29/12/07

VORACITA'


Mentre il discorso critico contro l'orrore economico passa sempre più difficilmente, tanto da diventare inudibile, si sta facendo strada un nuovo capitalismo ancora più brutale e prevaricatore. Siamo in presenza di una categoria inedita di avvoltoi, chiamata private equities: si tratta di fondi d'investimento dotati di un appetito da orchi, che dispongono di capitali macroscopici. Questi titani - The Carlyle Group, Kohlberg Kravis Roberts & Co (Kkr), The Blackstone Group, Colony Capital, Apollo Management, Starwood Capital Group, Texas Pacific Group, Wendel, Eurazeo ecc. - sono poco conosciuti dal grande pubblico. E al riparo dalle indiscrezioni stanno mettendo le mani sull'economia mondiale. In quattro anni, dal 2002 al 2006, l'ammontare dei capitali incamerati da questi fondi d'investimento, che rastrellano il denaro delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensione nonché i patrimoni di privati ricchissimi, è passato da 94 a 358 miliardi di euro. Hanno una potenza di fuoco finanziaria fenomenale - oltre 1.100 miliardi di euro! - alla quale nulla può resistere. L'anno scorso, negli Stati uniti le principali private equities hanno rilevato imprese per un totale di circa 290 miliardi di euro, e soltanto nel primo semestre del 2007 per più di 220 miliardi, prendendo così il controllo di ben 8.000 società. Hanno ormai alle loro dipendenze un lavoratore su quattro in Usa, e poco meno di uno su dodici in Francia. Peraltro la Francia, dopo il Regno unito e gli Stati uniti, è divenuta il loro principale obiettivo. L'anno scorso hanno fatto man bassa su 400 imprese (per un totale di 10 miliardi di euro) e ne gestiscono ormai più di 1600. Diversi marchi molto conosciuti - Picard, Dim, i ristoranti Quick, Buffalo Grill, le Pages jaunes, Allociné, Affelou - sono passate sotto il controllo di private equities, il più delle volte anglosassoni. Che ora hanno adocchiato alcuni giganti del Cac 40, il listino di borsa francese. Il fenomeno di questi fondi rapaci ha fatto la sua comparsa una quindicina d'anni fa; ma in questi ultimi tempi, drogato dai crediti a basso costo e col favore della creazione di strumenti finanziari sempre più sofisticati, ha assunto dimensioni preoccupanti. Il principio è semplice: un club di investitori con grandi disponibilità di denaro decide di rilevare aziende per gestirle in proprio, lontano dalla borsa e dalle sue regole vincolanti, senza dover rendere conto a qualche azionista puntiglioso. L'idea è di aggirare gli stessi principi dell'etica del capitalismo, scommettendo esclusivamente sulla legge della giungla. Concretamente, come ci spiegano due esperti, le cose si svolgono come segue: «Per acquistare una società che vale 100, il fondo investe 30 di tasca propria (si tratta di una percentuale media); gli altri 70, li prende a prestito dalle banche, approfittando dei tassi di interesse molto bassi del momento. Nel giro di tre o quattro anni, senza cambiare il management, riorganizza l'impresa, razionalizza la produzione, sviluppa nuove attività e usa i profitti, interamente o in parte, per pagare gli interessi... del suo proprio debito. Dopo di che rivende la società a 200, spesso a un altro fondo che dal canto suo procederà allo stesso modo. Così, con un investimento iniziale di 30, una volta rimborsati i 70 del prestito si ritroverà in tasca 130: in quattro anni, un ritorno di più del 300% sul proprio investimento iniziale. Chi può volere di meglio?». Mentre guadagnano personalmente cifre demenziali, i dirigenti di questi fondi non si fanno scrupolo di mettere in pratica i quattro grandi principi della «razionalizzazione» produttiva: ridurre l'occupazione, comprimere i salari, accelerare i ritmi e delocalizzare. E in questo sono incoraggiati dalle autorità pubbliche, che sognano - come nella Francia di oggi - di «modernizzare» l'apparato produttivo. Alla faccia dei sindacati, che stanno vivendo un incubo, e denunciano la fine del contratto sociale. Qualcuno pensava che la globalizzazione sarebbe servita a saziare finalmente il capitalismo. Ma evidentemente la sua voracità sembra non avere limiti. Fino a quando?

Ignacio RAMONET - L.M.D. 11/2007

27/12/07

NUOVA VIABILITA' TESERO - PUNTI DI VISTA


Egregio Euro,
benché io sia d'accordo con te nel merito della questione, e aspiri un giorno a vedere Tesero (centro storico -non levatemi la macchina nella libera repubblica di Socce) come un Paese-Museo, trovo che la realizzazione della nuova viabilitá serbi in sé notevoli debolezze. Ecco i miei dubbi. 1. mi pare di capire che, secondo te, la nuova viabilità sia un modo per spingere la gente a non usare la macchina per brevi tratti; ora ammesso che ciò miracolosamente si realizzi, credi davvero che i sìori de tiezer (quei de Arestieza, fra i tanti) lascino il Suv a casa per andare a bere il bianco al Filò? 2. perché tutti o quasi i sensi unici del centro costringono ad andare in su e si scende, o per il labirinto di via del Marco-Teatro-Gesa (o Peros, IV Nov.) o, forse meglio, per la circonvallazione di Stava? Ecologicamente parlando una macchina non consumerà e inquinerà di più a salire, costretti ad ogni torna a metter prima? Quindi, perché non fare il contrario? Non sarebbe più eco-logico? Concludo. Vedendola dalla libera Rep. di Socce, la nuova viabilità è interessante, forse razionalizza, forse spingerà qlc da via Fia al Betta a prender il pane a piedi. Ma dubito che salvi l'ambiente, il Paese e le sue pie anime dall'antiquità dell'uomo. Con i miei migliori auguri

Alex



Egregio Alex,
in premessa ti confermo che, come avevo previsto, a due settimane dall’entrata in vigore del nuovo piano della viabilità, per causa di esso in paese nessun caso di suicidio mi risulta sia stato ancora riscontrato. Ho verificato inoltre che la situazione relativa al centro paese, con riferimento a via Stava, via Fia, via Cavada e l’incrocio del “Topo”, è notevolmente migliorata. Non conosco al momento il motivo tecnico che ha fatto decidere il Comando Vigili Urbani di valle di scegliere la direzione dei sensi unici che tu contesti, ma – considerata la lunghezza complessiva dei tratti stradali interessati – non credo ci sarebbe stata gran differenza se i sensi di marcia fossero stati invertiti rispetto a come sono. Inoltre, differentemente da te,
non auspico affatto che il centro storico diventi un paese museo, anzi. Lo voglio piacevolmente vivo: con gente che parla e cammina, che respira aria buona, che frequenta negozi, che si gusta passeggiando un gelato senza leccare anche "particolato" di gasolio, che discute in tranquillità, senza rumori di motori che inquinano l’udito, con bande che suonano e spettacoli teatrali "out-door" che allietano le serate estive…
Per quanto al tuo punto 1 ti rispondo che non lo so se i signori di Restiesa in conseguenza della nuova viabilità rinunceranno a trasferire i loro stanchi sederi sino a piazza Battisti in Suv o no, però lo spero vivamente. Farebbe soltanto bene alla loro salute. Mi sembra di capire che quell’avverbio “miracolosamente” che tu usi sottintenda quanto tu dubiti della possibilità che l’uomo possa affrancarsi dalla sua stupidità. È un dubbio che condivido. L’ho detto e lo ripeto: il centro storico di Tesero è di una così limitata estensione che solo la stupidità e la presunzione possono far considerare questo provvedimento viabilistico pregiudizievole a un “giusto diritto alla mobilità”.
Se si entra in un qualsiasi centro storico di città, con accesso e viabilità regolamentati, come per esempio quello nemmeno grandissimo di Bologna e si fa un semplice paragone tra la superficie cittadina inibita al transito e il complesso delle interconnessioni che vanno a mettersi in gioco rispetto alla nostra piccola realtà paesana, allora capiamo quanto siamo davvero provinciali e cafoni.
Infine, se c’è ancora chi crede che ostentare il Suv o la Ferrari faccia aumentare la considerazione, il rispetto e l’ossequio della gente nei suoi confronti e che perciò si arroga il diritto di girovagare in lungo e in largo per l’abitato – tanto per vedere l’effetto che fa – credo sia giusto limitare il transito un po’ ovunque.
Auguri anche a te

euro

24/12/07

'L MOLINAE DE TIESER


Intervista a Mario Delladio

Spirito goliardico e burlone, Mario Delladio (Scolìn) è l’ultimo molinae de Tieser. Classe 1963, qualche anno fa, dopo essersi dedicato a interessi diversi ma molto distanti da quelli legati al duro lavoro del contadino – quasi folgorato sulla via di Damasco – improvvisamente si è appassionato all’Agricoltura e da allora ha cominciato a coltivare la conoscenza della più importante e fondamentale attività dell’Umanità. Al Nostro nulla è precluso: Mario è caparbio e benché privo dei “fondamentali” relativi alla sua nuova passione si è appropriato velocemente sia della Pratica che della Grammatica. La teoria l’ha introiettata studiando e ricercando in biblioteca, leggendo sia testi specifici di agronomia che di meccanica applicata. La pratica… praticando sul campo, propriamente. Nella sua rimessa agricola, adiacente all’appartamento in cui vive, non cercate l’ordine, non lo troverete. In quel posto c’è una smisurata quantità di cose che solo lui riesce a far saltar fuori in un battibaleno. L’ordine – dice – è un concetto soggettivo e comunque superato. Forse ha ragione, chissà. Mario è un uomo dotato di una speciale genialità intuitiva. Gli basta osservare un attrezzo o anche un macchinario ed è subito capace di copiarli e di riprodurli. Ciò che sorprende è che lo fa (quasi sempre) recuperando cose non più usate, magari gettate in discarica, riattandole. È un polivalente e gli piace sperimentare. Produce patate di qualità spesso introvabili comunemente sul mercato e ortaggi diversi. Da circa un decennio però ha deciso di buttarsi con tutta la sua forza d’intraprendenza nella coltivazione di granaglie. Voleva farsi il pane in casa, inclusa la farina: e così ha fatto. Si è industriato – come al solito – con grande velocità e inventiva. Si è costruito un setaccio elettrico per la selezione dei chicchi e un “pestin” da l’orzo. Successivamente ha acquistato una macina per la produzione delle farine di derivazione. Poi si è fatto un forno a legna per cuocere le prelibatezze di cui lui stesso è gran gourmé. In via Cavada 20 da qualche tempo si possono assaggiare pani di segale e di frumento integrali, o pizze di farine miste, prodotti dai coltivi di Tesero governati nel rispetto dei cicli naturali, senza forzature, senza prodotti chimici e antiparassitari. Produzioni dai sapori antichi e autenticamente biologiche, che un tempo lontano garantivano l’autarchia alimentare alla popolazione locale e che Mario ha voluto recuperare e restituire… ai palati fini. Recentemente ha acquistato anche un decorticatore per la pulizia del farro: graminacea pregiata che qui da noi non si è mai coltivata proprio perché i suoi grani non si possono pulire dai residui della spiga senza macchinari appositi e costosi. Oggi alterna la sua professione “ufficiale” di falegname con quella “ufficiosa” di contadino e di mugnaio. Tra l’altro dispone di un motocoltivatore munito di frese e aratri per ogni coltivo e per ogni esigenza e da quando l’ultimo “caradòr”, il compianto Vittorio Delugan (Cionderin), se ne è andato prematuramente al Creatore, Mario è diventato il più ricercato aratore per conto terzi del paese. Quasi un anno fa ha costituito una società, senza fini di lucro, che perfettamente in linea col suo pensare vuole promuovere il recupero dei territori a vocazione agricola da tempo “nosèti” per produrre quel che essi possono, ma anche per riavvicinare le persone a quegli equilibri fondamentali tra la Terra e l’Uomo che qui da noi il malinteso concetto di modernità e la marginalizzazione di quella primaria attività hanno abbondantemente compromesso. Ad essa, denominata Mi.Sa.Po. (acronimo delle tre principali località agricole di Tesero: Milon, Saltogio, Porina e al tempo stesso forma verbale dialettale dal significato inequivocabile: io zappo!), hanno già aderito alcuni appassionati.

La stagione agricola si è conclusa da oltre un mese (l’anno agrario, tipicamente, termina l’11 Novembre giorno di San Martino) come è andata?
Pur avendo patito una lieve siccità a inizio stagione, facendo una media generale dei vari raccolti si può dire sia andata eccellentemente.

In base alla tua ormai lunga esperienza, quali sono le coltivazioni che più si adattano alla nostra campagna?
Nella nostra zona in campagna, a 1000 metri, ci sono colture a rischio gelate, tipo mais, fagioli e alcuni ortaggi; le patate, che rappresentano ancora la nostra coltura più importante, sono invece a minor rischio, mentre per cereali quali frumento, orzo, segale e specialmente farro non ci sono problemi di sorta. La terra sostanzialmente dà un po’ di tutto: bisogna fare attenzione a considerare bene i tempi d’impianto delle varie produzioni per non farsi “fregare” dai ritorni del freddo. Due anni fa ci fu una gelata a inizio giugno che “bruciò” le piante di patata da poco “spizolae” (dalla semina alla spunta ci vogliono mediamente 18 – 20 giorni). Considerato che il ciclo vegetativo della patata dura circa 100 giorni e che dunque anche seminando a fine maggio si riesce tranquillamente a raccogliere prima della cattiva stagione è sempre cosa buona non avere troppa fretta nelle arature, purché, beninteso, si sia in grado di ritardare il più possibile la germogliazione dei tuberi nell’olto.

Quali sono i problemi che più intralciano le operazioni agricole durante l’anno?
Se – come è ovvio si faccia in agricoltura biologica – la chimica va bandita, il diserbo è probabilmente la più grande “scocciatura”. È un’operazione da fare ripetutamente ogni 15 – 20 giorni. Più il campo è “affaticato” da anni di servizio ininterrotti più il problema delle erbacce si aggrava. Chi ha la fortuna di disporre di appezzamenti di terreno diversi può parzialmente ovviare a questo inconveniente lasciando “riposare” il campo ogni paio d’anni mettendo a coltura terreni da tempo “noseti”. Un campo rimesso a coltura dopo anni di riposo resta generalmente pulito per tutta la prima annata.

Quale proposta ti senti di suggerire all’ente pubblico affinché anche l’auspicabile ripresa dell’attività agricola in paese possa riprendere slancio e vigore?
Innanzitutto mantenere le strade di campagna al massimo della loro efficienza e cercare di non interferire negativamente in caso di migliorie private ai fini agricoli;
inoltre, anche se, stando a quanto vedo, la costruzione di nuove case continua inesorabilmente, sarebbe importante cercare di preservare integro e libero da qualsiasi speculazione il poco territorio coltivabile ancora esistente in modo da garantire la possibilità di utilizzare la terra a chi verrà dopo di noi e non siano obbligati a trangugiare ogni schifo di cibo per mancanza di alternative...

L’agricoltura biologica che tu persegui in modo assoluto comporta – ovviamente – maggiori difficoltà operative, maggior tempo, e minor resa. Come potrebbero venire compensati questi handicap?
Molto semplicemente con un raccolto soddisfacente.

Restando in tema: come si concilia la produzione biologica con le fitoparassitosi presenti anche qui da noi?
Per quanto riguarda le patate e i fagioli la principale parassitosi è la peronospora, che generalmente diventa problematica se le stagioni sono particolarmente umide in primavera. Per “contenerla” ci sarebbe la cosiddetta poltiglia bordolese (a base di rame) che però io non uso. Mi “arrangio” tenendo le colture sotto controllo visivo e non appena scorgo i segni della patologia estirpo immediatamente le piante colpite. Se malauguratamente capita invece una infestazione forte allora… pace. Riguardo invece la dorifora uso metodi drastici: distruzione delle uova ben visibili e attaccate alla pagina inferiore della foglia, cattura manuale dei coleotteri adulti e delle larve, processo sommario e immediata esecuzione della sentenza…

La mancanza di fonti d’acqua nelle località anzidette è anche un problema non da poco per chi intende produrre quantità e qualità. Secondo te il Comune potrebbe intervenire per supportare questa attività ancora marginalizzata ma in prospettiva molto interessante? E come?
Anche questo è una questione di grande interesse visto che l’acqua, ovviamente, serve nei vari periodi di carenza di precipitazioni naturali adeguate e dunque di “sofferenza” della campagna. Con riferimento all’acqua il Comune potrebbe fare, ma, dato che per esso, allo stato delle cose, l’attività agricola s’identifica sostanzialmente nella fienagione a uso zootecnico e non ancora nella coltivazione della terra per produzioni alimentari umane, non c’è alle viste alcun intervento. Qualora però la ripresa diversificata e meno sporadica dell’agricoltura diventasse una certezza, io credo che il Comune dovrebbe di certo attivarsi per garantire alcune semplici infrastrutture di supporto nelle zone ancora vocate a un uso agricolo…

Quali prospettive “vedi” nel futuro della nostra residua campagna?
Le prospettive potrebbero essere interessanti se l’aumento di appassionati al lavoro nei campi progredisse come la tendenza attuale lascia intendere. Forse ciò e dovuto a una maggior consapevolezza di quanto la produzione diretta, ancorché faticosa, ma gratificante, sia in fondo garanzia di qualità e di maggior sicurezza alimentare. Però non azzardo previsioni a lungo termine. Speriamo solo che continui.




21/12/07

FINE POLITICA DEL VERDE


L'ambientalismo in Italia è al tramonto a causa di una classe dirigente miope e distratta


Lungo tutto il Novecento le famiglie politiche si sono raccolte intorno alle tradizioni ideologiche del socialismo, con la sua variante comunista, del liberalismo e del cattolicesimo politico, anch'esso con le sue varianti popolari e cristiane. Solo negli anni Ottanta, che costituiscono, ben più del mitico '68, un tornante storico nella politica europea, la solidità di questa tradizionale articolazione ideologica si incrina. A far breccia nella cittadella social-liberal-cristiana provvede la cosiddetta 'rivoluzione silenziosa': un cambiamento di atteggiamenti nelle giovani generazioni del baby boom che rifiutano la politica burocratica, ossificata, spersonalizzata, vecchia, dei partiti tradizionali e promuovono una nuova agenda 'post-materialista', vale a dire una politica fatta in prima persona, irrispettosa delle gerarchie e delle idee ricevute, che pone al centro della propria azione la 'qualità della vita', coinvolgendo territori inediti, dalla liberazione femminile e sessuale alla difesa dell'ambiente. Da questo nuovo insieme di domande e priorità nascono i primi partiti verdi. Inizialmente una congerie folkloristica di animalisti, conservazionisti, antinucleari, profeti del ritorno alla terra, nostalgici del tempo andato e hippy di ritorno colora le prime riunioni del movimento ambientalista. Il folklore passa però in seconda fila quando in tutt'Europa si spande la nube di Chernobyl. La minaccia della catastrofe nucleare consente a questo movimento di capitalizzare le sue provocazioni e di insediarsi in tutt'Europa come un nuovo attore politico. Dalla culla tedesca e belga, partiti verdi si diffondono ovunque raggiungendo anche risultati elettorali a due cifre come in Francia nel 1993; in seguito entrano a far parte anche dei governi nazionali (in Finlandia nel 1995, in Italia e in Francia nel 1997, in Germania nel 1998, e in Belgio nel 1999 L'ecologismo politico raggiunge così la sua maturità negli anni Novanta e figure come quella del ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer contribuiscono a legittimare le sue aspirazioni a forza di 'governo'. Eppure, negli ultimi anni, nonostante alcuni successi simbolici come il Nobel ad Al Gore, questa nuova famiglia politica sembra segnare il passo. E in Italia ancora di più. L'ingresso al governo e la diversificazione delle sue iniziative al di là dei classici temi dell'ambientalismo, non hanno salvato i Verdi da una crescente marginalizzazione. Qualunque sia la causa, dalla debolezza della classe dirigente del Sole che ride a una persistente, diffusa ostilità/ diffidenza dell'opinione pubblica, il risultato è che oggi, in Italia, con la convergenza del partito di Alfonso Pecoraro Scanio nella neonata federazione della Sinistra, scompare il soggetto verde. Un esito forse inevitabile vista l'assenza dell'ambientalismo nell'agenda politica nazionale. Partito democratico e Forza Italia, tra gli altri, non mostrano alcun interesse per le politiche ambientali. In Gran Bretagna, invece, il tema del climate change coinvolge sia l'opinione pubblica a livello di base, militante (eroici i 10 mila che hanno sfilato per il vie di Londra sotto una pioggia battente il 9 dicembre, giornata mondiale di mobilitazione sul mutamento climatico, in connessione con la conferenza dell'Onu a Bali), sia la classe dirigente, con i due maggiori partiti che si sfidano a colpi di coscienza ambientalista. Tant'è che Tony Blair concluse il suo discorso d'addio al congresso laburista del 2006 parlando del climate change e il leader conservatore David Cameron si fa alfiere di politiche verdi. In Italia siamo ancora alle irrisioni verso coloro che chiedono città meno inquinate dal traffico, politiche dei trasporti alternative alla gomma, energie rinnovabili, raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti. La politica del No alle richieste degli ecologisti non conosce scalfitture. Un solo dato per illustrare il nostro ritardo: l'Italia, paese dove fioriscono i limoni, produce 40 megawatt di energia solare contro i 1.400 (!) della 'solatìa' Germania. Tutto questo non è imputabile soltanto alla debolezza, anche culturale, del soggetto politico verde; buona parte di responsabilità va anche ad una classe dirigente miope e distratta. Difendere l'ambiente sembra ormai démodé. Molto più sciccoso il politicamente scorretto di chi vuole scorrazzare a tutto gas nei centri storici e impiantare un bel reattore nucleare sotto casa (quella del vicino, ovviamente). Ancora una volta, il marinettismo italico sfida ragionevolezza e lungimiranza. Non resta che affidarci al Carlo Petrini, gran sacerdote dell'incontro tra l'antica saggezza contadina del progetto Madre Terra e il postmoderno dello Slow Food.

Piero Ignazi – L’espresso 14/12/07

AI POETI



O arcadi e romantici fratelli
Ne la castroneria che insiem vi lega,
Deh finite, per dio, la trista bega,
E sturate il forame de’ cervelli.

Del vostro pianto crescono i ruscelli
E i fiumi e i laghi sì che l’alpe annega,
E stanco è il Gusto a batter chiavistelli
A questa vostra misera bottega.

Sentite in confidenza: i lepri e i ghiri
Son lepri e ghiri, e non son mai leoni:
Né Byron si rimpasta co’ delirî,

Né Shakespeare si rifà co’ farfalloni,
Né si fabbrica Schiller co’ sospiri,
Né Cristi e sagrestie fanno il Manzoni.

Dopo tanti sermoni,
O baironiani, o cristïani, o ebrei,
Ed o voi che credete ne gli dèi,

Lasciate i piagnistei;
E, se più al mondo non avete spene,
Fatevi un po’ il servizio d’Origene.
Giosue Carducci - 1856

19/12/07

GENESI DELLA BANDA SANTA CECILIA - 1^ Parte


Solitamente la storia viene scritta dai vincitori, a volte, raramente, può capitare che se ne dimentichino.


Sino al 1954 a Tesero vi era un solo corpo musicale: la Banda Sociale che non aveva alcun altro appellativo. In quell’anno ne era presidente il signor Giovanbattista Deflorian (Tita de le Giustine) e la dirigeva il Maestro Fiorenzo Deflorian. Erano anni difficili. La guerra, finita da meno di un decennio, aveva segnato e condizionato il naturale ritmo che un sodalizio particolare come quello bandistico deve sostenere per riuscire a produrre musica. Servono motivazioni, passione, bandisti, allievi, scuola, tempo, insegnanti; insomma, in due parole, cuore e organizzazione. Cosa, quest’ultima, che oggi si dà per scontata e la si pone giustamente come base di partenza, ma che all’epoca non era affatto facile garantire. I tempi magri non permettevano di spendere più di tanto. L’ente pubblico, che a quell’epoca non attingeva, come oggi accade, dalla cornucopia provinciale, non indirizzava con disinvoltura parte delle già scarse finanze verso aspetti ludici e ricreativi della socialità. C’era molta più improvvisazione, ma probabilmente molta più passione disinteressata rispetto ad oggi. Il diletto era di sicuro la componente più ovvia e naturale che accomunasse i bandisti. Dunque, pur in mancanza delle risorse economiche di cui si dispone oggi, le cose in qualche modo andavano ancora avanti. L’immediato dopoguerra era alle spalle, tuttavia l’onda lunga di ogni dopoguerra, col lento ritorno alla normalità, aveva portato a rimescolamenti nelle gerarchie al comando. Le lotte per la supremazia e la determinazione dei rapporti di forza tra i vari galli nel pollaio, (anche nella piccola comunità teserana), avevano bisogno del giusto tempo per stabilizzarsi. Qualcuno si stava guardando attorno ed evidentemente aveva pensato che quello fosse il tempo giusto e l’associazione bandistica il luogo ideale per cercare di guadagnare rispetto e prestigio sociale. Però bisognava pazientare, trovare l’occasione e agire con tempismo e con scaltrezza. Si sa che il segreto delle fortune di qualsiasi compagine sta nell’intelligenza di chi se ne assume l’onore e l’onere di guidarla, ma anche di chi, pur capace e disponibile, decide di lasciar spazio anche ad altre voci; insomma la miscela umana ideale dovrebbe essere costituita da caratteri forti e volitivi bilanciati da altri più remissivi. Troppi aspiranti comandanti, alla corta o alla lunga, producono quasi sempre rotture insanabili. In quel particolare momento storico non c’erano gli anzidetti presupposti umani che permettessero alla dirigenza del sodalizio di imporsi con la necessaria autorevolezza. Per meglio inquadrare il contesto sociale va detto, che nelle comunità di montagna dell’immediato dopoguerra e oltre, impermeabili ad ogni “contaminazione” esterna, vi erano quasi sempre fazioni che facevano riferimento all’indiscusso e indiscutibile potere temporale della chiesa e particolarmente a chi lo rappresentava, cioè il parroco. Tali parti della comunità erano per lo più maggioritarie, proprio perché il potere esercitato dal clero a quel tempo e in quel contesto era fortissimo. Tesero, paese universalmente noto per l’apporto copiosissimo di nuova linfa religiosa, che si sostanziava in un notevole numero di messe novelle ogni anno, a maggior ragione evidenziava questa caratteristica. Il campanile era (e lo è ancora) il perno attorno al quale girava la vita non solo spirituale della comunità. Dal pulpito i preti tuonavano con violenza verbale nel silenzio intimorito dei fedeli; solo pochi temerari avevano il coraggio dell’insubordinazione. Marcello Zanon era uno di questi: un giovane intelligente e ambizioso, dal motto di spirito prontissimo e dalle battute taglienti e velenose. Quando ancora non parteggiava per le nere tonache presbiteriane restò a lungo famosa una sua frase sprezzante nei confronti del viceparroco che raggelò l’uditorio presente: “Io del cappellano me ne impippo!”. Come anzidetto era il tempo in cui la comunità paesana stava cercando nuovi equilibri e nuovi profeti e, perfettamente in linea con gli istinti naturali, i più forti e predisposti cercavano a loro volta occasioni per mettersi in evidenza. Con quella popolazione inibita dal potere ecclesiastico del tempo a Marcello bastò poco per diventare un ascoltato e seguito capo popolo…
La rottura dello status quo all’interno del sodalizio bandistico avvenne per una apparente banalissima ragione, che però, come già detto, nascondeva vecchi rancori e nuove invidie originati dalla mancata egemonia della parte guelfa (fedelina) sulla componente ghibellina (laica) che all’interno del corpo musicale era maggioritaria. A Tesero ciò non era tollerabile perché quel paese era caratterizzato da un predominio assoluto dei “fedelini” in ogni ambito sociale, artistico e culturale. La Banda invece, per ragioni “genetiche” non rispecchiava quella caratteristica e dunque l’insofferenza nei confronti della parte politicamente avversa di alcuni esponenti minoritari del complesso musicale si fece via via più aspra. Il pretesto fu una gita sociale prevista sull’itinerario Pusteria – Cortina, che la “dissidenza”, guidata proprio dall’allora trentaduenne Marcello – che nel frattempo machiavellicamente aveva abbracciato la causa del campanile – decise di boicottare scavalcando così la delibera della direzione stessa. Fu questa in pratica la goccia che fece traboccare il vaso, ma vi erano stati dei precedenti in quegli anni che avevano logorato il clima del sodalizio musicale. Nel 1953, infatti, alcuni soci avevano stigmatizzato il comportamento scorretto e l’abbigliamento non idoneo di qualche giovane bandista ai concerti in piazza e si era mostrata anche intolleranza per le ingiustificate e sistematiche assenze alle prove di alcuni membri della banda (quasi sempre gli stessi). Ne conseguì un malcontento generale, specie tra gli elementi più anziani del sodalizio, che ancora, nonostante tutto, partecipavano assiduamente alle prove e ai concerti. La situazione della Banda si fece via via più incerta e traballante, sia nei rapporti sociali interni, che riguardo ai risultati delle prestazioni in pubblico. Il boicottaggio della gita sociale, promosso e capeggiato da Marcello, aggravò ulteriormente la situazione dei già tesi rapporti interni, sino al delinearsi di una spaccatura che vieppiù si rivelava inconciliabile tra quella parte dei soci indifferenti alle regole della collettività (la fazione capeggiata da Marcello) e l’altra parte non più disposta a tollerare un tale stato di indisciplina.
A questo punto un gruppo di bandisti lanciava la proposta di procedere a un riordinamento della compagine sociale predisponendo una lista dei partecipanti ritenuti affidabili ed escludendo gli elementi palesemente incompatibili e facinorosi. Contemporaneamente si dette incarico al socio e membro della direzione Vito Deflorian (Vedovel) di elaborare la bozza di un nuovo statuto con alcune norme comportamentali semplici e chiare da osservare per il conseguimento degli scopi sociali del sodalizio Banda Sociale Tesero. Alla successiva assemblea generale convocata per dirimere i problemi anzidetti, il maestro Fiorenzo, benché in un precedente incontro informale si fosse dichiarato d’accordo per la bozza del nuovo statuto, si schierava, su intimazione del Comune (da sempre in mano ai “guelfi”), dalla parte dei riottosi. Sulla stessa china si poneva (sempre su “ordine” del Comune) anche il presidente Tita Deflorian, che in un indimenticabile discorso detto del Ponte velenoso, con cui intendeva ridurre le tensioni interne e riappacificare i componenti della banda evidenziando il valore fondamentale dell’unità sociale, cercò inutilmente di evitare la crisi e la conseguente rottura. La proposta anzidetta non venne accettata dall’assemblea che si concluse con un nulla di fatto. L’amministrazione comunale, da sempre a maggioranza democristiana, (sindaco Gabriele Jellici) non vedeva di buon occhio l’iniziativa di riordino delle cose interne della banda da parte del più anziano dei bandisti, Vito Deflorian, all'epoca già sessantanovenne e consigliere di minoranza in comune nella lista non democristiana. Conseguentemente il sindaco intimò al maestro Fiorenzo di schierarsi, suo malgrado, dalla parte di osservanza “fedelina”, dando così inizio ad una feroce campagna di demonizzazione nei confronti del benemerito Vito, capace maestro di musica e istruttore di vari complessi bandistici in Trentino prima della Grande guerra (nonché istruttore della banda militare della legione italiana d’estremo oriente negli anni 1917-1920 a Vladivostok).
Visto l’esito negativo dell’assemblea a riguardo del riordinamento societario, i bandisti anziani decisero di ritirarsi. Fu la rottura. I restanti bandisti (circa metà dell’organico originario) con il maestro Fiorenzo Deflorian, su sollecitazione della Amministrazione comunale si riorganizzarono alla meno peggio con un nuovo direttivo che, a quel punto, venne sostenuto e spalleggiato con profusione di mezzi finanziari dall’ente pubblico. Ma il peso della defezione appena consumata si fece sentire, eccome. La Banda andò avanti con qualche produzione in piazza dall’esito mediocre – scadente per tutto il 1955, fino ad arrivare all'esito disastroso del concerto di Capodanno in piazza Cesare Battisti del1956.
Alla fine della deludente manifestazione alcuni degli ex bandisti dissidenti si ritrovarono per un mesto brindisi al vicino bar Pozzo all’angolo sud-ovest del locale. Fra gli amari commenti alla prestazione da dimenticare, che ovviamente scaturirono, uscì improvvisa da parte dell’astante ormai ex flicornista Iginio Varesco (Piva) la proposizione condizionale: - “Se avessimo gli strumenti sarebbe il caso di metterci noi a fare una banda nuova”; al che il signor Arcangelo Bozzetta (fabbrica pianoforti) che casualmente, quasi estraneo, faceva parte degli uditori in piedi attorno al tavolo, intervenne: - “Gli strumenti ve li compro io!”. Era nata la Banda Santa Cecilia.

Liberamente tratto da appunti di Carmelo Delladio

17/12/07

E A BETLEMME E' NATO PIERCRISTO



Il futuro politico di Silvio Berlusconi è un'incognita solo apparente. Ecco la sequenza degli avvenimenti di qui al 2190


Esaminando le sue precedenti mosse, è sufficiente una banale elaborazione logico-matematica per avere la sequenza precisa degli avvenimenti di qui ai prossimi anni.


Gennaio 2008 Mentre i suoi alleati siedono al tavolo delle trattative per una nuova legge elettorale, Berlusconi si proclama unico interprete della volontà popolare e indice le elezioni per il 15 febbraio, con il sistema uninominale secco: ogni elettore dovrà segnare con un fagiolo il volto di Berlusconi sulle speciali cartelle della tombola distribuite nei gazebo. Se il fagiolo cade per terra la volontà dell'elettore sarà comunque chiara, certificata dalla mamma di Berlusconi che viene nominata Garante della Democrazia.


Febbraio 2008 Napolitano diffida Berlusconi: le elezioni con il fagiolo non possono essere ritenute valide, anche perché nessun altro leader ha fatto in tempo a presentare entro le cinque del pomeriggio, come richiesto da Berlusconi, i 20 milioni di firme necessarie per candidarsi, ognuna guarnita da una ciocca di capelli dell'elettore. Berlusconi risponde che la volontà popolare non può più essere disattesa, sorvola in biplano il Quirinale e viene eletto Maresciallo d'Italia con due milioni e 700 mila fagioli. Nomina i suoi infermieri Vicerè della Repubblica.


Marzo 2008 Asserragliati in un bar dell'Aventino, i leader di tutti gli altri partiti studiano le contromosse, elaborando una bozza di programma che andrà sottoposta a una commissione interpartitica che elabori una strategia per presentare a Napolitano, entro i prossimi sei mesi, una proposta di modifica della nuova Costituzione nel frattempo scritta e approvata da Berlusconi. Prevede solo tre articoli: uno per la prima serata, uno per la seconda e uno che abolisce il Parlamento. Napolitano, dall'esilio francese, fa sapere di essere preoccupato.


Giugno 2008 Berlusconi, nel frattempo divenuto Triumviro dell'Impero, si rifiuta di nominare gli altri due. Aggiunge ai suoi titoli quelli di Legionario di Roma, Piccola Vedetta Lombarda e Bellissima Fica. Si affaccia dal Quirinale e, sostenendo di essere in sintonia con il popolo, suona la cetra con una corona di lauro in testa.


Novembre 2008 Il Commodoro d'Europa, Generalissimo Atlantico e Stallone Onorario delle Nazioni Unite Silvio Berlusconi sostiene di avere sognato il popolo che gli chiedeva di dichiarare guerra alla Galassia di Gnork. Decolla da Ciampino con un'astronave e, per distendere il clima politico, lascia il potere a sua madre. La signora Berlusconi sostiene di essere la sola interprete della volontà popolare e fa inserire nella Costituzione un quarto articolo con la ricetta del minestrone alla milanese.


Febbraio 2009 Berlusconi, nel frattempo divenuto Caudillo di Gnork ed Eroe della Quarta Dimensione, invade la Terra alla guida di un esercito di creature gelatinose e propone di abolire l'Ici. In sintonia con il popolo, mangia naftalina e sostiene di essere la reincarnazione di Eta Beta. Canta tutte le canzoni del Festival di Sanremo tranne una, eseguita da Giorgia, che vince grazie alla Giuria della Critica, sovvertendo la volontà popolare. Fa deportare Giorgia su Urano e dispone la fucilazione dei critici comunisti.


Dicembre 2023 Esce il nuovo cd di Berlusconi, con Apicella alla chitarra e Muti e Abbado, in catene, che dirigono l'orchestra. Il suo nuovo partito (Partito della Popolazione Popolare del Popolo Libero) raggiunge il 120 per cento dei voti grazie al buon rendimento in Borsa. La quinta moglie Michela Brambilla partorisce a Betlemme Piercristo Berlusconi. Le statue di Berlusconi in tutto il Paese vengono continuamente ritoccate da migliaia di chirurghi estetici per rappresentare in tempo reale il costante ringiovanimento del leader.


Ottobre 2190 Ormai da qualche mese a riposo a Villa Sardegna (una splendida residenza, con superficie pari all'intera isola), Berlusconi si spegne serenamente con il titolo di Gran Triangolo Ispiratore, Stella Polare dell'Umanità, Occhio di Luce, Guida Eterna, Accademico di Gnork, Somma Statura e Primo Classificato al Festival di Sanremo del 2009.

Michele Serra – L’Espresso 23/11/2007

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog