12/02/08

IL DESERTO EMOTIVO


Conoscevamo la follia come eccesso della passione. Ne vedevamo i sintomi, ne prevedevamo i possibili scenari. Oggi sempre più di frequente, nell’universo giovanile, la follia veste gli abiti della freddezza e della razionalità, non lascia trasparire alcunché ed esplode in contesti insospettabili che nulla lasciano presagire e neppure lontanamente sospettare.
Così è stato per le tre ragazze per bene che in quel di Sondrio qualche anno fa hanno ammazzato una suora; così è stato a Sesto San Giovanni dove un ragazzo, anche lui per bene, è finito in carcere per una coltellata inferta alla sua amica nel cortile della scuola; e così è stato in quel di Padova, dove un figlio ha ammazzato suo padre, professore d’università, e poi ne ha bruciato nel cortile il cadavere.
Non sono passati molti anni da quando a Novi Ligure una ragazza, che le cronache hanno descritto bella e intelligente, cresciuta in una famiglia serena, educata in un istituto privato retto da religiosi, ha inflitto, con il fidanzatino suo coetaneo, quaranta coltellate alla madre, cinquantasei al fratello e, senza troppo scomporsi, ha retto per diversi giorni gli interrogatori a cui è stata sottoposta, senza cedimenti emotivi.
Tutti questi casi hanno in comune quell’evento terribile che è l’imprevedibilità. E di fronte all’imprevedibile, di fronte a ciò che non si lascia in alcun modo anticipare, si scatena in tutti noi l’angoscia primordiale, quella che provavano i primi uomini di fronte a un mondo che non riuscivano a decifrare.
Quando la causa è irreperibile, quando il furore che di solito accompagna i gesti della follia è assente, allora bisogna scavare più a fondo e scoprire chi sono e come sono fatti coloro che compiono gesti così orrendi senza dare a vedere alcuna risonanza emotiva.
La psichiatria conosce questa sindrome, e la rubrica sotto il nome di “psicopatia” o “sociopatia”. Lo psicopatico è colui che è capace di compiere gesti anche terribili senza che il suo sentimento registri il minimo sussulto emotivo. Il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il gesto. Ma non si accorge nessuno di questa condizione giovanile peraltro molto diffusa?
Tendenzialmente no. Una buona educazione – soprattutto quella borghese che insegna a tenere a bada gli eccessi emotivi – confeziona per ciascuno di questi ragazzi un abito di buone maniere, di stereotipi linguistici, di controllo dei sentimenti che, come corazza, rende questi giovani impenetrabili e scarsamente leggibili a chi sta loro intorno. Alla base c’è una mancata crescita emotiva, che ha reso il sentimento atrofico, inespressivo, non reattivo, per cui gli eventi della vita passano loro accanto senza una vera partecipazione, senza un’adeguata risposta di sentimento a quanto intorno accade.
Buon terreno di cultura sono di solito le famiglie per bene, dove i problemi, quando si affrontano, si affrontano sempre in modo razionale, dove non si alza mai la voce, dove non si piange e non si ride, e dove soprattutto non si comunica, perché quando i figli hanno dato le loro informazioni sull’andamento scolastico e sull’ora del rientro quando si fa notte il sabato sera, sono lasciati nel rispetto della loro autonomia, dietro cui si nasconde il terrore dei genitori (anche questo mascherato) ad aprire quell’enigma che i figli sono diventati per loro.
E i figli, come animali, sentono quando c’è la paura dei genitori, e, quando non c’è, sentono il loro sostanziale disinteresse emotivo. Soli da piccoli, affidati alla televisione o alle prestazioni mercenarie dell’esercito delle baby-sitter, questi figli del benessere e della razionalità, crescono con un cuore dapprima tumultuoso che invoca attenzione emotiva, poi, quando questa attenzione non arriva, giocano d’anticipo la delusione e il cinismo per difendersi da una risposta d’amore che sospettano non arriverà mai.
A questo punto il cuore, un tempo tumultuoso e invocante, si fa piatto, non reattivo, pronto a declinare ora nella depressione ora nella noia. E quando la tempesta emotiva si abbatte sul cuore, ormai arido perché mai irrigato, si comprime tutto con le difese impenetrabili approntate dalla buona educazione, dalle buone maniere, dal buon allenamento nella palestra gelida della razionalità.
Tutto bene dunque? All’apparenza si, tutto bene. A scuola non vanno male, col prossimo si sanno comportare, vestono anche bene, e con le maschere, che con estrema facilità indossano e sostituiscono, l’allenamento è collaudato.
La sessualità, quando c’è, è tecnica corporea, perché questi ragazzi sono “emancipati”, in discoteca ballano in modo parossistico, insieme a tutti gli altri, la propria solitudine. Un po’ di ecstasy dà quella leggera scossa emotiva di cui si è assetati, ma non lo si dice, lo si fa per moda, per essere come gli altri, con cui si fa “gruppo”, anche gruppo ben educato, nel tentativo di ottenere dagli amici quel residuo di conforto affettivo di cui il loro cuore, come un organo autonomo, saltuariamente ha sete.
Finché alla fine tutto esplode. La compressione della razionalità mai diluita nell’emozione, la difesa delle buone maniere, che ormai, persino a propria insaputa, fanno tutt’uno con l’insincerità, la noia, che come un macigno comprime la vita emotiva, impedendole di entrare in sintonia con il mondo, formano quella miscela che sotterra l’io di questi adolescenti infelici, facendoli agire in terza persona con gesti che la storia dell’uomo fa fatica a reperire come suoi.
Sono gesti che mettono in crisi la giustizia e, con la giustizia, la società che, per tranquillizzarsi, è sempre alla ricerca di un movente. E il movente in effetti non c’è, o se c’è è insufficiente, comunque sproporzionato alla tragedia, perché ignoto agli stessi autori. Cercarlo ci porta lontano, tanto lontano quanto può esserlo l’avvio della loro vita, lungo la quale è stato loro insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del monto incidono nel loro cuore.
Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri. E questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva, e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo.

Tratto da “L’ospite inquietante” di U.Galimberti

LO SPRECO CHE NON DIRESTI


Il computer costa. Anche se non lo usi. I pc continuano a consumare energia anche da spenti. Su scala nazionale uno spreco di quasi 60 milioni di euro/anno. Bisogna staccare la spina. Tranquilli, non è una drammatica questione di vita o di morte, ma un semplice consiglio pratico. La spina è quella del computer. In Italia, tra case e uffici, ci sono - si calcola - più di 25 milioni di pc. E consumano energia elettrica. Il che di per sé non sarebbe una grande notizia, tanto più che un pc in funzione assorbe molta meno corrente di altri elettrodomestici. La scoperta però è un'altra: queste macchine non si spengono mai del tutto. Ovvero continuano a consumare energia anche quando vengono disattivate. E non stiamo parlando dello stand-by - cioè di quello stato di sospensione in cui il cuore del sistema resta in funzione per consentire un riavvio rapido - ma dello spegnimento vero e proprio. Lo ha scoperto la rivista specializzata Af Digitale sottoponendo a un test 13 desktop, i computer da tavolo (che in Italia sono circa 13 milioni): anche quando viene premuto il tasto off la scheda madre, il motore del pc, mantiene collegati alcuni circuiti. Questo succede soprattutto sui pc più recenti che rimangono sempre "all'erta" per cogliere input esterni, come il comando di avvio in remoto o segnali provenienti da eventuali periferiche. Rimanendo collegato alla rete elettrica il pc continua a consumare. E non poco a giudicare dai risultati del test. Una quantità di energia sprecata. Per 1 minuto di stand-by si può arrivare a consumare 9,42 watt. Ma lo stand-by, come sappiamo, è uno stato di dormiveglia del computer. Più sorprendenti sono il 4,62 watt che la macchina ha assorbito dopo 1 minuto dallo spegnimento. Sulla base di queste misurazioni si è giunti a calcolare i consumi di un pc tenuto spento per 1 anno: il modello più "risparmioso", tra quelli testati, consuma solo 25 centesimi di elettricità, mentre quello che ne consuma di più arriva quasi a 6,5 euro. Cifre che di per sé possono sembrare irrilevanti. Ma su scala allargata le cose cambiano: si pensi, tanto per cominciare, a un azienda che deve moltiplicare questi costi per qualche centinaio di macchine. Il dato diventa ben più impressionante se rapportato su scala nazionale. E qui la questione non è solo economica. Se il consumo medio di un pc spento si aggira sui 2-3 watt, significa che i 13 milioni di dektop italiani consumano 30-40 megawatt. In altre parole, una centrale elettrica di medie dimensioni lavora per tenere delle macchine spente! Tradotto in moneta sonante, vuol dire uno spreco di 56 milioni di euro/anno. Che si può evitare collegando il pc a una ciabatta di alimentazione dotata di un interruttore e spegnerlo ogni volta che si chiude il pc.


Tratto da Virgilio Consigli per risparmiare elettricità in casa

11/02/08

DOPING DELLE API... NO GRAZIE!


Diversi furono i motivi nell’Italia nella seconda metà dell’Ottocento, in tempi di grandi ristrettezze e fame, che avvicinarono parte del clero rurale alle api. Da un lato una formazione culturale di base che distingueva e permetteva al più umile sacerdote di cogliere, e anche di divulgare, le grandi innovazioni in corso; dall’altro lato la ricerca di fonti di sostentamento. Nel pieno del conflitto con il giovane Stato italiano e la sua pretesa di gestire il potere temporale, anche i gradi più bassi del clero conobbero una qualche difficoltà materiale di sopravvivenza. Ciò che facilitò e non poco la relazione preti e api, oltre alla consolidata tradizione monastica, fu anche una peculiarità inerente all’aspetto e al necessario distintivo decoro. Il buon sentore delle api non comporta l’afrore persistente di stalla. Per il buon curato di campagna il “profumo d’api” ben si addiceva all’altare e pure lo distingueva come pastore dal suo umano, odoroso, gregge. Raramente ci si ricorda e si parla della fragranza delle api che costante accompagna l’apicoltore, ma credo sia invece una delle radici e motivazioni della passione e piacere per questo lavoro. L’olfatto, infatti, è un senso molto più importante di quanto in genere sia ritenuto in quest’epoca fatta di sovra stimolazioni visive e uditive. Spiacevole cambiamento è che, da un po’ di tempo a questa parte invece, amici e conoscenti apistici si dividono in due categorie: quelli che sono sempre circonfusi di aromi essenziali o di acido e quelli che si portano addosso o nell’automezzo il puzzo di micidiali coktail di molecole chimiche. Ovviamente tra queste due categorie estreme si collocano poi infinite varianti e sfumature anche olfattive. Nella mia aziendina rientriamo a pieno titolo nella categoria degli olezzanti di acidi e aromi e purtroppo senza sapere se in effetti, come vorremmo, sia questa la strada che garantisce futuro alle nostre api. Certo i nostri alveari non sono messi bene e lamentiamo perdite rilevanti. Ma ciò che è altrettanto certo è che a fronte delle difficoltà l’ultima cosa da fare è smettere di provare, condividere e proporre. Tale attitudine è ben testimoniata da questo numero di L’Apis. E in particolare dal Dossier allegato che esprime il diritto di discutere, e proporre di modificare, le norme veterinarie sciocche e controproducenti. L’arma vincente alla fine non sta, infatti, solo in questa o quella “medicina” ma nella capacità di condividere e costruire, insieme, vie di sopravvivenza. Ma anche le avversità, ed è risaputo, si danno di mano tra loro per cercare di trasformarsi in mazzate mortali. Non bastavano: il calo di prezzi dello scorso anno, i pesticidi neurotossici in stagione, la siccità imperante e le carenze polliniche, la varroa da luglio in avanti. Ora ci troviamo pure a fronteggiare il tentativo di rendere “legali” elevati residui di antibiotici nel miele. L’U.e. sta, infatti, cambiando la normativa sui trattamenti sanitari degli allevamenti. Si vuole definire la soglia di ricerca analitica di presenza infinitesimale di sostanze negli alimenti derivati da animali cui non sono somministrabili molecole consentite invece per altre specie. Da anni sosteniamo che, con le attuali capacità analitiche, il concetto di “zero assoluto” è irrealistico e impraticabile e che bisogna determinare livelli certi per effettuare sia il controllo che l’autocontrollo. Nell’ambito di tale obiettivo, per avere ad esempio analogo livello di ricerca di anabolizzanti nelle carni, si apre una finestra di delega ai “tecnici”. E in quel varco “tecnico”è andata a infilarsi la spudorata proposta della Germania, guarda caso, per ottenere di fatto “l’autorizzazione” nei mieli di elevati quantitativi dei vari antibiotici, e poter di conseguenza importare liberamente da tutto il mondo senza vincoli e commercializzare quindi senza“allarmi comunitari” di sorta. Questo proprio mentre la gran maggioranza di apicoltori italiani, volenti o nolenti, sta verificando che sono ben altre le gravi difficoltà sanitarie e che con la peste americana c’è modo molto più efficiente ed efficace di combattere che non il doping dell’eterna somministrazione di polverine. L’augurio è che prevalga alla fine il senso del limite, e soprattutto il buon senso. Speriamo che anche su tale terreno si sappia costruire, insieme. Abbiamo vinto battaglie anche più ardue e in effetti c’è poi, forse, una piccola buona novella alle porte. Si osserva una certa inversione di tendenza nei prezzi di scambio internazionale del miele. Che si sia entrati in un’altra onda? Che ci sia un’inversione di tendenza anche per le avversità?


Francesco Panella direttore di “LAPIS”

08/02/08

MENO AUTO, PIU' BICI...PITI!


Alla Conferenza sul Clima organizzata dalle Nazioni Unite a Bali è stata lanciata un’alleanza tra pedoni, ciclisti, disabili e passeggeri di mezzi pubblici. Il compito principale i questa alleanza sarà quello di fare lobby presso la classe politica per un trasporto più sostenibile: meno auto, più mobilità a propulsione muscolare.
“Il settore trasporti è uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico, per cui deve essere parte della soluzione”
, dichiara Manfred Neun, Presidente della European Cyclists Federation (ECF), Neun afferma ciò all’indomani della decisione della Commissione Europea di introdurre nuove leggi che stabiliscono multe per le emissioni di CO² per i produttori di automobili. La proposta è stata male accolta dal governo federale tedesco che protegge i produttori nazionali di automobili, i quali non hanno rispettato l’accordo stilato volontariamente nel 1998 dall’associazione europea di produttori di auto (ACEA) di raggiungere entro il 2008 il target di 140g/km. Questo fallimento rientra nel quadro generale dell’aumento di emissioni di biossido di carbonio proveniente dal traffico nell’Unione Europea del 26% dal 1990 al 2004.
Perciò ECF chiede un cambio paradigmatico nelle politiche dei trasporti: invece i aspettare nuove costose tecnologie che dovrebbero ridurre le emissioni di CO², i politici dovrebbero concentrarsi meno sull’auto e più sulla bicicletta: nel traffico urbano la bicicletta è il mezzo più efficiente: non inquina, non fa rumore e fa bene alla salute di chi ne fa uso.
La bici ha un enorme potenziale. Nell’Unione Europea una gran parte dei percorsi in auto sono brevi: il 50% inferiori a 5 km; se solo il 30% di quelli al di sotto dei 6 chilometri fosse sostituito dalla bici, questo porterebbe ad una diminuzione del 4% di CO². È un percorso obbligato, dato che l’Unione Europea ha preso nel 2007 l’impegno di ridurre le emissioni di almeno il 20% entro il 2020 (rispetto ai livelli del 1990).
Per fare pressioni per questo cambiamento, EFC ha lanciato con altri a Bali la “Global Alliance for EcoMobility”. Più di 30 multinazionali, aziende e associazioni degli utenti, governi locali ed agenzie delle Nazioni Unite si sono impegnate a promuovere insieme nelle città misure a favore di pedoni, ciclisti, disabili e mezzi pubblici.

Antonella Valer

07/02/08

DISGREGAZIONE E RIFIUTI


Temo che l’emergenza rifiuti di Napoli non sia soltanto un problema di ordine pubblico o di nettezza urbana. In essa sono riconoscibili i caratteri di una sorta di metafora, se volete di una caricatura della situazione propria di tutta la nostra beneamata Italia. La quale dispone di un territorio ricco di bellezze naturali ma in gran parte montuoso, impervio, e soprattutto sovraffollato da una popolazione fitta concentrata in grandi città cresciute in modo disordinato, senza la sapienza di una cultura dell’ambiente che sapesse preservare spazi liberi; ma anche dispersa in una moltitudine di borghi collegati da una rete ingombrante ed intricata di strade asfaltate. La sua è un’economia diseguale ma con almeno una impronta comune derivata dalla dominante prassi del consumismo, che ignora la sobrietà ed è alimentata dallo spreco. Le nostre mamme si recavano nella bottega sotto casa con la borsa della spesa e comperavano lo stretto necessario per il fabbisogno della famiglia. Ora nei supermercati le esuberanti provviste sono disposte nelle borse di plastica. Se prendi un etto di prosciutto te lo avvolgono in tre o quattro fogli di carta e molti prodotti sono raccolti in scatolette di cartone e protetti da carta stagnola. Ciò che veramente serve è poca cosa, ed il residuo che non si utilizza - il così detto "umido organico" - potrebbe essere smaltito senza grandi problemi. Ma unito alla carta e cartoni, ai vetri, all’alluminio, alla plastica, a tutto il contorno di vana dissipazione che affluisce nelle case, forma una montagna di rifiuti che devono essere dispersi. Dove e come? Lo spazio da destinare a tale scopo è ormai quasi esaurito. In prossimità dei centri urbani, le ville, le periferie abitate, i capannoni industriali, le tangenziali ripudiano le discariche ed ancor più gli inceneritori. La soluzione del problema è dunque effettivamente difficile e diviene impossibile se concorrono altri fattori che in quel di Napoli sono presenti in misura accentuata, ma non sono assenti nel resto d’Italia. Il primo di tali fattori è costituito dal debole sentimento comunitario che ispira la nostra società. Uno per tutti, tutti per uno è un monito che ci è estraneo. Tutti invocano la discarica per i rifiuti, "ma non nel mio cortile". E’ una nostra peculiare attitudine lo spiccato individualismo, l’incapacità di mettersi insieme per cercare ed interpretare l’interesse comune. Con il risultato di avere una spropositata quantità di partiti che rendono ingovernabile la nazione, ed in economia una prevalente moltitudine di imprese medio-piccole, ciò che pregiudica la competitività del nostro sistema. Questo sfrangiamento della società costituisce poi l’ideale terreno di cultura della illegalità. La legge, espressione e tutela del bene comune, è oggetto di disprezzo e quindi di trasgressione. Il fenomeno a Napoli si chiama camorra ed in altre regioni è noto con altre denominazioni. Ma si ritrova dappertutto ove vi siano da lucrare privati profitti a carico della comunità, manipolando pubbliche gare o appalti pubblici, con forme e modalità fantasiose e stupefacenti. Al punto di trasformare la "monnezza" in oro. Infine una efficienza causale decisiva è quella rappresentata dalla debolezza della politica. La politica in tutte le sue espressioni. Le leggi contengono affermazioni di principio valide, regole severe, che poi sono sfibrate da eccezioni, da ipotesi subordinate, da cavilli che nella pratica della burocrazia e nella applicazione degli organi amministrativi finiscono per prevalere. I partiti, il governo e l’opposizione, non offrono alla cittadinanza soluzioni dei problemi della comunità per chiedere su di esse il consenso. Al contrario, mirano a propiziarsene il favore assecondando le inclinazioni più disgreganti che allignano nei vari gruppi territoriali o di mestiere.


Renato Ballardini

04/02/08

RAPPORTO SER/T 2008


Il tradizionale rapporto annuale del SerT (Servizio Tossicodipendenze) di Trento è un malloppo di 180 pagine, strapieno di cifre, tabelle, grafici. Un mare magnum di dati a volte prevedibili, altre volte sconcertanti, all’interno del quale è però difficile orizzontarsi per capire se le cose vanno bene o male. La sua funzione, del resto, è quella di uno strumento di lavoro per gli operatori e di rendiconto dell’attività svolta. Non è un resoconto giornalistico.
Vi leggiamo ad esempio che poco meno di uno studente trentino su tre, nello scorso anno, ha avuto a che fare coi derivati della cannabis almeno una volta. E già spuntano delle domande.
Farsi una canna all’anno, è significativo, è preoccupante, è cosa che merita di entrare in una statistica? E a che punto sono gli studi sulla pericolosità o meno di quella sostanza?
E qualcosa di simile potremmo chiederci quando apprendiamo che in Trentino sono 220.000 "le persone di età compresa fra i 15 e i 54 anni che fanno uso di alcol una o più volte all’anno" (già, perché il rapporto si occupa anche di alcol e tabacco). In un bicchiere all’anno, e fosse anche di più, che male c’è?
Per non soffocare il lettore sotto una montagna di cifre, ci siamo limitati a presentarne una minima parte, quelle che ci sono parse più significative, nella scheda a pag. 18; qui basti dire che la situazione, in Trentino, è leggermente migliore rispetto ai dati regionali e nazionali, soprattutto per la maggiore percentuale di "utilizzatori problematici" di sostanze (cioè, di tossicodipendenti veri e propri) entrati in contatto col SerT e quindi assistiti sia dal punto di vista sanitario che sociale e psicologico.
Qualche dato va comunque fornito subito, per dare un’idea dell’entità del problema. I consumatori (anche molto occasionali, come s’è detto) di cannabinoidi sono stimati in 23.600, 11.500 quelli di cocaina, un migliaio quelli di allucinogeni e stimolanti e 540 quelli di eroina. Cifre che non vanno però sommate, in quanto sono numerosi coloro che assumono due o più sostanze. Ad abbassare il livello di allarme va comunque detto che i "consumatori problematici" sono stimati in circa 1.800, 1.019 dei quali sono in trattamento al SerT.
Pochi, tanti? Rispetto alla situazione nazionale, in Trentino la cannabis è un po’ meno presente, la cocaina ha un consumo quasi doppio, mentre gli assuntori di stimolanti e di eroina sono circa la metà. Differenze che dipendono in larga misura dalla situazione del mercato, cioè dalla possibilità o meno di reperire questa o quella droga.
Un altro dato è importante, anche per valutare la pericolosità delle varie droghe: malgrado la sproporzione nel consumo delle diverse sostanze, con cannabis ed eroina ai due estremi, i relativamente pochi consumatori di quest’ultima rappresentano però l’88% degli utenti del SerT, contro un 4% che ha problemi coi cannabinoidi, e il 55% degli ospiti delle comunità (dove c’è anche un 28% di alcolisti).
ll dott. Raffaele Lovaste, direttore del SerT, ci spiega anzitutto il perché di una statistica dove compare anche il Il ragazzo che si è fatto una singola canna nel corso di 12 mesi, o la casalinga che ha bevuto alcolici solo la notte di Capodanno: "Per il nostro lavoro è importante conoscere la base di partenza del fenomeno: certo che un bicchiere a pasto non è problematico, ma è comunque dal consumo di vino che nasce l’alcolismo, e lo stesso vale per la tossicodipendenza". Quanto alla presunta innocuità della cannabis, c’è una precisazione da fare: "Da un po’ di tempo la situazione è cambiata: il principio attivo, che in passato era presente in questa sostanza nella misura del 5%, adesso arriva fino al 30%; chi ne fa un uso regolare rischia di sviluppare, nel breve periodo, dei disturbi nella memoria, e a lungo termine delle patologie di tipo psichiatrico. Ma il punto della questione va molto al di là del problema sanitario".
Cioè?
"L’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media si rivolge ai morti per overdose, alle conseguenze della tossicodipendenza sull’ordine pubblico, ai sequestri di stupefacenti... E si trascura il problema culturale, il clima complessivo che rende possibile questa situazione. Ci focalizziamo su chi è arrivato al punto di chiedere un trattamento anziché su quelli – molto più numerosi – che comunque fanno uso di stupefacenti".
Insomma, è un problema culturale: è più trendy farsi una riga di coca, anziché sciare. C’è una spinta all’efficientismo, alla prestazione, alla performance tale da trascurare i rischi che pure si conoscono, e superare quella disapprovazione nei confronti degli stupefacenti che emerge evidente dalle statistiche. "Si dice: ‘Occupiamoci di questi giovani’. E invece no, dovremmo occuparci degli adulti ‘significativi’ di questi ragazzi, dei modelli che hanno davanti a sé, degli stili di vita che gli vengono proposti".
I giovani faticano a proiettarsi nel futuro, tendono a vivere un’eterna dilatazione del presente, ciò che conta è l’oggi. Da qui deriva una difficoltà a compiere delle scelte di vita, difficoltà aggravata dal rarefarsi della dimensione collettiva e dal potente martellamento dei messaggi pubblicitario-televisivi. E naturalmente fenomeni come la precarietà del lavoro accrescono questa difficoltà nel progettare.
"Più o meno finite le ideologie tradizionali – prosegue il direttore del SerT - sono sorte tante micro-ideologie di gruppo. Abbiamo il giovane che per cinque giorni la settimana va a lavorare: normalmente, senza trasgressioni, come gli viene richiesto. Poi, al sabato, questa persona si trasforma: da rappresentante del mondo del lavoro, eccolo diventar parte del popolo dell’happy-hour, della birra, dello sballo".
La ricetta è banale quanto difficile: bisognerebbe dare a questi giovani degli ideali, fare in modo che non seguano pedissequamente le mode, i messaggi pubblicitari.
"Si noti quanti spot pubblicizzano dei prodotti farmaceutici. Il messaggio che arriva, e che ormai si è imposto, è il seguente: al minimo malessere fisico, prendi una pasticca che ti passa: ‘Perché rinunciare a un’ora di tennis per un mal di testa?’. Si è ormai affermata l’idea di poter regolare i propri stati d’animo utilizzando delle sostanze chimiche. Dovremmo invece convincerci che non possiamo governare tutto, che dobbiamo accettare i nostri limiti. Non è un caso se una consistente percentuale di tossicodipendenti utilizza più sostanze: prendono la coca per eccitarsi, poi, se l’effetto è eccessivo, cercano di calmarsi con l’eroina".
Se le cose stanno in questi termini, è tutto un sistema economico e culturale che bisognerebbe trasformare, e un efficace contrasto alla tossicodipendenza appare molto problematico...
"Certo. Ma sta di fatto che la diffusione della tossicodipendenza dipende sostanzialmente da due fattori: la situazione del mercato, cioè la facilità di procurarsi sostanze nel territorio, e poi – soprattutto – il clima culturale di cui si diceva. Se non cambia quello...".
Allora c’ è da stare poco allegri.
"Non è detto. Forse sta maturando nella società il bisogno di qualcosa in cui credere: c’è disagio, richiesta di far parte di qualcosa di più grande che non sia solo la propria singola vicenda individuale".

QT 01/2008



03/02/08

L'OSPITE INQUIETANTE


Un libro sui giovani: perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.
Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’inarticolato all’altezza del quale c’è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche chiama “nichilismo”.
E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato.
Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.
Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se no addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio ce risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapeutiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo.
E questo perché se l’uomo, come dice Göthe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le vittime.
E che dire di una società che non impiega il massimo della sua forza biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent’anni, progettando, ideando, generando, se appena si profila loro una meta realistica, una prospettiva credibile, una speranza in grado di attivare quella forza che essi sentono dentro di loro e poi fanno implodere anticipando la delusione per non vedersela di fronte?
Non è in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della nostra cultura? Un segno ben più minaccioso dell’avanzare degli integralismi di altre culture, dell’efficientismo sfrenato di popoli che si affacciano nella storia e con la nostra si coniugano, avendo rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro.
Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della “ragione strumentale” che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell’orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l’aridità del sentimento.

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
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