale ma organismo vivo e partecipato dalla gente e per la gente. In conclusione questa riforma per come è stata costruita e se non verrà resa più democratica, più partecipata sarà un danno per la capacità di auto governo della gente trentina, per le conseguenze sociali che produrrà. Si rischia di costruire una riforma regressiva, che evidenzia la crisi della politica, l’incapacità dei governanti di scommettere sui governati ai quali invece si sequestra la possibilità di partecipare e di essere protagonisti dei propri destini. In estrema sintesi può nascere una riforma dannosa per l’autonomia del Trentino quando oggi abbiamo bisogno di più autogoverno, di più partecipazione e di una nuova stagione “autonomistica”.

Franco Porta

05/08/08

TESERO E LE SUE ASSOCIAZIONI


Come osservava qualche tempo fa, con compiaciuto orgoglio campanilistico, il reverendo signor Parroco, Tesero detiene un primato molto particolare. È il paese al mondo con la più alta densità di associazioni volontaristiche. Un paese sì picciol, eppur così virtuoso. Ohhh, meraviglia! 2.800 cristiani (cristiano più, cristiano meno) dediti in grandissima parte al bene comune, al darsi agli altri, alla filantropia. Sulle prime si potrebbe pensare che questa peculiarità, seppur prodigiosa, sia il frutto di una più unica che rara felice coincidenza. E forse così è. Ma c’è dell’altro, ancora più incredibile, che fa pensare. Cioè il fatto che tale primato continui a incrementarsi. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. A Tesero è uno sbocciare incessante di nuovi sodalizi. Eccone un breve e incompleto elenco: Corpo Volontario VV.FF., Cai Sat, Soccorso Alpino, Amici della Terra, Banda Sociale Erminio Deflorian, Bandin Francesco Delladio, Coro Santa Cecilia, Corale Sant’Eliseo, Coro Genzianella, Coro Slavaz, Coro Mille Note di Mirian Vinante, Coro Giovanile, Filodrammatica Lucio Deflorian, Unione Sportiva Cornacci, Associazione Mola Mae, Associazione Corte de Tieser, Circolo scacchistico Zatrikion, Associazione danzatori infantili (Baby Dance), Gruppo Fer-modellistico Fabio Vinante, Associazione contadina dilettanti Mi.Sa.Po., Gruppo storico Astrofili Fiemme – colonna Mario Vinante, Avis, Admo, Associazione Volontari amici de le Garnette, Associazione Cacciatori, Gruppo di Discussione Critica, Associazione Volontari amici de le Calvese, Pesca sportiva, Tennis Club Aleci, Bocciofila Zeni & Zeni, Amici del calcetto Be.Bo.De.Sa., Assaggiatori Anonimi Formae de Casa Mario Delladio, Consorzio ONLUS Apicoltori Piaso, Micofili Liberi Sandrino Vinante, Malghe e Pascoli, Libera Associazione Silenziosi Tresselume, Reduci di Medjugorie Sottopedonda, Associazione Nazionale Alpini, Associazione Nazionale Fanti, Associazione Nazionale Bersaglieri, Carabinieri in pensione, Podisti & Poltroni, Amanti della Ferrari, Amanti de la Lupa, Gruppo sportivo Tamburello, Associazione Imboccatori Volontari Ricovero, Amici del Presepio, Parapendisti de Bossedèl, Passeggiatori Promenae del Fante, Moto Club Merisol, Orsi del Dàrdel, Orsi da Lago, Circolo de la Banca Parlante Via 4 Novembre, Gruppo di preghiera “Amici de la Cros dei Piani da Fia”, Vergini de la bòna sera Gineceo Begnesin, Oranti del Rosari de Val Todesca, Gruppo notturno Taja Frasseni de Trafugo, Amatori Siezeri “Niente bòn slombele”, eccetera, eccetera, eccetera. Una lista sterminata che nessun altro paese o città al mondo può vantare. Ma, come dice il proverbio, non c’è rosa senza spine. L’incremento incessante di nuove associazioni pone seri problemi alla municipalità perché il volontariato sarà pure volontario ma un po’ di riconoscenza è pur giusto che gli ritorni. Nessuno ovviamente pretende la luna, ci mancherebbe! Ma un po’ di visibilità e un po’ di prestigio, questo sì. Altrimenti buttatevelo via voi il tempo libero, ostrega!. Dunque che almeno l’ente pubblico, che da tutte queste benemerite associazioni trae un indiretto beneficio d’immagine, abbia la bontà di dare debita luce a chi esse rappresenta ed assecondi le richieste d’aiuto logistiche e finanziarie che ognuna giustamente sottopone e pretende. Per fortuna la più impellente necessità di ogni sodalizio, il Presidente, viene di solito direttamente auto-soddisfatta in economia e senza spese (Tesero, ad oggi, annovera ben 204 presidenti di qualcosa). Fatto quindi a gratis il papa, c’è però poi bisogno di una sede sociale, di una direzione, di una segreteria, di un telefono, di un fax, di un p.c., di un sito web, di un indirizzo di posta elettronica, di materiale di cancelleria, eccetera. Ogni buon teserano, spero, converrà che mettere a disposizione almeno questo, sia il minimo che la comunità tutta, idealmente rappresentata dall’Amministrazione comunale, debba riconoscere a cotanto esercito di benefattori sociali. Ciò sacrosantamente appurato e considerato, al Comune resta la non facile quadratura del cerchio, tra la “fame” che aumenta e il ristagno o addirittura il decremento delle disponibilità. Un bel problema davvero. Insomma, onore al merito e lunga vita all'associazionismo da record di Tesero. Che Dio lo protegga e gliela mandi buona, sperando che la zuppa, non più grassissima, che ancora bolle nel pentolone delle finanze pubbliche locali, non si esaurisca all’improvviso.
A noi, misantropi e lontani osservatori, poco propensi alla spiccia semplificazione, la bella favola però non convince del tutto. Restano ancora degli interrogativi irrisolti. Sentiamo che qualcosa di più profondo si nasconde dietro quelle innumerevoli presidenze e quelle gratuite profusioni di bene. Ma cosa? la voglia di riconoscenza? la prospettiva di un’ascesa nella scala sociale? di una stele con l’effigie in Piazza Battisti per passare alla storia? O semplicemente la speranza di un occhio di riguardo nei confronti di un parente, per un posto in comune, in cooperativa o in cassa rurale? No, no. Troppo semplice. Il rovello morde ancora. Dobbiamo capire. La nostra curiosità ci spinge sin sulla porta della psicanalisi. Bussiamo. Ci viene aperto. Chiediamo ad un’amica psicologa di spiegarci nei termini più semplici possibili il movente di codeste benemerite agitazioni popolari. Ecco, cosa ci svela l’impietoso responso scientifico: “Trattasi di una rara forma di mitomania compulsiva collettiva. Caratteristica, anche se non frequente, delle comunità ricche e decadenti. È l’effetto di una reazione inconscia. Un rifuggire dall’ “orror vacui”, dal malessere profondo dietro l’apparente benessere di superficie, che nasconde una vita troppo sazia e perfettamente programmata, scandita da ritmi insostenibili e innaturali, che omologa e porta velocemente alla trasformazione dell’individuo in clone, in un “ripetuto” privo di autonoma personalità.

Ario

02/08/08

DACCI OGGI IL NOSTRO DOPING QUOTIDIANO


Nulla dies sine linea, diceva Plinio il Vecchio riferendosi al pittore Apelle (figlio di Apollo ecc.ecc. nella giaculatoria di noi ragazzi…) che non faceva passare giorno senza dipingere almeno un po’. Nessun giorno senza doping, è invece la testatina aggiustata per l’occasione dopo l’ennesimo caso. Stavolta tocca al campione di fioretto Andrea Baldini, ”scaricato” ieri in extremis come si legge dall’aereo a 5 cerchi per Pechino. Ier l’altro era capitato alla campionessa mondiale in carica di bici su strada, Marta Bastianelli, subito prima a due giovani ciclisti, prima ancora al famoso Riccò forse in coppia con Piepoli. Riccò si è liberato pare con una piena confessione. Ma che si è liberato? La coscienza, forse, non il suo corpo di atleta a base di epo (ovvero c.e.r.a., l’epo di terza generazione) e neppure la psiche se ha aggiunto riferendosi ai più sofisticati controlli del Tour : “non pensavo proprio che mi beccassero”. Siamo sicuri che uno così, che non sembra avvertire la soma della colpa etico-sportiva, alla faccia della lealtà e del resto in un settore ormai fatto solo di business, non sia pronto a ricominciare? E fino alla Bastianelli la stanca e distratta opinione pubblica aveva recintato nel ciclismo la “sporca faccenda”. Ma adesso ci si mette la scherma, e forse non è finita qui, mentre mischiate alle cronache sportive arrivano zaffate farmacologiche e terminologiche come il flurosemide (diuretico per Baldini) o la flenfluramina (stimolante per perdere peso per la Bastianelli). Per carità, non è soltanto un problema italiano se contemporaneamente una pattuglia di atlete russe viene pesata, incartata e rimandata a casa invece che a Pechino per gli stessi motivi. Per carità, in qualche modo e misura (ma molto meno) il doping c’è sempre stato, e appunto viene immagazzinato ormai come una rubrica giornalistica, nulla dies senza doping…. Ma si tratta soltanto di sportivi professionisti, che più o meno razionalmente fanno strame dell’idea di sport per “fare meglio il loro lavoro” con un aiutino, o aiutone, e guadagnare di più? Non credo proprio. Nulla dies senza doping neppure per i dilettanti, gli amatori, i veterani che dovrebbero aver sale in zucca, che corrano a piedi o in bici, sollevino pesi, facciano palestra. E nulla dies senza qualche forma di doping neppure e soprattutto per i giovani, gli adolescenti, i bambini, ormai “rotti a tutto” fin dall’inizio in una complicità ambientale da parte di tecnici, medici, dirigenti, atleti più anziani e genitori distratti o correi, ecc., che ricorda la famosa “dazione ambientale” di Di Pietro per Tangentopoli e quel mischiume di corruzione/concussione i cui effetti sono anche oggi e sempre di più sotto i nostri occhi, naturalmente a condizione che li si voglia vedere. Ma una società “sportiva” (ormai la virgolettatura è d’obbligo) dopata alle fondamenta rimanda a una società allargata che la contiene, la influenza e ne viene influenzata che invece è “fortunatamente” senza doping? Ma su, coraggio, forza con la lettura di una realtà davvero patente e cruenta per le vittime che miete. Nulla dies senza droga in Italia, ormai, per tutte le classi sociali, dai maggiori in grado le cui auree famiglie una volta erano più discrete nell’uso e abuso di cocaina mentre i loro nipoti di oggi ne fanno praticamente i testimonial, alle fasce più povere e disperate. Nulla dies senza droga, come sempre più impietosamente ci ricordano i dati Istat o le ricerche Eurispes e i relativi Ministri degli Interni, siano Amato di centro-sinistra piuttosto che Maroni di centro-destra. Nulla dies senza droga e droghe come testimoniano gli sballi in discoteca e gli ultimi ritrovati nel campo degli stupefacenti, termine questo ormai da aggiornare perché non meraviglia più nessuno, come il doping diventato una sorta di “priming”, di variabile dipendente e prioritaria nel praticare lo sport. Ma anche nulla dies senza droghe al volante, giacché una delle ragioni più ricorrenti per gli incidenti in auto e in moto è lo stadio di alterazione da droga degli autisti e dei piloti, a qualunque età ma con la soglia anagrafica sempre più bassa. Sapevate per esempio a proposito di anagrafe che in Italia i ragazzini, i più acerbi d’Europa, cominciano a bere alcolici ormai a undici anni? Che altro è tutto questo se non anche, ripeto anche, l’altra faccia di una mancanza di identità personale e professionale, di una fiducia in se stessi ai minimi termini, di una pressoché totale assenza di quella meritocrazia che almeno rimette ordine nelle cose e ridà loro valore? Il doping nello sport, le droghe nella vita sono supplenti di tutto il resto e naturalmente forniscono gli estremi riconoscibili di una sconfitta del singolo e della collettività. E’ uno sconfitto Riccò, come gli altri, sono sconfitti i giovani che si sperdono nella droga e fanno vittime a partire da loro stessi, è sconfitta una comunità in senso lato che ormai non ci faccia più caso e derubrichi doping e droga (due facce della stessa medaglia) a “prezzo da pagare”. Ma chi l’ha detto,e perché? E non è soltanto una questione morale o etica, di rapporto con sé, con gli altri, con le regole del gioco continuamente violate ma senza senso di colpa alcuno, ormai. E’ proprio una questione logistica, di sopravvivenza più generale. Con il doping lo sport muore, dunque tolleranza zero per l’antidoping. Benissimo. Ma a che sarà servito se un metro più in là l’impiegato o il muratore che alza la propria soglia di sopportazione della realtà quotidiana con una dose seguiterà a venir assorbito/ignorato/usato come “uno nella norma”, da nulla dies senza droga?

Oliviero Beha

01/08/08

AIUTO! LA FALLACI CI FA UNA SAGA!


Allarme rosso. Sta per essere sganciato nelle librerie italiane il libro postumo di Oriana Fallaci. Ha più pagine della guida del telefono ma è molto meno divertente, è più melodrammatico e il Corriere ne parla molto bene dato che se le cose vanno come si spera la Rizzoli pagherà gli stipendi dei prossimi anni grazie a questo polpettone di 823 pagine presentato come una grande saga. E’ la storia degli antenati della Fallaci, c’è quella che manda affanculo Napoleone, c’è quello che sgozza venti algerini e via di questo passo, come vedete si tratta sempre di gesti molto misurati, in perfetto stile Fallaci. Lei chiama i suoi antenati "arcavoli", insomma, scrive degli arcavoli suoi, ma leggere il libro sono arcazzi nostri. E infatti già compaiono nelle cronache gli effetti collaterali del nuovo libro. Un pensionato di Foggia si è procurato un’ernia del disco soltanto portandolo fuori dalla libreria. A Udine, un fan della Fallaci ha chiesto indietro i soldi al libraio una volta constatato che nelle prime cinquanta pagine non si dà ancora dello stronzo a nessuno. L’edizione araba avrà un meccanismo esplosivo che ucciderà chi lo legge (ma scattando soltanto a metà volume, si suppone che non morirà nessuno). Se le cose vanno male, i volumi invenduti saranno impilati e regalati alla città di New York per formare due nuove torri gemelle. In ogni caso per ora la critica è unanime. Il Corriere della Sera ne ha parlato molto bene (è lo stesso editore del libro). Il Magazine del Corriere della Sera ne ha parlato molto bene (è lo stesso editore del libro). Nelle altre redazioni non si è ancora deciso chi deve leggerlo e recensirlo, ma i maggiori critici letterari hanno chiesto un’assicurazione contro l’orchite. Eroicamente, questo piccolo sito si immolerà per voi: appena mi prestano un furgone andrò a comprarlo e vi illuminerò sui moltissimi personaggi. Arcavoli della Fallaci. Arcazzi miei. Nella foto, il libro postumo della Fallaci. Costa 25 euro, con i quali potreste più costruttivamente comprare 50 chupa-chups.

Alessandro Robecchi

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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