01/03/08

I FIGLI OBBEDIENTI DI MAMMA TELEVISIONE


Un articolo inquietante di un pensatore francese. Un’analisi spietata sullo stato dei cervelli dell’uomo del 2000; sulla capacità di persuasione dei nuovi strumenti di comunicazione di massa; sulla modificazione della famiglia indotta dalla tecnologia; sullo stordimento generale delle popolazione del cosiddetto Occidente e sulla “riduzione in schiavitù” dell’Uomo contemporaneo al consumismo. Una lettura chiarificatrice che si sposa perfettamente con le tesi sull’inganno di concetti come libertà e democrazia sviluppate da Massimo Fini (Sudditi - Manifesto contro la Democrazia).


L'individualismo non è la malattia della nostra epoca: è l'egoismo, il self love tanto caro a Adam Smith, decantato da tutto il pensiero liberale. È l'epoca dell'incitamento all'egoismo, alla produzione di individui tanto più ciechi o accecati da non accorgersi di quanto siano inquadrati in regimi omologati. E proprio di «ego» si tratta, poiché le persone si credono uguali mentre in realtà sono passate sotto il controllo del «gregge». Quello dei consumatori, in questo caso. Vivere nel gregge simulando di essere liberi è sintomo di un rapporto con il sé terribilmente alienato, in quanto ciò presuppone di aver accettato come regola un rapporto ingannevole con se stessi. E, dunque, con gli altri. Dunque, si mente sfacciatamente agli altri, quelli che vivono al di fuori delle democrazie liberali, allorché si racconta di voler portare loro la libertà individuale, con qualche gadget in regalo o armi alla mano in caso di rifiuto, mentre si tenta soprattutto di farli entrare nel grande gregge dei consumatori. Ma a cosa serve tale menzogna? La risposta è semplice. Occorre che ciascuno si diriga liberamente verso le merci che il buon sistema di produzione capitalistico produce per lui. «Liberamente» poiché, sotto costrizione, opporrebbe resistenza. L'obbligo permanente di consumare deve essere sempre accompagnato da un discorso di libertà, ovviamente falsa, intesa come mezzo per «fare ciò si vuole». La nostra società sta producendo un nuovo tipo di aggregazione sociale, che implica una strana combinazione di egoismo e socievolezza, cui darei il nome di «ego-gregario». Ciò rimanda al fatto che gli individui vivono separati gli uni dagli altri, soddisfacendo il proprio egoismo, ma rimangono collegati in modo virtuale per essere condotti verso le fonti dell'abbondanza. Le industrie culturali svolgono un ruolo decisivo: la televisione, Internet, una buona parte del cinema commerciale, le reti della telefonia mobile zeppe di offerte «personalizzate»... La televisione è innanzitutto un media domestico, che si è inserito in una famiglia già in crisi. Si è parlato dell'«individualizzazione», della «privatizzazione» e della «pluralizzazione» della famiglia, come conseguenze dell'inedita disarticolazione dei legami coniugali e filiali. Alcuni autori invocano addirittura una sua «deistituzionalizzazione», riferendosi alla caduta delle relazioni di autorità e all'insorgenza di relazioni di uguaglianza. La famiglia cessa di essere un gruppo strutturato da poli e da ruoli, e diventa un semplice raggruppamento funzionale agli interessi economico-affettivi: ognuno può badare ai propri interessi, senza che ciò implichi diritti e doveri specifici per nessuno. Per esempio, ognuno - padre, madre o figlio - va a cercare nel frigorifero il proprio sostentamento, quando dovrà placare la fame prima di tornare nella propria camera davanti alla televisione o al video registratore senza passare per il rito collettivo del pasto. Questi aspetti sono ben noti. Sono meno conosciuti i mutamenti introdotti dall'uso della televisione. Essa cambia infatti i connotati dello spazio domestico, indebolisce ulteriormente il ruolo già ridotto della famiglia reale e crea una specie di famiglia virtuale che si aggiunge a quella precedente. Alcune ricerche nordamericane già da molto tempo lo chiamano il «terzo genitore». Occorre prendere alla lettera tale espressione e non considerarla una semplice metafora, poiché spesso il terzo genitore riveste un ruolo più importante dei primi due. Il nuovo genitore porta con sé, nello spazio ora deistituzionalizzato della vecchia famiglia, la propria famiglia che, per quanto virtuale, non è meno invadente. Questo terzo genitore nei confronti dei figli, che allo stesso tempo è il migliore amico della famiglia per i genitori reali, costituisce dunque il vettore che permette di saldare una nuova famiglia virtuale ai resti della famiglia reale. Questa estensione si è imposta tanto più facilmente in quanto la propagazione della televisione si è diffusa in tutto lo spazio privato: oltre al televisore che troneggia, come una generazione fa al centro del focolare domestico, in soggiorno, ora se ne trovano persino nelle camere dei bambini.Il prolungamento virtuale della famiglia provocato dal terzo genitore è stato scarsamente rilevato dalle scienze sociali, malgrado la letteratura lo avesse colto perfettamente sin dagli inizi del regno televisivo. Nel 1953, nel suo avvincente romanzo Fahreneit 451, lo scrittore americano Ray Bradbury mostrava diversi aspetti del problema, uno solo dei quali è stato in seguito esplorato: una società in cui la televisione ha preso il posto del libro. Ne è stato tratto un film, realizzato da François Truffaut nel 1966: la trama è ambientata in un futuro prossimo in cui la società giudica pericolosi i libri, considerandoli un ostacolo allo sviluppo della persona. Se la questione del rapporto televisione/libro è stata indagata a fondo, scarso peso è stato dato alla seconda questione fondamentale posta dagli avvenimenti: la televisione come nuova famiglia. Tale aspetto è tuttavia assai presente attraverso il ruolo svolto, nel racconto, dalla moglie di Montag, il protagonista. Mildred (Linda, nel film) è totalmente succube del sistema di vita asettico e forzatamente felice instaurato dal «Governo». Ingurgita le pillole necessarie ad evitare ogni rischio d'ansia. E soprattutto vive con la televisione, che ritrova in ogni stanza della casa e che ricopre tutta la parete (il racconto giunge leggermente in anticipo sulla nostra tecnologia, ma fortunatamente ora abbiamo schermi piatti sempre più grandi). Tali «muri parlanti», come li chiama il narratore, rappresentano ciò che ella definisce la sua «famiglia», i cui personaggi virtuali vivono tutti i giorni nel salotto di Mildred. L'ambizione maggiore della protagonista è di arrivare, un giorno, a permettersi un quarto muro-schermo per migliorare... la vita di famiglia. La forza del romanzo sta nell'aver saputo rivelare tale aspetto con molto anticipo: mentre la famiglia reale - con i suoi codici, i suoi luoghi e le sue gerarchie - svaniva lentamente, veniva rimpiazzata da una nuova comunità immensa e volatile, portata dalla televisione. Sin dal 1953 Bradbury aveva compreso che, trascurando i vecchi rapporti sociali reali, i telespettatori cominciavano ad appartenere ad una stessa «famiglia»: improvvisamente con gli stessi «zii» che raccontano le barzellette, le stesse «zie» impertinenti, gli stessi «cugini» che si confidano. I numerosi talk show e gli altri programmi di intrattenimento trasmessi dai canali generalisti forniscono un'intera galleria di ritratti di famiglia: dal timido impenitente allo sbruffone incallito, passando per il brontolone patentato, l'ex-militante riciclato, il professore idiota, l'ecologista della buona cucina, il cinico un po' spaccone, la bionda petulante dall'anatomia modificata, l'eterno idolo dei giovani, il cantastorie della terza età, la star del porno che difende i diritti dell'uomo, l'omosessuale in tutte le sue declinazioni, l'handicappato simpatico, la drag-queen pronta a tutto, l'intellettuale blasonato, l'immigrato volubile, gli attori con le loro manie, gli sportivi dal cuore d'oro, i difensori delle cause perse e persino lo psicoanalista pieno di sottintesi freudo-lacaniani... un centinaio di persone che scorrazza ininterrottamente da un canale all'altro e che valgono oro: quelli che oggi chiamiamo people, inseguiti dai politici in crisi di ascolto. Facendo zapping oggi si incontrano i cugini, gli zii e le zie, e sono pure simpatici, o almeno si suppone che lo siano. La «famiglia» della televisione è chiamata a fornire ciò che le storie di famiglia (piccole e grandi, comiche o tragiche) non danno più. La televisione conforta le persone sole e intrattiene i gruppi in cerca di brio. La «tele» non fornisce solo una «famiglia», ma riunisce in una grande famiglia chi la guarda. Ognuno si confida con tutti gli altri in un ideale di trasparenza dove non si può nascondere più nulla. Prima della fine della trasmissione, i «segreti di famiglia» meglio conservati vengono svelati: nessuno resiste al grande sfogo. Sotto il sole del Grande Fratello, tutti devono dire tutto a tutti. Anche gli adolescenti e i giovani adulti che passano dal confessionale di «Loft Story» o di «Star Academy» (reality show di grande successo in Francia, ndt). La novità di queste trasmissioni è che il telespettatore può comporre la famiglia secondo le sue preferenze - per esempio, pigiando il tasto 1 se vuole sostenere Cyril o 2 se vuole espellere Elodie... Ci si potrebbe chiedere: dopo tutto, cosa c'è di sbagliato nella virtualizzazione dei rapporti familiari? Non fa parte del corso della storia? Dunque non c'è ragione di disprezzare il periodo attuale né, tanto meno, di rimpiangere il tempo che fu. D'altronde, l'epoca in cui si soffocava nella famiglia reale non è poi così lontano. Il celebre «Famiglie, io vi odio» di André Gide, ripreso dagli studenti del 1968, risale a una o due generazioni fa soltanto. Non è quindi più desiderabile una «famiglia» virtuale rispetto ad una vera, visto che quando non se ne può più, basta schiacciare il pulsante senza dover «uccidere il padre» come prima? La risposta è semplice: il telespettatore che ama i personaggi di questa «famiglia» non può essere ricambiato poiché essi, essendo virtuali, non possono che essere del tutto indifferenti. Eccezion fatta, evidentemente, se egli diventa mediatizzabile. In tal caso, si farà entrare l'infelice personaggio «nel» televisore, e gli saranno date sovradimostrazioni d'amore, come per far dimenticare l'intrinseca non-reciprocità del media. Da ciò deriva un'altra domanda, e una nuova risposta. Tutta questa spesa in tecnologia (telecamere, tecnici, palinsesti, satelliti, reti ecc.) e in investimenti diversi (finanziari, libidinosi ecc.) serve solo a sottrarre esistenza reale ai soggetti che guardano la televisione e vi passano tanto tempo? La «famiglia» è forse il regno del puro divertimento pascaliano? Un tempo, esso era concentrato sul re, in quanto quest'ultimo appoggiava tutti nonostante nessuno appoggiasse lui. Così, per sfuggire al forte rischio di malinconia del re, non vi era alternativa che quella di divertire continuamente. Siamo in una situazione simile oggi, con la differenza che tutti, nella democrazia di mercato, dovrebbero essere intrattenuti piacevolmente. Ma divertire il soggetto non basta. Si può fare di meglio. L'esistenza soggettiva dell'altro non preoccupa affatto la «famiglia», perché nulla la preoccupa, in quanto essa stessa è solo un'illusione. Dietro, si nasconde l'unica realtà consistente, l'audience (un'audience fidelizzata dal simulacro), che si misura, si scompone in parti allo scopo di essere venduta e comprata sul mercato dell'industria culturale. Se vi fosse ancora qualcuno così ingenuo da credere che la qualità dei programmi viene tenuta in conto nella programmazione, rimarrebbe forse disilluso già a una prima indagine. Conta solo l'indice di ascolto, poiché solo questo influisce sul vero affare: il prezzo degli spazi pubblicitari. È una regola espressa nel modo seguente da un direttore dei programmi di Tf1, docente alla università Paris Dauphine e alla Sorbona, ad uso degli apprendisti programmatori: «È inutile aumentare i costi per produrre un programma migliore di quello che si trasmette, se si possiede già il maggiore indice d'ascolto». Conosciamo le affermazioni fatte, dapprima in privato, da Patrick Le Lay, presidente di Tf1: «Le nostre trasmissioni hanno la vocazione di rendere [il cervello del telespettatore] disponibile: cioè di divertirlo e rilassarlo per prepararlo tra un messaggio e l'altro. Ciò che vendiamo a Coca-Cola è la disponibilità del tempo del cervello umano. Nulla è più difficile che ottenere tale disponibilità». Ecco, dunque, ciò che dobbiamo comprendere: il modo esatto in cui si ottiene tale disponibilità. Tuttavia, sebbene nessun'altra attività sociale venga misurata tanto quanto il consumo televisivo, tali misure non dicono quasi nulla sulla soggettività del pubblico. Perciò, è bene esplorare la vasta zona d'ombra in cui l'energia psichica è catturata per essere convertita in indice di ascolto. Dunque, prendo per buona l'ipotesi che ciò che permette al pubblico di divenire fedele si spieghi con la funzione di famiglia virtuale sostitutiva svolta dalla televisione. Esaminare tale «famiglia» è indispensabile per chi voglia davvero descrivere e pensare il mondo e le sue tematiche. Ciò permette di penetrarne la natura autentica. Bernard Stiegler, in un vivace libretto sulla televisione e la miseria simbolica, sostiene che «[l'audiovisuale] genera comportamenti gregari e non, contrariamente alla leggenda, comportamenti individuali. Dire che viviamo in una società individualista è una palese menzogna, un imbroglio straordinariamente falso (...) Viviamo, come aveva già capito e anticipato Nietzsche, in una società-gregge». La famiglia in questione sarebbe dunque in realtà un «gregge», che basta guidare laddove esso si abbevera e si può nutrire, cioè verso fonti e risorse ben precise. Non invocherei Friedrich Nietzsche, le cui qualità di vero democratico sono ancora tutte da dimostrare, quanto piuttosto Emmanuel Kant e Alexis de Tocqueville. Kant sviluppa il tema dell'irreggimentazione degli uomini in Che cos'è l'Illuminismo? (1784). Essa avviene, secondo lui, allorché gli uomini rinunciano a pensare per conto loro e si pongono sotto la protezione di «guardiani che, per "bontà", si propongono di vigilare su di loro. Dopo aver prima di tutto istupidito il gregge [Hausvieh, letteralmente «bestiame domestico»], ed essersi assicurati che tali miti creature non osino fare il minimo passo al di fuori del parco in cui sono rinchiuse, essi mostrano loro il pericolo di procedere per proprio conto». Alla lista dei guardiani del gregge proposta da Kant - il cattivo principe, l'ufficiale, il precettore, il prete, che dicono: «Non pensate! Obbedite! Pagate! Credete!» - è bene oggi aggiungere il mercante, assistito dal pubblicitario che ordina al gregge dei consumatori: «Non pensate! Spendete!». Quanto a Tocqueville, è degno di nota che l'eminente pensatore della democrazia abbia prefigurato l'irreggimentazione delle popolazioni quando si interrogava sul tipo di dispotismo che le nazioni democratiche devono temere. La nozione di «gregge» compare appunto nel 1840, quando egli afferma che la passione democratica per l'uguaglianza può «ridurre ogni nazione a non essere altro che un gregge di animali timidi e industriosi» liberati dal «problema di pensare». E in effetti, è vero: nel gregge siamo davvero tutti uguali. Dopo la proletarizzazione degli operai, il capitalismo si è adoperato alla «proletarizzazione dei consumatori». Per assorbire la sovrapproduzione, gli imprenditori hanno sviluppato tecniche di marketing che mirano ad intercettare il desiderio degli individui allo scopo di incitarli a comprare sempre di più. Le teorie di Sigmund Freud sono state messe così a profitto, attraverso l'adattamento al mondo dell'industria realizzato... dal suo nipote americano Edward Bernays. Quest'ultimo sfruttò (dapprima per il produttore di sigarette Philip Morris) le immense possibilità di incitamento al consumo di ciò che suo zio chiamava «l'economia libidinale». Il genio di Bernays è di aver percepito con molto anticipo il profitto che si poteva trarre dalle idee di Freud. In effetti, già nel 1923, in Crystallizing Public Opinion, egli spiega che i governi e gli annunciatori possono «irreggimentare la mente come i militari con il corpo». Questa disciplina può essere imposta grazie «alla flessibilità intrinseca alla natura umana individuale». Bernays indica che «la solitudine fisica è un vero terrore per l'animale gregario [gregarious animal], e che l'irreggimentazione gli provoca un sentimento di sicurezza. Nell'uomo, questo timore della solitudine suscita un desiderio d'identificazione con il gregge e con le sue opinioni». Ma, una volta entrato nel «gregge», l'«animale gregario» desidera sempre esprimere la sua opinione. Di conseguenza, i comunicatori devono «fare appello al suo individualismo [che] accompagna da vicino altri istinti, come l'egotismo». Perciò Bernays raccomanda di parlargli sempre del «suo» desiderio. L'irreggimentazione omogeneizza i comportamenti in modo tale da conquistare mercati e massimizzare il profitto, facendo leva in particolar modo sui media audiovisivi di massa, come la radio e il cinema, e poi la televisione inventata poco dopo, usati per funzionalizzare la dimensione estetica dell'individuo. Si badi che parlare di una società-gregge di consumatori proletarizzati non è affatto incompatibile con il dispiegamento di una cultura dell'egoismo assunta a regola di vita - anzi: tali nozioni si richiamano e si sostengono l'un l'altra. La vita in un gregge virtuale, incessantemente condotto verso fonti provvidenziali piene di sirene e naiadi, presuppone in effetti un egoismo ipertrofico presentato come emancipazione democratica. «Sii sempre più te stesso partecipando sempre più alla famiglia», «Con noi, sarai al centro del sistema» o «al centro della banca, della rete e di tutto ciò che desideri» - potremmo elencare mille pubblicità che utilizzano tale registro, poiché i pubblicitari sono specializzati nell'utilizzare il trucco (grossolano, ma imbattibile) consistente nel lusingare in ogni forma possibile l'egoismo degli individui. Con questo «egoismo gregario» (ricordiamo che «gregario» proviene dal latino gregarius, da grex, gregis, «gregge»), assistiamo senza dubbio a un tipo di «aggregato» nuovo, che va indagato tanto più rapidamente in quanto il suo lato egoista gli impedisce per sempre di scoprirsi esso stesso come essere collettivo. Con queste formazioni ego-gregarie, ci troviamo davanti a mostri generati dalla democrazia. Mostri, poiché tali formazioni sono profondamente antidemocratiche: esse si basano sull'omissione volontaria e sull'artificio ripetuto, sulla vendita delle coscienze, sulla sbruffonata vincente, sul profitto rapido e massimo e, per giunta, contaminano sempre di più il funzionamento democratico reale contribuendo in modo particolare alla «peoplelisation» della politica. La vita nel gregge virtuale è organizzata a partire dalla serializzazione degli individui esposti a molteplici possibilità di soddisfazione di bramosie egoiste, costantemente eccitate e rilanciate. Con «serializzazione», intendo la perdita del sentimento di appartenenza a una (o alla) collettività umana, l'insorgenza di un'anomia che conduce i membri di un gruppo a vivere ciascuno per proprio conto e nell'ostilità nei confronti degli altri. Tale serializzazione contribuisce affinché ciascun membro del gregge virtuale si abbandoni alle offerte di soddisfazione. Per incitarlo, basta l'offerta di guardare, che in teoria può essere declinata o accettata («in teoria», poiché i bambini sono in realtà spesso posti quasi di forza davanti al televisore dai genitori per tenerli tranquilli). Se accetta questa offerta, quasi obbligata, a guardare, il membro del gregge verrà «catturato» poiché guarderà pensando di guardare liberamente la televisione. Proprio allora entra in gioco una delle peculiarità della pulsione scopica: l'inversione del senso dello sguardo grazie al quale non è tanto lo spettatore che guarda la televisione ma, di fatto, la televisione che guarda lo spettatore. Ovviamente, tale ribaltamento deve essere quanto possibile indolore. Tutto parte da un contratto ingannevole secondo cui lo spettatore crede di poter guardare senza essere visto. Di qui nasce il sentimento di onnipotenza egoistico che raggiunge chi crede di «fare ciò che vuole» guardando ciò che desidera guardare. La prova ultima è che può cambiare canale come meglio crede. In realtà, lo spettatore non è onnipotente, tutt'altro: è guardato e addirittura spiato sicuramente più di quanto non guardi. Non dimentichiamo che nessun'altra attività sociale è misurata tanto quanto quella che ha a che fare con la pratica televisiva. Lo stesso fenomeno vale per ognuno di questi nuovi insiemi ego-gregari. In effetti, così come in Internet molti programmi-spia registrano localmente o a distanza lo sguardo dell'internauta attraverso i click del suo mouse, al fine di farne un ritratto automatico che permette di osservarne tutti gli aspetti, numerose scatole nere registrano le minime reazioni del telespettatore. In tal modo, mentre egli guarda viene anche guardato. La televisione è un occhio aperto su ogni membro o gruppo di membri del gregge. Il consueto «Vado a rilassarmi un momento guardando la televisione» è dunque illusorio. Infatti, è l'Altro che vi guarda; ma non solo voi, poiché allo stesso tempo esso guarda tutti i membri del gregge. E ovviamente tutti questi occhi accecati della televisione, diretti verso i membri del gregge virtuale, sono interconnessi. Ciò compone una rete immensa in cui ciascuno è costantemente esposto e guardato da ciò che egli guarda. E direttamente condotto verso le sorgenti in cui l'Altro vuole che egli vada a nutrirsi e dissetarsi con i suoi simili (e sappiamo che, per il presidente-direttore generale della principale rete televisiva francese, che fu considerato il «miglior offerente culturale», si tratta preferibilmente di sorgenti di Coca-Cola). La televisione funziona come una sorta di panopticon di Bentham al contrario. In esso, come ha mostrato Foucault, «[ognuno] è osservato, ma non osserva», in modo da «indurre nel detenuto uno stato cosciente e permanente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere». Qui c'è un'ulteriore perfezionamento (tale è il progresso): nessuno è visto, ma tutti sono guardati da questo grande Altro cieco che essi guardano. In effetti, non si tratta più di osservare ogni membro da un solo punto di vista centrale, ma di indurre ognuno a guardare in certe direzioni precise, quelle che promettono la felicità attraverso la soddisfazione generalizzata e automatica dei bisogni, ovviamente catalogata con cura e... prevedibile.


di Dany-Robert Dufour

26/02/08

A MASSIMO


Gentile Presidente,

come ben sai la Municipalità da un paio di mesi ha dato il via libera al nuovo piano della viabilità. Al di là del contingente e della primaria necessità di alleggerire la parte più antica del paese del peso del traffico da e per la zona residenziale alta del paese, l’intento secondario che si cela dietro l’adozione di codesto nuovo piano è quello di riqualificare il centro storico del paese, liberandolo dal soffocante ingombro e dalla pesantezza degli automezzi privati per restituirlo alla collettività che a quel punto ne potrà disporre per un uso più acconcio. Il virtuoso percorso prevede un graduale (e sperabilmente condiviso) avvicinamento alla mèta: azione amministrativa e controllo, contestuale azione rieducativa (nel senso di ri-appropriazione pedonale), qualificazione ambientale e urbanistica.
Tanto premesso a questo punto, per corroborare la lungimirante iniziativa municipale, urge il soccorso della fantasia per vivacizzare il Centro storico teserano durante la prossima stagione estiva. Nel merito, escludendo la chiassosa baby dance che considero un dequalificante omaggio all’intrattenimento da spiaggia e alla musica commerciale, la Tesero by night all’aperto, da troppi anni, si trastulla sostanzialmente con le due settimane delle Corte e poco altro. La stessa Banda, tranne che nelle due occasioni di accompagnamento alle processioni del Corpus Domini e del Rosario, qui a Tesero praticamente non suona più all’aperto da 25 anni. L’ottima iniziativa primaverile denominata Appuntamenti con la Banda (in teatro) è stata (ahimè) drasticamente ridimensionata per mancanza… di pubblico: nella fattispecie, depennare un concerto su tre non è – come sembrerebbe – cosa di poco conto. Ciò considerato, ragionandoci su ho dedotto che forse la debacle di questa manifestazione sia proprio conseguenza del fatto che suonare al chiuso, in una stagione che invece predisporrebbe volentieri al gelato all’aperto, non attiri più di tanto il pubblico. Qui ti coinvolgo. Se il Centro storico, finalmente, riuscirà ad alleggerirsi della fastidiosa presenza delle auto si potrebbe pensare di organizzare una qualche rassegna bandistica all’aperto. Che ne dici? Sia chiaro, non concerti impegnativi che sono più idonei a essere eseguiti in luogo chiuso, ma programmi “leggeri” tratti dal tradizionale repertorio per banda, fatto in particolare di marce e pezzi dedicati, preceduti da una breve sfilata per le vie del Centro. Sappiamo che a Cavalese, in estate, ogni domenica sfilano bande provenienti da fuori. Qui invece, per esempio, si potrebbero invitare 4 o 5 complessi musicali effettuando durante la prossima primavera altrettanti concertini serali all’aperto, da eseguire alternativamente in piazza Nuova e piazza Scario. È un’idea che butto lì e ti propongo, senza pretesa che dall’oggi al domani essa possa realizzarsi. Però intanto puoi cominciare a pensarci. Penso (e mi auguro di non essere il solo nostalgico a pensarla così) che poter riascoltare la banda all’aperto, in tranquillità, senz’auto e rumori di fondo, non sarebbe male. Spero anche che altre idee nascano e si trasformino in fatti concreti purché poi non diventino (come troppo spesso accade qui a Tesero) stucchevoli e infinite riproposte seriali. Come nella rotazione agraria i campi vanno rinnovati ogni due o tre anni, affinché la produzione non si riduca vieppiù, anche l’offerta folcloristica e rievocativa deve rinnovarsi e variare affinché l’interesse del pubblico si ridesti. Siamo a febbraio perciò (senza troppa fretta) c’è tempo per ragionarci e forse organizzare qualcosa già per la prossima bella stagione! Resto in attesa di un tuo cenno in merito. Ciao

euro

25/02/08

VOCALI


A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali!
Un giorno dirò i vostri ascosi nascimenti:
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
Che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,
Golfi d'ombra;
E, candori di vapori e di tende,Lance dighiaccio, brividi di umbelle,bianchi re
I, porpore, rigurgito di sangue,
labbra belle Che ridono di collera,
di ebbrezze penitenti;
U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
Quiete di bestie al pascolo, quiete dell'ampie rughe
Che alle fronti studiose imprime l'alchimia.
O, la suprema Tuba piena di stridi strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
- O, l'Omega ed il raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

23/02/08

CI SONO GIORNI


“Se me nona l’avèsse le rode sarìa ’n caridèl – i disèva ’na òlta – par rider. Ancö, podessan dirla, rebaltandola, ma par pianser, de le... mammmme! Se quela mammmma no l’avèsse l’aoto sarìa ancora ’na femena… Ah, ste mammmme moderne. Dio, quanto che le còn correr. No le ha pas. Sempre te n’aoto con ’na pressa del diaol. A scomenzàr da matina bonora sin che le va te ’l leto.”

Ci sono giorni, specie la mattina presto, in cui i neuroni di molte persone fanno fatica a mettersi in movimento. Ci sono giorni in cui la benzina non sembra trovarsi alla quota record di € 1,41/litro. Ci sono giorni in cui gli insistiti appelli a un uso più intelligente delle risorse energetiche sembrano rivolti ai marziani. Ci sono giorni in cui il narcisismo, la superficialità, la stupidità raggiungono picchi impensabili. Ci sono giorni in cui la già rodata, benemerita e salutare iniziativa provinciale denominata Mobilityamoci, disattesa dalla stragrande maggioranza dei genitori, sembra non sia stata neppure avviata. Oggi, venerdì 22 febbraio 2008, è un giorno di questi. È incredibile quanto si faccia fatica a capire e quanta sia la resistenza all’intrapresa virtuosa. Grande è la delusione nell’osservare che le zelantissime, benedette, iper-dinamiche mamme (soprattutto mamme!, ma non solo, sia chiaro), nonostante gli inviti gridati e scritti di insegnanti e autorità a non accompagnare in auto i propri figli, non si rendano ancora conto di quanto farebbe bene a quei bambini e a quei ragazzi (alle loro menti e al loro spirito) camminare quei dieci/quindici minuti (tanto è il tempo massimo che separa le loro case dalla scuola) prima di iniziare le lezioni. Che queste sportivissime ed esigentissime donne non si capacitino di quanto stupido sia auto-trasportare bambini nel pieno del loro sviluppo per poche centinaia di metri, boicottando in pratica l’intento dell’Amministrazione comunale. Che non comprendano quanto la loro “premura” sia controproducente tanto per i bambini a bordo quanto per quelli che, rispondendo civilmente e gioiosamente all’iniziativa, lungo il tragitto, camminando, devono respirare i veleni che fuoriescono dagli scappamenti delle loro autovetture. Per fortuna però (ci mancherebbe altro!) ci sono anche bambini, ragazzi e genitori a piedi. Genitori virtuosi che hanno capito e psicologicamente risolto la loro auto-dipendenza. Un elogio sincero a tutti essi. In particolare a una maestra, che probabilmente (tra tutte le genitrici) è quella che abita più lontano. Quasi ogni giorno raggiunge la scuola a piedi, perché proprio lì insegna, e il chilometro del tragitto lo percorre portando spesso in braccio o tenendo per mano il figlioletto. Lo fa – dice – perché le piace: camminare è bellissimo, e poi fa bene alla salute, la migliore attività fisica in assoluto. È solo questione di testa – continua – non ci sono scuse che tengano. Eh sì, ha ragione, è una questione di testa! Ma forse è proprio il cervello (di quelle mamme) che non funziona. Forse adeguarsi a uno stile più responsabile e salutista comporta per esse un troppo dispendioso e insostenibile consumo di fosforo, che i loro cervelli probabilmente non hanno. Peccato.

L’Orco

20/02/08

L'INTRALCIO DELLA PREISTORIA


Da tre anni non riescono a finire i lavori di costruzione del garage seminterrato che dovrebbe servire la loro abitazione, costruita nel 2004 in località Sottopedonda. A bloccare la realizzazione della rampa sono... gli ex abitanti della zona: una tribù retica che ha abitato sulle sponde dell'Avisio oltre duemila anni fa. È una battaglia a colpi di carte bollate e destinata probabilmente a trasferirsi al Tribunale amministrativo regionale, dopo l'ultimo atto firmato venerdì dalla giunta provinciale, quella che oppone Erica Iellici e Davide Brigadoi alla Soprintendenza per i beni archeologici della Provincia. I due avevano ottenuto la concessione edilizia il 26 marzo 2004 per costruire la propria abitazione in località Sottopedonda di Tesero. Quando fecero le carte, il terreno era già inserito nel Prg del 2001 come zona «a rischio archeologico» perché tra il 1981 e il 1987 erano affiorati resti di alcune case risalenti al sesto secolo avanti Cristo e suppellettili datate tra il sesto e il secondo secolo. Ma anche se l'avessero saputo, probabilmente avrebbero scelto di correre il rischio: d'altra parte, mica tutti sono proprietari terrieri! Così, mattone su mattone, la casa è venuta su, ma in fase di scavo sono «venuti su» anche altri reperti archeologici, nell'area a ridosso del margine sud di una particella interessata ai lavori: il tratto corrispondente alla rampa di accesso del garage ( nella foto, gli scavi e uno dei garage ). Immediata la sospensione del cantiere da parte della Soprintendenza, fino al completamento delle ricerche, terminate nel 2005, ma senza che si sbloccasse la situazione, per i proprietari della casa. Iellici e Brigadoi hanno atteso fino al settembre 2006, quindi hanno presentato domanda di revoca (o di conferma definitiva) della sospensione lavori. La risposta ottenuta, definita poco chiara, li ha indotti a depositare, l'11 luglio 2007, la denuncia d'inizio attività per completare il garage. Il giorno dopo, la Soprintendenza è scattata, aprendo la procedura per la dichiarazione d'interesse culturale del sottosuolo dei terreni interessati dalla costruzione, con la sola esclusione di quelli sotto la casa. Gli avvocati di Iellici e Brigadoi hanno presentato ricorso alla giunta provinciale, per far ritirare la determinazione: lo studio legale Corti - Deflorian di Bolzano ha contestato infatti l'imposizione di un vincolo poco motivato e gravido di conseguenze pratiche per i proprietari. Per i legali, la soluzione tampone per accedere ai garage permessa nel 2005 non può essere scambiata per definitiva, come fatto dalla Soprintendenza. Inoltre, viene anche contestato il fatto che l'imposizione del vincolo sia avvenuto a prescindere da ogni prospettiva di valorizzazione di quanto scoperto. La giunta provinciale ha però respinto il ricorso, ritenendo giusto invece porre dei vincoli in una zona in cui «è decisamente alto il rischio di trovare altre testimonianze simili a quelle rinvenute», mentre i lavori progettati - se portati a termine – avrebbero sicuramente danneggiato l'area archeologica.


Giorgia Cardini – L’Adige 19/02/08


Io sto con i Reti!

A Tesero, la questione “Reti a Sottopedonda”, è nota al cittadino comune da oltre 40 anni. Ne seppe qualcosa la speculazione immobiliare già negli anni settanta perché proprio lì mosse i suoi primi passi e trovatasi costretta a dialogare col Sevizio Beni Archeologici, ma oramai sazia, decise di chiudere i suoi programmi per spostarsi altrove.
Ne sanno qualcosa gli Amministratori del dopo Stava e in particolare il sindaco di allora Adriano Jellici, geometra, che trovarono i vincoli urbanistici molto allentati sotto la spinta dell’onda emotiva della Ricostruzione.
Ne sapevano quindi molto sia il sindaco attuale Gianni Delladio, geometra, sia i proprietari della casetta-garage dei quali Jellici ne è genitore e suocero quando, 6 anni fa, ognuno per la propria parte, si mossero affinché quell’area divenisse edificabile nonostante i vincoli e le perimetrazioni cartografiche sconsigliassero tale scelta.
Ecco perché io sto dalla parte dei Reti!
E la P.A.T.? Per quale motivo ha consentito, nei fatti, che il Servizio Urbanistica e Beni Archeologici si sconfessassero a vicenda e tra loro si infilassero gli avvocati?

Marzio Vinante

GLI ALIENI


Sono atterrati da mondi lontanissimi con un unico sogno nel cuore: salvare l’Italia, riparando i guasti dei soliti ignoti. C’è il marziano S. B. che vuole ridurre le tasse e snellire la burocrazia, a differenza di quanto abbiano fatto i governi di sinistra e quel suo sosia meno capelluto che in cinque anni di maggioranza bulgara non riuscì a liberalizzare neppure una pianta di ficus. E c’è il venusiano W. V., che evoca con toni onirici la necessità di una riscossa della politica, come se lui finora avesse fatto parte dell’Ordine dei notai o dei trapezisti, insieme a molti dei suoi probabili ministri, gli stessi del governo Prodi. Il plutoniano F. R. si ricandida a sindaco di Roma «auspicando un forte rinnovamento»: recenti scavi archeologici dimostrerebbero che negli ultimi tre lustri Roma non è stata governata dallo stesso F. R. e da W. V., ma da Caligola, con Nerone capo dei pompieri e Vespasiano assessore alla nettezza urbana. Da qualche pianeta misterioso è giunta poi un’astronave chiamata Rosa Bianca, che si batte per farla finita una volta per tutte con le solite facce. A guidarla è Baccini, che sembrava un vecchio democristiano già quand’era giovane. Dovrà vedersela con un altro figlio di Star Trek, il vulcaniano Pierferdi, al quale sono bastate poche ore (e vent’anni di Parlamento) per scoprire che l’Italia non ha un piano energetico e che la meritocrazia conta meno della raccomandazione di una zia. Siamo ancora in attesa dell’atterraggio del lunare Bassolino: quando scoprirà che Napoli è sommersa dai rifiuti, c’è da scommettere che si indignerà moltissimo.


Massimo Gramellini

18/02/08

RIFIUTI TOSSICI


"L’Italia lancia un appello ai fratelli tedeschi. Dichiarateci guerra. Ci arrenderemo volentieri. Non dovrete sparare neppure un colpo di fucile. Lanceremo violacciocche e mimose ai vostri Franz e Gunther in sfilata. Siete la nostra ultima speranza. Intanto, mentre riflettete e preparate i vostri carri armati, vorremmo che vi prendeste cura dei nostri dipendenti pubblici. Ogni giorno vi inviamo i nostri rifiuti dalla Campania in treno. I nostri politici sono rifiuti tossici, basta aggiungere qualche vagone in più, ben chiuso per farli arrivare a Berlino o a Colonia. Prendete anche loro per favore. All’arrivo termovalorizzateli subito, sono contagiosi più dell’Ebola e della febbre del Nilo. Vi pagheremo bene. Vi do la mia parola che non avrete in cambio bond della Parmalat, il più grande fallimento della Storia, o della Cirio e neppure azioni dell’Alitalia, che perde un milione di euro al giorno. Posso rassicurarvi anche sui titoli di Stato: non faranno parte del compenso. L’Italia ha il debito pubblico più grande di Europa, circa 1.626 miliardi di euro. Se dovesse rimborsare tutti i BOT e i CCT lo Stato italiano dichiarerebbe bancarotta e la gente sparerebbe per le strade. Vorrei suggerirvi qualche nome per i passeggeri dei vagoni piombati. Molti li conoscete, sono famosi anche all’estero come Berlusconi che ha offeso un vostro rappresentante alla Comunità Europea dandogli del kapò. Un uomo che si è fatto da solo con un piccolo aiuto da parte degli amici. In Italia l’amicizia è sacra e se gli amici si chiamano Bettino Craxi, morto latitante in Tunisia, o Marcello Dell’Utri, condannato per frode fiscale e false fatturazioni e creatore di Forza Italia, o Licio Gelli, condannato per aver infiltrato la sua organizzazione, la P2, in tutti i settori dello Stato italiano, si può chiudere un occhio. Gli amici non si tradiscono mai, soprattutto se ricambiano. Craxi, ad esempio, gli ha permesso con un decreto legge ad hoc di disporre di tre canali televisivi nazionali con cui fa propaganda politica per il suo partito e Gelli lo ha iscritto alla sua organizzazione di delinquenti. Berlusconi possiede anche la Mondadori, il più importante gruppo editoriale italiano. Se lo è aggiudicato grazie alla corruzione di giudici del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, poi finito in galera. Se la Merkel possedesse tre televisioni e 40 tra giornali e settimanali non avrebbe bisogno di fare la Grosse Koalition. Alle elezioni avrebbe l’80% dei voti. Perché non glielo proponete?Il conflitto di interessi da noi è una barzelletta che ci racconta da anni il centro sinistra. I suoi esponenti passano in realtà il loro tempo a parlare di banche e di assicurazioni al telefono, qualcuno va in barca, qualcuno ad Arcore a rassicurare Berlusconi. Si chiamano Violante, Fassino, D’Alema. Gli ultimi due sono sotto indagine da parte della Procura di Milano. Il giudice si chiama Clementina Forleo, i suoi genitori sono morti in uno strano incidente dopo essere stati minacciati e lei è stata fatta passare per matta dai media, messa sotto processo e trasferita. Vorrei che vi prendeste anche Veltroni, il nuovo che ci avanza, un politico formatosi negli anni 70 e riverniciato con i colori del Partito Democratico (PD). Un nuovo brand che sostituisce quello dei Democratici di Sinistra (DS) che aveva rimpiazzato il nome Partito Democratico della Sinistra (PDS) che veniva dopo il Partito Comunista Italiano (PCI). I nostri politici sono come i camaleonti, cambiano nome e colore rimanendo sempre gli stessi. Sperano che gli elettori si dimentichino che la politica italiana è stata la peggiore di Europa negli ultimi vent’anni. Non vorrei che vi dimenticaste Mastella che vive a Ceppaloni. Un signore che ha fatto divertire il mondo. Lui credeva di fare il ministro della Giustizia, ma era una comparsa. Lo hanno fatto ministro con un lecca lecca gigante e con un incarico preciso: fare l’indulto. Il primo atto del governo Prodi è stato la messa in libertà di 24.000 detenuti e la non messa in carcere di centinaia di funzionari pubblici, legati ai partiti. Mastella ha passato così tanto tempo a farsi fotografare in carcere con i galeotti che loro lo hanno adottato. Si è dovuto dimettere perché sua moglie è finita agli arresti domiciliari per concussione insieme a un numero imprecisato di esponenti del suo partito a conduzione familiare. Dini, un ex presidente del Consiglio, è un rifiuto extra tossico. Ha 77 anni e i suoi organi interni, in particolare il cervello, sono decomposti. La sua bella moglie è stata condannata per bancarotta a due anni e qualche mese. In Italia è un merito e lui ne è giustamente orgoglioso. Vi chiedo di fare una retata in Parlamento per riempire i vagoni. Troverete 24 condannati in via definitiva per reati che vanno da associazione in banda armata, alla truffa, alla falsa testimonianza, all’associazione mafiosa. Ai magnifici 24 vanno aggiunti i condannati in primo e in secondo grado e i prescritti, in tutto un centinaio di gaglioffi. Prescritto da noi significa che la condanna è arrivata troppo tardi per finire in galera. Il campione mondiale di questo reato è il novantenne Giulio Andreotti, da scortare al binario in carrozzella. E’ stato condannato per contiguità con la mafia, ma a tempo scaduto. Per questo è stato promosso senatore a vita. Forse siete venuti a conoscenza del fatto che il Governatore della Sicilia è stato riconosciuto colpevole in gennaio, per aver favorito alcuni mafiosi, con una condanna a cinque anni, oltre all’interdizione dai pubblici uffici. Ha mangiato un piatto di cannoli per festeggiare (pensava di prendere molto di più) e poi è stato costretto alle dimissioni. Ma non farà neppure un giorno di galera anche se sarà condannato in via definitiva (da noi ci sono tre gradi di giudizio). Due anni sono abbonati a ogni cittadino e tre sono un grazioso regalo della legge sull’indulto del facondo Mastella (ha un giro vita di 200 centimetri, mangia come un facocero). In compenso Cuffaro entrerà in Parlamento nominato dal suo partito. Infatti, la nostra legge elettorale, imposta con un colpo di mano da Berlusconi prima di mollare la presidenza del Consiglio nel 2006, prevede che deputati e senatori siano nominati dalle segreterie di partito e non eletti dagli italiani. In parlamento ci sono mogli, amanti, impiegati, portaborse, signorsì, pregiudicati, mafiosi, camorristi. Il cittadino può solo fare una croce su un simbolo. Molti dicono che faremo la fine dell’Argentina, in realtà l’abbiamo già fatta, ma ci vergogniamo a dirlo in giro. Ci sono quasi sei milioni di precari in Italia che lavorano un mese si e uno no. I più fortunati guadagnano 800 euro al mese. Sono ragazzi e ragazze che non avranno mai una pensione. Ogni anno aumentano. L’industria italiana è la Fiat e poco altro. I grossi gruppi sono concessionari dello Stato, autostrade, telecomunicazioni, energia: sono dei monopoli. Gli investimenti stranieri in Italia sono crollati. La Spagna ci ha superato. Nelle classifiche europee siamo sempre penultimi o ultimi, ce la giochiamo ogni volta con la Grecia. L’Italia ha il più alto numero di truffe nei confronti della Comunità Europea. I fondi europei, circa 9 miliardi all’anno, finiscono quasi tutti a tre Regioni italiane, Campania, Calabria e Sicilia, dove comandano Camorra, Ndrangheta e Mafia. Un buco nero di commistioni tra politica e criminalità organizzata. Potrei andare avanti per ore, ma mi manca il coraggio e lo spazio. Fate partire il treno al più presto e invadeteci. Gli italiani sono dalla vostra parte. “Cry for me, Deutschland”.

Beppe Grillo

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog