05/04/09

LE PASSIONI SECONDO J.S.B.


Johann Sebastian Bach nell’arco della sua vita compose cinque Passioni, in una stesura completa. Di queste, solo due ci sono familiari: la Passione secondo San Matteo e la Passione secondo San Giovanni. Queste due erano state lasciate da Bach in eredità al figlio Karl Philipp Emanuel, che nel carattere, come coscienza e serietà, ricordava molto il padre. Le altre tre partiture finirono al figlio più anziano, Wilhelm Friedemann. dal carattere debole e che le circostanze costrìngeranno a separarsi poco per volta dai manoscritti paterni. Delle tre Passioni che ereditò, due dobbiamo considerarle irrimediabilmente perdute. La Passione secondo San Luca si differenzia da quelle di Matteo e Giovanni per un certo numero di particolari e sembrerebbe trattarsi di una stesura molto precedente a quelle due. Il lavoro è in prevalenza nel "vecchio" stile, con largo uso di corali e impiego relativamente scarso di arie e cori di stampo lirico e drammatico. Una di queste arie, Selbst der Bau der Welterschuttert, in effetti sembra essere in qualche modo una sorta di tentativo ed è piuttosto debole, ma le altre arie ed i cori non mancano di forza e di individualità e non sfigurano al confronto con le migliori Cantate bachiane del periodo di Weimar. La storia è tratta direttamente dai Capitoli XXII e XXIII del Vangelo di Luca e i recitativi ed i cori seguono l’originale parola per parola. Come nella Passione di Giovanni e di Matteo, il ruolo dell’Evangelista è affidato al tenore e quello di Gesù al basso. Lo stile melodico dei recitativi è immediatamente individuabile come bachiano mentre le concatenazioni armoniche dell’accompagnamento paiono qualitativamente inferiori ai lavori successivi. L’organico orchestrale comprende due flauti traversi, due oboi, fagotto, due violini e una viola. La scrittura per il fagotto ha un rilievo particolare e lo studioso bachiano Philipp Spitta notò che Bach mostrava una speciale predilezione per questo strumento durante la sua permanenza a Weimar, probabilmente perché nell’orchestra che ivi operava si trovava un suonatore di fagotto particolarmente bravo. Di notevole interesse sono i corali, parecchi dei quali Bach ha inserito nella Passione secondo Matteo e nelle Cantate. Era altresì uso che i fedeli si unissero al canto delle melodie dei corali, e per questa ragione venivano impiegati inni a loro già noti. Nonostante la presenza di elementi tipicamente bachiani nella Passione secondo San Luca, più volte sono stati espressi dubbi sulla sua paternità. Mendelssohn, che nel 1829 riportò alla luce e ripropose la Passione secondo Matteo, alimentando così quel rinnovato interesse per Bach dopo circa un secolo di oblio, contestò decisamente la Passione secondo San Luca. In una lettera all’amico Franz Hauser, che si era procurato il manoscritto, scrisse: "Mi spiace che tu abbia sborsato così tanti soldi per la Passione di Luca. Certo, per un manoscritto, quale è, non hai speso molto, ma indubbiamente non si tratta di opera di Bach. Tu mi chiederai: ‘Su quali basi dici che la Passione secondo Luca non è musica di Bach?’ Sul piano intrinseco. È deplorevole che debba sostenere questo, quando il manoscritto è diventato tuo, ma guarda solo il corale Troste mich und mach mich Satt! Indubbiamente la mano che lo ha scritto è quella di Bach. Ma è troppo lineare. Lo ha copiato. ‘Di chi è, allora?’ dirai. Di Telemann, di M. Bach, di Alt Nichel, di Jung Nichel, di un qualche Nichel? Che ne so? Non è di Bach". Mentre le parole di Mendelssohn esercitarono una profonda influenza durante il XIX secolo, gli studiosi moderni arrivarono a saperne molto di più sul come eseguire la musica corale di Bach, e così non diedero più molto peso alla sua opinione. Allorché Mendelssohn ripropose la Passione secondo San Matteo, fece uso di un coro di tre o quattrocento elementi, stabilendo così un modello che sarebbe durato fino agli anni Venti di questo secolo. Un tale numero di voci non solo era di gran lunga sproporzionato rispetto a quelle (al massimo cinquantacinque) che Bach aveva a disposizione a Lipsia, ma addirittura perde ogni senso se si considera che lo stesso Bach considerava un coro di dodici elementi un minimo accettabile. Che la delicata struttura della Passione secondo San Luca non possa sostenere un coro di trecento voci è certamente fuori discussione: anzi, per la maggior parte degli studiosi moderni, non c’è musica di Bach che lo regga. Un fatto comunque resta certo: il manoscritto fu redatto da Bach di suo pugno. Inoltre nel frontespizio reca le lettere J.J. (Jesu, Juva! Gesù aiutami!), con cui regolarmente Bach contrassegnava le partiture di musica sacra, e che - per quanto sappiamo - non mise mai su copie di lavori altrui. Inoltre la "calligrafia" stessa ci riporta chiaramente al periodo bachiano di Lipsia, probabilmente ad una data posteriore alla composizione della Passione di Giovanni e di Matteo, anche se la musica in sé appare meno "matura" e sviluppata di quanto non sia in queste due. Il grande studioso e biografo di Bach, Philipp Spitta, dopo accurato studio arrivò alla conclusione che questa Passione è non solo genuinamente bachiana, ma è la prima delle cinque. Susseguentemente la Bach-Gesellschaft riconobbe l’autenticità dell’opera e la incluse nell’edizione completa delle opere. Wolfgang Schmieder, che curò il catalogo definitivo delle composizioni di Johann Sebastian Bach, ne concluse pure la genuinità. Ma la sola autenticità non sarebbe poi del tutto sufficiente se la musica mancasse di quella preziosa bellezza che siamo soliti trovare nelle composizioni sacre di Bach. Fortunatamente tale bellezza si trova in abbondanza anche in questo lavoro, che accomuna drammaticità d’ispirazione e varietà melodica. Non possiamo però mancare di citare il parere di Albert Schweitzer, che nel libro su Bach, a proposito della Passione secondo San Luca, scrive: "La Passione secondo San Luca non può essere di Bach, ma deve trattarsi dell’opera di qualche sconosciuto che Bach ha copiato inserendovi qua e là opportune modifiche: gli unici punti in cui brilla un po’ di luce". Come si vede, dunque, la questione resta aperta e fa sì che la maggior parte degli odierni studiosi di Bach – sia a livello specialistico, sia in scritti di più ampio respiro storico enciclopedico – o affrontino con cautela l’argomento evitando di prendere posizione pro o contro l’autenticità dell’opera, o addirittura tralascino di trattare l’argomento (è il caso ad esempio di Paul Steinitz, che nel quinto volume della monumentale The New Oxford History of Music, dedicato alla musica sacra di quel periodo, non ne fa alcuna menzione). Alberto Basso, autore di uno dei più recenti contributi critici all’opera di Bach, ribadisce che "[...] spuria è una Lukas-Passion, pervenuta autografa ma sicuramente copiata da un manoscritto di altro autore, forse intorno al 1712". Forse in un futuro si potrà dire la parola definitiva su questo lavoro che, pur non essendo fra i maggiori del suo genere, è indubbiamente una testimonianza non trascurabile sul grande di Eisenach e sulla pratica che egli aveva di copiare musica di altri autori, assimilandola e trasformandola con l’impronta inconfondibile del suo genio. Impronta che si nota sicuramente anche in questa Passione e che eleva la materia musicale, facendola brillare di luce nuova.
Marco Berrini

02/04/09

IL GRANDE INGANNO


Ciao Lorenzo, guardati questo, se non lo hai già visto. Forse cambierai idea sul nucleare.
Inchiesta trasmessa domenica 29/03/09 da Report: probabilmente l'unico programma non taroccato della televisione italiana.

30/03/09

2013: NUOVA MOBILITA' IN FIEMME?


I mondiali del 2013 dovranno caratterizzarsi per un cambio di stile nel nostro modo di “mobilitarci”. Parola di Alberto Pacher, vicepresidente P.A.T. nonché assessore ai trasporti, che sabato scorso, 28 marzo, a Ziano, ha aperto il lavori del convegno sulla mobilità sostenibile in val di Fiemme. Bene, anzi benissimo. Era ora. Tra i paesi alpini l’Italia, quanto ad auto-mobilità individuale, manco a dirlo, spicca infatti al primo posto. Siamo i più maleducati d’Europa. Se potessimo useremmo la “macchina” finanche per andare al cesso. Certo l’ingerenza della Fiat nelle politiche dei trasporti dei governi del Belpaese non ha agevolato nel tempo né lo sviluppo dell’intermodalità, né il formasi di un sentire collettivo del rispetto ambientale. E il full immersion nel falso mito di libertà rappresentato dall’automobile, in cui l’ingannevole pubblicità ci sta affogando da decenni, non contribuisce a farci prendere coscienza dei clamorosi problemi che l’auto-mobilità individuale ha generato e continuata a generare. Ma finalmente, pare, siamo al capolinea. Ora la misura è colma. Impossibile proseguire. I dirigenti dell’umano gregge nostrano hanno capito che è necessario cambiare. Il tempo è propizio. La crisi economica in atto e la non più così influente lunga mano della multinazionale torinese negli affari generali nazionali dovrebbero facilitare il trapasso verso qualcosa di alternativo e di migliore. Le diverse voci presenti al convegno di Ziano hanno cantato all’unisono. In particolare Massimo Girardi (Transdolomites) e Marcella Morandini (Convenzione delle Alpi), snocciolando dati incontrovertibili, hanno contribuito a rafforzare l’idea che il vento, anche per noi, stia davvero cambiando. Lo speriamo vivamente. Anche la P.A.T. sembra appunto essersene convinta e l’ente pubblico provinciale – ha assicurato Pacher – farà la sua parte. Ottimo. Turismo e mobilità – dice bene Girardi – nel territorio alpino e dolomitico, si condizionano vicendevolmente. Sono ovviamente importanti fattori economici e sociali ma al contempo la loro sinergica azione di lancio e rilancio si ripercuote negativamente sulla salute e sull’ambiente. A questo punto però il turismo, pena un’inesorabile de-qualificazione, necessita vengano date immediate (e giuste) risposte a una mobilità che sta pesantemente condizionando la qualità della sua offerta. Non bastano – continua infatti Girardi – gli alberghi a 4 stelle se poi all’interno dei nostri paesi le auto negano al turista la tranquillità. Giusto. Ma basterà invece la volontà politica di cambiare? Evidentemente no. Il percorso verso la redenzione dovrà superare l’ostilità di una massa imponente di persone auto-dipendenti difficilmente intenzionate a cambiare abitudini. E se è vero che per raggiungere l’obiettivo di una mobilità alternativa modulare ed eco-compatibile è fondamentale operare su strutture e infrastrutture di supporto, lo è altrettanto, e forse di più, che nel mentre si procede alla loro realizzazione venga intrapresa una massiccia azione di risveglio delle coscienze individuali assopite. Qui entrano in gioco scuola e amministrazioni locali. Perché per ostacolare per quanto possibile la nefasta azione della pubblicità bisogna agire attraverso una lenta azione culturale di disintossicazione, attraverso l’informazione capillare e attraverso l’esempio. Per cambiare è fondamentale entrare in un altro ordine di idee. Il mezzo pubblico infatti, per quanto tarato e studiato sulle esigenze di una mobilità sempre più complessa e interconnessa, non riuscirà mai a soddisfare la pigrizia individuale al pari dell’automobile privata. Per raggiungere l’obiettivo prefisso serve che disciplina, consapevolezza e volontà diventino patrimonio di tutta la collettività e che, per esempio, l’assoggettamento ad un orario prestabilito ed il viaggiare su un mezzo pubblico non vengano più percepiti dalla maggioranza della cittadinanza come penalizzazione o equivalenza di inferiorità nei confronti di chi si muove “liberamente” in auto, ma viceversa come azioni di emancipazione sociale virtuose e progressiste. E per il principio d’autorità soltanto quando anche chi amministra si convincerà pienamente della superiore e improcrastinabile necessità di una mobilità alternativa e avrà la capacità di trasmetterla alla cittadinanza sarà possibile puntare e poi raggiungere l’obiettivo. Ma se invece gli amministratori, che a parole sostengono il cambiamento, inconfessabilmente di ciò convinti non sono e, ad esempio, evitano sdegnosi di usare il mezzo pubblico e fanno un uso improprio dell’auto privata, o ancora, se iniziative virtuose quali Mobilityamoci vengono lanciate senza che da parte degli insegnanti si pretenda che alunni e genitori vi aderiscano appassionatamente e senza defezioni, e chi più esempi ha più ne metta, per quanti progetti e infrastrutture si potranno proporre e realizzare la mobilità alternativa di fatto si concretizzerà soltanto nell’ennesima trovata pubblicitaria da far girare sui depliant dei prossimi campionati di fondo o poco più.

L’Orco

28/03/09

OGGI A ZIANO


ZIANO DI FIEMME 28/03/209 ORE 14,30

Interverranno:

Alberto Pacher - vicepresidente P.A.T. Assessore ai Trasporti
Marcella Morandini
- responsabile di progetto Convenzione delle Alpi
Massimo Girardi - presidente Transdolomites
Enrico Gorini
- presidente associazione JUNGO
Marco Armani - presidente Cooperativa car sharing Bolzano
Roberto Andreatta - dirigente Servizio Trasporti Pubblici P.A.T.

25/03/09

FUNAMBOLICO


Su gentile richiesta del direttore, con l'intento di stimolare nuovo ulteriore interesse nei confronti della musica bandistica, siamo lieti di proporre in anteprima il pezzo forte del prossimo concerto di Pasqua (Concerto per Flicorno Basso di Amilcare Ponchielli) di una delle sei bande fimmesi. Un promo senza video che si spera faccia da pungolo e possa far affluire nell'occasione molti appassionati. La registrazione sonora è stata effettuata lo scorso 17 marzo. La Direzione del sodalizio informa che chi riuscirà per primo a indovinare il nome della banda e del virtuoso bassista avrà diritto a un posto in prima fila al concerto medesimo.

Le risposte dovranno pervenire entro e non oltre le ore 24 del 31 marzo p.v.


22/03/09

PER L'ECONOMIA DELLA TRUFFA L'ULTIMA SPIAGGIA E' SEMPRE LA PENULTIMA


Una delle cose più comiche di questa società dello spettacolo è il vedere sfilare sugli schermi tv, una dietro l'altra, le facce impudenti di coloro che hanno prosperato creando la catastrofe per tutti noi, accuratamente nascondendoci quello che stavano facendo, o coprendo. Parlo di banchieri, “centrali” e meno centrali, ma anche di giornalisti, commentatori, di pagine economiche e di prime pagine. Tutti lautamente retribuiti per non dire quello che sapevano, o che avevano l'obbligo professionale almeno di supporre. E ce l'ho in particolare con quelli che capivano, gli altri essendo troppo stupidi per capire, anche se non abbastanza da rifiutare di ficcare le mani nella cornucopia che si trovavano davanti. Va de sé che, non avendo detto la verità prima, non la dicono neanche adesso. Anzi fanno a gara tra loro per dire due cose, entrambe false. La prima consiste nel mantra “io l'avevo detto”. La seconda - peggiore - consiste nel pronosticare i tempi della crisi. Quanto durerà? Chi dice un anno, e poi “ci sarà la ripresa”. I più onesti, e i meno ottusi - e sono pochini - ormai ammettono che sarà una lunga sofferenza. Ma il termine lungo, per gente che ha vissuto gli ultimi vent'anni “a trimestre” non può andare più in là di due anni. Si capisce, qua e là, che siamo già oltre la gravità della “Grande Depressione” del 1929 e successivi. Che fu, infatti seguita da una “ripresa”, ma oltre dieci anni dopo, e ci volle una guerra mondiale prima di vederla. Ma di questo nessuna delle suddette facce disquisisce: troppi trimestri in là. Ora, a buoi usciti dalla stalla, sciorinano i loro pronostici edulcorati, dimenticando di ricordare, per esempio, che alla vigilia del crack del 1929 l'America era il più grande creditore netto del pianeta, mentre nel 2009 è diventato il più grande debitore mondiale. E dimenticano anche che allora il dollaro era ancora “una delle monete”, mentre ora è “la moneta” di riferimento mondiale e, se cade questa, non ci saranno argini per lo tsunami planetario. Dopodiché non è escluso che ci sarà qualche “ripresa”, ma bisognerà allora vedere fin dove si sarà scesi prima di pensare a risalire. Discorso lungo e serio, per cui torniamo al comico. Consistente, come s'è accennato, nel chiedere prognosi a coloro che le hanno sbagliate tutte. Questo sì che è fenomenale! Equivalente a fare la coda, quando si prende la polmonite, per farsi visitare dal macellaio, ovvero, a prestare la chiave di casa al ladro. È quello che fanno ogni giorno le più importanti istituzioni finanziarie mondiali. Per sentire il polso della crisi consultano quelle stesse agenzie di rating che, letteralmente, non ne hanno azzeccata una. Prendi, ad esempio, la prestigiosa Moody's. O la Standard & Poor's, o la Fitch. Il loro voto decideva l'andamento in borsa di una grande corporation, ma poteva condannare o salvare un intero paese. Adesso, se andassimo a vedere i loro registri dei voti - diciamo, per esempio, quelli degli anni 2000-2003, quando tutto era già evidente anche a un cieco - scopriremmo invariabilmente che davano dieci e lode anche ai più asini tra gli asini. Quanto dovrebbero valere i loro voti adesso? Sussurriamocelo: zero. E invece rieccoli al capezzale nostro a spiegarci, con il solito sussiego, come mai la banca che ci avevano consigliato di scegliere è fallita. Lo sappiamo da soli che è fallita. Il loro mestiere era quello di dirci in anticipo quante probabilità c'erano che fallisse. Ci dicevano invece il contrario. L'avessero fatto gratis potremmo solo strapparci i capelli, piangendo per avere affidato il nostro piccolo capitale a dei coglioni. Sfortuna, che altro? Invece scopriamo che si sono pure fatti pagare dai truffatori per raccontarci frottole. E non sono ipotesi. I giornali hanno - finalmente- pubblicato le e-mail che si scambiavano tra di loro i dirigenti di queste società di rating. Alcune, s'intende, ma immagino che se ne potrebbero stampare volumi. «Questo affare è ridicolo - scriveva uno - non dovremmo renderlo credibile con il nostro voto». E l'altro rispondeva: «Ma che dici? Il nostro compito è dare rating a tutti, anche a un titolo strutturato da una vacca». Un altro - e siamo ai vertici di Standard & Poor's - scrive, malinconicamente (anche i furfanti hanno momenti di debolezza) : «la verità è che non solleviamo mai le tende delle nostre finestre per guardare fuori quello che succede, non ci facciamo domande sulle informazioni che ci forniscono. Abbiamo venduto l'anima per una frazione di fatturato». E l'altro risponde - ed è l'epitaffio di tutta questa storia, che già viene pagata da decine di milioni di disgraziati -: «Speriamo di essere già pensionati, e ricchi quando tutto questo castello di carte cadrà». Avete mai sentito una di queste benemerite istituzioni di rating che ci dicesse che il signor Bernard Madoff stava truffando tutto e tutti e che la sua era una graziosa catena di Sant'Antonio da 60 miliardi di dollari? Ovviamente silenzio, ma si scopre ora che il plurimiliardario Warren Buffet, di fronte al quale tutta la stampa economica si profonde in inchini a tutt'oggi, è proprietario del 20% delle azioni di Moody's. Adesso fa il broncio perché, dice, neanche lui fu avvertito. Naturalmente gl'inchini continuano, forse perché gli sono rimasti abbastanza miliardi di dollari da poter mettere in riga anche l'Amministrazione di Washington, ma credo gli si potrebbe chiedere come mai - da genio della finanza qual è - ha taciuto mentre tutte le grandi banche d'investimento americane si scioglievano come neve al sole. Forse era lui che doveva avvertire la “sua” Moody's, visto che stava partecipando più o meno segretamente, ad alcuni tentativi di salvataggio proprio delle banche che le agenzie di rating continuavano a dare per solide. E, a proposito di banche d'investimento, vi siete accorti che sono sparite tutte? Erano cinque, i gioielli della globalizzazione americana. Il loro volume d'affari faceva impallidire i bilanci nazionali di interi stati, e non dei più piccoli. Adesso possiamo dire, senza tema di smentite, che erano cinque truffe planetarie. Lehman Brothers e Bear Sterns sono fallite tout court; Merryl Lynch è stata assorbita da una banca commerciale (tutt'altro che immacolata), la Bank of America; Goldman Sachs e Morgan Stanley sono state trasformate in banche ordinarie sotto la garanzia dei soldi stampati dalla Federal Reserve. In tutto questo il Mercato , con la M maiuscola, non c'entra niente. Se lo avessero usato non saremmo in questo pasticcio. E adesso che fare, in attesa della “ripresina” che, come Godot, tutti attendono ma che non verrà? Per rispondere sarebbe utile dare un'occhiata alla “quarta crisi” quella di cui nessuno parla, ma che è componente essenziale, concausa, compartecipe, complice del silenzio assordante che ha coperto l'arrivo della crisi finanziaria, di quella energetica, di quella climatica, per restare alle maggiori. Parlo della crisi dell'informazione, del collasso morale e intellettuale del giornalismo. Quelli che dovevano raccontarci, spiegarci ciò che stava maturando non l'hanno fatto. Perché? La risposta è semplice: perché erano parte della truffa e, dunque, non potevano raccontarla. Non ci fossero stati i media, le televisioni in particolare, a costruire il grande spettacolo di questa società illusoria in cui credevamo di vivere, non fosse stata in funzione, 24 ore su 24 la colossale fabbrica dei sogni e delle menzogne che è divenuto il mainstream globale, tutto ciò di cui stiamo parlando non sarebbe stato possibile. Segni di resipiscenza? Non molti. Prendo in mano l'ultimo numero della prestigiosa rivista «Time». Quella che, nel febbraio 1999 dedicò la sua copertina al “Comitato che ha salvato il mondo”. Indovina che era il comitato? Alan Greenspan, Larry Summers e Bob Rubin. Gli ultimi due dei tre, per altro, sono come le agenzie di rating, sempre sulla breccia. Adesso il direttore di «Time», Richard Stengel, promette di guidare i suoi lettori nella navigazione in un mondo che cambia. «Quale sarà la nostra missione?» - dice: -«Spiegarti cosa sta cambiando e perché, e cosa tu puoi fare in proposito». Capito l'antifona? Adesso ti invitano a partecipare alla raccolta dei detriti. Ma come si può farlo? «Con grandi reportages - dice Stengel - grandi capacità di scrittura, grande fotografia, grande video on line». Tutto qui? E fino a ieri che cosa hanno fatto? Non solo «Time», ma tutti insieme, appassionatamente, i media? Penso a quell'oracolo del “Mercato” (sempre con la m maiuscola) dell'«Economist», che in tutti questi anni bastonava severamente le dita a chiunque osasse parlare dell'intervento dello stato nell'economia, il thatcheriano d'acciaio inossidabile che spiegava le meraviglie della globalizzazione finanziaria. Ma, per restare in casa nostra, penso al «Sole 24 ore», alle pagine economiche del «Corriere della Sera» e di «Repubblica». Come mai non hanno avvertito? Riprendo in mano l'ultimo numero di «Time» e guardo i titoli. Il futuro, per «Time», è la fotocopia del passato. «Come si affitta un intero paese»; «Africa, il nuovo business»; «Come far diventare verde il consumo». Eccetera, eccetera. Una specie di vademecum al suicidio.


Giulietto Chiesa

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

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PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
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VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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