14/04/12

CI VUOLE CULTURA




La ferrovia rappresenta un’importantissima occasione per ridefinire l’assetto di un territorio ed un generatore di attività. Marco Paolini e Paolo Rumiz nel libro “L’Italia in seconda classe“ dopo aver viaggiato per un anno a bordo dei treni delle linee secondarie, nel raccontare le loro esperienze giungono alla conclusione che dove arriva la ferrovia il territorio vive mentre dove essa muore anche il territorio subisce un’involuzione. Da questo ragionamento coniano lo slogan “Il treno, non l’aereo , ha fatto l’Italia” Il dibattito che ruota attorno alla proposta di dotare la Provincia di Trento di una moderna rete di ferrovie locali occupa quasi giornalmente le pagine degli organi d’informazione e ciò è sicuramente positivo. L’obiettivo che i sostenitori di questa soluzione devono porsi è quello di convincere i territori su una questione fondamentale; la ferrovia rappresenta un ulteriore costo per la società o al contrario un investimento? Nel corso di alcuni decenni sono stati spese migliaia di miliardi di Lire e successivamente miliardi di Euro nella realizzazione di strade. Ad esse vanno associate tutte le spese per la loro gestione e tutti i costi che la società quotidianamente paga ad esempio per gli incidenti stradali, per i danni da inquinamento, per la sottrazione di territorio alle attività umane. Le strade hanno sicuramente creato comunità ma hanno trascinato con sé un altro fenomeno che è quello della costante crescita del traffico con evidenti segnali di rischio della paralisi del territorio. Il 27 novembre 1891 il Podestà di Trento Paolo Oss Mazzurana in una lettera inviata al Consigliere aulico Giovanelli scriveva: “Le valli del Trentino sono bensì percorse da strade, la cui costruzione costò enormi sacrifici, ma queste non bastano più a sopperire alle odierne esigenze di traffico, perché troppo costoso e troppo lento è sulle strade il trasporto delle persone e delle merci, cosicché resta inceppato il traffico locale e l’affluenza dei visitatori foresti, la quale è divenuta ormai la principale risorsa dei paesi alpini. A questo bisogno non possono sopperire che le linee ferroviarie...” A distanza di più di cento anni ci troviamo a fare le stesse considerazioni. Come definire la ferrovia un costo se ancora oggi non si è iniziato a fare un concreto programma di realizzazione di nuove ferrovie nel Trentino? Dinanzi a questo situazione, poniamoci la prima vera domanda: quanto è costato e quanto ci costa oggi non avere il treno? Se dunque si vuole guardare al domani il ragionamento sulla mobilità ferroviaria non solo deve fare tesoro del passato ma prendere in considerazioni le sfide del futuro. Ciò significa metter sul tavolo della discussione nuovi elementi di riflessione. Alcuni di questi riguardano il Libro Bianco 2011 sui Trasporti adottato dall’ Unione Europea, la necessaria riduzione delle emissioni inquinanti, la crescita del costo dei carburanti per autotrazione, la necessità di contenere la spesa pubblica. Con il Libro Bianco europeo sui trasporti l’U.E considera il settore dei trasporti una priorità e lo strumento per rendere più sostenibili ed efficienti i trasporti negli Stati membri. L’obiettivo è giungere alla realizzazione di un sistema di trasporti moderno e competitivo stimolando crescita economica ed occupazione. Il Libro in oggetto identifica degli obiettivi specifici che dovranno essere funzionali anche per le realtà locali. Cito tra questi la necessità che oltre il 50% del trasporto passeggeri nel medio raggio dovrà avvenire su rotaia, il collegamento di tutti gli aeroporti principali alla rete ferroviaria, l’applicazione dei principi generali “ pagamento in base all’utilizzo” e “chi inquina paga”, l’ottenimento nei maggiori centri urbani di un trasporto a emissioni zero, l’azzeramento del numero di vittime degli incidenti stradali. Se prendiamo gli obiettivi citati e cerchiamo una corrispondenza nelle decisioni che stanno maturando nella realtà trentina ci accorgiamo che ci si sta orientando progressivamente in questa direzione. Solo che dalle parole si deve passare ai fatti. L’accantonamento della costosa ipotesi VAL (Veicolo Automatizzato leggero) per la mobilità della città di Trento, la bocciatura della sperimentazione degli autobus a guida ottica CIVIS che già in precedenza a Bologna si erano rilevati fallimentari, ha portato ad orientarsi al potenziamento delle ferrovie Trento-Malè e Valsugana con l’obiettivo di trasformarle in metropolitane di superficie giungendo ad una integrazione e miglioramento del servizio offerto dalle linee di trasporto presenti sul territorio. Si tratta insomma di mettere in rete la linea ferroviaria del Brennero, della Valsugana e della Trento-Malè usando come nodo centrale la stazione ferroviaria di Trento, potenziando fermate esistenti e creandone di nuove. Così operando le linee ferroviarie possono garantire con minimi interventi infrastrutturali frequenze di 10-12 minuti sugli assi Lavis-Pergine e Lavis-Mattarello che, adeguatamente sovrapposte, consentono una frequenza di 5-6 minuti sulla tratta centrale comunale, con un’offerta di servizio ottima per le necessità urbane di Trento. Ciò corrisponde esattamente a quanto proposto nello studio Qnex commissionato da Transdolomites per la proposta ferroviaria del collegamento Trento – Penia di Canazei. Ed in questo contesto di metropolitana di superficie andrebbe ad inserirsi la stessa ferrovia dell’Avisio. Questo approccio porterà anche a cancellare il concetto di mobilità urbana/locale e extraurbana/provinciale attualmente in vigore ma inefficienti perché scollegati per arrivare a parlare di una mobilità totale perché città / provincia e viceversa sarebbero collegati attraverso una rete e servizio comune. Questa ridefinizione del territorio porta automaticamente al secondo punto, quello dell’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico. La Commissione europea ha proposto alla Corte europea di Giustizia dell’Unione Europea di esprimersi sullo sforamento continuo dei limiti d’inquinamento realizzato dall’Italia e da alcune aree del Trentino tra le quali figura anche la città di Trento. La Corte di Giustizia Europea ha di fatto stabilito un “diritto all’aria pulita” esigibile per via giudiziaria appellandosi alla Direttiva 2008/50 la quale in sintesi definisce e stabilisce obiettivi di qualità dell’aria al fine di evitare, prevenire e ridurre gli effetti nocivi per la salute umana e per l’ambiente in generale. Monitoraggio della situazione ambientale non solo riservato alle città ma al territorio in generale. Sotto il profilo della strategia da adottare gli obiettivi per le città è di dimezzare entro il 2030 l’uso dell’auto a trazione convenzionale e del tutto entro il 2050. Nelle città principali dovranno essere operativi sistemi di logistica urbana a zero emissioni di C02 entro il 2030. Gli interventi proposti precedentemente permetteranno di soddisfare le condizioni imposte dalla Direttiva europea rendendo tale rete ferroviaria operativa con larga anticipo se l’operazione dovesse prendere avvio in tempi brevi permettendo il raggiungimento di Trento e viceversa della periferia e la mobilità all’interno delle valli stesse utilizzando sempre lo stesso mezzo, ossia il treno. Concretizzata tale condizione, ovvia la risposta alle necessità giornaliere dei cittadini legate al costo dei carburanti. Oggi la benzina a 2 Euro fa notizia. Non lo sarà fra uno o più anni quando questo importo sarà solo un ricordo perché il destino dei costi dei carburanti sarà quello di una crescita esponenziale nei prossimi anni. Ad influire sul loro costo non saranno tanto le accise, quanto il divario sempre maggiore che si creerà tra la richiesta mondiale di petrolio e la sua disponibilità sul mercato. Oggi in molte famiglie si lavora per il mantenimento dell’auto con un peso economico che già ora è difficilmente sopportabile. Pensare che la ripresa economica debba passare attraverso la loro capacità di spendere è utopia se le famiglie non verranno scaricate da quelle spese che propriamente non le spetterebbero. Una efficace politica della mobilità dovrà rispondere a questi requisiti ed il senso di creare una rete capillare di ferrovie locali deve porsi quest’obiettivo. Ecco allora spiegato perché ad esempio nella proposta di collegamento ferroviario Trento-Penia vanno individuate due priorità: la ferrovia di collegamento ai paesi integrata dai piani della mobilità locali e l’accesso a Trento per soddisfare i punti precedenti e creare uno spazio di libera circolazione senza rotture di carico. Ragionare a gabbie separate creando discontinuità nei collegamenti produrrà solo il risultato di fare dell’auto una scelta irrinunciabile. Ultima tappa di questo percorso porta al tema di un uso più razionale dei soldi pubblici . Una lettura del ruolo della ferrovia così impostato dovrebbe da subito comprendere che il treno non è solo un mezzo per spostare gente . E’ molto di più ed è questo che deve farci intendere tale opportunità non come un costo bensì un investimento per il territorio. Con esso significa creare un sistema di pari opportunità che pone ogni punto del territorio nelle condizioni di accedere in poco tempo ai servizi in esso operanti traendone dei benefici; impianto di risalita, ospedale, scuola, centro commerciale, piscina, cinema, eccetera. Questo significa che se prima la frammentazione del territorio o i campanilismi chiedevano la realizzazione si strutture di per sé simili nel raggio di pochi chilometri, con la ferrovia tutto questo verrebbe rivoluzionato. Si avrebbe un uso migliore dell’esistente, si ingrandirebbe il bacino di utenza che verrebbe servito contribuendo alla riduzione dei costi di gestione, vi sarebbe un maggior beneficio sociale per via del più facile accesso ai servizi. Pari opportunità che farebbero di tutta la provincia un solo comune grazie all’abbattimento delle attuali barriere per la mobilità. Anche il turismo ne trarrebbe vantaggio perché troppo spesso si guarda al turista lontano centinaia di chilometri e dimentichiamo che il vero potenziale, 365 giorni all’anno, è in casa nostra.


Massimo Girardi - Presidente di Transdolomites

29/03/12

B.P.

12/03/12

PEOPLE-MOVER? E' SOLO SABOTAGGIO MEDIATICO.



L'intervista rilasciata sul Trentino di mercoledì 7 marzo da Riccardo Franceschetti, presidente della Commissione mobilità del Comun General della Val di Fassa, riguardo l'ipotesi people-mover per l'intera valle, è la dimostrazione di quanto la Commissione sia lontana da quanto sta avvenendo a non molti chilometri da noi. Se Franceschetti ed i membri della commissione in questione avessero seguito i convegni promossi da Transdolomites nei quali numerosi esperti di mobilità ferroviaria si sono confrontati, sicuramente l'idea della differenza che corre tra una ferrovia ed un sistema di mobilità automatizzata, quale è il people-mover, sarebbe molto più chiara. Negli anni scorsi l'ipotesi di una simile soluzione era stata presa in considerazione dal comune di Trento (appunto il VAL). Questo sino a quando non fu più possibile nascondere gli alti costi di realizzazione e gestione di un simile sistema. Fatto sta che ora questa soluzione è stata accantonata a favore della mobilità su ferro e gli orientamenti che si sono potuti leggere dalle cronache dei giornali si dirigono nella direzione della proposta contenuto nello studio Qnex su incarico di Transdolomites. Anche a Bolzano nel ragionamento per una soluzione di mobilità tra la città ed il territorio di Caldaro la stessa soluzione VAL era stata presa in considerazione. Tutti i comuni interessati dalla proposta si sono però schierati all'unanimità per la tramvia. Il people-mover è un veicolo privo di conducente che necessita di sede propria la quale per motivi di sicurezza deve essere fisicamente separata dall'ambiente. Esso deve perciò seguire il percorso in galleria, viadotto o a raso con linea recintata. Non sono possibili attraversamenti a raso della linea. Franceschetti dichiara che la ferrovia taglia in due la valle ma a contraddirlo in modo efficace è la foto riportata dallo stesso articolo che ben evidenzia la sede nella quale si muove il veicolo e la barriera che lo separa dal territorio. Ciò significa che se in val di Fassa si realizzasse una cosa simile sarebbe come realizzare il muro di Berlino, tagliando in due la valle e creando una barriera insormontabile per la gente e la fauna. E' forse coerenza vantarsi di avere un territorio riconosciuto come patrimonio UNESCO e poi andare a proporre un’ipotesi che devasterebbe la valle in modo irreparabile? Questo invece non accade per la ferrovia che al contrario in ambiente urbano ed extraurbano è permeabile e permette gli attraversamenti a raso. Nelle ferrovie di montagna la fauna ha da sempre imparato a convivere con esse. Altro aspetto fondamentale: il people-mover è nato nella città di Lille in Francia con 225.000 abitanti; se si vanno a leggere le presentazioni ufficiali di questo sistema esso risulta essere competitivo in città medio-grandi dai 250.000 a 1.000.000 di abitanti. Lontano perciò il raffronto con la situazione della val di Fassa. I costi per la costruzione di un simile sistema di mobilità sono superiori rispetto alla tramvia e di gran lunga superiori quelli della manutenzione. A Torino ove è in funzione il veicolo automatizzato per poco meno di 10 chilometri di linea lavorano 150 persone tra officina, controllo, manutenzione. Per fare un paragone, sulla Trento-Malè con un percorso di 65 chilometri lavorano 145 persone. Ciò che deve far riflettere è che se lo stesso costruttore sconsiglia la realizzazione di una simile infrastruttura qualora non ve ne siano le condizioni ambientali, per quale motivo in val di Fassa che quelle condizioni non ci sono, lo si sponsorizza? Mi scrivono inoltre da Perugia, ove è in esercizio una analoga soluzione, che essa comporta un deficit giornaliero per le casse comunali di ben 25.000 Euro. Altro aspetto non secondario: su questi veicoli è vietato far salire bambini sotto i 12 anni se non accompagnati e non è possibile caricare le bici. Inoltre, per le severe normative di sicurezza se un solo veicolo presenta un problema tecnico si deve bloccare tutto il sistema e ciò significa bloccare tutta la valle. E poi, lo sa Franceschetti che in Val di Fassa nevica e gela e che queste soluzioni non sono proponibili per i nostri ambienti? Lo sa che per le nostre condizioni invernali si renderebbe necessario costruire dei tunnel artificiali esterni per proteggere la linea dalla neve? E tutto ciò non è un impatto, non è un costo? Ciò che serve è una soluzione che offra mobilità per tutti e solo una moderna ferrovia può garantire queste condizioni. Serve una soluzione che non porti a rotture di carico e che sia concorrenziale con l'auto privata. Non certo le giostre. Non è poi vero che la ferrovia non è flessibile. Lo si poteva dire una volta ma oggi la tecnologia ferroviaria ha fatto passi da gigante ed il servizio ferroviario oggi ha una maggiore flessibilità. Karlsruhe ne è un esempio, così come anche in Italia ci sono esempi di ferrovia leggere e di successo che coniugano egregiamente il servizio urbano con quello extraurbano utilizzando lo stesso mezzo. Vengo poi all'occupazione di territorio. La Val Gardena guarda con determinazione alla ferrovia perché essa è una valle lunga e stretta e per questo motivo la si ritiene la soluzione ottimale. Qui si dice che la val di Fassa è lunga e stretta e la ferrovia non ci sta. A parte il fatto che ciò non è per niente vero ed è stato dimostrato dagli ingegneri ferroviari che sono venuti in valle in sopraluogo, va detto però che un people-mover ha bisogno di più spazio rispetto alla ferrovia. Non molto di più, ma se a detta di qualcuno non ci starebbe la ferrovia, come fa a starci l'altra ipotesi? E poi con la Marcialonga come la mettiamo egregio Presidente Alfredo Weiss, pure lei membro della Commissione mobilità? Con una ferrovia tradizionale come estrema ratio la ferrovia si può chiudere per quel giorno ed il percorso può passare a raso la linea, ma con un veicolo automatizzato la Marcialonga in val di Fassa ce la possiamo scordare. Non è che forse Marcialonga è ‘usata’ per contrastare la questione mobilità? Ultimo appunto. Se Franceschetti avesse letto lo studio Qnex ed avesse fatto un corretto raffronto con Metroland avrebbe capito che i tempi del treno dell'Avisio sono inferiori a quelli di Metroland perché il tempo di viaggio non è solo quello dato dal momento nel quale si sale a bordo ma da quando si parte da casa e si arriva a destinazione. Non ha nemmeno capito che le priorità della val di Fassa sono due; Il collegamento capillare con i paesi e da qui l'offerta di una ferrovia che ferma in ogni paese e in seconda istanza anche il collegamento con Trento. Ecco perché sostengo che la ferrovia debba essere realizzata a partire da Penia per raggiungere Cavalese e per poi proseguire successivamente verso Trento. In val Venosta tra Merano e Malles si trasporteranno con quest’anno circa tre milioni di persone ma la priorità della val Venosta è il collegamento con Bolzano. In conclusione ben venga ogni contributo ma se ci balocchiamo dinanzi a proposte fuori luogo l'impressione è che si cerchi solo di perdere tempo o che non vi sia la volontà di fare nulla. Ed invece tempo da perdere non ce n'è.

Massimo Girardi

10/03/12

PAPI



Caro Orco, chiedo ospitalità al tuo blog per raccontare un fatto accaduto recentemente in paese. Premetto che non mi firmerò perché, come hai più volte scritto, qui la firma è tabù e anch’io di conseguenza mi sono dovuto adeguare.
E’ successo che un genitore (di quelli che tu includi nella categoria dei “papà e delle mamme terribili”), sportivo, che farebbe la sky race tre volte in settimana senza vacillare, l’altro giorno, colto da una vigilessa in sosta vietata e col motore acceso nei pressi dell’asilo, si è beccato una bella multa. La chiacchiera riferiva che quel papi, dopo aver scaricato il proprio figlio, stava conversando tranquillamente da oltre un quarto d’ora, mentre il motore del suo pulmino regalava ai passanti aria buona. La vigilessa che presidiava la zona dopo aver atteso per un po’ che quella persona girasse la chiavetta dell’avviamento, interveniva a ragion veduta e, come previsto dal codice della strada, comminava la sanzione. Questo il fatto. L’incredibile però è quanto accaduto dopo. Quel papà non si è affatto perso d’animo e anziché ravvedersi della mancanza di rispetto nei confronti di quei bambini che non erano in auto ma passavano accompagnati a piedi con la bocca e le narici all’altezza dello scappamento della sua auto, ha deciso di promuovere una raccolta di firme. Per far che? Per chiedere al Comune di ri-modificare la viabilità di via Fia, attualmente a senso unico dalla panetteria Betta sino all’intersezione con via Delmarco. Come? Prolungando il senso unico sino all’asilo. E perché? Perché così, secondo lui, il Comune potrà recuperare in quel tratto di strada qualche ulteriore posto macchina da riservare proprio alla categoria sempre più insofferente dei “papà e delle mamme terribili” che si arrogano il diritto di intasare la strada e di fare filò a bordo delle loro auto col motore acceso fregandosene dei figli altrui, dopo aver scaricato e messo in salvo dalla loro stessa stupidità i loro. Ho sentito che la vicenda ha fatto giustamente infuriare l’assessore competente. Nei pressi delle scuole e dell’asilo di posteggi infatti ce ne sono fin troppi. Quello per esempio del teatro che a quell’ora è quasi sempre vuoto dista la bellezza di 150 passi. Ma evidentemente per chi farebbe tre volte in settimana la sky race senza vacillare… 150 passi alle 9 di mattina sono una distanza troppo impegnativa!
La morale della storia? Lascio a te trarla. Anch’io purtroppo sono uno di quelli che a piedi si sposta solo per far cacare il cane, però convengo che quanto da te più volte scritto su questo blog in riferimento ai comportamenti di noi pigrissimi e presuntuosi trenta/quarantenni, è pura verità.
Grazie e saluti.

I. Anonimo

Caro I. Anonimo, Eugenio Scalfari una volta disse che “di fronte all’evidenza dei fatti è inutile polemizzare”. E’ una verità incontrovertibile. Tralascio quindi di commentare la decisione di non firmarti. Nel merito della vicenda qui riportata constato che la multa salata non ha fatto desistere il papi palestrato dall’avviare una ridicola raccolta di firme. Se tanto mi dà tanto, viste le teste di cui parliamo, è probabile che costui di firme riesca addirittura a raccoglierne parecchie. Ma tant’ è Resta il fatto in sé che non ammette scuse. Quel papi, salutista e palestrato, paradossalmente non ha ancora capito una cosa banalissima e cioè che, divieto o non divieto di sosta, il motore quando si è fermi, si spegne sempre. Ma a maggior ragione in un luogo dove transitano dei bambini piccoli. Do un consiglio all’amministrazione comunale. Considerato che nemmeno lo strumento della multa riesce a modificare i comportamenti scorretti di quei papi e di quelle mami, doti i vigili di un bastone stagionato di faghèr e li autorizzi a dar ŝo šecco! che forse quella drastica misura servirà per qualche giorno a tener lontano da quel posto quegli incorreggibili cafoni.

L’Orco

25/01/12

PER COLPA DI CHI?




Italia bloccata per lo sciopero degli autotrasportatori che, dalla Sicilia, sta velocemente risalendo la Penisola. Code dai benzinai per fare rifornimento, e si teme che anche le scorte alimentari comincino a scarseggiare. La Coldiretti stima un danno potenziale di 50 milioni di euro al giorno. Cosa succede?
"Credo che questo sia solo l'inizio di una fase di protesta molto diffusa, perché il peso della crisi si sta riversando velocemente su larghe masse di popolazione, che sono del tutto impreparate a reggerlo. Dunque, trovo del tutto logico e normale che la gente reagisca tentando di difendersi. Il vero nodo, in questa situazione, è l'assenza di una forza di opposizione capace di organizzare queste proteste: se questa rivolta non viene guidata, se non ha obiettivi chiari da perseguire, rischia di produrre solo ulteriori disordini. Ci sono già persone senza scrupoli che intendono orientarla secondo i propri interessi".
Una protesta così disorganizzata, che finisce per arrecare danno soprattutto ai cittadini, non rischia di diventare solo distruttiva anziché produttiva?
"Il problema è proprio questo. Se non si dice la verità alla gente e non la si aiuta ad organizzarsi, questa protesta diventerà distruttiva. Voglio fare delle domande molto precise: di chi è la responsabilità di questo stato di cose? Se il governo Monti continua a dire che la fase2 della manovra avrà come risultato la crescita, sapendo che non ci sarà nessuna crescita, e poi la gente si infuria e reagisce con violenza, di chi è la colpa? La colpa sta sempre nei dirigenti che non sanno guidare e indirizzare il Paese. Sono loro i principali responsabili, sia pure non gli unici. La prima cosa da fare sarebbe cominciare a dire la verità: chi ha costruito questo debito? chi lo deve pagare? come si organizza la riforma morale e intellettuale di questo Paese? Se non si affrontano questi problemi, le conseguenze saranno dure, violente e drammatiche. Io faccio appello alle forze intellettuali di questo Paese perché capiscano che questa politica produrrà solo altri gravi danni. Qualunque protesta, se non ha una direzione precisa, se non sa dove andare, sfocia nella violenza. Questo fa parte delle regole generali della politica. Chi la pensa diversamente sbaglia e e ci porterà verso il peggio. Ma sono convinto che in Italia ci siano le forze intellettuali e morali per guidare questo movimento verso un cambiamento profondo."
Come si potrebbe attuare questo cambiamento? Come ricordava Grillo qualche giorno fa, soprattutto i giovani si sentono defraudati di ogni speranza e prospettiva di futuro...
"Aspettarsi una panacea immediata sarebbe poco realistico. Ma ripongo fiducia in quei 27 milioni di cittadini italiani che l'anno scorso hanno partecipato al referendum, che hanno votato contro la privatizzazione dell'acqua e contro il nucleare. Sono gli stessi cittadini che oggi stanno inscenando nelle piazze una protesta dura e drammatica. Innanzitutto, il debito che sta all'origine di questa crisi non deve essere pagato prima che gli Italiani sappiano chi lo ha contratto, come è stato firmato, e a chi vanno i proventi. Dire apertamente come stanno le cose sarebbe già un primo passo per una 'normalizzazione' della situazione. Questo debito è illegale, iniquo, e quindi va respinto, ovvero rinegoziato. In secondo luogo, propongo che il Governo Italiano, invece di applicare le norme della Bce, promuova immediatamente una riunione congiunta con i Governi di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, e a questo punto anche di Austria e Francia, che li conduca a chiedere insieme a Bruxelles la rinegoziazione dei criteri del debito europeo. La terza cosa da fare subito, è nominare un comitato di saggi al di sopra delle parti, non appartenenti al Governo Monti, che promuovano una nuova legge elettorale, con la quale andare il più presto possibile a nuove elezioni, perché questo Parlamento non rappresenta il Paese ed è incapace di guidarlo. Un accordo europeo potrebbe consentire allo Stato italiano e anche ad altri paesi europei di avere le finanze necessarie ad affrontare uno stato di emergenza che duri 2 o 3 anni, e per evitare che i costi di questa crisi si riversino interamente sulle classi lavoratrici e sui più poveri. E' un piccolo pezzo di un programma politico di rinnovamento dell'Italia. Ma per attuarlo occorre abbandonare del tutto la strada che stiamo percorrendo adesso."


Giulietto Chiesa – da Cado in Piedi 24/01/2012

22/01/12

AL FANTASMA




Gentile signor Anonimo (non veneziano), l’Orco ‘sti giorni non dà udienza. L’ho incontrato l’altra mattina sul giro scale (abitiamo nello stesso condominio) mentre rincasava. Era un po’ alterato – e lo si vedeva bene – reduce da una notte di stravizi in compagnia di amici. Così perlomeno mi ha confidato successivamente. Ci siamo salutati e poi chiacchierando brevemente del più e del meno mi ha riferito di quel recente commento da lei inviatogli. Di risponderle non ha proprio voglia, perché dice che si conosce troppo bene e sa che se lo facesse adesso non riuscirebbe a non essere scortese con lei. Quindi, preferendo in questa occasione astenersi mi ha chiesto la cortesia di dargliela io, per conto suo, una risposta, con la prescrizione però di non dilungarmi troppo e di non infierire.
Per opportunità di buon vicinato ho accettato, pur senza entusiasmo. Ora dunque, facendomi interprete dell’orchiano pensiero cercherò di risponderle, leggero e conciso come egli richiede.
Innanzitutto le ricordo che l’anonimato non è una bella cosa. Si può soprassedere su un breve commento non firmato, purché non sconfini nell’insulto e centri quantomeno il merito della questione. Quando però si argomenta in maniera articolata, buona creanza vorrebbe che in calce al testo si indicasse il proprio nome e cognome. Peraltro il coraggio richiesto in casi simili è davvero poca cosa. Diversamente non si può pretendere, come invece fa lei, di ricevere anche risposta. E’ per questo, oltre che per l’occasionale alterazione alcolica, che probabilmente l’Orco ha rifiutato di darle soddisfazione.
Ciò premesso e arrivando al merito, dico che lei è ruzzolato fuori tema mettendo in bocca al mio coinquilino cose da lui non dette. Egli infatti non ha scritto che il coro Genzianella non è un ottimo coro. Nemmeno che i pompieri non svolgono un servizio importante per la collettività. Nemmeno che i bacani non contribuiscono a tenere il territorio in ordine (anche se qui, diversamente da lui, io di cose da obiettare ne avrei parecchie). Nemmeno che gli albergatori non possono ristrutturare quando vogliono i loro alberghi. Nemmeno che la banda non può sostituire le divise quando le pare e piace. Nemmeno che il campo di pattinaggio non può essere ricoperto con un tetto d’oro massiccio...
L’Orco, signor Anonimo, ha detto altre cose, che a me sono parse chiare e che condivido quasi totalmente. La invito a rivedersi quello scritto. Lo legga bene, vedrà che ha inteso male. Così la prossima volta, ricordandosi di firmare, eviterà di rispondere affrettatamente e di sparare una salva di gratuite incongruità. Con rispetto.

A.D.

P.S.
Visto che lei su questo blog è intervenuto più volte sostenendo tra l’altro il concetto sintetizzabile nella locuzione qui (noi) viviamo (si vive) di turismo e dunque…, qualora dovesse ricadere in questo abusato luogo comune, mi faccia la cortesia di sostituire il pronome personale della forma verbale. Metta quello che vuole, ma non usi la prima persona plurale né l’impersonale. Glielo chiedo perché il luogo comune, come ben spiega Schopenhauer qui a fianco, non corrisponde necessariamente alla realtà dei fatti e in verità siamo ancora in troppi esclusi dalla schiatta cui lei sembrerebbe appartenere. Quando, oltre ai costi aggiuntivi che da tempo anche noi esclusi paghiamo perché qui viviamo di turismo e dunque… (in edilizia a Tesero per esempio, il 50% in più rispetto ad Abano Terme), registreremo anche l’introito del primo cent proveniente direttamente da quella ‘economia’, glielo comunicheremo e allora potrà senz’altro riusare nelle sue perorazioni pro turismo la prima persona plurale oppure l’impersonale.

21/01/12

LIBERALIZZAZIONI





Nuove norme per sbloccare il mercato: i figli dei notai finalmente potranno fare un lavoro onesto – Basta con le caste e le corporazioni professionali: da lunedì prossimo ogni ferramenta potrà vendere bazooka e missili terra-aria – Un toccasana per l’economia: i farmacisti potranno guidare il taxi anche senza patente. La febbre delle liberalizzazioni ha investito il paese con la stessa irresistibile potenza con cui i Beatles colpirono l’America nel ’64: una vera e propria epidemia. Guidato dal suo caro leader Kim Jong Mont, il popolo pretende liberalizzazioni economiche in ogni settore della vita pubblica e privata. “Perché un impiegato di banca non può guidare un aereo di linea? Vi pare giusto?”, si chiede in un editoriale Il Sole 24 Ore. In una nota rilanciata da tutte le agenzie, esponenti del governo fanno notare che la mancanza di liberalizzazioni blocca lo sviluppo del paese: “Lo sapete che se tutti i notai d’Italia avessero gravi problemi di infertilità, nel giro di una generazione non avremmo più notai? A chi daremmo soldi in nero, se questo accadesse?”. Anche la Conferenza Episcopale Italiana, in un comunicato pubblicato sull’Osservatore Romano, mostra grande attenzione al problema: “Sono ormai secoli che per fare il vescovo non serve essere figlio di un cardinale. Aiuta, certo, ma non è indispensabile”. Un buon osservatorio, come sempre sono le lettere ai giornali. Scrive ad esempio a Repubblica la signora Angelina Cecioni, da Velletri: “Faccio la parrucchiera da trent’anni e vorrei cambiare attività. Purtroppo in questo paese bloccato e senza liberalizzazioni non posso decidere della mia vita, per esempio non posso fare il neurochirurgo. E’ una vera ingiustizia!”. Certo, una seria politica di liberalizzazioni abbasserebbe le tariffe di molti servizi, ad esempio operarsi di prostata in una macelleria di Orvieto costerebbe molto meno che farlo in un normale ospedale, ma questo non è possibile per colpa della potente lobby dei medici. Qualcuno fa timidamente notare che tutto ciò che è stato liberalizzato negli ultimi vent’anni, dalle autostrade al gas, dalle assicurazioni alle ferrovie, costa di più e funziona di meno. Ma si tratta solo di voci disfattiste: grazie alla prossima liberalizzazione della lapidazione, anche queste posizioni antimoderne saranno messe a tacere per sempre.


Alessandro Robecchi

18/01/12

INTO LE BOCCE E FÖRA LE FACÉRE



Et voilà, è passato anche il Natale. Era ora. Non se ne poteva più di quel po’ po’ di inautentico, di scontato, di pletorico, di visto e rivisto, di quasi lugubre. Adesso possiamo immergerci nella trasgressione carnevalesca. In quell’unico periodo dell’anno espressamente dedicato alla licenziosità e al peccato. Tutto l’osceno e il proibito, compresso per undici lunghi mesi nel più profondo della nostra psiche, sarà ‘autorizzato’ per i prossimi 35 giorni circa ad emergere e annichilire l’ipocrita buonista messinscena della natività. Scherzi, sbornie, inganni, adulteri, faranno da contrappasso al logoro immaginario natalizio. “Into le bocce e föra le facére” soddisfatto annunciava puntualmente a sé stesso, ogni anno la sera dell’Epifania il buon Güstele Pressa (Gustavo Dondio / Tesero 1912 – Tesero 1986), anch’egli stufo de spinada e presepi.
Carnevale, ovvero Tempo di libertà: una volta ‘assoluta’, cioè capace di interpretare il moto animale più nascosto di ognuno di noi senza farsi dirigere da modelli esteriori, oggigiorno soltanto ‘relativa’. Anche il “Tempo della Carne” infatti ha scontato il tentativo di assoggettamento al commercialmente corretto. Tuttavia, grazie al suo evidente polimorfismo è riuscito a mantenere una sua autonomia e a non piegarsi completamente al volere consumistico, ma pagandone per questo un alto prezzo. Lo prova il paradosso che mentre Natale e Pasqua, feste di un giorno solo, si sono dilatate a dismisura, l’originaria veemenza sabbatica del carnevale si è via via depotenziata e l’ampio, seppur variabile, periodo che gli appartiene (dall’Epifania alla Quaresima) s’è ridotto sostanzialmente al solo pomeriggio del martedì grasso.
Sino ai ’70 del secolo scorso, il proibito e l’eccesso ‘affioravano’ esclusivamente durante quel periodo. In un crescendo che ad iniziare dalla seconda domenica di gennaio raggiungeva il suo culmine nei giorni della cosiddetta settimana grassa.
Maschere, coriandoli, tortié de pomo, frati ’mbriaghi, canederli, cene delle associazioni con relativi balli e bale. Era il tripudio della fantasia, della sensualità e degli incontri ‘peccaminosi’. Lo sfogo quasi fisiologico, giocato nel mezzo della lunga stagione invernale, che i montanari trascorrevano per lo più tra stalla, cambra e tabià. Trasgredire per sopravvivere al giogo immutabile del duro lavoro di un tempo e al repressivo controllo sul costume perpetrato da Santa Romana Chiesa, dalla notte dei tempi sino al Concilio Vaticano II, fatta salva quell’unica annuale eccezione.

A.D.

14/01/12

L’AUTONOMIA DI SPERPERO




“Sante parole” chiosava il recente articolo del Sole un lettore, curioso di capire di cosa sarebbero capaci (di fare) i Trentini senza l’autonomia, ovvero senza il massiccio ricorso in ogni ambito al copioso budget provinciale. Un altro invece, contro-cantando, ribatteva sprezzante nei confronti di chi (Maugeri) avrebbe ‘a sproposito’ osato mettere in discussione questa Autonomia, palesando così di appartenere a quell’ampia maggioranza di Trentini per la quale, a prescindere dal merito, più denaro eguale più benessere. Maggioranza che include, manco a dirlo, la classe politica trentina più ‘alta’, quella che sta seduta sulle poltrone del consiglio provinciale. Sarà pure una considerazione qualunquista, ma se il ‘governatore’ Dellai, a capo di un lembo di terra con poco più di 500mila persone, come politico guadagna più di Obama, che di persone ne amministra 300milioni ed è capo della più grande potenza economica-militare occidentale, qualche considerazione nel merito dovremmo forse farla…
Noi apparteniamo alla minoranza dei Trentini che ‘pensa male’, e ci schieriamo con Maugeri, che però non è trentino e con Giugni che lo è solo d’adozione. Crediamo che lo spirito autonomistico originario sia stato travisato nei fatti e che in troppi abbiano equivocato scambiando l’Autonomia proprio per un bancomat. D’altronde Fiemme è un osservatorio privilegiato, visto che negli ultimi 27 anni, ‘grazie’ a Stava e al Cermis la valle è stata inondata di denaro pubblico provinciale. E però, evidentemente, nonostante i templi, le lapidi e i monumenti alla memoria, in troppi hanno già dimenticato e quindi non ne colgono il nesso.
Tornando alla curiosità del lettore si può azzardare un elenco di cosa per esempio, senza quei denari, non sarebbero stati capaci di fare a Tesero.
Accenniamo soltanto a tre opere tra le più significative, completate o in fase di ultimazione, in virtù dei copiosi contributi P.A.T.
1) La Nuova Casa di Riposo, con ‘prontezza postuma’ rinominata in paese le Presón de le Valene. Una struttura di grande impatto paesaggistico, la cui licenza edilizia venne rilasciata forse in base al principio che a caval donato non si guarda in bocca… e neanche dove lo si mette. In questo caso, se la Provincia non fosse stata ancora affetta dalla ‘sindrome di Stava’ e in bocca a quel cavallo avesse dato un’occhiata, a quella struttura in quel luogo avrebbe sicuramente detto no, tacitando le smanie e le pressioni (che furono tante) di chi proprio lì, pervicacemente ne pretese invece l’edificazione.
2) Una Provincia libera da sensi di colpa non avrebbe nemmeno promosso, dopo la prima, nuove edizioni dei cosiddetti mondiali di sci nordico, accollandosene gran parte dell’onere. Se così fosse stato noi avremmo assistito alla sola edizione del 1991, ‘regalata’ dalla P.A.T. a Fiemme proprio per ‘sdebitarsi’ dalle gravissime colpose inadempienze di Stava e il Comune non avrebbe dovuto sostenere i pesanti e imperituri costi di gestione del Centro fondo di Lago, dato che, per imbonire i proprietari dei terreni, in quella occasione si allestirono strutture mobili che vennero smantellate a conclusione delle gare.
3) A chiusura di questa piccola finestra sulla ‘buona amministrazione’ di Tesero ricordiamo fugacemente (perché di essa qui già ne abbiamo parlato) l’incredibile fresca e controversa vicenda della copertura del campo di pattinaggio di Lago (costo 2.213.000 euro in gran parte finanziati dal solito ‘bancomat’), causa non secondaria, peraltro, della recente crisi di Giunta in Comune.
Passando dal pubblico al privato, l’abuso del bancomat provinciale è altrettanto evidente. Per esempio nelle ristrutturazioni alberghiere partecipate a fondo perduto al 35 - 40% dalla Provincia, di cui beneficiano anche strutture quasi nuove. Ovvero nella zootecnia di montagna, alla quale l’ente pubblico letteralmente regala macchinari agricoli del valore spesso superiore al capitale d’impresa complessivo. E ancora nel settore strategico degli impianti di risalita. Und so weiter, giù giù, sino a perdersi nel mare magnum del volontariato e dell’associazionismo. Una miriade di fonti di spesa alimentate per la ragione più o meno evidente di garantire lo scranno di chi se ne fa procuratore politico. Per restare nel nostro piccolo, rientrano in questa fattispecie innumerevoli iniziative. Eccone un breve e casuale elenco. L’osservatorio astronomico di Zanon, di prossima realizzazione. I mirabolanti viaggi, ormai di routine, del grande presepio di Tesero, da Cracovia a L’Aquila, da Roma a Betlemme. La gita di ‘rappresentanza’, di qualche tempo fa, del coro Genzianella nelle lontane Orcadi. La rinnovazione del parco macchine dei pompieri, divenuta ormai quasi patologica: mezzi praticamente nuovi, con un chilometraggio bassissimo, sostituiti tanto per non sfigurare nei confronti del corpo del paese vicino… Per finire con i 130 mila euro, elargiti per la recente sostituzione delle divise della banda musicale. Quelle ‘vecchie’, conti alla mano, in 15 anni di servizio non avevano sopportato più di 100/120 giorni complessivi di… logoramento. Eccetera. Eccetera. Eccetera.
Insomma ce n’è per tutti i gusti e la critica di chi ci guarda da fuori, specie in questi tempi di magra, è ben giustificata. Sarebbe opportuno che anche i Trentini (tutti) aprissero gli occhi e si sforzassero di ragionarci sopra almeno un po’.
Se vogliamo mantenere questo privilegio, chiamato Autonomia, ‘strappato’ a Roma giusto 40 anni fa sulla base di presupposti storici, geografici, economici, finanche linguistici (Accordo De Gasperi – Gruber del 1946) oggigiorno senz’altro superati, a questo ‘allegro’ procedere dobbiamo dire basta.

L’Orco

12/01/12

C’È AUTONOMIA E AUTONOMIA




Pubblico due miei interventi sul tema “scottante” dell’autonomia speciale. Valore indubbio, ma molto male interpretato da chi guida i due territori provinciali. Se i nostri “governatori” (termine improprio, ma utile per capire e dare l’idea della personalità dei soggetti in questione) facessero una passeggiata tra la gente sentirebbero serpeggiare il disagio e l’imbarazzo per le loro parole. “Il grasso non cola più” scriveva lucidamente Enrico Franco sul Corriere del Trentino. E senza le risorse che la crisi economica ha prosciugato è difficile assecondare una grandeur di pura facciata. L’autonomia che possiamo permetterci oggi e che dovremmo perseguire è quella seria e virtuosa che De Gasperi aveva voluto: volano di crescita, modello per il territorio dello Stato. Non quella costosa, sprecona e clientelare che ci troviamo a subire per l’orgoglio sprezzante di qualcuno.


Negli ultimi tempi ho vissuto con disagio i continui distinguo con cui le Regioni (e la nostra Provincia) hanno accolto le misure economiche del Governo Monti. E mi sono interrogata sulla validità delle argomentazioni di coloro (e non sono tutti politici invidiosi o infuriati “vicini di casa”) che hanno sollevato perplessità sul necessario permanere delle Autonomie Speciali. Non voglio entrare in un dibattito storico che presenta aspetti di indubbia validità, ma richiamare l’attenzione sulle premesse alle singole funzioni, regionali e provinciali,previste dallo Statuto. Le competenze legislative (ed amministrative) di Regioni e Province Autonome si realizzano ” in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico dello Stato e con il rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali (tra i quali è compreso quello della tutela delle minoranze linguistiche locali) nonché delle norme fondamentali delle riforme economico sociali della Repubblica”. Nella continua ricerca di un cavillo normativo che attribuisca al Trentino la possibilità di non essere “coinvolto” e di poter decidere a suo piacimento, colgo la volontà di non sottostare a queste inderogabili premesse, non a caso collocate come incipit ai primi articoli dello Statuto Speciale. Mi imbarazza vedere che l’autonomia viene letta, oggi, come occupazione di spazi (nel CdA previsto dal nuovo Statuto dell’Università, nella composizione di TAR e Corte dei Conti, nel proliferare di società partecipate, nella volontà di acquisire prerogative anche nella gestione dell’apparato burocratico degli uffici giudiziari, nella vicenda disgraziata delle Comunità di Valle), non come modello virtuoso di amministrazione innovativa e snella, realmente democratica. Nel promuovere l’autonomia, il Legislatore del 1948 non voleva sicuramente riprendere il sistema medievale dei vassalli, ma anticipare una sorta di regionalismo avanzato, che fungesse da modello per un Paese appena uscito dal fascismo, poco abituato a decidere per il proprio territorio. Un regionalismo, tramutatosi, per noi, in provincialismo, che non può prescindere da uno Stato a giustificarne l’esistenza. Uno Stato spesso censurabile, dobbiamo ricordarlo, ma da cui è difficile e pericoloso prendere le distanze in modo supponente. In un bellissimo editoriale del Corriere nazionale, nel settembre scorso, Ernesto Galli Della Loggia parlava di “un elettorato ormai drogato, abituato a trarre la vita, o a sperare il proprio avvenire, dal piccolo o grande privilegio, dall’eccezione, dalla propria singola, particolare condizione di favore.” E’ proprio da questa sindrome che si deve rifuggire. Una sindrome che prospera anche in Trentino, grazie alla convinzione che l’Italia sia un’altra cosa, che l’Autonomia, come una sorta di Superman, ci possa preservare. Ma difendersi dal corpo di cui si è parte è impossibile, come lo è pretendere di interpretare le parole dello Statuto per chiamarsi fuori, troppo spesso, dalle difficoltà economiche, sociali e politiche in cui stiamo navigando. Se esiste una possibilità di salvezza per l’Italia, e per il nostro Trentino, questa potrà concretizzarsi solo se riconosceremo i valori di quella premessa agli articoli (il 4 e l’8) dello Statuto. Articoli che possiamo paragonare ai principi fondamentali della Costituzione, nei quali si ribadiscono unità e uguaglianza, dai quali dobbiamo ripartire, con fede sincera, per ricostruire identità e certezze.
*********
Apprendo dalla stampa locale di essere un’utile idiota. Lo stile di Lorenzo Dellai, per cui chi non è in linea con il suo pensiero diventa- ipso facto- poco degno di considerazione è francamente fastidioso. L’autonomia di cui è fiero difensore, costruita grazie all’assenza di avversari e al succedersi di governi di destra e di sinistra troppo distratti per guardare alle periferie del Nord e del Sud del Paese, è quella di chi cerca di occupare ogni spazio possibile:università, giustizia,scuola, organi di controllo contabile, enti intermedi costosi ed inutili come le Comunità di Valle. Con il supporto di risorse economiche abbondanti, utilizzate in modo non sempre condivisibile. Gian Antonio Stella è in buona compagnia quando critica, in modo molto soft e con grande tatto, un modello politico diverso da quello originariamente ipotizzato, oggi poco sostenibile. Sono con lui Massimo Mucchetti e Tito Boeri, per restare nell’ambito degli editorialisti del Corriere della Sera. E davvero sarebbe interessante sapere che ne sarebbe del nostro Paese ( nostro, caro Dellai, perché il Trentino è Italia, a tutti gli effetti) se ogni realtà regionale affermasse, circa le proprie risorse economiche: “sono soldi nostri, decidiamo soltanto noi”. Quello che altrove verrebbe bollato come leghismo da condannare, qui viene promosso al rango di “autonomia” da chi guida la politica locale. Stella è credibile e serio, non fazioso, estraneo a logiche di potere e il Corriere della Sera uno dei maggiori quotidiani italiani. Se l’Italia è in difficoltà lo è ogni suo territorio, anche il Trentino. E i cittadini, senza auto blu straniere, senza tessere gratuite per l’autostrada, senza diaria detassata e con gli stipendi (quando ci sono) bloccati, se ne stanno accorgendo. Forse, diminuendo “l’ebrezza da euro-autonomia”, considerando invece il vero valore di quell’autonomia che i padri statutari avevano in mente, potrebbe accorgersene anche chi ha la responsabilità del governo provinciale.


Giovanna Giugni – Tratto da Chinonrisica 08/01/2012

10/01/12

IL TRENTINO AIUTA A PROLIFERARE LE LOTTIZZAZIONI E LE POLTRONE



Dalla culla alla bara. In nome del principe vescovo. Illuminato, democratico, progressista e sicuramente munifico, se è vero, come è vero, che per 531mila abitanti dispone di entrate per competenza di 4,5 miliardi.
Una concentrazione di potere (e di denari) che non ha pari tra i governatori italiani. Landeshauptmann – capo di Stato – come i tedeschi chiamano i governatori, forse si attaglia meglio al presidente di questa Provincia autonoma.
I numeri, prima di tutto: 42mila dipendenti pubblici, tra statali e provinciali, e 23 società partecipate, delle quali 14 controllate direttamente. La proliferazione di incarichi, prebende e lottizzazioni è l'inevitabile precipitato di una presenza totalizzante. La Provincia pensa a tutto. E ai trentini, qualunque iniziativa economica abbiano in mente, scatta sempre il riflesso pavloviano di prelevare dal bancomat provinciale.
Dal 2008, quando la crisi ha cominciato a colpire duro, la società provinciale Trentino Sviluppo ha moltiplicato la pratica del lease-back per aiutare le aziende in difficoltà. Il meccanismo è semplice: la Provincia compra gli immobili dell'impresa che poi restituisce il dovuto con un mutuo di 15 o 18 anni a tassi di favore (euribor +0,50%). Detto in altri termini, un sistema per iniettare liquidità nelle imprese mentre le banche chiudono i rubinetti del credito. Il pubblico chiede come ovvia contropartita la salvaguardia dei posti di lavoro. Negli ultimi anni Trentino Sviluppo ha scucito 500 milioni per salvare aziende sull'orlo del crack. Funziona, almeno per ora. Ma la crisi non solo non passa ma addirittura si inasprisce. Forse è per questo che gli imprenditori fanno la coda per ottenere un aiuto dalla Provincia. Alessandro Olivi, l'assessore all'Industria, ha cercato di essere perentorio: «Cari imprenditori, Trentino Sviluppo non è una banca».
Da queste parti è difficile chiudere la porta in faccia a qualcuno. L'élite trentina è cosi ristretta che pubblico e privato sono vasi comunicanti, almeno nei ruoli di vertice. Politica del maso chiuso. O, come lo apostrofò il sociologo Ilvo Diamanti, un sistema produttivo bonsai che convive con un apparato pubblico ipertrofico.
Gli assessori democrat della Giunta Dellai, per bocca del capogruppo Luca Zeni, provano a incalzare il Landeshauptmann: «L'autonomia è sicuramente un valore aggiunto. A patto che non si trasformi in autarchia». Dellai, ormai al terzo mandato, va diritto per la sua strada. E con l'accordo di Milano del 2009, sottoscritto con gli ex ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, ha assicurato alla Provincia autonoma la piena potestà anche sull'università e gli ammortizzatori sociali, scatenando una serie di polemiche con i vertici dell'ateneo sulle nuove regole che saranno codificate da una commissione – detta "dei dodici" – nella quale gli accademici sono in netta minoranza. Il patto stabilisce la "partecipazione della Provincia nelle scelte e negli indirizzi di ricerca dell'Università", un passaggio che ha spinto alla dimissioni il prorettore Giovanni Pascuzzi. Dice l'ex numero due dell'ateneo: «Ho qualche dubbio che sia un bene rimettere le scelte strategiche dell'Università alle decisioni di variabili maggioranze politiche».
All'opposizione sono i leghisti a menare fendenti. Dice il consigliere provinciale Franca Penasa, ex sindaco di Rabbi, in Val di Sole: «C'è una vasta gamma di operazioni torbide. Una su tutte: le società partecipate affidano gli appalti senza gara a società dietro le quali si nascondono fiduciarie straniere con soci occulti. Per non parlare degli sprechi: Bolzano ha speso 15 milioni per cablare il territorio provinciale, qui siamo oltre i 200».
La moltiplicazione degli incarichi politici negli organigrammi delle società provinciali ha fatto scuola anche sul territorio.
Con una legge del giugno 2006 sono state istituite ben 15 comunità di valle. Quella della Val di Non ha un'assemblea di 96 componenti, 57 dei quali eletti a suffragio universale. Mentre la Lombardia riduceva drasticamente le sue comunità montane e la Liguria le aboliva del tutto, la Provincia autonoma di Trento ha articolato la sua struttura politico-amministrativa in ben sei livelli (Regione, Provincia, Comune, Circoscrizioni, 99 Asuc, amministrazioni separate usi civici, oltre naturalmente alle comunità di valle). Difende a spada tratta la Giunta l'assessore alle Politiche sociali Ugo Rossi: «Anche gli scettici dovrebbero ammettere che le nostre sono politiche di stampo nordeuropeo. Nella ricerca stiamo concentrando risorse rilevanti. Faccio solo qualche nome: Trento Rise, il polo della Meccatronica, la fondazione Bruno Kessler». I denari, evidentemente, oliano anche ingranaggi macchinosi. Lo studio più recente in ordine di tempo sostiene che a Trento ci sia l'ambiente più favorevole in Italia per creare una nuova azienda. Il Trentino giganteggia su tre materie: lavoro, contesto sociale e finanza. La morale è semplice: pure le economie bonsai fioriscono. A patto che siano innaffiate da denaro pubblico.

Mariano Maugeri (il Sole 24 Ore - 10/01/2012)

07/01/12

ATLETI E LOTTATORI





Ed è subito sera. Vero. Quasimodo aveva ragione. In gennaio poi… alle cinque è già notte. Leopardi invece ricordava che la donzelletta vien da la campagna, in sul calar del sole. Vero anche questo. Di solito dai lavori campestri si ritorna a casa proprio a quell’ora. Più prosaicamente, ma altrettanto indubitabilmente, l’Epifania tutte le feste si porta via. E però dove le porta? E perché poi, puntualmente ritornano? Ma perché la vita è una sequenza di infiniti circolari passaggi di tempo. La ciclicità è alla base di tutto.
Ed oggi per l’appunto, nel nuovo Tempio di Lago, sono tornate anche le grandi manifestazioni sportive di fondo. Tutto è stato preparato a puntino. La bella figura, tanto cara alla nossa ŝente, è assicurata. Assisteremo ancora una volta all’apologia dell’atleta e della sua forza corporea. Gli appassionati di questo mito immortale si spelleranno le mani nell’ applaudire il passaggio dei corridori lungo le piste. Si sprecheranno gli op, op, op e i dai, dai, dai. Qualcuno forse addirittura si commuoverà al cospetto di cotanta dimostrazione di forza e di bellezza fisica. Ma per essere giusti, liberandoci per un momento dalla suggestione del mito, quegli atleti non meriterebbero alcun applauso. Perché lungi ormai anni luce dall’ideale decoubertiniano, per essi conta soltanto vincere. Perché nel fantasmagorico mondo dello spettacolo, al quale a pieno titolo appartengono, solo la superiorità e la vittoria (meglio se ripetuta) garantiscono gloria e denaro a profusione. Perché la prospettiva di un veloce arricchimento li porta a sottoporsi a pratiche di allenamento e di potenziamento fisico spesso illecite e moralmente riprovevoli. Perché soprattutto il fondamento oggettivo della loro forza non è affatto ad essi attribuibile. Nel ritrovarsi ‘dotati’ e prestanti non c’è alcun merito personale. È semplicemente frutto del caso, della più o meno favorevole combinazione genetica.
Noi preferiamo idealmente applaudire le tante persone che per ragioni indipendenti dalla loro volontà, per quel caso che a volte l’indovina e a volte no, si sono ritrovate per sventura infelici. Fisicamente o psichicamente menomate. Obbligate a vivere con difficoltà, privazioni, dolore. Senza incitamenti né plausi. Spesso in solitudine e nell’emarginazione sociale. Loro malgrado iscritte ad una gara di resistenza e di sofferenza, dalla lunghezza indefinita, senza preparatori atletici, senza ingaggi, senza allori, senza speranza. Gara estenuante dall’esito scontato, con una sola e definitiva vincitrice. A questi atleti veri, lottatori per forza, i cui meriti e la cui dignità, quando va bene, vengono riconosciuti solo a posteriori con un piccolo e sommesso battimani in quell’ultimo estremo passaggio di tempo, va la nostra ammirazione.

A.D.

04/01/12

LA NEVE




Meraviglia, è arrivata la neve! Una volta, tanti anni fa, quando gli abitatori della nostra valle erano ancora montanari e non ricchi lacchè, la neve svolgeva funzioni importanti ed era da tutti rispettata. Serviva, addirittura – pensate un po’ – a ricaricare le falde acquifere. Ma non solo. La sua coltre ricopriva le campagne, allora intensamente coltivate, proteggeva il terreno dal gelo e lo faceva riposare. A primavera il suo graduale scioglimento permetteva alla terra di assorbire lentamente l’acqua e con essa, negli incolti e nei boschi, il sostrato vegetale ceduto dalle piante e sparso al suolo durante l’autunno precedente. Per alcune fondamentali attività economiche aveva anche una funzione coadiuvante. Favoriva, con le slitte trainate a cavallo, il trasporto del letame dalle stalle ai campi e alleggeriva il lavoro di strafenamento delle bóre dalle alture boschive al fondovalle. Era la risposta stagionale alle imprescindibili necessità ludiche della popolazione più giovane. I bambini vi giocavano, felici e spensierati. A Tesero le strade restavano bianche ed essi potevano scivolare gratis con le slitte e le pitòte, lungo le erte, senza recare il minimo intralcio a chicchessia. I più grandi invece battevano con gli sci le piste naturali, costituite dai prati sovrastanti l’abitato (La Pala a est e Le Tombole a ovest), per trascorrervi, altrettanto gratuitamente, interminabili pomeriggi di sana e disinteressata competizione. Il piöo comunale, di legno e a trazione animale prima, di ferro trattato con antiruggine grigia e trainato da autocarri privati (Giorgio Bortolas, Toni Fassan) poi, faceva il giro del paese soltanto se e quando l’innevamento raggiungeva un’altezza considerevole. A quel tempo c’era la consapevolezza che quel servizio rappresentava un costo per il Comune e l’amministrazione moderava la spesa con oculatezza. Vederlo passare era raro e per ciò emozionante. Gli uomini seduti sulla panca di quello strano attrezzo a V (Natale Girolamo, Rosario Marècol, Giovanni Lazerin, Narciso Giacoléta, Giovanni Tiburzio e forse qualcun altro) avvolti in un nero mantello cerato, ne allargavano e ne stringevano l’apertura manualmente, a seconda dell’ampiezza della carreggiata: “ ’N pressa, Natale strenŝe, strenŝe, che ne ’ncapón te ’l paracàr de quela casa… Ooo, Ooo ,Orrait! Bòn, bòn, slarga püra adesso…”
Tutto in quella comunità era sinergico e conciliante: neve, natura, lavoro, gioco. Nessuno si permetteva di telefonare al sindaco per pretendere l’immediato intervento di un mezzo qui e di un altro là, perché il montanaro capiva la situazione, aveva buonsenso, e non era ancora un ricco lacchè. C’era pazienza, e l’inverno era la stagione ad essa dedicata.
Oggi le cose cono cambiate. Cessate, nelle menti impauperite degli ex montanari, le funzioni anzidette, la neve è un disturbo. Crea disagio. Impedisce la libera circolazione delle auto. Intralcia per qualche breve momento le febbrili e schizofreniche attività quotidiane: la mamma-terribile che deve trasportare in tutta fretta il pargolo all’asilo, o l’aitante baby-pensionato che a mezzogiorno in punto deve recarsi in piazza in auto per l’aperitivo… In paese la neve è detestata e combattuta con ogni mezzo, come fosse la peste. Non a caso gli unici a far gran conto del suo arrivo, da novembre a febbraio, sono gli uomini del Comune, dato che la loro preponderante attività invernale a questo è finalizzata. Le strade bianche sono un ricordo lontano. Non ci sono più bambini che slizolano lungo le erte paesane. La neve naturale non è più necessaria nemmeno per sciare sulle piste di sci, visto che la si programma e la si produce con macchine e additivi. Per i cervelli all’ammasso di cui sopra essa residua ancora un’ultima lieve valenza, quella di dare al fotografo l’opportunità di immortalarne l’immagine da usare poi per la pubblicità (pardon, promozione) di questi luoghi, non più abitati da saggi montanari, ma soltanto da danarosi lacchè
.

Ario Dannati

02/01/12

MANOVRA 'SALVA ITALIA': L'OPINIONE (DOTTA) DI EVGENY





Caro A.D.,



Il tuo post-lettera al misterioso economista e l’esercizio di economia che hai compiuto mi sono molto piaciuti. Per quel che conta la mia opinione, non erri, e spiego perché.


L’economia sarà pure una scienza-non-scienza, ma quella che Thomas Carlyle rese famosa come the dismal science è anche un utile, utilissimo, esercizio intellettuale. Sembra che nell’Inghilterra Vittoriana, Carlyle (che era scozzese al pari di Adam Smith), avesse coniato il termine riferendosi alle tristi conclusioni del Saggio sul principio della popolazione di Thomas Malthus, pastore anglicano. L’economia è filosofia, anzi è logica. E nel quadro di informazioni note al tempo, Malthus aveva tratto conclusioni coerenti che oggi spesso si sentono ripetere e di cui pure il nostro comune amico Orco ogni tanto si fa promotore. Oggi sappiamo però, che quelle logiche conclusioni sono state “popperianamente” falsificate dai fatti perché eventualmente il Malthus non previde alcuni fattori che avrebbero inciso in misura determinante sulla produttività agricola e industriale nei decenni successivi. Ogni economista “serio”, e per serio intendo empirico, cioè aderente ai fatti, si dovrebbe fermare qui, e non estendere (o far dipendere) le sue analisi, i suoi ragionamenti, da principi morali. E’ quando l’economia si fa politica e si parla di politica economica che inevitabilmente questi principi entrano in gioco ed è qui che torno alla tua missiva.

Qualcuno più bravo e paziente di me ha sviscerato, provvedimento per provvedimento, la Manovra. E’ un’ottima lettura, perfino divertente, aspettando l’ormai mitologica “Fase 2” (qui:

http://www.noisefromamerika.org/articolo/analisi-manovra-monti-parte-1-misure-economiche). La mia opinione, ora che la Finanziaria è legge dello Stato, è identica alla tua impressione di inizio mese. Dirò di più, manca perfino il rigore. In un Paese in cui quasi la metà del Pil (750 Mrd. di spesa pubblica corrente) è intermediata direttamente dal potere politico, il rigore si può solo misurare come risparmi di spesa. Il che, dispiace dirlo, significa licenziare migliaia di dipendenti pubblici inutili, assunti per ragioni clientelari, ridurre gli stipendi a parlamentari, consulenti e burocrati di alto rango, dai dirigenti ministeriali ai generali delle forze armate (a proposito, è normale che il governatore della Banca d’Italia guadagni il triplo del presidente della Fed?), tagliare i circa 30 miliardi di sussidi alle imprese, e via dicendo. Queste sono cose note. Nel Belpaese però non si possono fare, perché tagliare è, secondo i maestri demagoghi, recessivo. Il lettore più attento avrà ormai colto l’assurdità di una tale posizione: l’alternativa ai tagli, infatti, sono le tasse, e vediamo già ora quali effetti esse producano sulla fiducia delle persone, sulla loro voglia di intraprendere, sulla crescita economica e sul dio Mercato come lo chiami tu, il quale non sembra molto contento del lavoro montiano.


I tagli di spesa pubblica (specie se improduttiva) hanno quasi sempre effetti pro-crescita. Per capire perché bisogna leggere l’inchiesta che il New York Times ha fatto nella bella Trinacria (

http://www.nytimes.com/2011/09/15/world/europe/italy-austerity-plan.html?_r=1&scp=1&sq=comitini&st=cse ). Immaginate, per semplicità che il comune di Comitini paghi i propri dipendenti con le tasse che raccoglie fra i suoi abitanti. Supponete quindi di licenziare sette degli otto ausiliari (in un Paese di mille anime un vigile e un ausiliare del traffico sono più che sufficienti). Quello stesso comune, o meglio i suoi 960 cittadini risparmierebbero allora più di 90 mila Euro all’anno (1100 Euro di salario lordo mensile circa per ciascun ausiliare del traffico), quasi 100 Euro pro-capite. Ora il sindaco può decidere di fare due cose: ridurre di pari importo le tasse che raccoglie, o decidere di spendere le stesse in altro modo. Qui si ferma l’economia intesa come contabilità e subentra l’economia politica, ovvero la filosofia morale con i suoi precetti. Se credo che il sindaco sia illuminato ed onesto, posso essere a favore di una redistribuzione della spesa: dagli ausiliari scansafatiche ai giovani paesani che decidono di fare figli, o agli studenti universitari, oppure dare un sussidio di disoccupazione (temporaneo) a chi cerca lavoro, o costruire un asilo nido. Se invece dubito, come dubito, dell’onesta della politica, preferirò una redistribuzione più proporzionale (idealmente preferisco un mix delle due, ma qui stiamo semplificando). Riducendo le imposte, e qui torna l’economia come contabilità, tutti i cittadini potrebbero spendere questo surplus di reddito in consumi oppure risparmiarlo (il risparmio intermediato dalla Cassa di risparmio finanzia gli investimenti). Facciamo un passo ulteriore, necessario ma un po’ tecnico, e immaginiamo che la propensione media al consumo sia 0,5. Allora i sette ausiliari spenderanno il 50% del loro reddito netto: 400 euro per sette, per dodici mesi, fa 33.600 Euro. Se li licenziamo, i 953 taxpayers rimanenti consumando metà del risparmio fiscale spenderebbero in aggregato circa 48.000 Euro (50 per 953). Ora già così 48 è più di 33. Ma è chiaro che questa spesa (in più bistecche, più giornali, più caffè al bar, fate voi) è anche maggior reddito per i cittadini di Comitini i quali oltre a essere consumatori, come noto, sono anche piccoli imprenditori; e maggiori saranno le entrate fiscali per il sindaco.


E i 7 nuovi disoccupati direte voi? Certo soffriranno il trauma della perdita del posto; passare dai bar del paesello a doversi cercare un lavoro dove si lavora è duro per tutti. Ma potrebbero essere fortunati, se il sindaco non li terrà in CIGS per l’eternità, può darsi che il macellaio del Paese abbia bisogno di un commesso in più, il bar di un nuovo cameriere, o che la Cassa di risparmio del Paese sia disposta a finanziare una nuova intrapresa agricola che abbisogna di qualche bracciante che non sia polacco.


L’esempio mi serve per dire che solo con tagli della spesa ridistribuiti in minori imposte si può ridare fiato alla ripresa. E questo vale tanto di più quanto maggiore è la pressione fiscale nel Paese. La tua proposta A.D. è certamente migliore di quella del governo Monti e migliore di quella (inesistente) dei Tre-monti precedenti. Essa è coerente con l’esercizio contabile di cui sopra, ma richiede, al contrario della mia, un giudizio morale che non so dare. Tu infatti chiedi una patrimoniale progressiva dai 500mila Euro in su. Deduco che per te chi detiene un patrimonio di 500mila Euro è da considerarsi “ricco”. Non so dire. So però che vi sono grandi difficoltà pratiche in questa valutazione. Parli di patrimonio al netto dei debiti? Come lo misuriamo? Seguiamo la massima latina (res tantum valet quantum vendi potest), quindi a valore di mercato? E se nessuno compra più case, quanto vale il mio appartamento? Cosa succede se uno non riesce a pagare, si indebita? Includiamo la ricchezza mobiliare, immobiliare o entrambe? Applichiamo la patrimoniale anche alle imprese? Queste appaiono tutte questioni di lana caprina, ma non è così. E’ noto infatti che i grandi patrimoni immobiliari sono custoditi dalle società finanziarie (banche e assicurazioni) e da imprese costituite ad hoc perché normalmente esenti da imposte patrimoniali. E’ ancora più noto che i grandi capitali finanziari hanno le ali, e in genere fanno il nido in Svizzera o alle Cayman. Insomma, i Sapientoni bocconiani sanno benissimo cosa si dovrebbe fare, ma sanno ancora meglio cosa si può fare, e le due cose purtroppo raramente coincidono.


Alex Bernard

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog