22/09/07

VENT'ANNI FA


Capita talvolta nella vita, nel libero gioco dei casi o per singolari circostanze, di partecipare in prima persona, sia pure in veste di semplice spettatore, ad eventi la cui portata è destinata ad incidere profondamente nel tessuto delle conoscenze storiche del proprio luogo di origine.
Un fatto certamente indicativo ed anche indimenticabile è costituito dall’aver potuto presenziare al rinvenimento degli ormai noti reperti archeologici, attribuiti all’Età del ferro, nella piana di Sottopedonda alla periferia di Tesero, il 23 settembre 1987. L’importanza dell’evento va ben al di là dell’emozione e della curiosità che il fatto naturalmente suscita. Essa si estende e compenetra gli stessi fondamenti storici sull’origine di Tesero, almeno nella forma che fu finora comunemente accettata. Solo taluni studiosi di valore ipotizzarono in passato una genesi diversa e le recenti scoperte archeologiche sembrano dar loro ragione.
L’espansione edilizia nella località di Sottopedonda, iniziata avanti un decennio, se ha intaccato l’agreste pace di quel luogo solatio, si configura, ciò malgrado, come la molla che ha originato per altro verso gli inattesi rinvenimenti dei reperti di epoche preistoriche verificatisi nel corso degli sbancamenti per le fondazioni degli edifici. Proviamo tuttavia una vaga ripulsa ad accettare il nuovo ruolo urbano impresso alla località e la mente torna volentieri alle impressioni della nostra giovinezza quando la plaga era intensamente coltivata; tanti piccoli appezzamenti, una specie di mosaico su cui si alternavano le coltivazioni di patate, di frumento, di granoturco. Poi i vecchi carri trainati dalle vacche che trasportavano a casa il raccolto dovendo affrontare la ripida salita; l’incedere lento e le frequenti soste per non affaticare gli animali, utilizzando per l’occasione i provvidenziali avvallamenti offerti dalle cunette trasversali praticate per lo scolo delle acque piovane. Le ruote anteriori nella fossetta mentre le posteriori venivano staffate facendo uso delle pietre sempre presenti al margine della via. E così si procedeva sino alla maestosa “nogàra del Bocia” verso il termine della salita, che a quel tempo si spingeva fino al livello di Pedonda. E ancora, con l’avanzare del crepuscolo, transitati anche gli ultimi attardati agricoltori con i loro carichi, la campagna rimaneva sola, immersa nella notte fonda in raccolto silenzio.
Ma ecco che immancabilmente pochi minuti dopo lo scoccare della mezzanotte la piana era attraversata da un calpestio indefinito come di fantasma che la percorresse guardingo. Chi sarà mai? Forse una manifestazione dei “segnàoli”: gli spiriti burleschi che, secondo una credenza popolare un tempo assai radicata, dimoravano nelle soffitte e nei luoghi bui e segnalavano la loro presenza con sinistri scricchiolii, strascichi di catene, soffi e gemiti? oppure gli spiriti degli antichi abitatori di Sottopedonda la cui presenza era allora ignota ma che troverà più tardi puntuale conferma e documentazione nei reperti archeologici? naturalmente nulla di tutto ciò. Quel fantasma era un uomo vero in carne ed ossa. Era il sorvegliante della centrale elettrica comunale che si stava recando a prendere servizio alle macchine nell’ora del cambio turno. Raramente portava appresso una lampada; egli conosceva la via come le sue tasche. Talvolta nei mesi autunnali dava una capatina alla vicina vasca di carico per la pulizia della griglia. Per far ciò doveva rimontare il primo gradone passando accanto, ignaro e inconsapevole, alle memorie degli antichi che vi giacevano sepolte da tempo immemorabile.
Le prime luci dell’alba vincevano la notte che si dileguava con i suoi enigmi. Ma essa costituiva pur sempre una simbolica figura della lunga, lunghissima notte che, fuori di metafora, separa la nostra generazione dagli abitatori preistorici della piana di Sottopedonda. Due millenni ed oltre, il cui mistero si è in parte diradato all’inizio del decennio appena trascorso e, più ampiamente, nel 1987 in una calda giornata di settembre.



Tratto da “TESERO NELLA PREISTORIA” di Mariano Delladio

20/09/07

RETI UNIFICATE


Il sonnambulo masochista che l’altra notte fosse inciampato davanti a un televisore acceso avrebbe visto sul primo canale il capo del governo sovrastato dall’immagine di Grillo. Sul secondo l’inchiesta di Minoli relativa a Grillo. E sul terzo un dibattito intorno a Grillo, inframmezzato dall’annuncio che il programma di Santoro si occuperà di Grillo. Al sonnambulo non sarà sfuggita l’originalità di questo conflitto asimmetrico fra politici & giornalisti che usano le armi convenzionali - tivù e carta stampata - e un ex comico che li controbatte dal blog, sfuggendo al famigerato teatrino della politica per far cadere dall’alto e dal basso della Rete le sue scomuniche all’olio di ricino. L’ultima delle quali - dare del malato d'Alzheimer a Prodi - ha già ridotto le sgommate da bullo di Calderoli passatempo per educande. Il sonnambulo avrà anche avuto modo di riflettere sulla smania famelica con cui Rai e giornali si sono gettati addosso alla novità Grillo: la mancanza di sussulti di un quadro politico che da 15 anni è animato dallo stesso sinedrio di notabili scampati alla gogna dei boss della Prima Repubblica. Ai quali si sono ormai sostituiti nella percezione annoiata del pubblico, nonostante il tentativo di scomporsi e ricomporsi in partiti già vecchi prima di diventare nuovi. Avrà infine notato, il sonnambulo, con quale silenzio assordante le tivù di Berlusconi abbiano fatto stecca sul coro dei grilli, ligie al comandamento del loro patron, per il quale esiste solo ciò che appare in video. Ma un giorno la Brambilla lo allaccerà finalmente a Internet. E allora persino l’eterno Dorian Gray, specchiandosi nel computer, potrebbe accorgersi di avere le rughe.


di Massimo Gramellini (da La Stampa 19/09/07)

19/09/07

LEZIONI DI ECONOMIA


Se devo essere sincero fino in fondo (è un atto di buona volontà, nel mio contratto non c’è nessun accenno alla sincerità), vi confesserò una cosa: i meccanismi dell’economia mi risultano piuttosto oscuri. Non è detto che sia un male, intendiamoci: i topi, per dirne una, non sanno niente di economia, eppure sono miliardi, crescono, non hanno crisi economiche, vanno in pensione quando cazzo gli pare e probabilmente saranno qui, su questo pianeta, quando noi ce ne saremo andati da un pezzo. Ok, d’accordo, sto esagerando, parlo per paradossi. I topi non sono creature evolute come noi: è vero che sono in grado di accoppiarsi, però non sono capaci di mettere il filmino su Youtube, e questo li rende manifestamente inferiori. Ma torniamo all’economia, questa straordinaria invenzione dell’uomo che ha permesso l’affermarsi di creature come Giulio Tremonti e Renato Brunetta (maddài, pensate ancora che siamo molto meglio dei topi?). Torniamo all’economia, dicevo. La cosa che mi risulta più ostica da capire è questa faccenda del Prodotto Interno Lordo, per gli amici Pil. In pratica sarebbe la somma di tutta la ricchezza prodotta da una nazione, un concetto immenso. Siccome ogni nazione ha parecchie spese, la sua abilità sta in due mosse ben distinte, ma collegate: controllare la spesa e aumentare il Pil. Detta così non sembra tanto difficile. E allora cos’è che non capisco? Semplice: non capisco l’applicazione pratica. Cioè, mi sembra appurato che aumentare il Pil sia una cosa di fondamentale importanza, buona e giusta. Più Pil abbiamo, più potremo aumentare le spese, più saremo ricchi, eccetera eccetera. Dunque, se io prendessi questa cosa alla lettera, ora finirei di scrivere questa riga che voi state leggendo, uscirei di casa e andrei a incendiare un bosco. L’incendio di un bosco può comportare un discreto aumento del Pil. Supponiamo infatti che debbano intervenire sette o otto squadre di pompieri: stipendi, benzina, pezzi di ricambio, tute, elmetti, tutta roba che costa e che bisogna comprare, il che farà aumentare il Pil. Magari il vento ci mette del suo, soffia nel verso giusto, aumenta la superficie di bosco bruciata. Se siamo fortunati il fuoco arriva alle case, magari brucia un’intero paese, un’intera città! Perbacco, questo sì sarebbe un grosso colpo di fortuna: da un piccolo incendio verrebbe un clamoroso, magari pazzesco aumento del Pil. Supponiamo che debbano intervenire i Canadair per domare le fiamme, che due Canadair si scontrino tra loro, che precipitino su una fabbrica di frigoriferi (mai porre limite alla provvidenza, una cosa che gli economisti sanno bene). A questo punto, con il banale investimento di una misera scatola di fiammiferi, avrei fatto impennare il Pil in modo davvero straordinario, e tutto da solo! D’accordo, è anche questo un paradosso, come quello dei topi. Ma nemmeno poi tanto. Tra le cose che fanno aumentare il Pil ci sono le spese militari, l’acquisto di missili, le stragi sulle autostrade nei week-end, le catastrofi ecologiche e, nel loro piccolo, anche un minimo tamponamento al semaforo e l’estrazione di un molare. Questo, un giorno molto lontano, potrebbe anche farci capire che i meccanismi economici attuali non sono la cosa più geniale del mondo. Certo ci vorrà del tempo per capirlo, servirà studiare molto, bisognerà impegnarsi. Ma sono certo che prima o poi ci riusciremo: siamo o non siamo intelligenze superiori? Insomma, voglio dire, se l’hanno capito i topi…



di Alessandro Robecchi – 19/09/2007

L'ONESTA' DE MI' NONNA


Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po' se troveno l'amante...
Lei, in cinquant'anni, nu' l'ha mai tradito!

Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
che je voleva fa' lo spasimante
je disse: - V'arigalo 'sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. -

Un'antra, ar posto suo, come succede,
j'avrebbe detto subbito: - So' pronta.
Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede;

anzi je disse: - Stattene lontano... -
Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta,
ancora ce se mozzica le mano!


Trilussa

16/09/07

A MARCO


Caro Marco, ho letto adesso i commenti che hai allegato al tuo messaggio. Ti devo una risposta. Cercherò di dartela più “leggera” possibile. Perché se dovessi risponderti in base a quanto sento realmente, chiuderei una delle poche amicizie che ho ancora in giro. Tu sei una persona intelligente. Ma sei politicamente prevenuto e ciò su determinati argomenti crea impedimento al ragionamento.
Una piccola premessa. Il mondo (mi riferisco allo stato del nostro pianeta) non può più permettersi la “stupidità” di questa società. Voglio dire che i fatti sono fatti e come ho scritto nell’ultimo post, scientificamente provati. Continuare a eludere la questione non solo è colposo, ma data la situazione, addirittura doloso! È chiaro che mangiafuoco Berlusconi non permetterà mai alle sue tv e ai suoi media (che non sono affatto marginali come ama piangere pubblicamente) di gridare che il teatrino sta andando a fuoco: lui in qualche modo si salverà. Gli interessi che gli girano attorno sono talmente grandi che probabilmente lui crede addirittura di essere immortale. E dunque le sue tv e i suoi giornali, nonostante il Titanic stia affondando, magnificano le sorti di questa società, lustrini, puttane e Ferrari!! E per darti l’idea con un piccolo riscontro personale di quanto sia avviluppante la potenza persuasiva dei suoi mezzi, ti dico che non solo a casa tua, ma in qualsiasi casa altrui, esercizi pubblici inclusi, (tranne qualche volta da Anna, non a caso di un’altra generazione!) abbia trovato un televisore acceso, esso era immancabilmente sintonizzato su uno dei suoi canali. E mentre sulle tv nazionali di nicchia (La 7, Rai Tre, un po’ di Rai Due, più o meno queste sono) si continui a gridare “uomini in mare”, “uomini in mare”, il Titanic sta affondando!!! la società, esattamente come accadeva durante la Belle Epoque nell’imminenza della I^ Guerra mondiale, si trastulla in festini, bagordi, vizietti, cronache nere profuse a volontà dalle TV del Nostro, tanto per tenere desto quel minimo d’attenzione necessario affinché gli ingranaggi ben oliati continuino a girare e il burattinaio a incassare gli zecchini. Finché…
Ma torno alle tue “recensioni” che altrimenti si fa troppo lunga. Ecco, li vedo bene quelli che… i fari accesi vanno benissimo…, che se poi li hai addirittura allo xeno…, che anche una sola vita risparmiata…, che in fondo 70 euro in più all’anno…, che se sul piatto c’è la sicurezza…, eccetera. Li vedo, ripeto: belli, col gel sui capelli, cravattini e camicie firmate, col culo ogni giorno assiso sui sedili del sacro feticcio più che su qualsiasi altro supporto, gli occhiali a specchio neri Luxottica bene ostentati, è si perché sennò a forza di fari, con tutta quella luce poi si rischia di rovinarsi gli occhi. Che sanno tutto delle ultime tendenze, delle ultime auto “da sogno”, che vanno in vacanza in Sardegna o a Filicudi, che non si perdono una puntata del grande fratello, che se potessero gli piacerebbe un sacco partecipare all’isola dei famosi…, che le donne… loro… basta uno sguardo, eccetera. Veri FIGHI. Cui sempre, soprattutto in auto, piace “essere al massimo”. Il mito dell’uomo forte (non a caso) ben stampato il qualche recondito luogo dei loro cervelli. Loro l’auto la “sanno portare”. Sanno portare bene anche l’alcol il sabato sera. E all’occorrenza anche impasticcarsi. E poi magari tirare qualche po’ di “bianca”. E mentre proprio ieri quelle tv marginali di cui sopra hanno “battuto” l’ennesima drammatica notizia (l’apertura del nuovo Passaggio a nord-ovest nell’arcipelago artico del Canada a causa della scomparsa di immense superfici ghiacciate) i veri FIGHI, che quelle notizie non sentono perché loro guardano solo televisioni serie!, scorrazzano in lungo e in largo, per paesi, per valli e per città, on-bord of the new car powered by, with bluetooth, navigatore, filtri FAP, euro 7, 2400 cc, 220 cavalli, con 300 watt di musica sparata nelle orecchie, una puttana, gli occhiali neri ben inforcati e soprattutto… i fari accesi a mezzogiorno! E che cazzo! Loro alla sicurezza ci tengono!!!!
Non va! Così non va! Quando si adottano provvedimenti di carattere generale non si possono dire banalità o cretinate e su di esse basarsi. Dire appunto che un faro acceso a mezzogiorno lo si vede meglio che quello spento è una banalità. Servono riscontri, dati statistici, osservazioni mirate, considerare i pro e i contro, i costi aggiuntivi e quelli ambientali soprattutto. Non è accettabile (oggi più che mai) sottostare a una coercizione licenziata e quindi inserita nel Nuovo Codice della Strada sulla base di un teorema del tutto indimostrabile senza analizzarne accuratamente le conseguenze. Recitava infatti il primo comma del vecchio articolo 152: “L’uso dei dispositivi di segnalazione visiva e di illuminazione è obbligatorio da mezz’ora dopo il tramonto del sole a mezz’ora prima del suo sorgere ed anche di giorno nelle gallerie, in caso di nebbia, di caduta di neve, di forte pioggia e in ogni altro caso di scarsa visibilità.” Tutto dunque si sarebbe potuto dire in proposito tranne che codesto articolo non fosse assolutamente completo e razionale. Ma se la prescrizione appena citata, potesse apparire a qualcuno ancora troppo poco rassicurante, e altro ancora vi si dovesse aggiungere, ti ricordo che la condizione richiesta e prescritta dai regolamenti per chi si predispone alla guida di un autoveicolo è quella di essere in perfette condizioni psicofisiche, e che, per chi si trovi nella condizione di accertato deficit visivo, è fatto obbligo di usare gli occhiali durante la guida. In un Paese normale dunque la somma di questi due precetti dovrebbe essere del tutto sufficiente a garantire la capacità di attenzione e conseguentemente la sicurezza della guida. E così è stato sino all’entrata in vigore del N.C.d.S. Ora no! Lunardi (altro nome del firmamento berlusconiano) ha deciso che d’ora in avanti nessuna condizione ambientale è sufficiente per viaggiare in modo sicuro in auto: che sia la mezzanotte del 2 di novembre o il mezzogiorno di Ferragosto, che sia bel tempo o sia tempesta, che si viaggi a 200 all’ora o soltanto a 40, poco ci cale. E che qualcuno possa pensare cose stravaganti e bizzarre è del tutto naturale, ma che – come ripeto, sulla base di un teorema indimostrabile, per la convinzione tutt’altro che razionale, che i fari accesi in piena giorno e comunque in condizioni di visibilità ottimale contribuiscano a evitare incidenti – quel qualcuno imponga a tutti, indistintamente, di adottare comportamenti irrazionali è intollerabile. Sappiamo tutti (lo sai anche tu) che le cause principali, se non addirittura esclusive, di incidente (fatto salvo il caso di improvviso guasto meccanico) sono LA VELOCITA’ e LA GUIDA IN CONDIZIONI PSICOFISICHE NON OTTIMALI. E proprio per questo il codice stradale vigente (ma anche quello precedente) impone di non superare precisi limiti di velocità e di mantenere distanze di sicurezza durante la marcia, tali che, se rispettati, DEVONO garantire la certezza della sicurezza e dell’incolumità di chi guida e degli altri eventuali passeggeri. La luce accesa diurna ovviamente si nota, (così come si nota quella spenta, altrimenti la polizia non fermerebbe chi non ce l’ha!) ma questo non dimostra e non conferma affatto che per tale motivo si riducano le probabilità d’incidente. Casomai e in conclusione riferendomi a uno dei commentatori pro fari accesi che diceva… pur di evitare incidenti e salvare anche sono una vita, questo ed altro, si imponga alle case automobilistiche di ridurre le potenze erogate dai motori (per spostarsi e arrivare ovunque dove serve, non occorrono le Audi 8 all road da 300 CV, basta e avanza la “600” di mio padre con una potenza di 45 cavalli!), si ritirino in via definitiva le patenti a chi supera di 1 chilometro i limiti di velocità, si chiudano le discoteche alle 11 di sera, si dia un anno di carcere a chi viene trovato in stato di alterazione alcolica alla guida. E soprattutto si disponga che le norme di cui sopra vengano rispettate. Qui ti voglio, caro Marco! Basta con l’ipocrisia.

Ciao

15/09/07

SPEGNETE LE LUCI!

In una società che non si chiede, che rinuncia al confronto, che subisce l’irrazionalità senza indignarsi, che l’ipocrisia del benessere ha privato del giusto e doveroso senso critico, anche una piccola notizia (pur attesa) può rappresentare un corroborante per lo spirito e per il morale. Fa bene sapere che oltre il deserto dell’angusto quotidiano, pregno di un insopportabile ubiquitario narcisismo, benché lontano, ci sia ancora qualcuno che pensa!

Il Parlamento austriaco qualche giorno fa (11/09/2007) ha fatto qualcosa che di solito nei regimi si verifica raramente: constatato che una legge era un’insensatezza, tirandone le conseguenze, la ha abrogata! L’accaduto si riferisce all’obbligo di tenere accese le luci delle auto durante la marcia diurna introdotto alcuni anni fa in Austria (così come in Italia). Un provvedimento che dopo alcuni anni di osservazione appare finalmente in tutta la sua assurdità e la cui unica vera ragione va ascritta presumibilmente alle pressioni esercitate sulle corrotte classi politiche occidentali dalle influenti lobbies petrolifere, che da esso traggono un notevole beneficio.
Lo studio promosso dal governo austriaco allo scopo di verificare gli effetti di tale obbligo ha dimostrato scientificamente che “la luce di giorno” nel pieno chiarore del sole ha un effetto distorsivo per chi guida, in quanto l’ esuberante efflusso luminoso rende meno percettibili gli utenti stradali minori, quali ciclisti e pedoni. E la tragica conferma di ciò si è avuta dall’incremento degli incidenti mortali (per queste categorie di utenti) rilevati in Austria dall’entrata in vigore del provvedimento anzidetto. A questa già di per sé più che sufficiente motivazione per buttare la legge nel cesso e accompagnarla con un fragoroso sciacquone, se ne sono aggiunte altre, più ovvie e da tutti verificabili: il maggior consumo di carburante e conseguenti maggiori emissioni di inquinanti e di gas serra con le altrettante sofferenze dell’ambiente e del… portafoglio.
In provincia di Bolzano il danno ambientale provocato dalle “luci di giorno” era stato analizzato già nel 2003 dal dottor Lantschner del competente Ufficio Trasporti del Provincia Autonoma altoatesina. Da esso risultava che un’autovettura in movimento con le luci anabbaglianti accese, consuma mediamente un quarto di litro di carburante in più ogni 100 chilometri. Ciò significa che nel solo Sudtirolo vengono espanse in atmosfera 25.000 tonnellate/anno in più di CO2, con costi aggiuntivi che variano dai 40 ai 60 €/anno per ogni automobilista. Rapportando tale dato su scala nazionale il risultato è sconvolgente: 3,2 milioni di tonnellate di CO2/anno in più (oltre a un indefinito ulteriore quantitativo di inquinanti) scaricati in atmosfera.
A questo proposito ricordiamo che proprio l’altro ieri a Roma si è tenuta la prima conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, voluta dal ministero dell’ambiente, che ha confermato il peggioramento della “salute” della nostra biosfera.
I relatori intervenuti hanno esortato i politici a promuovere con sollecitudine iniziative di contenimento e di risparmio energetico che ad esempio si concretizzano in modo sostanziale anche spegnendo le lucette spia dei nostri elettrodomestici!
Pertanto, con perfetto tempismo, la senatrice SVP Helga Thaler Ausserhofer, cogliendo immediatamente l’“assist” offertole dal Parlamento austriaco, presenterà una proposta di emendamento del decreto “luci di giorno” che prossimamente, assieme ad altri provvedimenti relativi al traffico, verrà discussa in Senato.
Morale della favola: meglio tardi che mai; dell'insensatezza di questa "trovata", noi, a onor del vero, avevamo da tempo informato il signor ministro dei trsporti italiano. Naturalmente senza ottenere il minimo riscontro! Speriamo che il concomitante intervento di più autorevoli referenti faccia prevalere anche a Roma la Ragione sul business.


L’Orco

11/09/07

LETTERA A UN IMPRESARIO EDILE DI TESERO


Stimato ( ),
mi permetto di disturbarti perché sento la necessità di dirti e chiederti alcune cose ma non pretendo che ti senta obbligato a rispondere “ufficialmente”. Se avremo occasione di parlarne a quattrocchi sarò ben lieto di sentire la tua opinione in merito a quanto vado a dirti. Dunque ho deciso di scriverti perché sei ormai il “decano” (col Bosin da Piera) degli imprenditori edili del paese e perciò rappresenti, per così dire, la memoria storica della categoria. Tu sei il trait d’union tra la generazione di chi suo malgrado fece e visse l’ultima guerra mondiale (la generazione di mio padre) e chi vide per ultimo il paese come era, sostanzialmente fermo rispetto all’avanzamento urbano (la mia). Quelli venuti dopo sono cresciuti nell’espansione urbanistica, dove le “fabbriche”, cioè i nuovi cantieri, di anno in anno occupavano nuovi terreni, dove le campagne venivano sacrificate al “benessere” di quegli inconsapevoli (e spesso immeritevoli) privilegiati che via via si decentravano. Io appunto ho visto il paese come più o meno lo avevano visto duecento anni prima i nostri antenati: concentrato dentro i confini est-ovest-sud-nord corrispondenti alle località Sorasass – Soc – Pedonda – San Gianardo. La vita dei tieseri si è consumata per secoli entro questi termini orografici e le periferie esterne ad essi servivano per garantire l’economia più importante: quella primaria, di sussistenza, agricola e zootecnica. Poi verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso il turismo ha iniziato a “creare appetibilità”. I danarosi turisti provenienti in particolare dalle città del nord Italia attratti dalla nascente industria dello sci in inverno e dalla tranquillità e dalla frescura dei luoghi in estate, iniziarono ad acquistare terreni (e noi miserabili a venderli), a contattare imprese locali, ad amicarsi geometri ed amministratori. Ed il denaro – l’oggetto principe della corruzione – a correre! Da allora il treno dello sviluppo urbanistico (che ancora oggi sembra non riuscire a fermarsi) è partito e da quell’epoca in poi le amministrazione hanno cominciato a inserire sempre più frequentemente nuove cosiddette zone d’espansione. Cercando dapprima quelle meno vocate o marginali rispetto alle esigenze ancora “sentite” di quel settore primario anzidetto. Poco a poco si “svendettero” parti di bosco a Stava e a Propian. Nel mentre quel primario agricolo e zootecnico stava velocemente cedendo il primato economico all’artigianato, e via andare sino al terziario turistico-alberghiero. Anche i residenti, che lentamente si stavano emancipando, cominciarono a “fabbricare”: a Caltresa e nelle immediate adiacenze delle periferie “storiche” del paese come Fia, Sottopedonda e Restiesa e a urbanizzare località appena, appena esterne come Valusella. Ma il movimento era ancora lento e sopportabile: ricordo gli scavi a pic e badìl delle case Pallaver e Titanela appunto in via Valusella verso il 1967. A quei tempi le imprese edili erano solo due in paese: “’l Toni Volcàn” e “’l Clemente Deflorian (Baodracco)”, poi fu tutto un proliferare senza fine di nuove imprese: oggi chissà quante saranno… Proprio allora venne costituita l’ I.T.A.P. s.p.a. e le cose cominciarono ad accelerare sempre più.
Tutto questo per dirti cosa? Per dirti che nel frattempo, in questi 40 anni il tenore di vita dei paesani è notevolmente cambiato. Siamo diventati tutti “siori”. Molti con la villa, il barbecue e il prato inglese, tutti (o quasi) possessori di grandiose autovetture o fuoristrada. Ma adesso l’ “oste” ha portato il conto e qualcuno incolpevolmente sta già pagando. Certo tutti “siori”, moltissimi – come dicevo – col fuoristrada (per ben “sfoggiarlo” purtroppo sempre e comunque in strada), tutti dannati lavoratori per 10 – 12 ore al giorno e poi, cambiati i panni, deterso il sudore e lavato lo sporco, ostentatori maniacali di potere e di ricchezza. Il vecchio nucleo antico dell’abitato proprio la zona che urbanisticamente dovrebbe essere maggiormente tutelata e che ha una viabilità proporzionata alle sue necessità originarie si trova a sopportare il via vai sempre più insistito dei “növi siori” che devono far vedere che esistono ancora e che anzi adesso sono diventati qualcuno e che non per sfizio ma per forza dalle periferie al paese a piedi non si recano più. “Par la madònega, nó aón miga pü le pèzè sül cül!”. La tranquillità in centro è ormai un pio ricordo dei bei tempi andati. Per nascondere la vergogna dei fatti non sarebbero sufficienti le foglie di una piantagione di fichi. Dunque che fare? Pensa che ti pensa, ecco finalmente la trovata! Ma poiché chi ci amministra appartiene proprio alla schiera di quei nuovi “decentrati” che il problema non lo sente direttamente, e dato che amministrare significa comunemente fare, adesso parla senza pudore (e senza analizzare per bene il problema) di parcheggi sotterranei: di trasformare piazza Nuova, il piazzale Scuole elementari e piazza Tombon in autorimesse per privati o (come si bisbiglia) per gli alberghi del centro, che poi in realtà è uno solo! Così i “siori” foresti che adesso “i è manco siori de quei da qua” potranno arrivare e depositare a qualsiasi ora del giorno o della notte le loro vetture nei nuovi magazzini interrati. Si prospettano a breve per le sempre più ingorde imprese locali nuove “occasioni”: grandi parcelle per la categoria dei geometri (quella per intenderci che negli ultimi 40 anni si è maggiormente “ingrassata”); naturalmente nuovi lavori per le imprese edili, e quelle di escavazione. In un continuo crescendo di trasformazione urbana che più cresce e meno si capisce dove vuole arrivare. Se recentemente sei transitato a Santa Libera ti sarai reso conto che in poco più di due anni a quella località hanno letteralmente cambiato i connotati. Ci si resta senza fiato! E così pure “tà i Aleci”: sono arrivati a fabbricare addirittura a ridosso di quel poco di verde pubblico che ancora c’era. E presto verrà distrutta un’altra zona di pregio paesaggistico: “sa Noesco”, per far posto a una casa di riposo di lusso, pronta ad accogliere a tempo debito “i növi siori”. E c’è da scommettere che se l’Uomo della Provvidenza riuscirà a carpire ancora una volta “i mondiali” ci sarà un’ulteriore recrudescenza della corsa al mattone con nuovi saccheggi territoriali, nuovi progetti (per far ancora più contenti i geometri), nuovi scavi (per far contenti anche i Bortolas), nuove “fabbriche” per cercare di contentare l’incontenibile e incontentabile esercito artigiano. E quantunque, verificata l’attuale stasi demografica, dietro a questa straripante espansione ci siano quasi solo interessi speculativi tutto ciò accade apparentemente nell’indifferenza generale. Ma ci pensiamo o no che il territorio è un’entità fisica finita e che se cementificata, essa sarà irrimediabilmente persa per qualsiasi altro uso futuro? C’è ancora qualcuno che ragiona o siamo davvero tutti impazziti? Proprio “robe da mati”. Probabilmente il profumo dei soldi ha talmente devastato la percezione comune che il cruccio per come sarà ridotto di questo passo tra vent’anni questo paese e l’intera valle viene costantemente rimosso. “Basta far soldi. Valghe deventerà ben”, pensano ipocriti i più. L’amministrazione comunale in proposito latita alla grande e tacciarla di insufficienza è farle un complimento. “Naviga” a vista e va avanti, nei marosi di una politica improvvisata, dispensando licenze edilizie e rattoppando i danni provocati dall’incessante inurbamento; non capendo che ogni nuovo insediamento abitativo oggi più che mai significa immediato peggioramento della qualità della vita in centro e non solo, significa aumentare il disagio per una mobilità sempre più opprimente e anarchica, significa dequalificare il paese storico. Eccoti un piccolo ma illuminante esempio. Guarda, se ti capita, “’l marciapè so sül ponte” : si trova da decenni in uno stato pietoso. Chi lo percorre rischia ogni volta “de ’ngamberlarse e farse mal”. Ebbene, nonostante la cosa sia di estrema evidenza e più volte stata segnalata a chi di dovere non si è fatto e non si fa niente. Perché sistemarlo costa troppo poco e perché i pedoni sono cittadini in via d’estinzione: meglio fare un posteggio quasi inutile “te n’Arlasa”, “parché là si che i ghe magna sora polìto” (geometri in primis ovviamente) e poi facendolo ti arriva pure il plauso “de quei che… basta che ghe sie da méter l’áoto!” E avanti così. “Denóma che la sègüte!!”, questa è la frase nel vernacolo locale che ben sintetizza il comune sentire. Ma ormai c’è poco da raspare, siamo già al fondo del barile. E il barile è il nostro territorio che in circa 40 anni si è ricoperto di un patrimonio urbanistico spaventoso. E allora, voilà! Altro giro, altro regalo, ci vuole fantasia: ecco il nuovo business (in cui ben volentieri si sono buttati “anema e ccore” i tirastrisse più volte citati) realizzare posteggi sotterranei ad uso privato. Ne stanno facendo un po’ ovunque. E a breve nell’impresa sembra ci si metterà anche il Comune. Siamo proprio al paradosso: si sottrae territorio in periferia per sistemare i “növi siori” e si toglie il verde interno per dare posto alle auto degli stessi, che anziché godersi il privilegio restandosene il più possibile a casa, perseguitano il centro storico con insistiti viavai in fuoristrada. E a chi ci abita dentro e deve sorbirsi sino a mezzanotte e oltre, sette giorni su sette, il frastuono dei transiti da e per quelle periferie adesso si toglierà anche quel poco di verde ancora disponibile nelle vicinanze. È il trionfo dell’irrazionalità e la conclusione come dicevo sopra, sarà la completa dequalificazione del vecchio abitato, una viabilità martoriata ed ingorgata dai frequentissimi passaggi motorizzati, rumore, inquinamento, caos. Scusa se mi ripeto: è ammissibile che di tutto ciò non se ne percepisca il pericolo, che nessuno si domandi dove vogliamo arrivare, che nessuno ponderi le conseguenze di un siffatto agire sul medio e lungo periodo? Che il territorio (la disponibilità di esso) lo si consideri sempre ed esclusivamente a disposizione di nuova urbanizzazione? Che si pensi che a questa economia non c’è alternativa. Io ci penso ogni giorno, quando per farmi 50 metri a piedi in centro mi tocca scansarmi venti volte contro i muri per non venire investito dalle auto di quei giovani che da questa società hanno “imparato” soltanto a essere arroganti e prepotenti e a far soldi ad ogni costo fregandosene di tutto e di tutti, o quando mi reco al lavoro e vedo una ruspa qui, una pachera lì, uno scavo iniziato in mezzo ai prati e abbandonato tanto “par ’nbanarse ’l lögo” e dunque avere la certezza di non dover rinunciare a edificare più avanti, nel vedere la piazza che sembra l’esposizione di una concessionaria di fuoristrada, le strade interne ridotte a sentieri tanti sono gli automezzi lasciati ovunque. Stiamo compromettendo e sperperando un patrimonio inestimabile ormai non più per necessità ma quasi esclusivamente per ottuso egoismo e colposa negligenza. E siccome al peggio non c’è mai fine sento addirittura che la nostra amministrazione comunale, di cui già ho detto, ha recentemente invitato la più volte citata categoria dei tirastrisse locali (geometri, ingegneri e architetti) a dare suggerimenti su possibili nuove zone da includere nell’ennesima revisione estensiva del piano di fabbrica. Più o meno come chiedere al lupo di quale pecora desideri servirsi. Di fronte a quest’ultima, ennesima prova di superficialità, di questa mancanza di sensibilità e di cultura del territorio, resto senza parole. Bisogna fermarsi. Urge ripensare al tutto. Non darsi pace per rimpinguare conti correnti sempre più “obesi” che già come sono adesso permetterebbero ai rispettivi titolari (che qui in paese sono moltissimi) di mettersi pancia al sole e “no trar pü colpo par sin che i vive” è davvero folle. Soprattutto se il prezzo di questa ingordigia generalizzata è la scomparso della caratteristica più importante del paese: la tranquillità e il piacere di viverci dentro. In conclusione allora chiedo a te, che mi auguro riesca ancora a ragionare: “cognirone spetàr de véder case sin te Cornòn?”, o non sarebbe il caso di cominciare alla sveltissima ad aprire bene gli occhi e ragionarci su un po’ tutti.

INCANTO NOTTURNO

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Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

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Bepi Zanon

TESERO 1929

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PASSATO

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ANCORA ROSA

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VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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MINU

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