12/06/08

LA LEGGE ARSENIO LUPIN


Pierpaolo Brega Massone, nomen omen, capo della chirurgia toracica nella clinica Santa Rita convenzionata con la Regione Lombardia, l’uomo che in un sms si definiva “l’Arsenio Lupin della chirurgia”, è decisamente sfortunato. Se avesse atteso la legge Berlusconi sulle intercettazioni prima di architettare le truffe e gli scambi di fegati, polmoni, milze e cistifellee contestati dagl’inquirenti, sarebbe libero di proseguire i suoi maneggi con rimborso a pie’ di lista con i colleghi e/o complici. Invece è stato precipitoso. Uomo di poca fede, ha sottovalutato le potenzialità impunitarie del premier. Ora qualcuno parlerà di “arresti a orologeria” (nella solita Milano) per bloccare la mirabile riforma del Cainano: per non disturbare, gli inquirenti milanesi avrebbero dovuto aspettare qualche altra settimana e lasciar squartare qualche altra decina di pazienti. Perché quel che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita fa piazza pulita di tutte le balle e i luoghi comuni che la Casta, anzi la Cosca sta ritirando fuori per cancellare anche l’ultimo strumento investigativo che consente di scoprire i suoi reati. Le intercettazioni dei simpatici dottori sono contenute nelle ordinanze di arresto, dunque non sono più segrete, ergo i giornalisti le pubblicano. Qualcuno può sostenere che così si viola la privacy degli arrestati? O che, altra panzana a effetto, si viola la privacy dei non indagati? Sappiamo tutto delle malattie dei pazienti spolpati in sala operatoria per incrementare i rimborsi regionali: più violazione della privacy di questa, non si può. Eppure nemmeno la privacy dei pazienti innocenti, anzi vittime, può prevalere sul diritto dei cittadini (comprese le altre vittime reali o potenziali della truffa) di sapere tutto e subito. Sì, subito, con buona pace dei vari Uòlter, che ancora la menano sul divieto di pubblicare intercettazioni pubbliche fino al processo (che si celebrerà, se va bene, fra 3-4 anni). Restano da esaminare le altre superballe di marca berlusconiana (ma non solo). 1) Le intercettazioni in Italia sarebbero “troppe”. Il Guardasigilli ad personam Alfano dice addirittura che “gran parte del Paese è sotto controllo”. Figuriamoci: 45 mila decreti di ascolto all’anno, su 3 milioni di processi, sono un’inezia. Le intercettazioni non sono né poche né troppe: sono quelle che i giudici autorizzano in base alle leggi vigenti, in rapporto all’unico parametro possibile: le notizie di reato. In Italia ci sono troppi reati e delinquenti, non troppe indagini e intercettazioni. L’alto numero di quelle italiane dipende dal fatto che da noi possono effettuarle solo i giudici, con tutte le garanzie dal caso, dunque la copertura statistica è del 100%. Negli altri paesi a intercettare sono soprattutto servizi segreti e polizie varie (in Inghilterra addirittura il servizio ambulanze e gli enti locali), senz’alcun controllo né statistica. 2) Le intercettazioni andrebbero limitate in nome della privacy. Altra superballa: la privacy è tutelata dalla legge sulla privacy, che però si ferma là dove iniziano le esigenze della giustizia. Ciascuno rinuncia a una porzione della sua riservatezza per consentire allo Stato, con telecamere sparse in ogni dove e controlli svariati, di reprimere i reati e proteggere le vittime. 3) Le intercettazioni “costano troppo”. Mavalà. A parte il fatto che costano molto meno di quanto fanno guadagnare allo Stato (due mesi di ascolti a Milano sulle scalate bancarie han fatto recuperare 1 miliardo di euro, quanto basta per finanziare 4 anni d’intercettazioni in tutt’Italia, che nel 2007 son costate 224 milioni), potrebbero costare zero euro se lo Stato, anziché pagare profumatamente i gestori telefonici, li obbligasse - sono pubblici concessionari - a farle gratis. Un po’ come si fa per le indagini bancarie, che gli istituti di credito - pur essendo soggetti privati - svolgono gratuitamente. 4) I giudici - si dice - devono tornare ai “metodi tradizionali” e intercettare di meno. Baggianata sesquipedale: come dire che i medici devono abbandonare la Tac e tornare allo stetoscopio. Una conversazione carpita a sorpresa è un indizio molto più sicuro e genuino di tante dichiarazioni di testimoni o pentiti. E poi di quali “metodi tradizionali” si va cianciando? Se nessuno più parla perché i collaboratori di giustizia sono stati aboliti per legge (art. 513, “giusto processo”, legge sui pentiti) e l’omertà mafiosa viene pubblicamente elogiata (“Mangano fu un eroe perché in carcere non parlò”), come diavolo si pensa di scoprirli, i reati? Travestendosi da Sherlock Holmes e cercando le impronte con la lente d’ingrandimento? Inventatevene un’altra, per favore.

Marco Travaglio

11/06/08

TORTURE GALLEGGIANTI


Se avesse riguardato la Russia o la Birmania la notizia sarebbe apparsa su tutte le prime pagine dei più importanti giornali italiani. Trattandosi ovviamente dell’amico Bush e degli alleati americani (ancora più “intimi” con il nuovo governo di centrodestra), per scoprire qualcosa bisogna addentrarsi nelle nebulose pagine interne. Lo scoop è rivelato dal quotidiano londinese Guardian, che di giornalismo serio evidentemente se ne intende. Il rapporto choc rivela che in almeno 17 navi militari americane che solcano le acque degli oceani si trovano “presunti” terroristi da torturare e umiliare, allo scopo di estorcere informazioni nell’interminabile lotta al terrorismo internazionale. Una specie di “Guantanamo galleggiante”. Questa pratica assolutamente illegale e terrorista, applicata su vasta scala dal “democratico” Bush almeno dal 2001, ha coinvolto più di 50.000 detenuti (ma c’è chi addirittura afferma 80.000). L’indiscrezione è trapelata da un rapporto di Reprieve, un organizzazione non governativa britannica che si batte per la difesa dei diritti umani. Un portavoce della marina militare Usa ha smentito seccamente: “Non ci sono prigioni sulle navi americane”. Come a dire: vi siete inventati tutto. Da parte sua l’avvocato Clive Stafford Smith, responsabile legale della Ong, ha dichiarato al Guardian: “Gli Stati Uniti detengono per loro stessa ammissione, 26 mila persone in prigioni segrete”. E conclude: “E’ ora che l’amministrazione americana riveli chi è questa gente, dov’è e che cosa è stato loro fatto”. I detenuti vittime di torture e violenze sono semplicemente “sospettati di terrorismo”, senza un giusto ed equo processo, in mancanza di qualsiasi incriminazione oggettiva. Quella portata avanti impunemente dagli Stati Uniti è una pericolosa operazione di terrorismo internazionale e di non rispetto dei diritti umani sanciti nella Convenzione di Ginevra. Ancora una volta dobbiamo constatare con amarezza che l’amico Bush e la cricca al potere alla Casa Bianca continuano a pontificare di democrazia e diritti umani, a condannare pubblicamente gli altri paesi che non si adeguano agli standard statunitensi, a minacciare di guerra chi vuole solo approvvigionarsi di energia nucleare per scopi civili (con le pericolose testate atomiche di Israele orgogliosamente rimpinzate dalle forze armate Usa) e nello stesso tempo continuano a violare essi stessi ogni minima regola morale, civile, umana e legale. “God Bless America”. Speriamo che Dio benedica anche i non americani.


Elia Banelli

09/06/08

IL FINANCIAL TIMES: COSA ACCADDE ALL'EDIFICIO 7?

Dopo 7 anni il Financial Times si degna di chiedere: «come può un edificio di 47 piani crollare senza essere colpito a velocità di caduta libera e nel suo perimetro»? Forse perché questo edificio ospitava un bunker segreto della CIA dove avvenne il controllo dell'operazione 9/11? Il NIST non è ancora riuscito a dare una spiegazione ufficiale: troppo difficile coprire imbarazzanti evidenze. La domanda è vecchia, vecchissima. La novità è che, sette anni dopo l'11 settembre 2001, se la pone il Financial Times. L'evento è storico, e varrà la pena di segnarsi la data: 6 giugno 2008. Il più autorevole dei «mainstream media», dei grandi giornali, pone la domanda. Senza un plausibile motivo di attualità per rivangare quel momento (1). Per tutti coloro che cercano la verità sull'11 settembre, l'Edificio 7 è il terzo grattacielo che collassò quel giorno. Un edificio di 47 piani, parte del complesso urbanistico World Trade Center, che crollò senza essere colpito da alcun aereo, nota il FT, «a velocità di caduta libera e nel suo perimetro», ossia in perfetta verticale. Il fatto più strano, rievoca il quotidiano finanziario, è che «la BBC riferì il crollo dell'Edificio 7 mezz'ora prima che avvenisse». La giornalista Jane Standley stava apparendo in diretta, alle ore 4.45 pomeridiane, e annunciò il crollo della terza torre – e dietro di lei, sullo sfondo, si vedeva che la Torre 7 era ancora in piedi. Affondò solo 26 minuti dopo. Per questo video, ripreso su YouTube, «il sito web della BBC è stato bombardato di domande ed accuse. Richard Porter, capo del notiziario internazionale della BBC, ha dovuto negare che la BBC recitava dal copione di Bush», scrive il Financial Times. Porter s'è giustificato adducendo la confusione di quel giorno. «La CNN aveva appena prima riferito di voci che un terzo edificio era crollato o stava per crollare». I sospetti dei sospettosi sono aggravati dal fatto che «Porter ha ammesso che la BBC non ha conservato le registrazioni originali di quel suo reportage». L'imbarazzante immagine della BBC: l'annuncio del crollo della torre 7 mentre svetta alle spalle di Jane Standley. Non basta. Il Financial Times ricorda che l'Edificio 7 aveva «alcuni inquilini interessanti». La maggior parte dell'edificio era affittato alla Solomon Brothers, la banca. Ma il nono e decimo piano «erano occupati dal secret service». Ai tre piani superiori c'erano uffici della SEC, l'ente di controllo della Borsa (il WTC è a due passi da Wall Street). Inoltre, «il New York Times riferì che l'edificio ospitava anche un ufficio segreto gestito dalla CIA e dedicato a spiare e reclutare diplomatici stranieri delle Nazioni Unite. La perdita della stazione “ha seriamente disorganizzato le operazioni d'intelligence”, riportò il NYT. «La CIA condivideva un piano con il Dipartimento Difesa e con l'Internal Revenue Service», il servizio tributario federale. Poi, nel seguente capoverso, il quotidiano di Londra butta lì una frase: «Il crollo dell'edificio ha anche spazzato via l'Ufficio per la Gestione dell'Emergenza del comune di New York al 23 mo piano». Questo centro di gestione delle emergenze è una delle cose più sospette di tutta la vicenda, anche se il FT non lo dice. Il sindaco Rudolph Giuliani lo fece costruire adducendo il timore di un attacco all'antrace su New York, da parte di...Saddam Hussein. Perciò lo volle resistente agli aggressivi biologici e chimici, oltre che a bombe e a proiettili d'artiglieria. Era un vero e proprio bunker, che occupava tre piani del Building 7 (dal 23mo al 25mo), completamente corazzato ed autosufficiente: finestre anti-proiettile, tre generatori d'elettricità con 6 mila galloni di gasolio per farli funzionare, una sua propria scorta d'aria sì da non doverla ricevere dall'esterno, una riserva d'acqua potabile di 11 mila galloni. Il bunker fu completato, guarda la preveggenza, nel giugno del 1999, al costo per il contribuente di 13 milioni di dollari. Un bunker super-sicuro. Tranne un piccolo, trascurabile dettaglio: l'Edificio 7 nascondeva, nei suoi primi cinque piani, una sotto-stazione dell'elettricità di New York, con trasformatori colossali da 13.890 volt e un serbatoio di gasolio per la stazione da 42 mila galloni. Mettere un bunker sopra trasformatori enormi e un mare di carburante, e ritenerlo sicuro dagli attentati terroristici, sembra un pochino strano. Secondo il movimento per la verità sull'11 settembre, questo bunker servì in realtà come cabina di regia per le pirotecniche esplosioni e demolizioni che configurarono il mega-attentato di quel giorno: i registi, chiunque fossero, potevano sincronizzare le esplosioni da una qualche console e osservare l'effetto dalle finestre corazzate, molto da vicino, senza essere soffocati dalle nubi di polveri e detriti perché disponevano di aria in circuito chiuso. Per Eric Hufschmid, uno dei primi a sollevare la questione (2), in quel bunker poteva esserci stato anche un radiofaro (un «homing device») che guidò i due aerei che colpirono le due Torri. Lo si indovina dalle rotte dei due apparecchi: il volo 11, che colpì la Torre Nord passò direttamente sopra l'Edificio 7, e il volo 175 dirigeva verso l'Edificio 7, ma incontrò la Torre Sud. Ciò può spiegare come mai, a cose fatte, l'Edificio 7 doveva essere distrutto: per far sparire le prove della regia. Il Financial Times ricorda i sospetti sollevati dalla frase di Larry Silverstein, il proprietario per 99 anni del WTC: intervistato il pomeriggio, egli disse d'aver consigliato il comandante dei vigili del fuoco di «pull» l'Edificio 7. Più tardi Silverstein spiegò che aveva inteso: porta via i tuoi vigili da lì. I sospettosi dicono che «pull it» è la parola che nel gergo delle demolizioni controllate significa «tiralo giù». Il giornale britannico ricorda che il National Institute of Standard and Technology (NIST), l'ente governativo che ha preteso di spiegare il collasso delle Torri come conseguenza dell'impatto degli aerei, escludendo ogni mistero, non ha ancora spiegato a modo suo il crollo dell'Edificio 7. «Il NIST sostiene che il ritardo è dovuto alla complessità del modello computerizzato che usa. Inoltre, sono state trovate 80 scatole di documenti riguardanti il WTC7 che devono essere esaminate». Ma il NIST ha già «un'ipotesi di lavoro», e sarebbe questa: «Il fuoco o macerie infiammate staccatesi dalla Torre Nord hanno danneggiato una colonna critica per il sostegno del tetto di 2 mila metri quadri. I piani sottostanti sono stati incapaci di redistribuire il peso e la struttura è caduta su se stessa. Il fatto che il collasso sia stato causato da un danno interno spiegherebbe l'apparenza di demolizione controllata, con un campo di caduta piccolo». Il NIST ha promesso di pubblicare i dati il prossimo agosto, dice il Financial Times. Ma naturalmente, «questo ha alimentato il sospetto che i tecnici abbiano difficoltà a tirar fuori un depistaggio plausibile» per il crollo. Vedrete che quando il rapporto del NIST uscirà, tutti i debunker, a cominciare da Introvigne, si precipiteranno a citarlo come «autorevole» e non solo «plausibile», ma tale da smentire i «complottisti». Sette anni sono passati, e siamo ancora a questo punto. Saremo alluvionati di dettagli tecnici sulla resistenza dei materiali, la temperatura del fuoco, i modelli computerizzati che mostrano come i pavimenti siano caduti l'uno sull'altro a fisarmonica... Siccome tutto questo ha quasi convinto qualche lettore che ci ha recentemente scritto, ci limitiamo a ricordare quello che, in sette anni, non è stato ancora messo in luce. Credere che un grattacielo alto mezzo chilometro, colpito «lateralmente» da un aereo, crolli «verticalmente» dentro il suo perimetro, significa ignorare le più banali leggi della fisica e sfidare la forza di gravità. A sette anni dai fatti, chi ancora ne discute è in malafede. Però può avvenire, diranno i debunker. Forse, una volta. Ma due, anzi tre volte, con l'Edificio 7? Quando a Las Vegas un giocatore, lanciando i dadi, ottiene tre volte 6, il croupier chiama al telefono il gestore del casinò, e due signori molto muscolosi si affiancano al giocatore fortunato dai due lati: evidentemente a Las Vegas non credono alla sorte, quando è ripetitiva. Questa immagine difatti mostra l'edificio 5 «completely charred» ma in piedi (destra) e l'edificio 7 (sinistra) «pull it». Ora, noi dobbiamo credere che per ben tre volte due torri colpite di lato sono cadute in verticale, e la terza, Edificio 7, è caduta da sé senza essere nemmeno colpita, per un «danno interno»: e anch'essa in perfetta verticale, come in una demolizione controllata. Se il caso si ripete così regolarmente, s'impone la domanda: come mai gli ingegneri specialisti spendono tanti soldi e tempo per identificare gli snodi dove piazzare le cariche esplosive, e in calcoli per sincronizzare le esplosioni, onde ottenere la caduta verticale? Ormai dovrebbero essere coscienti della nuova legge fisica: diano una bella botta laterale, anche a casaccio, e il grattacielo cade comunque in verticale. Tutta la fatica degli ingegneri specialisti sta nell'assicurare una perfetta «sincronia» dello scoppio delle varie cariche. I pilastri e le strutture portanti devono essere spezzati nello stesso decimo di secondo, altrimenti il grattacielo cade di lato, abbattendo le costruzioni sottostanti. L'impresa richiede chilometri di cavi, una quantità di inneschi elettronici, sofisticati software, una sofisticata consolle elettronica di comando e molte conoscenze tecniche complesse. Ora, invece, siamo tenuti a credere che un aereo, penetrando nei piani alti delle Towers, ha tranciato contemporaneamente le ben 47 colonne d'acciaio che le reggevano. Colonne a scatolato (parallelepipedi) di spessore variabile; ma alla base le scatole avevano lati spessi 10 centimetri d'acciaio, per poi assottigliarsi via via con l'altezza, dovendo reggere un peso via via minore. Ora, un aereo è d'alluminio, è vuoto, è leggero (tranne le turbine-motore, che sono massicce): se credete che tagli blocchi d'acciaio, allora provate a tagliare il pane con una lama di carta stagnola. Ma soprattutto, non può averle tranciate «nello stesso istante». Anche questo è contro alle più ovvie leggi della fisica. Sono passati sette anni, e nessun fenomeno del genere s'è mai più ripetuto. Né mai si è verificato sette anni prima, o dieci, o venti. Fin qui l'elenco delle «impossibilità». La torre 7 dopo l'ordine di «pull it»: una demolizione controllata a regola d'arte. Adesso - a beneficio dei lettori che si lasciano ancora convincere dalle «spiegazioni tecniche» degli Introvigne ed Altissimo - esponiamo le ipotesi. Si tratta di ipotesi, non di certezze: ma a sette anni di distanza, il quadro nelle menti dei ricercatori della verità sull'11 settembre è abbastanza avanzato, da poterle dichiarare come plausibili. Gli aerei non hanno fatto crollare nulla: sono stati lanciati contro le Torri solo per la scena televisiva, per asserire plausibilmente un attentato islamista. In realtà, le Torri erano state in precedenza «preparate» con cariche esplosive. Più precisamente: con un composto bellico detto Termite, che quando innescato brucia a quasi 3 mila gradi, abbastanza da fondere l'acciaio. La Termite è usata nelle cariche cave delle armi anticarro per perforarne le corazzature. Il professor Steven Jones, docente di fisica alla Brigham Young University, è l'autore di questa ipotesi ed ha condotto gli esperimenti relativi. Ha perso la cattedra. Ciò però, ribattono i debunker, implicherebbe settimane di lavoro da parte di decine di tecnici: cosa impossibile senza dar nell'occhio. I debunker non hanno mai visto le Twin Towers e non dicono - o non sanno - che cosa erano. Erano locali per uffici a noleggio. In ogni momento, qualche azienda faceva trasloco in entrata o in uscita. Nelle viuzze posteriori, il sottoscritto ha visto regolarmente, ogni volta che tornava a Manhattan, una quantità di autocarri di traslochi che scaricavano colli voluminosi e coperti da teli grigi scrivanie, computer, poltrone, mobili da ufficio o qualunque altro oggetto - su è giù dagli ascensori di servizio (il totale degli ascensori e montacarichi era di 155); un viavai di facchini dei traslochi di tante ditte diverse, che portavano su i mobili per i nuovi inquilini, o portavano giù quelli dei vecchi che lasciavano gli edifici. Come si ricorderà forse, la polizia di New York - su segnalazione di una cameriera messicana - arrestò cinque giovanottoni visti dalla cameriera festeggiare l'esplosione dlele Torri, fotografandosi a vicenda con alle spalle le Torri in fiamme; questi giovanotti, tutti israeliani appena dimessi dal servizio militare, lavoravano come facchini per un'agenzia di traslochi, al Urban Moving Systems, di proprietà di un israeliano, tuttora ricercato. Niente di più plausibile del sospetto che fossero la bassa forza: alcuni di quelli che avevano trasportato i materiali necessari all'attentato, esplosivo e cavi, in forma di colli voluminosi e coperti da teli. Il fatto che fossero stranieri spiega alquante cose: fra cui il fatto che nessuno parli. Chi sa, è tornato in Israele e tace. Quei cinque, beccati perché festeggiavano, sono stati «espulsi verso Israele» (sottratti alle indagini) dal procuratore di New York, l'israelo-americano Michael Chertoff, con doppia cittadinanza, oggi ministro della Homeland Security. Se vi aspettate che un giorno parli lui, avrete da aspettare parecchio. Quanto agli ingegneri, è ben probabile che siano militari espertissimi di esplosivi, abituati ad eseguire operazioni «coperte» e a tener la bocca chiusa. Potevano anche essere israeliani tutti, e tutti uccel di bosco. Nei piani sfitti e in attesa di nuovi pigionanti - aziende per lo più - altri uomini lavoravano a stendere moquettes, ad alzare pareti di cartongesso, ad adeguare gli impianti elettrici: decine di tecnici potevano usare fiamma ossidrica e martelli pneumatici senza che in questo, nessuno della «security» avrebbe visto nulla di strano: era la vita di ogni giorno dentro le Twin Tower, nelle entrate posteriori di servizio, fuori dagli sguardi del pubblico. Quelle strade laterali erano spesso chiuse al passaggio della gente da transenne. Che recavano cartelli del tipo: «Scusateci, stiamo lavorando per voi», «Carichi pendenti», «Men at work». Questo accadeva tutti i giorni. Si aggiunga che la «security» delle Twin Towers, l'11 settembre, non era quella solita: il capo era nuovo, era stato appena assunto da un giorno. Era John O'Neill, ex alto funzionario del FBI, che s'era dimesso ad agosto gridando ai quattro venti che la nuova amministrazione Bush ostacolava le ricerche su bin Laden e Al Qaeda. O'Neill è morto sotto le macerie, il primo giorno del suo nuovo impiego. La preparazione possibile degli edifici per la demolizione controllata, se è avvenuta, era avvenuta prima che lui entrasse in servizio. Si aggiunga ancora che «la maggior parte» dei piani erano sfitti, dunque vuoti (le Twin Tower avevano costi proibitivi; per questo Rudolph Giuliani voleva farle abbattere per costruire al loro posto edifici più moderni). Dentro quei piani vuoti, ci poteva lavorare ogni genere di «operai e tecnici», dopo aver chiuso le porte. E tralascio altri particolari, come l'interruzione programmata di corrente il giorno prima, di cui i pigionanti furono preavvertiti: molte aziende dovettero fare il back-up dei loro computer, qualcuno se lo ricordò. Uno di quei qualcuno, un esperto di finanza, ha preferito andare a lavorare a Londra. Massimo Mazzucco ha una sua intervista video. Questa è l'ipotesi. Sette anni dopo, è bene che i lettori comincino a saperla. Ormai, comincia a dire qualcosa anche il Financial Times.

(1) Peter Barber «What happened to Building 7?», Financial Times, 6 giugno 2008.

Maurizio Blondet





08/06/08

LUCIGNOLO, LA FIERA DEI QUARTI DI DONNA


Siccome di tette e culi in tv se ne vedono pochi, ci voleva un programma che aumentasse la dose, magari in prima serata, magari per catturare l'attenzione di un pubblico giovanile, al quale fosse casomai sfuggito qualche quarto di donna. E' ricominciato Lucignolo (Italia1, lunedì). Si inizia la serata con due new-entry, una pisana e una venezuelana. La loro caratteristica è dare la caccia ai calciatori con urletti e mossette. Le abbiamo viste correre sul campo di Coverciano in bikini e abbarbicarsi ai giocatori prima dell'intervento degli addetti alla sicurezza. La foto della stangona venezuelana, sorridente e soddisfatta dell'impresa, mentre viene afferrata dal robusto sorvegliante, l'altro giorno era usata dai giornali per magnificare il programma. Subito dopo, si resta in tema, c'è l'intervista alla moglie di un calciatore. Questa volta si tratta di una bellezza argentina, una bomba immortalata dal calendario, una Yespica di stagione: «che c'ho la faccia da porca?». L'intervistatore, un vero specialista del genere, le chiede come va con il marito: «c'è ancora quella passione dell'inizio, che tu lo vedi e lo sbatti al muro?», e vuole anche sapere «lui a letto come ti conquista?». Seguono le performance di Melita, soprannominata "la diavolita". Si tratta di una ex del Grande Fratello, inviata a Napoli per addolcire con il suo decolleté la triste panoramica della spazzatura. Saltellando da un cassonetto all'altro chiede ai napoletani dove metterebbero i rifiuti, e quelli, dopo averla radiografata, rispondono «sul materasso». Il tour di Lucignolo offre anche i video hard della professoressa che ha fatto scalpore per le sue nudità finite su Internet. I filmati ne immortalano le gioiose scorribande in mezzo a folle di estimatori, in Italia e all'estero. Tutto questo fino all'orario della fascia protetta, superata la quale entriamo «nella nuova Gomorra milanese», cioè siamo introdotti alla visione delle prostitute che esibiscono sul marciapiede la loro merce. La cronista è sull'auto della polizia, la telecamera carrella sui corpi in vendita, poi entra nelle case dove si esercita la prostituzione, alcune di loro, intimorite, piangono. «Siamo al supermercato del sesso» è il trasgressivo commento pescato con cura nel repertorio delle frasi fatte. Il campionario va avanti per più di due ore, con la caratteristica voce fuori campo che annuncia i servizi. Abbiamo tralasciato «la serba senza veli», il gossip di Alfonso Signorini, l'intervista alla scrittrice di «Belle anime porche», quella alla nuova fidanzata di Ricucci. E la partecipazione straordinaria di Anna Falchi.

Norma Rangeri

04/06/08

MONDIALI: MISSIONE COMPIUTA. E ADESSO?

Dunque ricapitoliamo. La spedizione sudafricana si è conclusa con l’esito che tutti (?) attendevano e che verosimilmente gli addetti ai lavori già conoscevano. Nel 2013 quindi si disputeranno, in Fiemme, per la terza volta, in poco più di vent’anni, i campionati mondiali di sci nordico. Delle dichiarazioni politiche rese a caldo e riportate dai due quotidiani locali (che i valligiani si sono trovati miracolosamente nelle bussole sull’albeggiare del 30 maggio) quella che più ci fa sperare (o meno ci fa temere) è del sindaco di Ziano: “Ora dobbiamo realizzare qualcosa di concreto per il territorio che resti anche alla popolazione soprattutto a livello di vivibilità”. Il sindaco di Predazzo, considerate le procedure semplificate d’appalto per l’ “urgenza mondiale” così come la certezza dei finanziamenti provinciali, auspica invece, pro domo sua, che “l’occasione possa facilitare l’esecuzione di un parcheggio sotterraneo” che da tempo, evidentemente, è nei programmi di quella amministrazione; il sindaco di Tesero, più vagamente, dice che “ci siederemo attorno a un tavolo (…) per capire su che strutture intervenire”; e quello di Cavalese – in attesa che la sbronza sudafricana si sciolga in un piacevole ricordo – vagheggia una non meglio precisata “nuova sfida”. È chiaro dunque che dietro l’organizzazione in sé e per sé delle gare di sci, per ottenere la quale si sono prestate – si fa per dire – figure come Di Centa, Nones, Zorzi e compagnia, si nascondono interessi e appetiti che trascendono di gran lunga l’aspetto sportivo della manifestazione. Anzi, questi ultimi ne sono senz’altro la ragione principale. E qui qualcuno dirà che stiamo scoprendo l’acqua calda! Giusto. Ma proprio per questo sarà interessante vedere cosa bolle in pentola, perché i 19.000 fiemmazzi, in nome dei quali – si dice – tutto ciò sia stato fatto, non possono far altro che guardare più o meno di nascosto l’effetto che fa, mentre a decidere sarà ancora quella loggia politico-sportiva (ci si passi l'eufemismo) calatasi sin nell’emisfero australe per ricevere l’ambito incarico internazionale F.I.S. Ciò detto, sarebbe giusto a questo punto, che oltre ai reportage con le facce soddisfatte e sorridenti dei vari De Godenz, Felicetti, Mellarini, eccetera, l’Adige e il Trentino a breve (e non pretendiamo ovviamente di ricevere i quotidiani con altrettanto tempismo!!) ci informassero dettagliatamente anche e soprattutto dei costi della trasferta: da quelli dei biglietti aereo a quelli per le divise ufficiali, da quelli per i cachet destinati alla sorridentissima signora Di Centa e al signor Zorzi, (augurandoci che perlomeno l’olimpionico di Castello si sia accontentato soltanto della gita gratuita fuori porta) sino a quelli inerenti le regalie di cui sicuramente saranno stati omaggiati i membri della giuria internazionale. Il tutto per una semplice necessità di trasparenza e soprattutto per fugare dubbi e inesattezze, dato che, mentre l’allegra rappresentanza trentina bisbocciava a Città del Capo, in valle circolavano cifre sugli appannaggi del presidente del comitato organizzatore e dei suoi principali collaboratori, nonché considerazioni non proprio benevoli sulla selezione dei partecipanti alla trasferta sudafricana e relativi costi: si bisbigliava che Pantalone Contribuente avesse scucito, all’uopo, nientemeno che 350.000 euro. Bazzecole! E poi ancora – magari a puntate – sugli stessi quotidiani locali, che così amichevolmente si sono prestati a dare grande enfasi alla spedizione, vorremmo leggere quali saranno o già siano le priorità che dall’indomani di quel fatidico 29 maggio la già citata loggia politico-sportiva, chissà dove, starà pianificando. E qui invece qualcuno dirà che stiamo facendo della dietrologia indimostrabile. Forse sì. Però se 1 più 1 fa 2 e analizziamo appena appena le candidature vagliate a Città del Capo, e le precedenti assegnazioni, e quest’ultima strepitosa vittoria di Fiemme, appare evidente che I Mondiali da tempo vengano assegnati, alternativamente e con cadenza ciclica più o meno decennale, a cinque o sei località che proprio nell’ultimo ventennio si sono attrezzate allo scopo e che di volta in volta si sostengono vicendevolmente. Dunque, salvo che, tra qualche anno, le condizioni climatiche e meteorologiche pregiudichino irreversibilmente la possibilità di candidare nuovamente Fiemme, ci sentiamo di scommettere che, intorno al 2021 saremo ancora qui a goderci, per la quarta volta, l’irripetibile occasione.
E siccome di questo dato statistico ormai accertato gli organizzatori sono perfettamente consapevoli è intuibile che dietro la finta e mediaticamente ben gestita aspettativa nel sorteggio (che in realtà, appunto, sorteggio non è) le cose da fare, che poi sono quelle che contano per davvero, vengano ideate con molto anticipo dall’anzidetta loggia che, di volta in volta, decide o suggerisce che menù servire ai valligiani.
Cosa c’è quindi da aspettarsi, concretamente, se non sbocceranno e poi subito prevarranno idee nuove e volontà di discontinuità rivoluzionarie, capaci di rompere un concetto logoro di sviluppo territoriale? Quasi sicuramente, ahinoi, nuovo cemento e nuove infrastrutture stradali (una delle quali – si dice – stia già nei cassetti della P.A.T.: la “bretella” di collegamento Strada di fondovalle – Statale 48 che, per liberare Cavalese dal traffico turistico di transito da e per Lavazé, comprometterà definitivamente uno degli ultimi scampoli della campagna teserana! Se invece, per intercessione di un qualche santo protettore, la discontinuità col passato riuscirà a farsi strada e quindi a prevalere (in questo senso interpretiamo le parole del sindaco Vanzetta) si potrà pensare, per esempio – come suggerivamo su questo blog qualche giorno fa – all’approntamento di un sistema di mobilità pubblico alternativo, ecologico, super-tecnologico e pulito che possa sgravare la valle dal peso sempre più opprimente della mobilità privata e che sia propedeutico, conseguentemente, alla qualificazione ambientale interna dei paesi. Una balzana idea di qualche ambientalista impenitente? Niente affatto! Ecco, a proposito di mobilità, cosa scriveva pochi mesi fa (7/12/2007) in occasione dell’illustrazione della manovra finanziaria 2008-2010 il Presidente trentino Lorenzo Dellai:
“(…) l’esigenza di incominciare a progettare la mobilità di medio-lungo periodo, (…) ci ha indotti a dare corpo ad un sogno ambizioso: quello di aggiornare l’opzione ferroviaria compiuta in epoca passata dagli austriaci, interpretandola con le tecnologie e le opportunità di un futuro che, in molte parti del mondo, è già incominciato. L’idea di una nuova rete ferroviaria a scartamento normale, capace di connettere l’asta dell’Adige con i principali centri comprensoriali in tempi ultra rapidi e raccordata con reti locali di collegamento capillare tra questi nodi e le singole comunità, con mezzi tradizionali, ma anche con tecnologie alternative, è molto più di un sogno: essa richiede impegno, verifiche, approfondimenti ad ogni livello, ma per quanto mi riguarda già questo bilancio sostiene l’onere delle prime concrete verifiche sul campo.”
Vedremo come verrà tradotta nel concreto dei fatti e dei lavori l'ormai lontana festa sudafricana di fine maggio. Se anche questa volta (l’ennesima) prevarrà la stanca voglia di un déjà vu, o finalmente, seguendo la filosofia indicata del Governatore, l’aspirazione a un mai visto prima. I tempi sono maturi. L’opportunità c’è. I soldi anche. Ma la volontà?

L'Orco

03/06/08

LA MATEMATICA NON E' UN'OPINIONE

L’altra sera mi è capitato di seguire parte di una trasmissione televisiva dedicata ad uno dei temi del momento (secondo l’agenda dettata da media e politici), ovvero il ritorno dell’Italia al nucleare annunciato in pompa magna dal nuovo governo. Erano presenti numerosi ospiti, divisi ovviamente tra chi era a favore e chi contro. Apparentemente era un dibattito a più voci e forse chi ha realizzato il programma ha pensato che lo fosse. In realtà tutti erano d’accordo su una cosa: esiste un fabbisogno energetico crescente e bisogna trovare la soluzione per soddisfarlo. C’era chi proponeva l’eolico, chi il fotovoltaico, chi il carbone pulito (un ossimoro?), chi appunto il nucleare. Ma nella premessa del discorso tutti erano assolutamente concordi, e senza neppure esplicitarlo: per loro è scontato che la soluzione sia quella di trovare la tecnologia che permetta di sostenere la domanda di energia, ovvero di mantenere l’attuale livello di consumi e produzione, peraltro sempre crescenti su scala mondiale. In altre parole: in qualche modo il Sistema deve essere salvato. Ci si può dividere sul come, ma il modello di sviluppo è di per sé intoccabile e indiscutibile, un vero e proprio dogma di fede. La cosa divertente è che chi come noi si permettesse anche solo di sussurrare parole come decrescita, delocalizzazione, autoproduzione e autoconsumo verrebbe bollato nella migliore delle ipotesi come un patetico visionario imbevuto di ideologie. Queste persone credono insomma di seguire delle strade logiche e razionali, pur sapendo benissimo che non c’è nucleare, non c’è petrolio, non c’è eolico, non c’è assolutamente nulla che possa permettere all’umanità di sostenere questi ritmi ancora per molto tempo. E’ matematica, e neppure delle più complicate. Il pianeta è già al collasso a causa dell’inquinamento prodotto e ancora paesi come la Cina e l’India non hanno raggiunto i livelli “occidentali” di produzione e consumo ai quali ambiscono e che paiono inevitabili. Ma per i Matteoli, i Bersani, i Chicco Testa, quelli che usano la ragione, bisogna intanto cominciare a sfruttare tutte le alternative energetiche possibili e “convenienti”. Dopo si vedrà. Nel frattempo si faccia finta che la vera, anzi l’unica, alternativa sia tra nucleare ed eolico o tra il carbone ed il petrolio. Si continui a cercare la soluzione affinchè 2+2 faccia finalmente 5. La Natura, fortunatamente, non guarda certi dibattiti e presto si prenderà la sua rivincita.

Andrea Marcon

02/06/08

DECRESCITA, NON IMPOVERIMENTO


La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) resa nota qualche giorno fa mette in evidenza un calo dei consumi dello 0,7% nel primo trimestre del 2008, mentre lo scorso mese di marzo registra un –1,7% rispetto al marzo 2007. I risultati di un’indagine condotta dal Dipartimento di sociologia economica dell’Università di Messina, pubblicati su Repubblica, raccontano di “un’inflazione reale” più che raddoppiata nel corso degli ultimi 4 anni. Come conseguenza di una situazione sempre più drammatica, in questa Italia che anziché rialzarsi, secondo i dettami degli spot elettorali, sta affossandosi sempre più sulle ginocchia, le famiglie italiane in crescente difficoltà stanno cambiando le proprie abitudini. Ripiegano per i propri acquisti sui negozi cinesi (soprattutto per quanto concerne l’abbigliamento) e scelgono prodotti di scarsa qualità, fanno scorte alimentari seguendo le offerte promozionali dei discount e coltivano il pezzo di terreno ricevuto in eredità dal nonno per avere frutta e verdura di buona qualità a basso costo. Molte volte quando scrivo o parlo di decrescita, qualcuno di fronte al progressivo impoverimento delle famiglie italiane sottolinea che la decrescita è già in atto e non si tratta in fondo di una gran bella cosa. Confondere l’impoverimento con la decrescita è un atteggiamento abbastanza comune e tutto sommato comprensibile per chi non abbia approfondito l’argomento ma rischia di creare una confusione di fondo in grado di far perdere ogni coordinata. L’impoverimento e la decrescita non hanno nulla in comune, anche se una delle tante risultanti di entrambe le situazioni può essere costituita dal ritornare a coltivare l’orticello ereditato dal nonno, pratica comunque virtuosa in sé a prescindere dalle motivazioni che hanno indotto la scelta. L’impoverimento è una situazione imposta dalla congiuntura economica che determina un decadimento del benessere individuale. L’impoverito è costretto ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di km di distanza. L’impoverito deve basare la propria alimentazione sulle offerte promozionali dei discount, a fronte di viaggi in auto alla ricerca della promozione più alettante e di prodotti che spesso arrivano da molto lontano, dalle dubbie qualità sia sotto l’aspetto organolettico sia dal punto di vista nutrizionale. L’impoverito è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere. La decrescita (a prescindere dal fatto che si tratti di quella teorizzata da Serge Latouche o di quella “felice” praticata da Maurizio Pallante) non mira a diminuire il benessere delle persone, ma al contrario si propone di migliorarlo ed accrescere la qualità di vita dell’individuo. La decrescita non passa attraverso l’impoverimento, tenta semplicemente di ridurre la dipendenza delle persone dall’economia rendendole più libere ed autosufficienti senza deprivarle assolutamente del loro benessere. La decrescita pretende la ristrutturazione degli edifici in funzione del loro rendimento energetico, creando in questo modo posti di lavoro e risparmi dei consumi. La decrescita persegue il miglioramento della rete di distribuzione dell’energia, un miglioramento in grado di creare occupazione e taglio degli sprechi energetici. La decrescita privilegia la filiera corta ed i prodotti locali in un’ottica di ridotta movimentazione delle merci, risparmio economico e miglioramento della qualità degli stessi. La decrescita non mira a ridurre il potere di acquisto dei salari ma al contrario intende integrarlo attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono che permettono di ridurre il numero di beni dei quali è necessario l’acquisto sotto forma di merci. La decrescita si oppone alla società globalizzata dove persone sempre più povere sono costrette ad acquistare merci sempre più povere (il cui costo è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di km) e propone una società a misura d’uomo dove sia possibile riscoprire il senso della comunità, ricostruire rapporti conviviali, privilegiare la qualità alla quantità ed al gigantismo. La decrescita vuole ridare un senso al lavoro interpretandolo come valorizzazione delle qualità dell’individuo, del suo estro e della sua creatività finalizzato a “creare” qualcosa di utile, in netta contrapposizione con lo svilimento attuale del mondo del lavoro, costituito in larga parte da pratiche ripetitive e meccaniche di scarsa utilità (i call center rappresentano un esempio su tutti) in grado di produrre solo alienazione e salari insufficienti a garantire una sopravvivenza dignitosa. L’impoverimento rappresenta semplicemente il futuro di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita dei consumi che nel momento in cui i consumi cessano di crescere inizia a creare esclusione sociale e precarietà, esattamente il contrario della decrescita che si muove per evitare che tutto ciò accada.


Marco Cedolin

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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MINU

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