29/12/09

COCAINA: DA FREUD ALLA COCA COLA. TUTTE LE PISTE DI UNA STORIA OCCIDENTALE


Nel 2011 i consumatori di cocaina saranno circa 700mila, il 5% in più rispetto al numero di consumatori del 2008». Scriveva il Corriere della Sera quest'estate. E questo è solo uno dei continui articoli, inchieste, scoperte che i mezzi di informazione pubblicano quasi quotidianamente sulla cocaina. Come se il grande consumo della sostanza fosse stato scoperto soltanto adesso. Invece, quella della cocaina è una storia che non inizia neanche in questo millennio bensì si perde nella notte dai tempi. Recentemente le nuove tecnologie hanno potuto trovare traccia nei capelli di mummie cilene del 2000 a.C. della presenza di benzoilecgonina, un metabolita della cocaina. Al nostro secolo si deve tuttavia l'uso degli effetti per la ricreazione, il proibizionismo, ma soprattutto il grande volume d'affari. Nel 1884 il dottor Sigmund Freud pubblica un volumetto a lui tanto caro Über Coca. Il padre della psicanalisi racconta con molto entusiasmo, la scoperta di questa sostanza sperimentata su sé stesso per curare la depressione. In una lettera del 21 aprile del 1884 così racconterà alla fidanzata: «Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po' per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…». Purtroppo però la natura è crudelmente avara nel dispensare il piacere. Più l'esperienza è eccitante, più il cervello soffre quando si rende conto che è già finita. Con il passare del tempo, Freud si accorge che ci volevano dosi sempre più forti o più frequenti per ottenere lo stesso risultato tanto che molti dei suoi pazienti finirono per assuefarsi. Così come il patologo e suo amico Ernst Fleischl, che diventerà tristemente noto alla storia come il primo caso di psicosi cocainica. Tuttavia Freud una cosa l'aveva capita molto bene: la possibilità di sfruttare questa sostanza per trarne un profitto, il suo sogno era quello di comprarsi finalmente una casa. E molti dopo di lui seguirono questa strada. Così il giovane chimico corso Angelo Mariani che a Parigi produsse quell'ottimo vino con estratti di coca che tanto Papa Leone XIII raccomandò per le messe cantate apparendo addirittura in un manifesto per farne pubblicità; mentre l'intraprendente farmacista americano John Pemberton che produsse una delle bevande ancora più bevute al mondo: la Coca cola. Ogni bottiglietta, prima del proibizionismo, conteneva l'equivalente di una piccola dose di cocaina. «Oggi la cocaina vale più del suo peso in oro. Il suo prezzo è all'origine circa il quattro per cento del prezzo di vendita al dettaglio» scrive il docente di Farmacologia di Cagliari, Gian Luigi Gessa nel suo libro Cocaina (Rubbettino, 2008), che aggiunge come «La rivista Fortune colloca l'industria della cocaina illegale al settimo posto nella lista delle cinquecento maggiori imprese economiche, tra Gulf Oil e Ford Motor Company». Nel 2003 le vendite della sostanza nelle strade americane hanno raggiunto i 35 miliardi di dollari. E non appena il mercato statunitense si è saturato, quelli in Europa si sono mostruosamente aperti. Tanto che oggi la cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi si trova raccolta in "pezzi", appallottolata nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nei portafogli del lavoratori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici, ovunque. Ne hanno trovato percentuali imbarazzanti perfino nelle acque dell'Arno e residui in quasi tutte le banconote che maneggiamo. Pippata, scaldata, tagliata, fumata oggi la cocaina viene usata indistintamente con o senza permesso di soggiorno, con o senza contratto a tempo indeterminato, ricco o povero, uomo o donna che sia. A fronte di una politica del guadagno folle che sta giustificando militarizzazioni e politiche proibizioniste che riempiono le galere. Potremmo dire che è tutta colpa degli inca? Gli abitanti dell'area compresa tra Colombia, Perù e Bolivia, dove si producono i tre quarti della cocaina del mondo, masticano foglie di coca da migliaia di anni. Non solo per le sue proprietà stimolanti - che cancellano la fatica e danno l'energia necessaria per affrontare le ripide salite nell'aria rarefatta di quella regione montuosa - ma anche per le sue qualità alimentari, poiché le foglie contengono vitamine e proteine. Poi arrivarono i conquistadores con il loro divieto definendola "uno strumento del diavolo", per poi scoprire che senza quel "dono degli dei" gli indigeni non riuscivano a lavorare nei campi o a estrarre l'oro. Improvvisamente la coca fu legalizzata e anche tassata e gli invasori cominciarono a tenere per sé un decimo dei raccolti. Le foglie erano distribuite ai contadini tre o quattro volte al giorno, durante le pause dal lavoro. Addirittura la chiesa cattolica cominciò a coltivarla. Poiché le foglie sopportavano male il viaggio venivano esportate in Europa solo sporadicamente, così negli Stati Uniti, come nel Vecchio Continente ben presto arrivò la sostanza lavorata e in polvere. Una storia che però si ripete ancora oggi. Nel 2006 il regista Andrea Zambelli si reca in Colombia per un progetto di alfabetizzazione comunicativa, qui realizza Mercancia , un documentario che segue tutto il processo di "fabbricazione" di questa sostanza nella regione del Magdalena-Medio, nei vari passaggi di produzione fino alla pasta. Ma soprattutto raccoglie il racconto degli stessi contadini e si sofferma sui gruppi paramilitari che gestiscono gli scambi della cocaina fra campesinos e narcotrafficanti. Dalla raccolta della pianta fino alla raffinazione ogni passo viene tassato dai gruppi paramilitari come una qualsiasi transazione economica. In venti velocissimi minuti, il regista mostra l'esistenza di una piccola comunità di coltivatori dalle tradizioni salde e dalla vita rurale. Nulla di più distante, dunque, da ciò che nel nostro immaginario può rappresentare un narcotrafficante. Nessun campesinos, infatti, è consumatore o fruitore della cocaina, né partecipe, se non in minima parte, degli incredibili guadagni legati al commercio di questa sostanza. In questi paesi, costretti spesso a lavorare nei campi di coca per poter sostentare le proprie famiglie, i contadini tramandano di padre in figlio la tradizione per la raccolta e la preparazione della pasta. L'opprimente condizione imposta dai narcotrafficati e i metodi brutali di repressione dei paramilitari impediscono la formazioni di oppositori e i pochi sindacalisti che coraggiosamente si mettono contro di loro vengono spesso messi a tacere. Ed è proprio questo il problema principale: il guadagno. Nelle nazioni di produzione un grammo di cocaina (come reso noto dalle Direzioni internazionali per la lotta alla droga) viene pagato un euro per una purezza pari al 95%. Sul mercato occidentale bene che va viene rivenduta con soltanto il 25-30% di principio attivo, con un guadagno del 1.200%. Del resto Roberto Saviano in Gomorra ci parla di un «fatturato 60 volte superiore a quello della Fiat». E questo solo in Italia. Sarà per questo che la cocaina viene chiamata "il petrolio bianco", il vero miracolo del capitalismo contemporaneo, in grado di superare qualsiasi crisi economica. Così i mercati crollano e il prezzo della cocaina in Occidente scende ma non quello del fatturato. Un vero affare.


Cristina Petrucci

PASSAPAROLA - 28/12/2009

27/12/09

IL FIASCO DI COPENHAGEN. L'IMPOSSIBILE PATTO TRA AMBIENTE E CAPITALISMO


Per non decidere nulla, decidendo in realtà che il disastro ambientale può tranquillamente proseguire, si sono riuniti a Copenhagen in 15.000 (quindicimila). Per raggiungere la capitale danese in aereo (alcuni, come Obama e Sarkozy, con i rispettivi jet presidenziali) e per spostarsi con le loro auto di lusso (secondo il Telegraph erano presenti 1.200 «limousine»), hanno prodotto l’emissione di 40.500 tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente delle emissioni annue di 660mila etiopi. Non è uno scherzo, sono dati ufficiali dell’ONU, forse resi noti per dare ancora un qualche senso alla propria attività sul fronte climatico dopo il fallimento consumatosi nella città della Sirenetta. Un fallimento annunciato, ma che ha superato al ribasso la più pessimistica delle previsioni.
Il “Disaccordo storico” Quello che è stato sancito alla conclusione della Conferenza è stato definito un “Disaccordo storico”. Insomma, un fiasco totale scandito dall’andamento surreale dei lavori, che ripercorriamo in breve. All’inizio, come inevitabile, la fanno da padrona – tanto non costa niente – la retorica ed i buoni sentimenti. Al punto che Copenhagen diventa per i creduloni, tanto più per quelli di stretta osservanza obamiana, Hopenhagen. I media, ovviamente, parlano di clima positivo e di ottimismo. Poi, al secondo giorno, salta fuori la
bozza segreta rivelata dal Guardian: una risoluzione finale già elaborata prima che la Conferenza cominciasse, del tutto sfavorevole ai paesi del terzo mondo. Che compatti rispondono picche. Da lì in avanti il previsto fallimento si è trasformato ogni giorno di più in assoluta certezza. Restava da capire come si sarebbe consumata la farsa finale. Tutti sapevano che sarebbe arrivato da Washington se non proprio il “Salvatore”, almeno il paladino della green economy. L’altro “Salvatore” – stiamo parlando del megalomane che risiede all’Eliseo, che si era attribuito la missione di “Salvare la Terra” – aveva già rinunciato al suo modestissimo proposito, andandosene da Copenhagen già al secondo giorno. Alla fine, il penultimo giorno, Obama è arrivato. Ha incontrato il primo ministro cinese, Wen Jabao, con il quale si dice abbia discusso aspramente, arrivando infine alla decisione di non decidere niente. La montagna di Copenhagen ha così partorito il più classico dei topolini: un testo privo di contenuti, di impegni, di vincoli. Un niente sottoscritto da Usa e Cina, ma anche (affinché non si parlasse troppo di G2) da India, Brasile e Sudafrica. L’Europa si è adeguata, accettando amaramente di non contare ormai più nulla. Gli altri non hanno proprio sottoscritto un bel niente, inventandosi all’atto finale la formula un po’ irrituale, ma assai significativa, della “presa d’atto”. Del resto tutti, ma proprio tutti, hanno dovuto “prendere atto” del fallimento totale di una Conferenza dove si sono fatti molti sforzi per nascondere la polvere sotto il tappeto, prima ancora che cercare di ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Quel nulla chiamato “Copenhagen Accord” Sfidando arditamente il senso del ridicolo, hanno voluto chiamare “Accordo di Copenhagen”, un testo “riconosciuto”, ma non approvato dai 193 Paesi presenti alla Conferenza. La cosa più importante da capire, infatti, prima ancora del contenuto del testo “riconosciuto”, è il suo carattere assolutamente non vincolante. C’è qui un’enorme differenza con il Protocollo di Kyoto del 1997, con il quale 37 Paesi industrializzati (ma non gli Stati Uniti) si impegnavano a ridurre le emissioni di sei gas serra di almeno il 5,2% rispetto al 1990 (ormai convenzionalmente assunto come “anno zero”) entro il 2012. Il protocollo fu sottoscritto da 160 Paesi, ma imponeva la riduzione delle emissioni solo a quelli maggiormente industrializzati, 37 appunto. Sia chiaro, questi impegni sono stati completamente disattesi. Giusto per fare un esempio, basti pensare che la produzione di CO2 di questi Paesi è aumentata nel solo periodo 2000-2009 di quasi il 30%, nonostante la riduzione dell’ultimo anno dovuta agli effetti della crisi economica. Tuttavia Kyoto stabiliva almeno dei precisi obiettivi, per quanto modesti, ed i contraenti si impegnavano (anche se, come abbiamo visto, solo sulla carta) a rispettarli. Nulla di tutto ciò è avvenuto a Copenhagen. L’Accordo di Copenhagen (utilizziamo questa terminologia assolutamente impropria solo per comodità) ribadisce che “l’aumento della temperatura globale dovrebbe (notare il condizionale – ndr) restare contenuto sotto i due gradi centigradi”. Questa debolissima premessa è in realtà l’unico pezzo “forte” del documento conclusivo. Tutto il resto che era stato oggetto delle trattative che hanno preceduto la Conferenza è scomparso. Scomparsa ogni indicazione quantitativa sui tagli delle emissioni, scomparsa ogni data di riferimento. Qualcuno ricorda, ad esempio, l’obiettivo della riduzione delle emissioni del 50% entro il 2050? Totalmente scomparso. Ora ogni Paese si auto-assegnerà degli obiettivi teoricamente auto-vincolanti. Ma se non ha funzionato il protocollo di Kyoto, perché mai dovrebbe funzionare una soluzione così strampalata? Ed infatti nessuno ci crede davvero. Si è molto parlato dei finanziamenti dei Paesi ricchi a quelli poveri, per favorire il cosiddetto “sviluppo sostenibile”. In realtà anche su questo non c’è niente di certo, in particolare non si dice da dove verranno i soldi, alimentando il sospetto che si intenda stornarli da altri fondi già destinati alla “cooperazione internazionale”. Perfino l’accordo sulla protezione delle foreste, che sembrava ormai acquisito, è tornato incerto e confuso nel testo finale. L’accordo si limita a dire che “Riconosciamo il ruolo cruciale del ridurre le emissioni della deforestazione”. Insomma, a Copenhagen hanno scoperto che gli alberi assorbono anidride carbonica! Forse non avranno il Nobel – non tutti si chiamano Obama! – ma certo nessuno potrà togliergli un bell’invito alla “festa degli alberi”, con tanto di scolaresche e pic-nic.
Quali sono stati gli attori della Conferenza? Visti i contenuti dell’accordo, e prima di arrivare ad alcune necessarie conclusioni, è ora utile soffermarsi sul ruolo avuto dai diversi protagonisti della Conferenza. Di Obama si è già detto, ma restano da aggiungere due considerazioni. La prima riguarda la sua ineguagliabile faccia di bronzo, che lo ha portato a parlare di “un accordo significativo, anche se insufficiente”. La seconda riguarda invece la sua arroganza. E’ arrivato, ha chiuso l’accordicchio e se ne è ripartito di corsa verso gli Stati uniti senza neppure attendere la conclusione formale dei lavori. Ha umiliato, sapendo di umiliarla, l’Europa. Non ha degnato neppure di uno sguardo le posizioni del terzo mondo e del G77. Sull’Europa non c’è nulla da aggiungere a quanto già detto. L’Unione ama fare la prima della classe in materia ambientale, ma il suo attuale peso politico è uguale a zero ed a Copenhagen si è visto. La Russia è stata un’altra grande assente, ma forse i suoi rappresentanti, ben avvertiti della certezza del fallimento e senza la necessità di dover recitare una parte nella commedia, al contrario degli europei, hanno scelto deliberatamente di disinteressarsene. La Cina ha fatto la parte che gli compete. Ha agito da potenza emergente, ma senza perdere il contatto con i Paesi della periferia, dagli africani ai latinoamericani dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe). Wen Jabao ha certamente portato a casa il “diritto di inquinare”, ma ha giustamente respinto il tentativo occidentale di scaricare su Pechino il fallimento della Conferenza. Giustamente, non solo perché le emissioni pro-capite dei cinesi sono ancora notevolmente più basse di quelle degli americani e degli europei, ma anche perché la Cina è il paese che sta investendo di più nei progetti ambientali, ed in generale nella cosiddetta green economy. Il G77, che raggruppa ormai 131 Paesi inclusa la Cina, ha respinto fin dall’inizio dei lavori il tentativo occidentale di scaricare anche la questione climatica sui paesi più poveri del pianeta. In particolare questo raggruppamento piuttosto composito, presieduto dal sudanese Lumumba Di-Aping, bocciando da subito la risoluzione segreta predisposta dalla presidenza danese, ha fatto emergere immediatamente le contraddizioni e l’ipocrisia dello schieramento occidentale. “Il testo ruba ai paesi in via di sviluppo la loro quota giusta ed equa di spazio atmosferico. Cerca di trattare ricchi e poveri allo stesso modo”, questo il lapidario giudizio espresso da Di-Aping. Se ferma è stata la posizione durante la Conferenza, ugualmente netto il giudizio finale: “Questo accordo infliggerà massiccia devastazione all’Africa e alle piccole nazioni-isola. Hanno mostrato il livello di ambizione più basso che si possa immaginare”. Con queste parole il presidente sudanese del G77 ha chiarito che nessuna copertura è stata data all’accordo finale, benché sottoscritto da quattro stati membri (Cina, India, Brasile e Sudafrica). Un discorso a parte va fatto per i Paesi dell’Alba. I Paesi dell’alleanza bolivariana (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Cuba, Nicaragua, Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine) a Copenhagen hanno marcato con forza la loro presenza. Oltre all’importante
discorso di Chavez, c’è stato un forte attivismo durante tutti i lavori della Conferenza. E per sottolineare l’assoluta alternatività delle proprie posizioni, i membri dell’Alba si sono ritrovati il 17 dicembre in una sorta di contro vertice al palazzetto dello sport del Valbyhallen dove, davanti a 3.500 persone, si sono dati il cambio al microfono Chavez, Morales e gli altri esponenti bolivariani presenti. Morales, preannunciando il fallimento certo della Conferenza, l’ha spiegato con l’inconciliabilità degli interessi e dei punti di vista in campo, ma soprattutto con l’impossibilità di fronteggiare il problema climatico affrontando solo gli effetti del riscaldamento globale, ma non le sue cause. Qual è allora l’alternativa? “El socialismo”, ha ripetuto Chavez. Nessuno pensi che le posizioni dell’Alba a Copenhagen siano state dottrinarie o propagandistiche. I rappresentanti bolivariani sono entrati decisamente nel merito dei problemi, ma mai rinunciando ad evidenziare l’inconciliabilità dell’obiettivo di difendere il pianeta con la volontà delle potenze dominanti di salvare in ogni modo il capitalismo.
L’alternativa di sistema Se la conclusione della Conferenza ha dimostrato, in negativo, che il capitalismo è strutturalmente incapace di risolvere la contraddizione tra la propria natura e le esigenze ambientali di fondo; i leader bolivariani hanno avuto il merito di far emergere, in positivo, la necessità e la possibilità di un’alternativa di sistema. Il fallimento dimostra innanzitutto la difficoltà complessiva di un sistema in crisi. Una crisi che non è solo economica, ma che si manifesta anche come incapacità di rispondere alle più elementari esigenze sociali, in questo caso il semplice diritto alla vita sul pianeta. Ma questa volta, nonostante la farsa finale di un accordo che sancisce solo il disaccordo, i potenti della terra non sono riusciti a nascondere il più clamoroso dei fiaschi. Prima di concludere ci sia concesso un breve inciso. Alcuni appassionati di dietrologia avevano ipotizzato che dietro a tanta (apparente) passione per il clima ci fosse il solito complotto per far digerire al mondo una sorta di governo planetario, o quantomeno per imporre una svolta “verde” al mondo della produzione, in modo da fare della green economy uno dei possibili traini per superare la crisi. Come è del tutto evidente, il capitalismo è assolutamente indifferente al fatto che i propri profitti vengano alimentati dall’eolico piuttosto che dal carbone, ciò che conta è che i profitti ci siano. Il capitalismo, dunque, è ben felice di poter sviluppare la green economy; quello che invece non può proprio fare è mettere in discussione il meccanismo della “crescita”, specie nei Paesi dominanti. Non dubitiamo, perciò, che alcuni settori industriali favoriscano la diffusione di dati ed analisi allarmiste, come al contrario (ma per gli stessi motivi) ve ne sono altri pronti a dimostrare che i gas serra non hanno alcun effetto sull’ambiente e sul clima. Da qui a vedere sempre in atto il complotto ce ne (dovrebbe) corre(re). La verità è che vi sono, anche in questo ambito, spinte e controspinte che corrispondono ai diversi interessi in gioco. In ogni caso, se il complotto “allarmista” vi fosse realmente stato, bisognerebbe ora spiegare il suo esito totalmente disastroso. Ma chiedere un simile esercizio ad un dietrologo sarebbe come proporre un bicchiere d’acqua minerale ad un alcolista. Chi pensava ad una “conversione ecologista” del capitalismo è dunque rimasto deluso. Il dogma della “crescita”, un concetto quantitativo che ormai si è separato da quello di “sviluppo”, non può essere messo in discussione nella cornice del sistema. Tra ambiente e capitalismo non può esserci un vero patto, meno che mai un matrimonio. Giustamente uno slogan dei manifestanti di Copenhagen, ripreso nel discorso di Chavez, diceva “Non cambiate il clima, cambiate il sistema”. Anche per la strada di un ambientalismo serio e coerente torna dunque a riproporsi la necessità di un anticapitalismo che sappia rilanciarsi sulla base di una nuova prospettiva socialista. Non era scontato che da Copenhagen giungesse questo segnale. Invece è arrivato, e forse anche questo è un segno del cambiamento di fase che stiamo vivendo.


Leonardo Mazzei Fonte: campoantimperialista


25/12/09

CARTOLINA DI NATALE


25 dicembre. Di nuovo Natale. Catenarie, candele, vetrine spruzzate di figurine stilizzate, pastori di compensato con l’indice verso un qualche ‘scortolo’ del paese, luminarie accese ovunque, ma prive di gioia e stupore per quel bambino nato in una capanna palestinese 2000 e rotti anni fa. Niente di nuovo. Le solite cose. Le solite facce. I soliti ‘carri armati’ che gironzolano rumorosi e puzzolenti alla ricerca di un introvabile posto macchina con a bordo pasciuti cafoncelli padani pronti ad assaltare, dopo le messe di rito e i bagordi odierni, i paradisi dello ski center. Per loro eventi, eventi e ancora eventi. Meravigliosi, unici! Per noi, meno epicurei, la solita noia appesantita dall’ipertrofica iconografia natalizia dispiegata in ogni dove, che stride con la realtà delle cose: soltanto un ciclo temporale che si chiude preludendo all’apertura di un altro. In questi giorni di massima finzione, mi viene da pensare a lei signor Parroco. A quella enorme canonica in cui è recluso da oltre dieci anni con i suoi pensieri e le sue ansie, la sua solitudine. Penso alle tante prediche che in anni di cura d’anime avrà preparato per questa festosa occasione e per questa comunità che delle sue parole, in tutta evidenza, non gliene frega niente e va in chiesa per pura abitudine. Che tristezza! Ma lei capisce perfettamente, ha occhi per vedere e orecchie per sentire. E allora delle due l’una: o sta fingendo, come fanno i ‘fedeli’, oppure si sta trattenendo. Dato il periodo, faccio un fioretto e le concedo la seconda ipotesi. Mi chiedo allora se non le sia mai balenata l’idea di dirglielo chiaro, almeno una volta. Di sbottare furioso da quel pulpito, ormai solo virtuale, per questa immonda commedia che il suo insensibile gregge recita ogni anno, seppur sempre più svogliatamente; di cantargliele secche a quei fingitori incalliti che della sua missione pastorale e del suo impegnativo compito di guida spirituale non gliene può importar di meno. E soprattutto mi chiedo se una comunità, così evidentemente succube del materialismo in cui è immersa, possa anche avere un recondito sotterraneo afflato di spiritualità. Sinceramente ne dubito. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa. In più di 10 anni alla guida della parrocchia una qualche idea se la dovrebbe essere fatta. Io penso male e sto peccando di superbia, lo so, ma vedo soltanto ipocrisia. Credo che quando si aderisce a qualcosa, per esempio a una fede, ogni azione dovrebbe esserne convintamente conseguente. E invece qui tutto si riduce alla riproposizione di una vuota liturgia di atti e parole prive di significato da parte sua, e di una pappagallesca e svogliata presenza in chiesa da parte dei ‘fedeli’.
E allora riflettendo mi rendo conto che senza una sua complicità questa commedia non potrebbe venir recitata. Dunque devo toglierle quell’attenuante che le avevo appena concesso qualche riga sopra. Penso che neppure lei sia granché convinto di ciò che dice. Se lo fosse agirebbe diversamente. Penso che lei, per quieto vivere (e per quel che può) cerchi di allontanare o rimuovere del tutto i pensieri più ‘ingombranti’: la coerenza le costerebbe troppo. Così come fa tutta la Chiesa cattolica. Ecco perché essa lotta con forza inaudita soltanto in difesa dei simboli e dei significanti. Mai, con eguale veemenza (e coerenza), per il loro significato autentico e profondo. Ecco perché voi ecclesiastici (rare eccezioni a parte) evitate sempre di rispondere e vi tenete alla larga dal merito delle tante questioni che vanno a compromettere l’equilibrio di quel creato di cui tanto parlano le Scritture e che sono la ragione del disfacimento del mondo. A precisa domanda opponete il silenzio. Parlate d’altro. Vi nascondete. Fate i muri di gomma.
Si ricorda di quella lettera che le portai in canonica dieci anni fa, il 31 dicembre del 1999? Ebbene, nonostante le rassicurazioni che a voce mi diede un po’ di tempo dopo, sto ancora aspettando la sua risposta. Ma sono fiducioso: sono passati appena 3647 giorni! Vede, signor Parroco? Non mi resta che il sarcasmo. Lei ovviamente non mi risponderà mai più. Forse non ricorda neppure il contenuto di quello scritto. Ma non importa. Sono perfettamente abituato al silenzio delle ‘istituzioni’, laiche o religiose che siano, e all’impostura che questa gente, grazie anche al secolare lavorio della Chiesa, ha perfettamente assimilato e ben pratica. E so bene che per lei l’importante è che la domenica, e maggiormente nelle solennità comandate, in chiesa entri il maggior numero di ‘fedeli’ (qualcuno dei quali magari con la Ferrari lasciata ben in vista davanti alla canonica) e che sul bollettino parrocchiale, che anch’io ricevo, possa raccontare, di tanto in tanto, di quell’umanità paesana che non c’è e che a forza di far finta si è convinto ci sia.

un Peccatore irredimibile

22/12/09

NATALE, SULLA PROVINCIA NEVICA





Tra i lari confortevoli,
un sentimento conserva
i sentimenti passati.
Cuore contrapposto al mondo,
come la famiglia è verità!
Il mio pensiero è profondo,
sto solo e sogno rimpianto.
E com’è bianco di grazia
Il paesaggio che non so,
visto per la vetrata,
della casa che mai avrò!

Fernando Pessoa



IL POETA E' UN FINGITORE?
Fernando Antonio Noguero Pessoa, nasce e muore a Lisbona, nel breve spazio di tempo compreso tra il 1888 ed il 1935. Molte delle sue opere (quasi tutte pubblicate dopo la sua morte) le scrive attribuendole ai suoi eteronimi, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro ed altri minori. Molti si sono soffermati sulla straordinarietà di questo autore e sulla sua originalità. A noi interessa soprattutto questo suo modo di essere e di non essere, relativo alla sensazione dolorosa e stupefacente di sentirsi attori di se stessi e dei propri sentimenti, interpreti di realtà modificate e modificabili da improvvisi quanto inaspettati cambi di scena su un palcoscenico in cui si susseguono maschere tragiche, poi comiche, poi ancora tragiche, ad libitum, e che mutano in misura dei nostri stessi disperati mutamenti. Ci interessano le sue "voci di dentro" attraverso le quali esprime la propria lucida inquietudine. E con Pessoa ci domandiamo se il poeta è davvero un fingitore e se è vero che "finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente". E poco importa se il dolore nasce dai sogni, dalla paura della follia, dalla consapevolezza della propria solitudine o dalla grande indifferenza delle stelle. È dolore, comunque.
Anna Intartaglia

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

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Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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