25/02/08

VOCALI


A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali!
Un giorno dirò i vostri ascosi nascimenti:
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
Che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,
Golfi d'ombra;
E, candori di vapori e di tende,Lance dighiaccio, brividi di umbelle,bianchi re
I, porpore, rigurgito di sangue,
labbra belle Che ridono di collera,
di ebbrezze penitenti;
U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
Quiete di bestie al pascolo, quiete dell'ampie rughe
Che alle fronti studiose imprime l'alchimia.
O, la suprema Tuba piena di stridi strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
- O, l'Omega ed il raggio violetto dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

23/02/08

CI SONO GIORNI


“Se me nona l’avèsse le rode sarìa ’n caridèl – i disèva ’na òlta – par rider. Ancö, podessan dirla, rebaltandola, ma par pianser, de le... mammmme! Se quela mammmma no l’avèsse l’aoto sarìa ancora ’na femena… Ah, ste mammmme moderne. Dio, quanto che le còn correr. No le ha pas. Sempre te n’aoto con ’na pressa del diaol. A scomenzàr da matina bonora sin che le va te ’l leto.”

Ci sono giorni, specie la mattina presto, in cui i neuroni di molte persone fanno fatica a mettersi in movimento. Ci sono giorni in cui la benzina non sembra trovarsi alla quota record di € 1,41/litro. Ci sono giorni in cui gli insistiti appelli a un uso più intelligente delle risorse energetiche sembrano rivolti ai marziani. Ci sono giorni in cui il narcisismo, la superficialità, la stupidità raggiungono picchi impensabili. Ci sono giorni in cui la già rodata, benemerita e salutare iniziativa provinciale denominata Mobilityamoci, disattesa dalla stragrande maggioranza dei genitori, sembra non sia stata neppure avviata. Oggi, venerdì 22 febbraio 2008, è un giorno di questi. È incredibile quanto si faccia fatica a capire e quanta sia la resistenza all’intrapresa virtuosa. Grande è la delusione nell’osservare che le zelantissime, benedette, iper-dinamiche mamme (soprattutto mamme!, ma non solo, sia chiaro), nonostante gli inviti gridati e scritti di insegnanti e autorità a non accompagnare in auto i propri figli, non si rendano ancora conto di quanto farebbe bene a quei bambini e a quei ragazzi (alle loro menti e al loro spirito) camminare quei dieci/quindici minuti (tanto è il tempo massimo che separa le loro case dalla scuola) prima di iniziare le lezioni. Che queste sportivissime ed esigentissime donne non si capacitino di quanto stupido sia auto-trasportare bambini nel pieno del loro sviluppo per poche centinaia di metri, boicottando in pratica l’intento dell’Amministrazione comunale. Che non comprendano quanto la loro “premura” sia controproducente tanto per i bambini a bordo quanto per quelli che, rispondendo civilmente e gioiosamente all’iniziativa, lungo il tragitto, camminando, devono respirare i veleni che fuoriescono dagli scappamenti delle loro autovetture. Per fortuna però (ci mancherebbe altro!) ci sono anche bambini, ragazzi e genitori a piedi. Genitori virtuosi che hanno capito e psicologicamente risolto la loro auto-dipendenza. Un elogio sincero a tutti essi. In particolare a una maestra, che probabilmente (tra tutte le genitrici) è quella che abita più lontano. Quasi ogni giorno raggiunge la scuola a piedi, perché proprio lì insegna, e il chilometro del tragitto lo percorre portando spesso in braccio o tenendo per mano il figlioletto. Lo fa – dice – perché le piace: camminare è bellissimo, e poi fa bene alla salute, la migliore attività fisica in assoluto. È solo questione di testa – continua – non ci sono scuse che tengano. Eh sì, ha ragione, è una questione di testa! Ma forse è proprio il cervello (di quelle mamme) che non funziona. Forse adeguarsi a uno stile più responsabile e salutista comporta per esse un troppo dispendioso e insostenibile consumo di fosforo, che i loro cervelli probabilmente non hanno. Peccato.

L’Orco

20/02/08

L'INTRALCIO DELLA PREISTORIA


Da tre anni non riescono a finire i lavori di costruzione del garage seminterrato che dovrebbe servire la loro abitazione, costruita nel 2004 in località Sottopedonda. A bloccare la realizzazione della rampa sono... gli ex abitanti della zona: una tribù retica che ha abitato sulle sponde dell'Avisio oltre duemila anni fa. È una battaglia a colpi di carte bollate e destinata probabilmente a trasferirsi al Tribunale amministrativo regionale, dopo l'ultimo atto firmato venerdì dalla giunta provinciale, quella che oppone Erica Iellici e Davide Brigadoi alla Soprintendenza per i beni archeologici della Provincia. I due avevano ottenuto la concessione edilizia il 26 marzo 2004 per costruire la propria abitazione in località Sottopedonda di Tesero. Quando fecero le carte, il terreno era già inserito nel Prg del 2001 come zona «a rischio archeologico» perché tra il 1981 e il 1987 erano affiorati resti di alcune case risalenti al sesto secolo avanti Cristo e suppellettili datate tra il sesto e il secondo secolo. Ma anche se l'avessero saputo, probabilmente avrebbero scelto di correre il rischio: d'altra parte, mica tutti sono proprietari terrieri! Così, mattone su mattone, la casa è venuta su, ma in fase di scavo sono «venuti su» anche altri reperti archeologici, nell'area a ridosso del margine sud di una particella interessata ai lavori: il tratto corrispondente alla rampa di accesso del garage ( nella foto, gli scavi e uno dei garage ). Immediata la sospensione del cantiere da parte della Soprintendenza, fino al completamento delle ricerche, terminate nel 2005, ma senza che si sbloccasse la situazione, per i proprietari della casa. Iellici e Brigadoi hanno atteso fino al settembre 2006, quindi hanno presentato domanda di revoca (o di conferma definitiva) della sospensione lavori. La risposta ottenuta, definita poco chiara, li ha indotti a depositare, l'11 luglio 2007, la denuncia d'inizio attività per completare il garage. Il giorno dopo, la Soprintendenza è scattata, aprendo la procedura per la dichiarazione d'interesse culturale del sottosuolo dei terreni interessati dalla costruzione, con la sola esclusione di quelli sotto la casa. Gli avvocati di Iellici e Brigadoi hanno presentato ricorso alla giunta provinciale, per far ritirare la determinazione: lo studio legale Corti - Deflorian di Bolzano ha contestato infatti l'imposizione di un vincolo poco motivato e gravido di conseguenze pratiche per i proprietari. Per i legali, la soluzione tampone per accedere ai garage permessa nel 2005 non può essere scambiata per definitiva, come fatto dalla Soprintendenza. Inoltre, viene anche contestato il fatto che l'imposizione del vincolo sia avvenuto a prescindere da ogni prospettiva di valorizzazione di quanto scoperto. La giunta provinciale ha però respinto il ricorso, ritenendo giusto invece porre dei vincoli in una zona in cui «è decisamente alto il rischio di trovare altre testimonianze simili a quelle rinvenute», mentre i lavori progettati - se portati a termine – avrebbero sicuramente danneggiato l'area archeologica.


Giorgia Cardini – L’Adige 19/02/08


Io sto con i Reti!

A Tesero, la questione “Reti a Sottopedonda”, è nota al cittadino comune da oltre 40 anni. Ne seppe qualcosa la speculazione immobiliare già negli anni settanta perché proprio lì mosse i suoi primi passi e trovatasi costretta a dialogare col Sevizio Beni Archeologici, ma oramai sazia, decise di chiudere i suoi programmi per spostarsi altrove.
Ne sanno qualcosa gli Amministratori del dopo Stava e in particolare il sindaco di allora Adriano Jellici, geometra, che trovarono i vincoli urbanistici molto allentati sotto la spinta dell’onda emotiva della Ricostruzione.
Ne sapevano quindi molto sia il sindaco attuale Gianni Delladio, geometra, sia i proprietari della casetta-garage dei quali Jellici ne è genitore e suocero quando, 6 anni fa, ognuno per la propria parte, si mossero affinché quell’area divenisse edificabile nonostante i vincoli e le perimetrazioni cartografiche sconsigliassero tale scelta.
Ecco perché io sto dalla parte dei Reti!
E la P.A.T.? Per quale motivo ha consentito, nei fatti, che il Servizio Urbanistica e Beni Archeologici si sconfessassero a vicenda e tra loro si infilassero gli avvocati?

Marzio Vinante

GLI ALIENI


Sono atterrati da mondi lontanissimi con un unico sogno nel cuore: salvare l’Italia, riparando i guasti dei soliti ignoti. C’è il marziano S. B. che vuole ridurre le tasse e snellire la burocrazia, a differenza di quanto abbiano fatto i governi di sinistra e quel suo sosia meno capelluto che in cinque anni di maggioranza bulgara non riuscì a liberalizzare neppure una pianta di ficus. E c’è il venusiano W. V., che evoca con toni onirici la necessità di una riscossa della politica, come se lui finora avesse fatto parte dell’Ordine dei notai o dei trapezisti, insieme a molti dei suoi probabili ministri, gli stessi del governo Prodi. Il plutoniano F. R. si ricandida a sindaco di Roma «auspicando un forte rinnovamento»: recenti scavi archeologici dimostrerebbero che negli ultimi tre lustri Roma non è stata governata dallo stesso F. R. e da W. V., ma da Caligola, con Nerone capo dei pompieri e Vespasiano assessore alla nettezza urbana. Da qualche pianeta misterioso è giunta poi un’astronave chiamata Rosa Bianca, che si batte per farla finita una volta per tutte con le solite facce. A guidarla è Baccini, che sembrava un vecchio democristiano già quand’era giovane. Dovrà vedersela con un altro figlio di Star Trek, il vulcaniano Pierferdi, al quale sono bastate poche ore (e vent’anni di Parlamento) per scoprire che l’Italia non ha un piano energetico e che la meritocrazia conta meno della raccomandazione di una zia. Siamo ancora in attesa dell’atterraggio del lunare Bassolino: quando scoprirà che Napoli è sommersa dai rifiuti, c’è da scommettere che si indignerà moltissimo.


Massimo Gramellini

18/02/08

RIFIUTI TOSSICI


"L’Italia lancia un appello ai fratelli tedeschi. Dichiarateci guerra. Ci arrenderemo volentieri. Non dovrete sparare neppure un colpo di fucile. Lanceremo violacciocche e mimose ai vostri Franz e Gunther in sfilata. Siete la nostra ultima speranza. Intanto, mentre riflettete e preparate i vostri carri armati, vorremmo che vi prendeste cura dei nostri dipendenti pubblici. Ogni giorno vi inviamo i nostri rifiuti dalla Campania in treno. I nostri politici sono rifiuti tossici, basta aggiungere qualche vagone in più, ben chiuso per farli arrivare a Berlino o a Colonia. Prendete anche loro per favore. All’arrivo termovalorizzateli subito, sono contagiosi più dell’Ebola e della febbre del Nilo. Vi pagheremo bene. Vi do la mia parola che non avrete in cambio bond della Parmalat, il più grande fallimento della Storia, o della Cirio e neppure azioni dell’Alitalia, che perde un milione di euro al giorno. Posso rassicurarvi anche sui titoli di Stato: non faranno parte del compenso. L’Italia ha il debito pubblico più grande di Europa, circa 1.626 miliardi di euro. Se dovesse rimborsare tutti i BOT e i CCT lo Stato italiano dichiarerebbe bancarotta e la gente sparerebbe per le strade. Vorrei suggerirvi qualche nome per i passeggeri dei vagoni piombati. Molti li conoscete, sono famosi anche all’estero come Berlusconi che ha offeso un vostro rappresentante alla Comunità Europea dandogli del kapò. Un uomo che si è fatto da solo con un piccolo aiuto da parte degli amici. In Italia l’amicizia è sacra e se gli amici si chiamano Bettino Craxi, morto latitante in Tunisia, o Marcello Dell’Utri, condannato per frode fiscale e false fatturazioni e creatore di Forza Italia, o Licio Gelli, condannato per aver infiltrato la sua organizzazione, la P2, in tutti i settori dello Stato italiano, si può chiudere un occhio. Gli amici non si tradiscono mai, soprattutto se ricambiano. Craxi, ad esempio, gli ha permesso con un decreto legge ad hoc di disporre di tre canali televisivi nazionali con cui fa propaganda politica per il suo partito e Gelli lo ha iscritto alla sua organizzazione di delinquenti. Berlusconi possiede anche la Mondadori, il più importante gruppo editoriale italiano. Se lo è aggiudicato grazie alla corruzione di giudici del suo avvocato di fiducia, Cesare Previti, poi finito in galera. Se la Merkel possedesse tre televisioni e 40 tra giornali e settimanali non avrebbe bisogno di fare la Grosse Koalition. Alle elezioni avrebbe l’80% dei voti. Perché non glielo proponete?Il conflitto di interessi da noi è una barzelletta che ci racconta da anni il centro sinistra. I suoi esponenti passano in realtà il loro tempo a parlare di banche e di assicurazioni al telefono, qualcuno va in barca, qualcuno ad Arcore a rassicurare Berlusconi. Si chiamano Violante, Fassino, D’Alema. Gli ultimi due sono sotto indagine da parte della Procura di Milano. Il giudice si chiama Clementina Forleo, i suoi genitori sono morti in uno strano incidente dopo essere stati minacciati e lei è stata fatta passare per matta dai media, messa sotto processo e trasferita. Vorrei che vi prendeste anche Veltroni, il nuovo che ci avanza, un politico formatosi negli anni 70 e riverniciato con i colori del Partito Democratico (PD). Un nuovo brand che sostituisce quello dei Democratici di Sinistra (DS) che aveva rimpiazzato il nome Partito Democratico della Sinistra (PDS) che veniva dopo il Partito Comunista Italiano (PCI). I nostri politici sono come i camaleonti, cambiano nome e colore rimanendo sempre gli stessi. Sperano che gli elettori si dimentichino che la politica italiana è stata la peggiore di Europa negli ultimi vent’anni. Non vorrei che vi dimenticaste Mastella che vive a Ceppaloni. Un signore che ha fatto divertire il mondo. Lui credeva di fare il ministro della Giustizia, ma era una comparsa. Lo hanno fatto ministro con un lecca lecca gigante e con un incarico preciso: fare l’indulto. Il primo atto del governo Prodi è stato la messa in libertà di 24.000 detenuti e la non messa in carcere di centinaia di funzionari pubblici, legati ai partiti. Mastella ha passato così tanto tempo a farsi fotografare in carcere con i galeotti che loro lo hanno adottato. Si è dovuto dimettere perché sua moglie è finita agli arresti domiciliari per concussione insieme a un numero imprecisato di esponenti del suo partito a conduzione familiare. Dini, un ex presidente del Consiglio, è un rifiuto extra tossico. Ha 77 anni e i suoi organi interni, in particolare il cervello, sono decomposti. La sua bella moglie è stata condannata per bancarotta a due anni e qualche mese. In Italia è un merito e lui ne è giustamente orgoglioso. Vi chiedo di fare una retata in Parlamento per riempire i vagoni. Troverete 24 condannati in via definitiva per reati che vanno da associazione in banda armata, alla truffa, alla falsa testimonianza, all’associazione mafiosa. Ai magnifici 24 vanno aggiunti i condannati in primo e in secondo grado e i prescritti, in tutto un centinaio di gaglioffi. Prescritto da noi significa che la condanna è arrivata troppo tardi per finire in galera. Il campione mondiale di questo reato è il novantenne Giulio Andreotti, da scortare al binario in carrozzella. E’ stato condannato per contiguità con la mafia, ma a tempo scaduto. Per questo è stato promosso senatore a vita. Forse siete venuti a conoscenza del fatto che il Governatore della Sicilia è stato riconosciuto colpevole in gennaio, per aver favorito alcuni mafiosi, con una condanna a cinque anni, oltre all’interdizione dai pubblici uffici. Ha mangiato un piatto di cannoli per festeggiare (pensava di prendere molto di più) e poi è stato costretto alle dimissioni. Ma non farà neppure un giorno di galera anche se sarà condannato in via definitiva (da noi ci sono tre gradi di giudizio). Due anni sono abbonati a ogni cittadino e tre sono un grazioso regalo della legge sull’indulto del facondo Mastella (ha un giro vita di 200 centimetri, mangia come un facocero). In compenso Cuffaro entrerà in Parlamento nominato dal suo partito. Infatti, la nostra legge elettorale, imposta con un colpo di mano da Berlusconi prima di mollare la presidenza del Consiglio nel 2006, prevede che deputati e senatori siano nominati dalle segreterie di partito e non eletti dagli italiani. In parlamento ci sono mogli, amanti, impiegati, portaborse, signorsì, pregiudicati, mafiosi, camorristi. Il cittadino può solo fare una croce su un simbolo. Molti dicono che faremo la fine dell’Argentina, in realtà l’abbiamo già fatta, ma ci vergogniamo a dirlo in giro. Ci sono quasi sei milioni di precari in Italia che lavorano un mese si e uno no. I più fortunati guadagnano 800 euro al mese. Sono ragazzi e ragazze che non avranno mai una pensione. Ogni anno aumentano. L’industria italiana è la Fiat e poco altro. I grossi gruppi sono concessionari dello Stato, autostrade, telecomunicazioni, energia: sono dei monopoli. Gli investimenti stranieri in Italia sono crollati. La Spagna ci ha superato. Nelle classifiche europee siamo sempre penultimi o ultimi, ce la giochiamo ogni volta con la Grecia. L’Italia ha il più alto numero di truffe nei confronti della Comunità Europea. I fondi europei, circa 9 miliardi all’anno, finiscono quasi tutti a tre Regioni italiane, Campania, Calabria e Sicilia, dove comandano Camorra, Ndrangheta e Mafia. Un buco nero di commistioni tra politica e criminalità organizzata. Potrei andare avanti per ore, ma mi manca il coraggio e lo spazio. Fate partire il treno al più presto e invadeteci. Gli italiani sono dalla vostra parte. “Cry for me, Deutschland”.

Beppe Grillo

17/02/08

UN NOVO SOCIALISMO


Sui giornali e alla televisione continua l'elogio del libero mercato, cioè di qualcosa che non esiste, smentito dalla realtà. E mentre si celebra la morte delle ideologie, delle utopie, delle promesse ingannevoli, sale il concerto di lodi al “capitalismo natura”, cioè la corsa al profitto come unico premio ai cittadini laboriosi e unico freno ai pigri e ai disonesti. La giustificazione ripetuta sino alla noia è il solito così siamo fatti o così fan tutti. Basta aprire gli occhi e guardare cosa succede nel nostro Paese e nel mondo per capire che questo libero mercato non è libera concorrenza, ma uno scontro di giganti che dispongono di montagne di miliardi e dell'appoggio dei politici al potere, non libero mercato, ma spartizione tra i più forti. E allora, perché appendergli addosso virtù che non ha e nascondere anche i difetti più macroscopici? Il libero mercato, nel senso di un mercato senza regole che può portare alla fine del genere umano, è la filosofia delle alluvioni, dei terremoti: venir trascinati verso la rovina universale continuando a dire che si tratta di un processo naturale e benefico. Il libero mercato come selezione dei migliori? Quel che succede realmente in Italia è l'esatto contrario, la corsa al profitto seleziona i peggiori: ci sono province nel nostro Meridione in cui il ceto dirigente, la borghesia al potere negli uffici e nelle industrie, quella che dovrebbe combattere le associazioni malavitose, diventa Mafia, crea la nuova società capovolta dove sono premiati i delinquenti e puniti gli onesti. Dal libero mercato si passa al partito degli affari, dallo Stato di diritto allo Stato mafioso dove a comandare sono le associazioni dei furbi e ladri. La decomposizione dello Stato di diritto è manifesta: l'applauso del Parlamento a un deputato che difende l'impunità sua e della sua casta, il perdurante e crescente elogio del “martire” Craxi, cioè del politico che ha creato il sistema delle 'dazioni', i pedaggi che la politica pretende dalla società civile, un politico condannato in modo definitivo dai tribunali della Repubblica, uno che considerava giusto e normale usare ai suoi fini personali i miliardi delle aziende di Stato. Difeso e lodato dal partito degli affari perché aveva ridotto la politica a un affare. A volte si ha l'impressione che si avvicini la catastrofe finale. La vergognosa vicenda napoletana di una grande città sommersa dalla spazzatura perché i furbi e i ladri per fare soldi non hanno voluto spazzarla via, indica però la via a un socialismo nuovo, non più utopico e romantico, non più evangelico e filantropico, ma da stato di necessità. Un socialismo obbligatorio che s'imporrà per la sopravvivenza, perché il mondo ha dei limiti, perché non ha più posto per tutti i desideri e tutti i soprusi. Il libero mercato sta portandoci all'autodistruzione: se non provvedi a rimuovere la tua spazzatura, te la ritrovi sulla porta di casa. Il rimedio dei ricchi di passare le loro spazzature ai poveri non è più facile e indolore. Al posto del libero mercato il socialismo della sopravvivenza arriverà, speriamo, al mercato possibile. Mettendo fine al mercato libero dell'autodistruzione, degli sprechi, dei furti, per passare al mercato ragionevole dei consumi compatibili con le risorse, del benessere esente dagli sprechi e dalle competizioni insensate. E alla rinuncia a una cultura di stampo militare, fatta di continue conquiste e di continui riarmi.

Giorgio Bocca – L’Espresso 15 febbraio 2008

14/02/08

INEVITABILE L'INCENERITORE?


L’emergenza-rifiuti di Napoli, in queste settimane, ha consentito a politici e, cosa ancor più grave, a giornalisti di tutte le taglie e di tutti i colori di improvvisarsi esperti della gestione dei rifiuti, senza avere le conoscenze minime necessarie anche solo a dichiararsi informati sulla materia, e di scatenarsi conseguentemente in una sequela di analisi più o meno imprecise quando non addirittura strampalate, annegando il pubblico in un mare di disinformazione maleodorante (in tutti i sensi).
Dalla nuvola di nebbia alzata dagli operatori dell’informazione, l’unico elemento che è riuscito a svettare senza farsene avvolgere è stato il camino dell’inceneritore. Anzi, termovalorizzatore, come in questi giorni lo hanno sempre definito, con instancabile sistematicità, coloro che si sono prodigati a presentarlo come il deus ex machina, o, potremmo dire, la machina ex deo: la macchina della Provvidenza, quella che salverà tutti noi dalla montagna di rifiuti sotto la quale saremmo altrimenti condannati a soffocare.
In estrema sintesi: i rifiuti o li si porta in discarica o li si brucia. E siccome le discariche si esauriscono, e bruciarli produce energia oltre che farli sparire (quasi una magia!), allora è chiaro che debba essere quella dell’incenerimento la strada da percorrere per forza di cose, superando finalmente le ottuse resistenze dei radicali dell’ambientalismo e dell’allarmismo sanitario.
Peccato che le cose non siano così semplici come sembrano ascoltando questa semplicistica ricetta confezionata in quattro e quattr’otto dai fan del camino.
Anche qui da noi in Trentino, dove è prevista da tempo la costruzione di un inceneritore, l’emergenza-rifiuti di Napoli ha dato nuovo fiato alle trombe della "termovalorizzazione". Per fare un minimo di chiarezza in merito, abbiamo deciso di intervistare insieme Paolo Mayr di Italia Nostra e Nicola Salvati, consigliere comunale di Trento Democratica, i quali, in materia, la pensano sì diversamente, ma hanno in comune le competenze e la preparazione necessarie per discutere della questione senza cadere vittime del semplicismo.
Partiamo da una domanda molto semplice: perché, e ci rivolgiamo a Mayr, sarebbe necessario dire no all’incenerimento dei rifiuti? E perché, e ci rivolgiamo a Salvati, sarebbe invece necessario dire sì?
"E’ dimostrato da esperienze già realizzate – ci risponde Mayr – che la raccolta differenziata, ove praticata con convinzione e con efficacia gestionale, può arrivare a percentuali molto elevate, attorno al 75% almeno. Se anche in Trentino, grazie a una politica di differenziata spinta, si raggiungesse una tale percentuale – e ci sono tutti i presupposti per ritenere che ci si possa arrivare andando anche oltre – si produrrebbe assai meno delle 100.000 tonnellate l’anno necessarie a far funzionare l’inceneritore di Ischia Podetti, che, quindi, con meno rifiuti da bruciare, diventerebbe antieconomico.
Io boccio l’incenerimento soprattutto perché il suo bilancio energetico, e quindi ambientale, è negativo. Si dice sempre che l’inceneritore è un’ottima soluzione al problema dei rifiuti perché, per giunta, permette di produrre energia, mentre la discarica no. Ma quando si fa questo ragionamento si bara: il confronto non va fatto con la discarica, ma con il riciclo dei materiali. Incenerire una tonnellata di rifiuti urbani porta al recupero di circa 1,2 milioni di kilocalorie, riciclarla 4,2: ovvero, quasi quattro volte di più".
"Quello che dice Mayr sul vantaggio energetico del riciclo è verissimo –
interviene Salvati
– ma non possiamo dimenticare che, anche dopo una buona raccolta differenziata, resterà sempre una percentuale non bassa di rifiuto secco residuo, attorno al 25-30%. Infatti, se è vero che è piuttosto facile arrivare attorno al 70%, anche 75% di differenziata, è altrettanto vero che poi diventa molto difficile andare oltre tale percentuale, per ragioni sia economiche che gestionali. Di quel 25-30% di materiale indifferenziato che rimane bisogna fare qualcosa, e non si può certo continuare a utilizzare il metodo arcaico della discarica".
Mayr, cosa risponde a questa osservazione? Vuole davvero che si continui a usare la discarica per gestire il residuo secco indifferenziato?
"Ovviamente no. La soluzione che indico è già praticata con successo in diverse parti del mondo: Australia, Germania e anche Italia, in Veneto, a Fusina (VE) e a Vedelago (TV). Rappresenta un’alternativa vera sia alla discarica che all’incenerimento, e mi riferisco al cosiddetto trattamento meccanico-biologico del residuo secco indifferenziato".
Di cosa si tratta?
"Il trattamento meccanico-biologico (TMB) non è altro che una ulteriore differenziazione, che avviene dopo quella fatta dai cittadini. Una differenziazione che, avendo luogo con più cura e con mezzi più adeguati, risulta migliore di quella che possiamo attuare a casa nostra tutti noi, che, per quanto sensibili, rimaniamo inevitabilmente vittime di distrazioni oppure delle frequenti difficoltà di separazione dei materiali.
Dentro l’impianto di TMB avviene innanzitutto la separazione meccanica dei materiali recuperabili: vetro, acciaio, alluminio, carta. Dalla separazione meccanica si ottiene anche una frazione organica, che subisce una successiva fase di trattamento biologico e viene così trasformata in materiale inerte, pressoché privo di potenzialità inquinanti. Il risultato finale del TMB è il recupero, sotto forma di materiale riciclabile, di circa il 70-75% del rifiuto residuo secco che era entrato nell’impianto. Il restante 25-30%, che corrisponde soltanto al 10% di tutti i rifiuti prodotti dalla comunità, viene sì destinato alla discarica, ma si tratta di una frazione del tutto inerte, dalla tossicità estremamente ridotta rispetto al residuo portato in discarica oggi. E comunque non dimentichiamo che anche dopo l’incenerimento rimane da smaltire una frazione di rifiuto di quantità circa pari a quella che rimane dopo il TMB, ovvero le ceneri. E dove finiscono le ceneri? In discarica, con la non lieve differenza che in tal caso, a differenza dell’inerte rimasto dopo il TMB, si tratta di materiale altamente tossico. L’incenerimento esce quindi malissimo dal confronto col TMB, rivelando le sue caratteristiche di soluzione obsoleta, peggiore sia dal punto di vista sanitario, con emissioni inquinanti nettamente più alte del TMB, che ambientale, con un recupero energetico nettamente più basso del TMB".
Salvati, cosa risponde? L’alternativa indicata da Mayr sembra molto seria.
"E infatti lo è, e va tenuta in massima considerazione. Ma, anche ove si prevedesse di arrivare a praticare una raccolta differenziata spinta che si avvalga pure del TMB, non credo che si potrebbe comunque fare a meno, se non altro nei prossimi 5-10 anni, di una gestione dei rifiuti che preveda, dopo la raccolta differenziata fatta dai cittadini, di bruciare la frazione secca residua".
Si spieghi meglio. Mayr ha precisato che il TMB è alternativo al camino…
"Lo è, ma solo nel momento in cui si abbia a che fare con una raccolta differenziata attestata attorno al 70-75% minimo. Se scendiamo al di sotto di questa percentuale, il TMB diventa difficile da praticare. E io credo che ci vorranno appunto 5-10 anni prima che in Trentino si arrivi ad una capacità di differenziazione simile. Prima di allora, il residuo secco andrà per forza di cose bruciato, perché in discarica non ci sarà più posto. In altre parole, vedo la combustione del residuo secco come un tampone precauzionale che possa farci transitare, nel giro di una decina d’anni al massimo, a una gestione dei rifiuti che possa fare a meno di esso, basandosi solo sul riciclo dei materiali attraverso il TMB".
"Ed è qui l’errore –
interviene Mayr
. – La transizione con progressivo miglioramento della differenziata di cui parla Salvati non ci potrebbe mai essere. L’inceneritore da 100.000 tonnellate l’anno, infatti, è una macchina basata su di una tecnologia estremamente rigida. Non può bruciare meno di quanto è stato previsto, e per questo fermerebbe la raccolta differenziata trentina al 65%. Mai nessuno degli inceneritoristi, quando addita come esempio di impianto eccellente l’inceneritore di Brescia, ricorda che la raccolta differenziata bresciana è ancorata al 35%, e da lì non si muove. Ma ci sono esempi ancora più istruttivi, come quello di Karlshrue, in Germania. Prima vi hanno costruito un inceneritore enorme, poi i cittadini hanno cominciato ad attuare una raccolta differenziata sempre migliore, e alla fine l’inceneritore è rimasto senza la necessaria quantità di rifiuti da bruciare. Così, oggi, gli abitanti si ritrovano costretti a desiderare i rifiuti della Napoli di turno e a pagare in ogni caso tariffe più salate di quelle che pagavano prima di avere l’inceneritore: in altre parole, si ritrovano a pagare di tasca loro un impianto che doveva generare guadagno economico. Con un inceneritore, infatti, i casi sono due: o si fa come a Brescia, e si rinuncia a migliorare la differenziata, o si fa come a Karlshrue, e ci si rimette economicamente".
Salvati, ancora una volta le osservazioni di Mayr ci sembrano sensate...
"E ancora una volta devo dire che lo sono. E infatti, in Trentino, non si costruirà nessun inceneritore da 100.000 tonnellate".
Prego?
"Proprio così. Grazie anche al mio personale impegno, ritengo che la decisione politica si orienterà verso una soluzione diversa, sempre basata sull’incenerimento, ma effettuato in modo completamente diverso da quello pensato sinora".
Ovvero?
"La proposta attualmente sul tavolo è quella della gassificazione dei rifiuti, ovvero la loro trasformazione in gas, da usare poi come combustibile. Si tratta di una tecnologia già sperimentata con successo in Nord Europa. La caratteristica vincente della gassificazione è il fatto che essa avviene grazie a una combustione a bassa temperatura. Negli impianti di gassificazione, i rifiuti bruciano infatti a 400°C contro i 1.300°C degli inceneritori propriamente detti. La bassa temperatura limita di molto gli impatti ambientali della combustione, garantendo la totale assenza di diossine. Le temute polveri sottili si riducono di oltre 100 volte, mentre inquinanti come i composti dello zolfo, gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio diminuiscono fino alla metà, e così pure i metalli pesanti. Come residuo della gassificazione, in discarica finirebbe, nei casi di maggior efficienza, una quantità di inerti pari al 10% dei rifiuti fatti entrare nell’impianto, contro il 30% che rimarrebbe con l’incenerimento.
D’accordo, la gassificazione avrà anche un impatto sanitario e ambientale inferiore a quello dell’incenerimento, ma ciò che più interessa, alla luce del discorso fatto da Mayr, è la compatibilità di una simile tecnologia con il miglioramento della raccolta differenziata. L’inceneritore, s’è detto, non garantirebbe tale compatibilità, la gassificazione sì?
"Gli impianti di cui parlo possono funzionare tranquillamente anche bruciando solo 30.000 tonnellate l’anno, o anche meno. Non c’è dunque il rischio che l’impianto di gassificazione si ponga in contrasto con la riduzione del volume dei rifiuti e con la massimizzazione della raccolta differenziata. Tanto è vero che la proposta in discussione è quella di costruire, al posto dell’inceneritore da 100.000 tonnellate, tre impianti di gassificazione da 30.000 tonnellate l’uno. Questo permetterebbe, trascorsi i 5-10 anni necessari a ripagare i 65 milioni di euro investiti per costruirli, di chiuderli progressivamente uno dopo l’altro, man mano che la raccolta differenziata migliorerà, fino a che sarà possibile farne completamente a meno".
E
che garanzie ci sono che non ci si siederà a contemplare il funzionamento di queste macchine, frenando l’impegno nella differenziazione e quindi nel riciclo?
"Le garanzie verranno messe nero su bianco al momento di decidere la costruzione dei tre impianti. Infatti verrà precisato che essi non dovranno porsi per nulla in contrasto non solo con la raccolta differenziata e il TMB, ma nemmeno con la riduzione dei rifiuti, elemento che, nella loro gestione, è ancora più importante del riciclo. La proposta non potrà prescindere dalla garanzia che riduzione e riciclo continueranno ad essere perseguiti, affinché migliorino e raggiungano la massima efficacia nel più breve tempo possibile. Ma, nonostante tutto l’impegno che ci si potrà mettere, il raggiungimento della massima efficacia di riduzione e riciclo, e quindi la possibilità di prescindere dalla necessità di smaltire il residuo secco negli impianti di gassificazione, non si otterrà immediatamente, ma serviranno degli anni. Gli impianti di gassificazione ci garantiranno una transizione tranquilla, che faccia a meno delle ormai sature discariche".
Mayr, adesso è il ragionamento di Salvati ad apparire dotato di logica. Non si parlerebbe più, dunque, dell’inceneritore da 100.000 tonnellate, ma di tre impianti di gassificazione da 30.000 tonnellate l’uno, caratterizzati da una gestione più flessibile: lei cosa risponde a questa proposta?
"Resto scettico. A mio avviso, se ci si impegnasse davvero sulla strada di riduzione e riciclo, si potrebbe fare a meno anche della gassificazione, che, per quanto meno rigida dell’incenerimento, richiederebbe comunque, come ammesso da Salvati, un periodo di 5-10 anni di funzionamento per evitare che l’investimento risulti diseconomico. Ma per raggiungere il 75% di raccolta differenziata non serve così tanto tempo: è possibile farlo nel giro di un paio di anni al massimo, come dimostrano le esperienze di successo conseguite anche nella nostra provincia. Certo, per ottenere il risultato del 75% a livello provinciale bisognerebbe investire molto di più in materia di sensibilizzazione, informazione ed educazione del cittadino, non solo alla differenziazione, ma anche al consumo critico finalizzato alla riduzione dei rifiuti. A questo bisognerebbe abbinare il miglioramento gestionale della raccolta differenziata, che dovrebbe poter contare su un sistema unico, anziché sui tanti, troppi, oggi in vigore.
Certo, tutto questo richiederebbe dei soldi. Molti più soldi di quelli investiti oggi dall’amministrazione provinciale. Ma senz’altro meno di quelli necessari a costruire l’inceneritore o gli impianti di gassificazione, con in più il pregio che si tratta di soldi che tornerebbero indietro molto più velocemente di quelli investiti in tali macchine, senza peraltro far correre rischi né per la salute pubblica né per l’ambiente".
Insomma, ancora una volta, la partita sembra giocarsi tra elemento culturale e tecnologico. Nella proposta di Salvati, è il tecnologico a prevalere, in quella di Mayr, viceversa, è quello culturale. Nessuna delle due proposte, tuttavia, fa totalmente a meno dell’ altro elemento. Quella di Salvati punta anche sull’elemento culturale, assegnando importanza (reale, non fittizia) sia alla riduzione che alla differenziazione, mentre quella di Mayr punta realisticamente anche sull’elemento tecnologico, contenuto nel TMB. Chiaramente, si tratta degli aspetti secondari delle loro proposte. Tuttavia, entrambe hanno il pregio di non fare affidamento esclusivo su uno dei due elementi. E questo ci pare il loro punto di forza: nessuna delle due affronta il problema in modo semplicistico o viziato da preclusioni ideologiche, come ultimamente è stato fatto da più parti. Così, dopo questa intervista, la frase inserita in apertura di questo articolo appare in tutta evidenza per quello che è: una baggianata. O una battuta.


Intervista di Marco Niro QT 2/08

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