15/09/07

SPEGNETE LE LUCI!

In una società che non si chiede, che rinuncia al confronto, che subisce l’irrazionalità senza indignarsi, che l’ipocrisia del benessere ha privato del giusto e doveroso senso critico, anche una piccola notizia (pur attesa) può rappresentare un corroborante per lo spirito e per il morale. Fa bene sapere che oltre il deserto dell’angusto quotidiano, pregno di un insopportabile ubiquitario narcisismo, benché lontano, ci sia ancora qualcuno che pensa!

Il Parlamento austriaco qualche giorno fa (11/09/2007) ha fatto qualcosa che di solito nei regimi si verifica raramente: constatato che una legge era un’insensatezza, tirandone le conseguenze, la ha abrogata! L’accaduto si riferisce all’obbligo di tenere accese le luci delle auto durante la marcia diurna introdotto alcuni anni fa in Austria (così come in Italia). Un provvedimento che dopo alcuni anni di osservazione appare finalmente in tutta la sua assurdità e la cui unica vera ragione va ascritta presumibilmente alle pressioni esercitate sulle corrotte classi politiche occidentali dalle influenti lobbies petrolifere, che da esso traggono un notevole beneficio.
Lo studio promosso dal governo austriaco allo scopo di verificare gli effetti di tale obbligo ha dimostrato scientificamente che “la luce di giorno” nel pieno chiarore del sole ha un effetto distorsivo per chi guida, in quanto l’ esuberante efflusso luminoso rende meno percettibili gli utenti stradali minori, quali ciclisti e pedoni. E la tragica conferma di ciò si è avuta dall’incremento degli incidenti mortali (per queste categorie di utenti) rilevati in Austria dall’entrata in vigore del provvedimento anzidetto. A questa già di per sé più che sufficiente motivazione per buttare la legge nel cesso e accompagnarla con un fragoroso sciacquone, se ne sono aggiunte altre, più ovvie e da tutti verificabili: il maggior consumo di carburante e conseguenti maggiori emissioni di inquinanti e di gas serra con le altrettante sofferenze dell’ambiente e del… portafoglio.
In provincia di Bolzano il danno ambientale provocato dalle “luci di giorno” era stato analizzato già nel 2003 dal dottor Lantschner del competente Ufficio Trasporti del Provincia Autonoma altoatesina. Da esso risultava che un’autovettura in movimento con le luci anabbaglianti accese, consuma mediamente un quarto di litro di carburante in più ogni 100 chilometri. Ciò significa che nel solo Sudtirolo vengono espanse in atmosfera 25.000 tonnellate/anno in più di CO2, con costi aggiuntivi che variano dai 40 ai 60 €/anno per ogni automobilista. Rapportando tale dato su scala nazionale il risultato è sconvolgente: 3,2 milioni di tonnellate di CO2/anno in più (oltre a un indefinito ulteriore quantitativo di inquinanti) scaricati in atmosfera.
A questo proposito ricordiamo che proprio l’altro ieri a Roma si è tenuta la prima conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, voluta dal ministero dell’ambiente, che ha confermato il peggioramento della “salute” della nostra biosfera.
I relatori intervenuti hanno esortato i politici a promuovere con sollecitudine iniziative di contenimento e di risparmio energetico che ad esempio si concretizzano in modo sostanziale anche spegnendo le lucette spia dei nostri elettrodomestici!
Pertanto, con perfetto tempismo, la senatrice SVP Helga Thaler Ausserhofer, cogliendo immediatamente l’“assist” offertole dal Parlamento austriaco, presenterà una proposta di emendamento del decreto “luci di giorno” che prossimamente, assieme ad altri provvedimenti relativi al traffico, verrà discussa in Senato.
Morale della favola: meglio tardi che mai; dell'insensatezza di questa "trovata", noi, a onor del vero, avevamo da tempo informato il signor ministro dei trsporti italiano. Naturalmente senza ottenere il minimo riscontro! Speriamo che il concomitante intervento di più autorevoli referenti faccia prevalere anche a Roma la Ragione sul business.


L’Orco

11/09/07

LETTERA A UN IMPRESARIO EDILE DI TESERO


Stimato ( ),
mi permetto di disturbarti perché sento la necessità di dirti e chiederti alcune cose ma non pretendo che ti senta obbligato a rispondere “ufficialmente”. Se avremo occasione di parlarne a quattrocchi sarò ben lieto di sentire la tua opinione in merito a quanto vado a dirti. Dunque ho deciso di scriverti perché sei ormai il “decano” (col Bosin da Piera) degli imprenditori edili del paese e perciò rappresenti, per così dire, la memoria storica della categoria. Tu sei il trait d’union tra la generazione di chi suo malgrado fece e visse l’ultima guerra mondiale (la generazione di mio padre) e chi vide per ultimo il paese come era, sostanzialmente fermo rispetto all’avanzamento urbano (la mia). Quelli venuti dopo sono cresciuti nell’espansione urbanistica, dove le “fabbriche”, cioè i nuovi cantieri, di anno in anno occupavano nuovi terreni, dove le campagne venivano sacrificate al “benessere” di quegli inconsapevoli (e spesso immeritevoli) privilegiati che via via si decentravano. Io appunto ho visto il paese come più o meno lo avevano visto duecento anni prima i nostri antenati: concentrato dentro i confini est-ovest-sud-nord corrispondenti alle località Sorasass – Soc – Pedonda – San Gianardo. La vita dei tieseri si è consumata per secoli entro questi termini orografici e le periferie esterne ad essi servivano per garantire l’economia più importante: quella primaria, di sussistenza, agricola e zootecnica. Poi verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso il turismo ha iniziato a “creare appetibilità”. I danarosi turisti provenienti in particolare dalle città del nord Italia attratti dalla nascente industria dello sci in inverno e dalla tranquillità e dalla frescura dei luoghi in estate, iniziarono ad acquistare terreni (e noi miserabili a venderli), a contattare imprese locali, ad amicarsi geometri ed amministratori. Ed il denaro – l’oggetto principe della corruzione – a correre! Da allora il treno dello sviluppo urbanistico (che ancora oggi sembra non riuscire a fermarsi) è partito e da quell’epoca in poi le amministrazione hanno cominciato a inserire sempre più frequentemente nuove cosiddette zone d’espansione. Cercando dapprima quelle meno vocate o marginali rispetto alle esigenze ancora “sentite” di quel settore primario anzidetto. Poco a poco si “svendettero” parti di bosco a Stava e a Propian. Nel mentre quel primario agricolo e zootecnico stava velocemente cedendo il primato economico all’artigianato, e via andare sino al terziario turistico-alberghiero. Anche i residenti, che lentamente si stavano emancipando, cominciarono a “fabbricare”: a Caltresa e nelle immediate adiacenze delle periferie “storiche” del paese come Fia, Sottopedonda e Restiesa e a urbanizzare località appena, appena esterne come Valusella. Ma il movimento era ancora lento e sopportabile: ricordo gli scavi a pic e badìl delle case Pallaver e Titanela appunto in via Valusella verso il 1967. A quei tempi le imprese edili erano solo due in paese: “’l Toni Volcàn” e “’l Clemente Deflorian (Baodracco)”, poi fu tutto un proliferare senza fine di nuove imprese: oggi chissà quante saranno… Proprio allora venne costituita l’ I.T.A.P. s.p.a. e le cose cominciarono ad accelerare sempre più.
Tutto questo per dirti cosa? Per dirti che nel frattempo, in questi 40 anni il tenore di vita dei paesani è notevolmente cambiato. Siamo diventati tutti “siori”. Molti con la villa, il barbecue e il prato inglese, tutti (o quasi) possessori di grandiose autovetture o fuoristrada. Ma adesso l’ “oste” ha portato il conto e qualcuno incolpevolmente sta già pagando. Certo tutti “siori”, moltissimi – come dicevo – col fuoristrada (per ben “sfoggiarlo” purtroppo sempre e comunque in strada), tutti dannati lavoratori per 10 – 12 ore al giorno e poi, cambiati i panni, deterso il sudore e lavato lo sporco, ostentatori maniacali di potere e di ricchezza. Il vecchio nucleo antico dell’abitato proprio la zona che urbanisticamente dovrebbe essere maggiormente tutelata e che ha una viabilità proporzionata alle sue necessità originarie si trova a sopportare il via vai sempre più insistito dei “növi siori” che devono far vedere che esistono ancora e che anzi adesso sono diventati qualcuno e che non per sfizio ma per forza dalle periferie al paese a piedi non si recano più. “Par la madònega, nó aón miga pü le pèzè sül cül!”. La tranquillità in centro è ormai un pio ricordo dei bei tempi andati. Per nascondere la vergogna dei fatti non sarebbero sufficienti le foglie di una piantagione di fichi. Dunque che fare? Pensa che ti pensa, ecco finalmente la trovata! Ma poiché chi ci amministra appartiene proprio alla schiera di quei nuovi “decentrati” che il problema non lo sente direttamente, e dato che amministrare significa comunemente fare, adesso parla senza pudore (e senza analizzare per bene il problema) di parcheggi sotterranei: di trasformare piazza Nuova, il piazzale Scuole elementari e piazza Tombon in autorimesse per privati o (come si bisbiglia) per gli alberghi del centro, che poi in realtà è uno solo! Così i “siori” foresti che adesso “i è manco siori de quei da qua” potranno arrivare e depositare a qualsiasi ora del giorno o della notte le loro vetture nei nuovi magazzini interrati. Si prospettano a breve per le sempre più ingorde imprese locali nuove “occasioni”: grandi parcelle per la categoria dei geometri (quella per intenderci che negli ultimi 40 anni si è maggiormente “ingrassata”); naturalmente nuovi lavori per le imprese edili, e quelle di escavazione. In un continuo crescendo di trasformazione urbana che più cresce e meno si capisce dove vuole arrivare. Se recentemente sei transitato a Santa Libera ti sarai reso conto che in poco più di due anni a quella località hanno letteralmente cambiato i connotati. Ci si resta senza fiato! E così pure “tà i Aleci”: sono arrivati a fabbricare addirittura a ridosso di quel poco di verde pubblico che ancora c’era. E presto verrà distrutta un’altra zona di pregio paesaggistico: “sa Noesco”, per far posto a una casa di riposo di lusso, pronta ad accogliere a tempo debito “i növi siori”. E c’è da scommettere che se l’Uomo della Provvidenza riuscirà a carpire ancora una volta “i mondiali” ci sarà un’ulteriore recrudescenza della corsa al mattone con nuovi saccheggi territoriali, nuovi progetti (per far ancora più contenti i geometri), nuovi scavi (per far contenti anche i Bortolas), nuove “fabbriche” per cercare di contentare l’incontenibile e incontentabile esercito artigiano. E quantunque, verificata l’attuale stasi demografica, dietro a questa straripante espansione ci siano quasi solo interessi speculativi tutto ciò accade apparentemente nell’indifferenza generale. Ma ci pensiamo o no che il territorio è un’entità fisica finita e che se cementificata, essa sarà irrimediabilmente persa per qualsiasi altro uso futuro? C’è ancora qualcuno che ragiona o siamo davvero tutti impazziti? Proprio “robe da mati”. Probabilmente il profumo dei soldi ha talmente devastato la percezione comune che il cruccio per come sarà ridotto di questo passo tra vent’anni questo paese e l’intera valle viene costantemente rimosso. “Basta far soldi. Valghe deventerà ben”, pensano ipocriti i più. L’amministrazione comunale in proposito latita alla grande e tacciarla di insufficienza è farle un complimento. “Naviga” a vista e va avanti, nei marosi di una politica improvvisata, dispensando licenze edilizie e rattoppando i danni provocati dall’incessante inurbamento; non capendo che ogni nuovo insediamento abitativo oggi più che mai significa immediato peggioramento della qualità della vita in centro e non solo, significa aumentare il disagio per una mobilità sempre più opprimente e anarchica, significa dequalificare il paese storico. Eccoti un piccolo ma illuminante esempio. Guarda, se ti capita, “’l marciapè so sül ponte” : si trova da decenni in uno stato pietoso. Chi lo percorre rischia ogni volta “de ’ngamberlarse e farse mal”. Ebbene, nonostante la cosa sia di estrema evidenza e più volte stata segnalata a chi di dovere non si è fatto e non si fa niente. Perché sistemarlo costa troppo poco e perché i pedoni sono cittadini in via d’estinzione: meglio fare un posteggio quasi inutile “te n’Arlasa”, “parché là si che i ghe magna sora polìto” (geometri in primis ovviamente) e poi facendolo ti arriva pure il plauso “de quei che… basta che ghe sie da méter l’áoto!” E avanti così. “Denóma che la sègüte!!”, questa è la frase nel vernacolo locale che ben sintetizza il comune sentire. Ma ormai c’è poco da raspare, siamo già al fondo del barile. E il barile è il nostro territorio che in circa 40 anni si è ricoperto di un patrimonio urbanistico spaventoso. E allora, voilà! Altro giro, altro regalo, ci vuole fantasia: ecco il nuovo business (in cui ben volentieri si sono buttati “anema e ccore” i tirastrisse più volte citati) realizzare posteggi sotterranei ad uso privato. Ne stanno facendo un po’ ovunque. E a breve nell’impresa sembra ci si metterà anche il Comune. Siamo proprio al paradosso: si sottrae territorio in periferia per sistemare i “növi siori” e si toglie il verde interno per dare posto alle auto degli stessi, che anziché godersi il privilegio restandosene il più possibile a casa, perseguitano il centro storico con insistiti viavai in fuoristrada. E a chi ci abita dentro e deve sorbirsi sino a mezzanotte e oltre, sette giorni su sette, il frastuono dei transiti da e per quelle periferie adesso si toglierà anche quel poco di verde ancora disponibile nelle vicinanze. È il trionfo dell’irrazionalità e la conclusione come dicevo sopra, sarà la completa dequalificazione del vecchio abitato, una viabilità martoriata ed ingorgata dai frequentissimi passaggi motorizzati, rumore, inquinamento, caos. Scusa se mi ripeto: è ammissibile che di tutto ciò non se ne percepisca il pericolo, che nessuno si domandi dove vogliamo arrivare, che nessuno ponderi le conseguenze di un siffatto agire sul medio e lungo periodo? Che il territorio (la disponibilità di esso) lo si consideri sempre ed esclusivamente a disposizione di nuova urbanizzazione? Che si pensi che a questa economia non c’è alternativa. Io ci penso ogni giorno, quando per farmi 50 metri a piedi in centro mi tocca scansarmi venti volte contro i muri per non venire investito dalle auto di quei giovani che da questa società hanno “imparato” soltanto a essere arroganti e prepotenti e a far soldi ad ogni costo fregandosene di tutto e di tutti, o quando mi reco al lavoro e vedo una ruspa qui, una pachera lì, uno scavo iniziato in mezzo ai prati e abbandonato tanto “par ’nbanarse ’l lögo” e dunque avere la certezza di non dover rinunciare a edificare più avanti, nel vedere la piazza che sembra l’esposizione di una concessionaria di fuoristrada, le strade interne ridotte a sentieri tanti sono gli automezzi lasciati ovunque. Stiamo compromettendo e sperperando un patrimonio inestimabile ormai non più per necessità ma quasi esclusivamente per ottuso egoismo e colposa negligenza. E siccome al peggio non c’è mai fine sento addirittura che la nostra amministrazione comunale, di cui già ho detto, ha recentemente invitato la più volte citata categoria dei tirastrisse locali (geometri, ingegneri e architetti) a dare suggerimenti su possibili nuove zone da includere nell’ennesima revisione estensiva del piano di fabbrica. Più o meno come chiedere al lupo di quale pecora desideri servirsi. Di fronte a quest’ultima, ennesima prova di superficialità, di questa mancanza di sensibilità e di cultura del territorio, resto senza parole. Bisogna fermarsi. Urge ripensare al tutto. Non darsi pace per rimpinguare conti correnti sempre più “obesi” che già come sono adesso permetterebbero ai rispettivi titolari (che qui in paese sono moltissimi) di mettersi pancia al sole e “no trar pü colpo par sin che i vive” è davvero folle. Soprattutto se il prezzo di questa ingordigia generalizzata è la scomparso della caratteristica più importante del paese: la tranquillità e il piacere di viverci dentro. In conclusione allora chiedo a te, che mi auguro riesca ancora a ragionare: “cognirone spetàr de véder case sin te Cornòn?”, o non sarebbe il caso di cominciare alla sveltissima ad aprire bene gli occhi e ragionarci su un po’ tutti.

09/09/07

IN ALTO A DESTRA



Il liberismo è di sinistra, proclama fin dal titolo l’ultimo croccante pamphlet degli economisti Alesina e Giavazzi. Ma se il liberismo è di sinistra, la severità è di sinistra, la meritocrazia è di sinistra, il diritto alla sicurezza è di sinistra e pulirsi la bocca dopo aver mangiato è di sinistra, cioè se in questo Paese di conservatori anarchici tutti i valori della borghesia moderata che altrove vota Bush e Sarkozy sono diventati, o si accingono a farlo, di sinistra, chi e soprattutto cosa rimane alla destra? Le vallette, le barzellette, le partite di calcio, le partite Iva, i Suv nel centro storico, i picnic nel centro commerciale, la voglia di guadagnare, il bisogno di urlare, Lele Mora a torso nudo, Calderoli eloquio crudo, i nani da giardino, il badante marocchino, Silvio senza corona, Corona senza vergogna, le merendine da isola dei formosi, il matrimonio in chiesa e l’amante in hotel, viva gli sposi!, l’incenso preferito all’incensurato, il censo al senso dello Stato, che poi è lo Stato che fa senso e chi riesce a fregarlo si illumina d’immenso, il sogno di abitare in una villa, il tacco dodici della Brambilla, Bossi, Rossi, purché Valentino, affogare l’ansia in un crodino, fare quello che ci piace e come filosofo Storace. Insomma, nonostante il liberismo sia appena diventato di sinistra, la destra rimane largamente maggioritaria nel Paese.



di Massimo Gramellini da "La Stampa" del 09/09/07



08/09/07

I RAMMOLLITI


Quando Napoleone invase la Russia, le sue fanterie si fecero a piedi tutta la strada da Parigi a Mosca, con un non leggero zaino sulle spalle. Nulla di straordinario in verità: 40 km al giorno erano per un fante una distanza normale, mentre le tappe forzate potevano arrivare a 80 km. Insomma è alla portata di un qualsiasi uomo in salute il percorrere a piedi fino a 80 km in un giorno. Ma oggi le statistiche ci dicono che nel 50% dei casi l'automobile è utilizzata per percorsi inferiori ai 3 km!! E provate oggi a proporre a uno dei tanti esemplari di homo automobilisticus che abitano i nostri paesi e le nostre città di farsi un paio di km a piedi. Impallidirà come di fronte a un'impresa titanica e concluderà che siete matto da legare; dopodiché tornerà ad assidersi dentro il suo maleodorante guscio metallico del quale è di fatto prigioniero a vita. Egli ragiona esattamente come se fosse un paralitico prigioniero della sua carrozzella a rotelle: dice che non ci si può muovere se per un qualsiasi motivo non può usare la sua auto, è costantemente afflitto da problemi di traffico, parcheggi, prezzo della benzina... La parola rammollimento suona certo sgradevole e fuori moda, ma non ne trovo di più adatte per dare la misura di questa situazione; un rammollimento quello attuale che non ha precedenti nella storia del genere umano e che è al tempo stesso causa ed effetto dell'uso smodato dell'automobile. Causa perché l'uso dell'auto viene visto come un modo per risparmiare fatica, ma anche effetto perché l'uso dell'auto rammollisce appunto l'uomo disabituandolo al sia pur minimo sforzo fisico, rendendolo sempre più dipendente dai motori e spingendolo a usarli sempre di più proprio come una droga che induce una sempre maggior dipendenza in chi ne fa uso. Una simile situazione di dipendenza oggi fa sorridere, ma in un futuro più o meno prossimo potrebbe trasformarsi in catastrofe quando per un qualsiasi motivo, per esempio una nuova crisi energetica, le automobili dovessero divenire inutilizzabili. Un esempio dall'etologia: gli uccelli rapaci sono abituati a procurarsi da soli il cibo, ma se vengono addomesticati e abituati a ricevere ogni giorno, senza alcuno sforzo, la loro razione di cibo, perdono la capacità di cavarsela da soli; e se liberati finiscono per morire di fame incapaci di ritrovare la loro autonomia. C'è da chiedersi se sia sensato aver sviluppato una così forte dipendenza dai motori. E purtroppo in casi del genere ci si rende conto della follia solo dopo la catastrofe, non prima. Eppure, liberarsi da questa dipendenza e vivere senza auto usando i mezzi pubblici o la bicicletta non è affatto impossibile ...


Dal blog "Elogio della bicicletta" di Paolo Bonavoglia

06/09/07

L'ETERNO BAMBINO


Da quando Woody Allen disse che la vita non imita l’arte ma la cattiva televisione, la tv è peggiorata parecchio. Figuriamoci la vita. Chi pensa che la disgrazia peggiore degli ultimi anni sia stata la metamorfosi dei cittadini adulti in consumatori infantili troverà una conferma nella storia del tabaccaio sequestrato che in realtà si era sequestrato da solo, per muovere a compassione la mamma e indurla a ripianargli i debiti. Una trama cialtrona che Alberto Sordi avrebbe scartato perché troppo improbabile, mentre oggi Christian De Sica ne trarrebbe senza problemi un filmissimo di Natale. Ci può anche stare che un dodicenne scappi di casa con un po’ d’acqua e qualche bustina di zucchero, immaginando di ripresentarsi con il volto emaciato e di ribaltare le viscere e il portafoglio materni. Ma se a farlo è un commerciante sulla soglia dei quarant'anni che sommerso dai mutui corre a farne altri per pagarsi una vacanza esotica, confidando poi in un imbroglio che impietosisca mammà, significa che intorno a noi sta succedendo qualcosa di molto stupido e terribilmente serio. E questo qualcosa riguarda il processo di rimbambinimento propiziato da programmi televisivi e messaggi pubblicitari. Avete fatto caso a come ci trattano? Da piccoli deficienti a cui bisogna scandire le parole e piantare nel cranio concetti semplici, ripetitivi e improntati a un valore unico: godi l'attimo e consuma più che puoi, tanto il futuro non esiste e le responsabilità neppure. Che noia, dirà qualcuno, scandalizzarsi ancora per queste cose. Però forse è più noioso continuare a lasciarcele imporre. Meglio cambiare, neh?


di Massimo Gramellini (La Stampa 6 settembre 2007)

04/09/07

"I SUONI DELLE DOLOMITI": NOTE A MARGINE


Nello spazio dei commenti relativo a un nostro precedente intervento abbiamo ricevuto, da un anonimo lettore, una puntuale ed evidentemente dotta presa di posizione sulla manifestazione denominata “I suoni delle Dolomiti”. Nel merito (in separata sede) abbiamo espresso la nostra opinione. Considerato però che l’argomento trattato potrebbe interessare anche altri lettori di questo spazio di confronto virtuale abbiamo deciso di pubblicare “in chiaro” il commento anzidetto.



Caro Euro, da tempo aspetto invano una tua riflessione sull'evento che, per persone che come me lavorano nel campo della formazione e della produzione culturale, é un vero affronto. Mi riferisco a "I suoni delle Dolomiti" o meglio "I suoni ...nelle Dolomiti" in quanto il suono della montagna è, per definizione, sempre stato il silenzio. Si tratta dell'ennesima ipocrisia operata dal mercato del turismo che intende far passare come operazione culturale una mera e bieca operazione di marketing. Intendo dire che dietro al battage pubblicitario che mette in campo la Trentino S.p.A. per promuovere questi eventi, potrebbe tranquillamente starci il mio coro e richiamerebbe ugualmente lo stesso strale di persone che va a sentire Sarah Chang. Sarah Chang? Chi è? Questa è la domanda che l'anno scorso la maggior parte delle persone che salivano a Paneveggio per sentirla si ponevano e stupivano del fatto che invece che una rockstar si trovassero davanti una delle migliori violiniste che ci sono in circolazione. Questa è la realtà. Che senso ha mandare la Mullova ad eseguire "Verklärte Nacht" tra i peci davanti a persone che si annoiano anche e solamente nel sentire l'integrale dell'ouverture del "Guglielmo Tell"? Meno male che c'è il panino che occupa la bocca e nasconde gli immancabili sbadigli. Conosci "Verklärte Nacht", vero? Ecco, passa la festa estiva e tutto il trasporto verso la "cultura" si sgonfia nei soliti riti. Nella stagione fredda la "cultura" non serve poichè il mercato si alimenta da solo. E noi che ben volentieri andremmo ad ascoltare la Mullova al palacongressi, dove l'acustica impreziosisce più dei peci il suono del suo violino, restiamo a bocca asciutta e dobbiamo accontentarci del suono di qualche banda, di qualche coro, che in questo caso hanno di buono, soprattutto per l'economia dell'APT, che costano molto, ma molto meno della Mullova. Ci siamo capiti credo. Non tiro in ballo poi il discorso ambientale: concentrare mille persone sui prati di Bombasel non credo faccia la felicità delle marmotte o delle formiche che ci vivono sotto....




Linux

03/09/07

ESERCIZI SPIRITUALI DI FINE ESTATE


Miss Italia, miss sorriso, miss malandrina, miss mutanda, lady bellechiappe, reginetta di Lago, miss meladai, lady Pian de la Regola, miss tette al vento, miss Armentagiola, lady polenta, eccetera. Purtroppo per la maggioranza delle donne, e sempre più anche per certi uomini, è molto più importante essere belli che intelligenti.
Perché farsi condizionare da un giudizio solo in rapporto alla propria bellezza fisica? Perché accettare un simile dominio? In tutte queste esibizioni, queste “bellezze” non danno l’impressione di essere destinate a grandi performance intellettuali, creative o anche soltanto fisiche. Accettando di partecipare a questi mercati in cui espongono il loro corpo, queste miss scontano semplicemente la sottomissione alla propria bellezza come virtù principale, e al maschio, con tutti i suoi complessi, continuando ad accettare di essergli serenamente e pazientemente succubi.
Sembra che questa bellezza sia un utensile di cui certe donne, in cui predomina una distorta e vetusta percezione della femmina (con buona pace del femminismo storico), hanno ancora bisogno per la sicurezza della loro esistenza. E siccome anche qui la natura ha provveduto con la consueta parsimonia, si tende a premiare le più fortunate indipendentemente dalla quantità e qualità della loro intelligenza. È nella natura delle donne considerare il proprio corpo solo come mezzo per attirare l’attenzione, soprattutto dei maschi? Con questo stratagemma si riduce tutto a civetteria fisica. Molte donne sono imbarazzate nel vedere il loro sesso esibito così, purtroppo però queste manifestazioni attirano un interesse sempre crescente.
La ricerca della bellezza è un istinto connaturato all’essere umano, ma la vera bellezza non deve limitarsi all’aspetto fisico, alla bellezza appartiene anche quel pudore che manca ai concorsi-mercato. Alla fine di ogni estate c’è, ahimé, l’atteso concorso di Miss Italia; con tutte quelle povere ragazze in fila, truccatissime, sui tacchi a spillo, in bikini, tante Barbie bionde come scandinave, perché è così che piacciono a noi italici. E come al mercato delle vacche aspettano il giudizio nazionale che premia, con l’aiuto della tv, colei che è più vicina a quell’ideale di bellezza che si conforma alla volgarità del consumo televisivo; mentre quella tenutaria, quella protettrice, chiamata Madama Televisione, con questo programma batte, come sempre, tutti i record di ascolto e d’incasso pubblicitario per prodotti di bellezza e cibo per cani e gatti. Purtroppo gli spettatori non sono solamente maschi.

Tratto (liberamente) da “Non sono obiettivo” di Oliviero Toscani

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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