15/04/09

CONTO ALLA ROVESCIA


Globalizzazione, esaurimento energetico, poche alternative, mistificazioni, perdita della sovranità monetaria e problemi ambientali: il mondo (e l’Italia) è in ginocchio. Appunti per non farsi incantare. E per non credere in false aspettative.


La fede non è cieca. È visionaria. Soprattutto in questo momento. E avere “fiducia” in un sistema che crolla, una Italia fallita e nessuna possibilità di ripresa, più che un atto di fede è ormai pratica disperata. Tolti i temi religiosi, considerato che in questo caso vogliamo parlare di cose tutt'altro che spirituali, è il caso pertanto di eliminare le credenze di qualsiasi tipo e attenersi ai fatti. Con due premesse, anzi tre. La prima: eliminare i dogmi significa fare tabula rasa di quanti sino a ieri lodavano il mondo nel quale vivevamo e, dopo averci condotto al disastro attuale senza abbozzare la benché minima esegesi o critica, pretendono oggi di essere ascoltati ancora. La seconda: ciò che ci apprestiamo a fare è la realizzazione di un mosaico composto da alcuni punti chiave sui quali riflettere; sui quali lasciamo a chi legge l'onere di trarre conclusioni. Con un suggerimento: razionalità. E ora la terza e ultima premessa: cerchiamo di arrivare a capire la situazione attuale per quella che è e soprattutto a pensare al futuro per quello che verosimilmente potrebbe essere. Non per quello che vorremmo o ci auguriamo che sarà. Va da sé che la cosa implichi realismo assoluto. Ebbene, è - o dovrebbe - essere chiaro ormai a tutti che siamo arrivati al countdown finale. Qualcuno, sappiamo per certo, bollerà quanto andiamo a scrivere come pessimismo cosmico e disfattismo. Non ci interessa. Siamo convinti di fare unicamente opera di puro - e salutare - realismo. Che è quello che serve, a meno di non pendere dalla labbra di personaggi come l'attuale Presidente del Consiglio, che a fronte della situazione intima agli italiani di lavorare di più e di avere fiducia nella ripresa dell'economia. Su quali basi non è dato sapere. Per chi si sottrae alla confusione mediatica, invece, è fin troppo facile mettere a fuoco i motivi per i quali avere fiducia nella ripresa del nostro modello di sviluppo ormai in crisi è non solo un atto, appunto, visionario, ma anche colpevole. Colpevole della propria sorte e di quella degli altri, in primo luogo dei nostri figli e nipoti. Così come è colpevole il silenzio di chi, venuto a conoscenza di dati tanto allarmanti quanto incontrovertibili, si ostina a non diffonderli. E dunque a mantenere la gente nell'ignoranza più totale. C’è l’economia, al centro del nostro modello di sviluppo. E per capirne il tracollo dobbiamo scrutare nei suoi meccanismi. Come se si trattasse della scatola nera di un aereo precipitato. Beninteso, La Voce del Ribelle è contro il nostro sistema di sviluppo in sé. Arrivati al punto in cui siamo non ci si può però esimere dall'entrare nel dettaglio pratico dei motivi per il quale sta crollando. E dei motivi per il quale non risorgerà. Globalizzazione, finaziarizzazione, tessuto industriale, perdita della sovranità monetaria, petrolio ed energie, ecosistema. Tutti ambiti collegati strettamente al fattore economico, come è inevitabile che sia, visto che al centro del nostro sistema di sviluppo, ormai in fase terminale, c’è proprio l’economia. Ed è al suo interno che si deve scrutare, come nella scatola nera di un aereo precipitato, per cercare di capire le cause che hanno portato allo stato attuale. Soprattutto per capire cosa non è lecito aspettarsi - ovvero in cosa è lecito non avere fiducia - al fine di prendere davvero coscienza della situazione. Centriamo il tutto sull'Italia, anche se tutti i temi, strettamente collegati tra loro, fanno parte ormai di una problematica mondiale.
Un sistema auto-divorante Cosa che ci introduce subito al primo tassello del mosaico. Ovvero la globalizzazione. Partiamo da oggi e andiamo rapidamente a ritroso: oggi dobbiamo consumare per poter lavorare. Una volta era il contrario: si lavorava per poter consumare, ovvero per vivere. Non solo: oggi lavoriamo anche per coprire dei debiti di varia natura. La voracità del mercato e della natura intrinseca del sistema stesso ci ha imposto di consumare sempre di più, anche oltre le nostre possibilità. E dunque ricorrendo ai debiti, che sono principalmente di due ordini: economici ed ecologici, o meglio, eco-compatibili. Nella fase attuale ci troviamo nella situazione di chi ha speso molto più di quanto ha guadagnato e ha contratto talmente tanti debiti da non poter spendere nulla di più e anzi, da essere costretto a lavorare come uno schiavo solo per fare fronte ai debiti da saldare. E il conto è salato. Tanto salato da rendere impossibile che si arrivi ad estinguerlo. Non solo: la natura stessa di questo meccanismo, ovvero della ricerca del massimo profitto delle aziende, che si sono preoccupate solo di produrre al minor costo possibile, ha innescato, dalla rivoluzione industriale in poi, una lunghissima serie di reazioni a catena e di effetti collaterali che hanno precipitato la situazione mondiale in una selva di errori, alcuni dei quali irreparabili. Questi non hanno fatto altro che spingere il sistema stesso al collasso al quale ci stiamo rapidamente avvicinando. Ne sono testimonianza, tra le altre cose, i crescenti scontri civili in varie parti del mondo. Troppi nodi sono venuti al pettine. Tutti riconducibili a un unico, madornale errore: sviluppo infinito in uno spazio finito. È irritante, quasi inconcepibile, pensare a come tutto il nostro modello di sviluppo si fondi sulla responsabilità di chi ha basato i propri calcoli (e la sedicente "scienza" economica) su questo errore e ci ha portato allo stato attuale per non aver compreso (o peggio, tenuto nascosto) un assunto da prima elementare: dato uno spazio finito quanto potrà crescere al suo interno un contenuto? Ancora di più è incredibile come si sia potuto nascondere a miliardi di persone una verità tanto elementare. Naturalmente parliamo delle persone che vivono all'interno di questo modello, non già di chi lo subisce sotto forma di guerre e sfruttamento. Soprattutto, è incredibile come una quantità così piccola di persone abbia potuto sprofondare il mondo intero in questo stato. E come tutti si siano fatti docilmente conquistare e ridurre in schiavitù senza ribellarsi. Comprati - letteralmente - da promesse fasulle su un futuro impossibile, elettrodomestici a basso costo e mignotte da teleschermo. Non è un caso che chi invece aveva colto l'assurdo del nostro modello sia stato messo a tacere attraverso l’oblio e l’ostracismo. Che si tratti di intellettuali, politici, scienziati o saggisti, chiunque abbia tentato di far capire l'errore di fondo è stato silenziato per non disturbare i gruppi di potere, i manovratori dei fili, nel raggiungimento del loro intento. Mediante la commistione dei poteri economico-politico e mediatico si è riusciti a sabotare, quasi del tutto, qualsiasi pensiero non conforme. Entrare in possesso, ovvero avere accesso a dati scientifici e prodotti intellettuali fuori dalla logica attuale, pertanto, è stato ed è compito non facile. Preclusi ai più, questi testi fortunatamente filtrano in piccola parte attraverso saggisti, intellettuali, giornalisti ed editori indipendenti - nel senso letterale del termine - e coraggiosi. E attraverso la "luce" che ogni tanto si accende nella mente delle persone. Sopra a tutto, e in particolare oggi, l'esigenza di accedere a tali dati per confermare le proprie intuizioni in seguito agli effetti che viviamo della caduta dell'industrialismo e dell'economicismo, apre nuove possibilità di conoscenza. Che devono essere perseguite. La crisi attuale è esplosa per una congerie di motivi tra loro collegati, e tutti riconducibili all'errore primigenio. Sopra a tutti l'esplosione (dagli effetti non ancora manifestati del tutto) dell'ultimo stadio di questo diabolico dogma, ovvero la finaziarizzazione. Il tentativo di creare ricchezza dal nulla - letterale - e di moltiplicarla esponenzialmente senza considerare gli effetti reali di una speculazione avvenuta su binari virtuali. Ovvero falsi, inesistenti, puro esercizio grafico su fogli di carta. Dai reali, questo sì, effetti devastanti sull'economia e la vita vissuta. Su quest'ultimo punto non è il caso di tornare sopra. A meno di essere totalmente incoscienti si ha oggi una percezione più che nitida dello stato delle cose. Ciò che si fatica ancora a vedere e a mettere in prospettiva, sono invece altri fenomeni collegati, i quali sono poi quelli che dovrebbero indurre a capire perché il richiamo alla fiducia nella ripresa di questo sistema dovrebbe essere considerato come un crimine contro l'umanità. Il nostro sistema si basa sullo sfruttamento. Di risorse umane e naturali. E produce dei "rifiuti". Umani e naturali. I quali sono arrivati oggi a dei punti di non ritorno.
Energia? Esaurita È iniziato il conto alla rovescia riguardo l'energia. Il petrolio, materia prima che ha permesso l'espansione del capitalismo industriale, sta finendo. Malgrado le poche scoperte annuali di nuovi giacimenti, e malgrado le guerre di conquista dei territori che ne contengono in maggiore misura, la curva di produttività sta rapidamente scemando. Stiamo raggiungendo, peraltro, la curva di rendimento. In parole molto semplici: tra poco per ogni barile di petrolio estratto dovremo impiegarne un altro per estrarlo. Mentre è facilmente comprensibile - o dovrebbe esserlo - capire cosa questo comporti a livello globale, altrettanto non si può dire di chi si ostina a credere a fonti di energia alternative. Qualcuno ipotizza di iniziare a depredare nuovi giacimenti di carbone. Qualcuno sostiene il nucleare. Qualcuno addirittura l'idrogeno. Partiamo da quest'ultimo. Prima mistificazione: l'idrogeno è una fonte di energia. Sbagliato. L'idrogeno è un vettore di energia. È un elemento che non esiste allo stato naturale. Per procurasi l'idrogeno si deve ricorrere ad altre fonti di energia. Vero è che una volta bruciato (calore o conversione energetica) si produce come scoria solo innocuo vapore acqueo, ma il problema è a monte: per estrarlo e lavorarlo si devono usare processi chimici ed elettrolisi. E dunque elettricità. E siamo da capo. L'energia necessaria per produrlo è superiore a quella che si ottiene a processo finito. Rispetto alle energie alternative è in corso una seconda farsa: non si tratta di alternative ma di derivative. Senza considerare il punto cruciale ulteriore, che ci porta dritti e rapidamente a un altro aspetto. Le scorie, i rifiuti. È iniziato il conto alla rovescia per il nostro pianeta. E sempre per effetto del vizio originario. Le scorie che produciamo non si eliminano, ma si accumulano. I materiali che estraiamo e i sistemi con i quali deprediamo il pianeta non sono infiniti. Stanno finendo. Ma mentre per il secondo punto le conseguenze non sono ancora arrivate al punto zero, per il primo abbiamo già compromesso molto di ciò che avevano a disposizione. Ciò che bruciamo finisce nell'atmosfera, nei nostri polmoni, nel cibo che mangiamo, nell'acqua che beviamo, nei mari. L'era dell'automobile è finita. Solo in un mondo folle si poteva pensare che fosse normale passare due ore al giorno nel traffico per andare al lavoro senza che questo aspetto avesse un impatto psicologico sulla qualità della vita e uno fisico sull'inquinamento. La via d'uscita non è quella di trovare una nuova fonte di energia, con gli inceneritori (solo nel nostro paese, pelosamente, vengono chiamati termovalorizzatori che non valorizzano proprio nulla, ma semplicemente inceneriscono i rifiuti per volatilizzarli nei nostri polmoni e nel terreno che coltiviamo e sul quale alleviamo). E non è nemmeno nel nucleare, che è una tecnologia incompleta, visto che produce scorie dannosissime per le quali ancora oggi non è stato trovato un sistema di smaltimento sicuro e definitivo oltre al problema dell’uranio, che anch’esso, prima o poi finirà. Stesso dicasi per altri fonti energetiche che bruciano qualcosa (carbone, legno...) e che immettono nell’aria altri rifiuti. L'unica prospettiva realistica pertanto è quella di consumare meno energia. Ovvero di usare quella che non produce scorie (sole, vento) ma a patto di tenere bene a mente che questo tipo di energia non sarà mai sufficiente a mantenere il consumo attuale. Il che significa averne a disposizione molta meno di quella che abbiamo utilizzato sino a ora depredando la terra, inquinando le nostre vite e modificando il nostro pianeta. Dunque, si tratterà di cambiare sensibilmente il proprio stile di vita. E di fare i conti con chi, pur di non modificarlo, continuerà a uccidere la terra e il futuro dei propri figli.
“Tessuto industriale”. Per cosa? È iniziato il conto alla rovescia, peraltro, del tessuto industriale, soprattutto di quello invischiato nel gioco globale. E non solo per i motivi energetici che abbiamo visto. Ma anche per altri due motivi: da una parte il fatto che la merce ha saturato le umane possibilità di accumulo e acquisto; dall'altra parte per il fatto che il nostro Paese, perdendo posti di lavoro in seguito alla delocalizzazione delle aziende verso mercati con un costo del lavoro più basso e nessuna regola contrattuale, non è più in grado di consumare, né di fare debiti per continuare a farlo. Con una popolazione impoverita, fiaccata da precariato e disoccupazione, schiacciata dai debiti già contratti e senza possibilità di farne altri, come si può sperare in una ripresa industriale? L'errore delle aziende è stato proprio quello di non comprendere che la delocalizzazione ha permesso sì a loro di ridurre i costi e massimizzare i profitti sul breve termine, ma allo stesso tempo ha ridotto le possibilità di acquisto (ovvero il denaro che i lavoratori erano in grado di spendere dopo averlo guadagnato) di chi poi avrebbe dovuto comperare. Produrre altrove e ridurre la forza lavoro in Italia ha contribuito a bloccare il circuito, falcidiando la capacità di acquisto proprio nello stesso luogo in cui la merce prodotta altrove tornava per essere venduta. Senza considerare la provenienza indiscriminata di altri prodotti da parte di altri Paesi (vedi la Cina), a costo ancora più basso. Con lo sfruttamento assoluto del presente si è finito col bruciare tutto il futuro possibile. Ora, realisticamente, con una popolazione impoverita, fiaccata dal precariato e dalla disoccupazione, con debiti economici già contratti e dunque nessuna possibilità di acquisto, come è possibile sperare in una ripresa del tessuto industriale? Chi comprerà cosa? E con quali soldi?
Stato italiano: economicamente fallito È iniziato il conto alla rovescia per lo Stato italiano nel suo insieme. E la causa principale ha la data di un evento preciso: quello della perdita della sovranità monetaria. Aspetto economico e politico al tempo stesso. Molti ancora non si rendono conto di questo meccanismo. Il che non è strano, considerata la difficoltà dell'argomento. Lo approfondiremo in altra circostanza, ma ora in un periodo o due cerchiamo di impostare il tema. Logica vorrebbe che uno Stato sovrano fosse padrone della propria moneta. Cioè che i cittadini italiani stessi fossero padroni della propria moneta. Ovvero che un istituto statale preposto alla cosa stampasse moneta secondo le esigenze interne e, soprattutto, in base a un controvalore certo. La Banca d'Italia, in teoria, dovrebbe essere questo organismo. E molti ancora oggi credono che sia così. Accade invece una cosa assurda: la Banca d'Italia non è un organismo statale, ovvero degli italiani. La Banca d'Italia è un istituto privato - ovvero posseduto da pochi privati - nella fattispecie una Spa, per giunta controllata da altre banche anch'esse private (come IntesaSanPaolo, Unicredit e Capitalia) le quali hanno, come in tutte le società per azioni, il solo scopo di guadagnare (ancora: guadagno privato). Dunque di non servire a una funzione pubblica. Ancora, e più importante: la moneta attualmente in circolazione nel nostro Paese non è nostra. Ma ci è stata prestata. Da chi? Dalla Banca Centrale Europea. La cosa è evidente: se il popolo è sovrano - la nostra Costituzione questo dice... - perché mai dovrebbe essere costretto a chiedere in prestito la moneta? In prestito si chiede una cosa che non è propria. Appunto. Inoltre, ed ecco che il cerchio si chiude, come tutte le cose in prestito, anche la moneta si deve rendere. Con un interesse. Ergo, la moneta che la Bce - attenzione: banca privata anch'essa, ovvero posseduta da pochi privati - è stata "autorizzata" a stampare e far circolare nella Unione europea e della quale ha monopolio assoluto (ovvero è l'unica moneta accettata legalmente) viene prestata allo Stato italiano. Il quale la deve rendere con un interesse. Come avviene la cosa? Lo Stato italiano ha bisogno di denaro; la Bce lo stampa e glielo conferisce dietro l'emissione di titoli di Stato (praticamente delle cambiali) che lo Stato italiano si impegna a onorare, ovvero a pagare, con la maggiorazione di un interesse. A chi? Alla Bce. Ai privati che posseggono la Bce. Una volta che i Titoli di Stato arrivano a scadenza, lo Stato italiano deve onorarli, ovviamente maggiorati dell'interesse. Ebbene, attenzione: gli interessi gravano in misura decisiva sul nostro debito pubblico. Debito pubblico del quale sentiamo parlare in ogni trasmissione televisiva senza avere mai spiegazione in merito ai motivi reali della sua provenienza. E senza che uno straccio di conduttore si premuri, come deontologia professionale vorrebbe, di chiedere al politico di turno di spiegare la cosa. Riepiloghiamo: un gruppo di soggetti privati è autorizzato a stampare denaro, lo presta a tutti noi a fronte di un interesse, decide quanto deve darcene e decide a quale tasso darcelo. E attenzione: i conti dell'Italia sarebbero a posto. Il bilancio primario del nostro Paese, ovvero la differenza tra le entrate tributarie e le spese dello Stato (stipendi dipendenti pubblici, servizi eccetera) è ampiamente superiore allo zero. Il che significa che è in attivo, non fosse che per quanto abbiamo detto. Come mai allora abbiamo uno dei più alti debiti pubblici del mondo? Tirate voi le somme. La domanda alla quale rispondere per leggere un po' il futuro è dunque la seguente: visto che attualmente lo Stato italiano non riesce a pagare non solo gli interessi, ma neanche gli interessi sugli interessi, e vista la situazione produttiva del nostro Paese, la perdita dei posti di lavoro e la impossibile speranza di vederli ricomparire secondo il sistema di sviluppo precedente alla crisi, quale possibilità razionale c'è anche solo di ipotizzare il sistema con il quale pagare tali debiti. E quando? Basteranno i nostri figli? O i figli dei figli dei nostri figli?
Fiducia in cosa, dunque? Sapete cosa può - temporaneamente - fare finta di salvarci? Un'altra bolla. Un'altra speculazione. Un altro spostamento in là dei nodi attualmente al pettine. Il mercato, i padroni del vapore faranno di tutto per inventarsela. E i media ufficiali, che ai signori sono collegati, faranno di tutto per non raccontare le cose come stanno e per coprire per l'ennesima volta lo stupro sistematico dei cittadini.Aspettare una nuova bolla - sia pure senza considerare quanto abbiamo detto in merito al petrolio, all'energia e ai problemi ecologici dietro l'angolo - equivale però a dire che non si tratta di un salvataggio. Ma di uno spostamento nel tempo dello schianto. Una dilazione che non farebbe altro che peggiorare la situazione, peraltro. Caricando le generazioni - attenzione: non quelle che sopravverranno tra qualche secolo, ma già quella attuale e quelle immediatamente successive - del conto che nel frattempo si sarà gonfiato ancora di più a dismisura.Cosa aspettarsi? Immaginatelo voi stessi. Con un suggerimento di metodo, però: seguite la logica e il ragionamento. Pensate a cosa può accadere, non a cosa vorreste che accadesse. Tanto meno a cosa ci dicono che accadrà. Insomma, ragionate con la vostra testa e non fatevi abbindolare dai richiami di politica e media: esattamente quei richiami che hanno portato (per molti inconsapevolmente, per altri colpevolmente) allo stato attuale delle cose. La prossima volta proveremo a ipotizzare il momento zero. Perché ci aspetta e va pertanto affrontato. Con forza, onore e dignità. Certo, cambiando sensibilmente le proprie abitudini. Sul prossimo numero proveremo a ipotizzare qualche azione da intraprendere - e da subito - per non farci trovare del tutto impreparati nel momento in cui i processi che abbiamo delineato arriveranno a compimento.

Valerio Lo Monaco

13/04/09

VENERDI' SANTO


Barbara gente che non apprezzi il silenzio,
la tranquillità, il paesaggio.
Barbara gente che odii le piante, che non cogli il valore
della loro presenza benefica.
E della frescura e dei colori e dei profumi che esse ti regalavano
nei meriggi e nelle sere d’estate.
Barbara gente che per la tua ignavia e insensibilità
ben note
hai permesso quest’ultima strage.
Così in un venerdì santo d’aprile
i pubblici vandali hanno di nuovo colpito.
E, vigorosi e sani, nel loro momento di vita migliore,
i tigli sono caduti.
Annichiliti nell’ora del risveglio da motosega comunale selvaggia.
Perché infierire sulle piante di un parco scolastico
e di una pubblica via?
E eliminarne anno dopo anno un paio o tre?
C’è sempre una scusa:
la litania è nota.
Barbara gente che non intuisci quale sia la ragione
di un albero in un piccolo parco.
Non forse abbellire e dare sollievo?
Questo è Tesero.
E la sua barbara gente.
Qualcuno, nel Palazzo,
lavatosene pilatescamente le mani,
avrà assecondato la folla insipiente
che sempre a Gesù preferisce Barabba.
La folla che corre esultante
a raccogliere la ramaglia e il legno appena abbattuti.
Che gioisce per quell’inaspettato (?) colmèl
da caricare gratis sull’ape.
Qualcun altro avrà invece esultato
per quel posto-macchina
che la mattanza, davanti alla casa, ha liberato.
E vicino alla scuola,
l’Innominato
avrà fatto valere il suo peso non ancora del tutto svanito.
E avrà preteso ancora un gesto di riconoscenza.
L’ultimo, forse.
Barbara gente la tua indifferenza fa paura.
Così come la superficialità con cui lasci decidere
della sorte di un segno di civiltà fondamentale.
Così come di tutto ciò che non senti egoisticamente tuo.
Ora è chiaro.
Stava non è stata un caso.
Barbara gente, se fosse per la tua preveggenza,
per la tua sensibilità,
per la tua capacità di imparare la lezione,
per te,
se dipendesse solo da te,
di Stava moriremmo ogni anno.
Barbara gente di Tesero
sei stolta e volgare.
Non apprezzi nulla che non sia la tua vanagloria.


A. Dannati

12/04/09

IL CROLLO DELLA NOSTRA ONNIPOTENZA


Di fronte a tragedie come quella dell’Aquila provo un sentimento di profonda vergogna. Per la mia impotenza. Per la mia inutilità. Penso che se uno non può far nulla di utile farebbe meglio a girare la testa da un’altra parte. E invece guarda la tv. E c’è qualcosa di molto ambiguo, oltre che di morboso, in questo voyeurismo del dolore e della sofferenza altrui. "La sofferenza degli altri fa bene. Questa è la dura sentenza" scrive Nietzsche con la sua spietata lucidità. È un sentimento inconscio, naturalmente, che non esclude affatto una commozione sincera ma la accompagna. È come quando si va ai funerali di un amico. Da una parte c’è un dolore autentico, dall’altra l’inconfessata e inconfessabile soddisfazione, per contrasto, di essere ancora vivi. Eppoi c’è l’ambiguità di un mezzo come quello televisivo. Che per sua natura, trasforma inevitabilmente in spettacolo tutto ciò che tocca e quindi anche il dolore e la sofferenza. E ci specula. Il Tg1, alla fine di un telegiornale pieno di immagini di morte e distruzione, è arrivato a vantarsi, snocciolando compiaciuto, fasce orarie, picchi d’ascolto, degli share ottenuti con le trasmissioni sul terremoto, superiori a quelli della concorrenza. Non so chi abbia potuto suggerire al direttore uscente di quel Telegiornale una tale esibizione, che definire di cattivissimo gusto è poco. Finisce, momentaneamente, la rappresentazione della tragedia e inizia la pubblicità, il mondo virtuale da cui sofferenza e dolore sono esclusi e esistono solo felicità, benessere, le "opportunities", le digestioni facili. Questo mondo virtuale, falso, è già irritante in situazioni normali ma accostato alla realtà della tragedia diventa semplicemente indecente. Io credo che per rispetto dei morti, e soprattutto dei vivi, nel caso di tragedie di questa portata bisognerebbe sospendere la pubblicità per qualche giorno piuttosto che dichiarare "lutti nazionali" che non si è mai capito bene in che cosa consistano. Poi ci sono i rappresentanti delle Istituzioni. Probabilmente è giusto che facciano sentire, anche con la loro presenza fisica, la vicinanza dello Stato, ma pur se animati delle migliori intenzioni è inevitabile che si facciano pubblicità, per quanto involontaria, a spese dei morti. E ci sono gli uomini politici. Dario Franceschini è andato in Abruzzo senza avvertire nessuno, in veste anonima, "per non essere seguito dalle Tv e dalle radio e farsi pubblicità". Ma poi l’ha raccontato in televisione. Un terremoto, in quanto tale, non ammette discussioni. Però penso che la gente farebbe bene a fidarsi di più del proprio istinto e meno della tecnica e dei suoi guru. La gente d’Abruzzo aveva sentito, intuito, che in quei "flussi sismici", dichiarati nella norma, c’era qualcosa che non andava tanto che in un paesino, il giorno prima della scossa avevano fatto una processione per chiedere a Nostro Signore di non far arrivare il terremoto (ciò che è successo dopo la dice lunga su quanto tenga conto delle nostre preghiere). Ma la stragrande maggioranza ha finito per fidarsi dei tecnici. Tranne alcuni, che si sono salvati. Mi ricorda la vicenda del cieco e del suo cane il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. L’ordine, nei grattacieli in fiamme, era di stare calmi, di non muoversi, che sarebbero presto arrivati i pompieri e i mezzi a risolvere tutto. Ma il cane non sapeva né leggere né scrivere e, tantomeno, aveva orecchie per ascoltare. Fece ciò che l’istinto gli dettava; si precipitò giù dalle scale trascinandosi dietro il cieco, salvandosi e salvando il suo padrone. Anche noi siamo degli animali e dovremmo recuperare almeno un po’ di questa nostra natura oggi troppo sacrificata alla razionalità della tecnica. Infine se la tragedia dell’Aquila ha un senso è di ricordarci la nostra fragilità, di limare la nostra ubris, il delirio di onnipotenza che ci fa credere di poter controllare tutto. Esiste il Caso, che i Greci chiamavano Fato al quale anche gli dei dovevano sottomettersi. Siamo, tutti, sospesi a un filo. E non dovremmo aspettare tragedie come quelle dell’Aquila per ricordarcene.

Massimo Fini

05/04/09

LE PASSIONI SECONDO J.S.B.


Johann Sebastian Bach nell’arco della sua vita compose cinque Passioni, in una stesura completa. Di queste, solo due ci sono familiari: la Passione secondo San Matteo e la Passione secondo San Giovanni. Queste due erano state lasciate da Bach in eredità al figlio Karl Philipp Emanuel, che nel carattere, come coscienza e serietà, ricordava molto il padre. Le altre tre partiture finirono al figlio più anziano, Wilhelm Friedemann. dal carattere debole e che le circostanze costrìngeranno a separarsi poco per volta dai manoscritti paterni. Delle tre Passioni che ereditò, due dobbiamo considerarle irrimediabilmente perdute. La Passione secondo San Luca si differenzia da quelle di Matteo e Giovanni per un certo numero di particolari e sembrerebbe trattarsi di una stesura molto precedente a quelle due. Il lavoro è in prevalenza nel "vecchio" stile, con largo uso di corali e impiego relativamente scarso di arie e cori di stampo lirico e drammatico. Una di queste arie, Selbst der Bau der Welterschuttert, in effetti sembra essere in qualche modo una sorta di tentativo ed è piuttosto debole, ma le altre arie ed i cori non mancano di forza e di individualità e non sfigurano al confronto con le migliori Cantate bachiane del periodo di Weimar. La storia è tratta direttamente dai Capitoli XXII e XXIII del Vangelo di Luca e i recitativi ed i cori seguono l’originale parola per parola. Come nella Passione di Giovanni e di Matteo, il ruolo dell’Evangelista è affidato al tenore e quello di Gesù al basso. Lo stile melodico dei recitativi è immediatamente individuabile come bachiano mentre le concatenazioni armoniche dell’accompagnamento paiono qualitativamente inferiori ai lavori successivi. L’organico orchestrale comprende due flauti traversi, due oboi, fagotto, due violini e una viola. La scrittura per il fagotto ha un rilievo particolare e lo studioso bachiano Philipp Spitta notò che Bach mostrava una speciale predilezione per questo strumento durante la sua permanenza a Weimar, probabilmente perché nell’orchestra che ivi operava si trovava un suonatore di fagotto particolarmente bravo. Di notevole interesse sono i corali, parecchi dei quali Bach ha inserito nella Passione secondo Matteo e nelle Cantate. Era altresì uso che i fedeli si unissero al canto delle melodie dei corali, e per questa ragione venivano impiegati inni a loro già noti. Nonostante la presenza di elementi tipicamente bachiani nella Passione secondo San Luca, più volte sono stati espressi dubbi sulla sua paternità. Mendelssohn, che nel 1829 riportò alla luce e ripropose la Passione secondo Matteo, alimentando così quel rinnovato interesse per Bach dopo circa un secolo di oblio, contestò decisamente la Passione secondo San Luca. In una lettera all’amico Franz Hauser, che si era procurato il manoscritto, scrisse: "Mi spiace che tu abbia sborsato così tanti soldi per la Passione di Luca. Certo, per un manoscritto, quale è, non hai speso molto, ma indubbiamente non si tratta di opera di Bach. Tu mi chiederai: ‘Su quali basi dici che la Passione secondo Luca non è musica di Bach?’ Sul piano intrinseco. È deplorevole che debba sostenere questo, quando il manoscritto è diventato tuo, ma guarda solo il corale Troste mich und mach mich Satt! Indubbiamente la mano che lo ha scritto è quella di Bach. Ma è troppo lineare. Lo ha copiato. ‘Di chi è, allora?’ dirai. Di Telemann, di M. Bach, di Alt Nichel, di Jung Nichel, di un qualche Nichel? Che ne so? Non è di Bach". Mentre le parole di Mendelssohn esercitarono una profonda influenza durante il XIX secolo, gli studiosi moderni arrivarono a saperne molto di più sul come eseguire la musica corale di Bach, e così non diedero più molto peso alla sua opinione. Allorché Mendelssohn ripropose la Passione secondo San Matteo, fece uso di un coro di tre o quattrocento elementi, stabilendo così un modello che sarebbe durato fino agli anni Venti di questo secolo. Un tale numero di voci non solo era di gran lunga sproporzionato rispetto a quelle (al massimo cinquantacinque) che Bach aveva a disposizione a Lipsia, ma addirittura perde ogni senso se si considera che lo stesso Bach considerava un coro di dodici elementi un minimo accettabile. Che la delicata struttura della Passione secondo San Luca non possa sostenere un coro di trecento voci è certamente fuori discussione: anzi, per la maggior parte degli studiosi moderni, non c’è musica di Bach che lo regga. Un fatto comunque resta certo: il manoscritto fu redatto da Bach di suo pugno. Inoltre nel frontespizio reca le lettere J.J. (Jesu, Juva! Gesù aiutami!), con cui regolarmente Bach contrassegnava le partiture di musica sacra, e che - per quanto sappiamo - non mise mai su copie di lavori altrui. Inoltre la "calligrafia" stessa ci riporta chiaramente al periodo bachiano di Lipsia, probabilmente ad una data posteriore alla composizione della Passione di Giovanni e di Matteo, anche se la musica in sé appare meno "matura" e sviluppata di quanto non sia in queste due. Il grande studioso e biografo di Bach, Philipp Spitta, dopo accurato studio arrivò alla conclusione che questa Passione è non solo genuinamente bachiana, ma è la prima delle cinque. Susseguentemente la Bach-Gesellschaft riconobbe l’autenticità dell’opera e la incluse nell’edizione completa delle opere. Wolfgang Schmieder, che curò il catalogo definitivo delle composizioni di Johann Sebastian Bach, ne concluse pure la genuinità. Ma la sola autenticità non sarebbe poi del tutto sufficiente se la musica mancasse di quella preziosa bellezza che siamo soliti trovare nelle composizioni sacre di Bach. Fortunatamente tale bellezza si trova in abbondanza anche in questo lavoro, che accomuna drammaticità d’ispirazione e varietà melodica. Non possiamo però mancare di citare il parere di Albert Schweitzer, che nel libro su Bach, a proposito della Passione secondo San Luca, scrive: "La Passione secondo San Luca non può essere di Bach, ma deve trattarsi dell’opera di qualche sconosciuto che Bach ha copiato inserendovi qua e là opportune modifiche: gli unici punti in cui brilla un po’ di luce". Come si vede, dunque, la questione resta aperta e fa sì che la maggior parte degli odierni studiosi di Bach – sia a livello specialistico, sia in scritti di più ampio respiro storico enciclopedico – o affrontino con cautela l’argomento evitando di prendere posizione pro o contro l’autenticità dell’opera, o addirittura tralascino di trattare l’argomento (è il caso ad esempio di Paul Steinitz, che nel quinto volume della monumentale The New Oxford History of Music, dedicato alla musica sacra di quel periodo, non ne fa alcuna menzione). Alberto Basso, autore di uno dei più recenti contributi critici all’opera di Bach, ribadisce che "[...] spuria è una Lukas-Passion, pervenuta autografa ma sicuramente copiata da un manoscritto di altro autore, forse intorno al 1712". Forse in un futuro si potrà dire la parola definitiva su questo lavoro che, pur non essendo fra i maggiori del suo genere, è indubbiamente una testimonianza non trascurabile sul grande di Eisenach e sulla pratica che egli aveva di copiare musica di altri autori, assimilandola e trasformandola con l’impronta inconfondibile del suo genio. Impronta che si nota sicuramente anche in questa Passione e che eleva la materia musicale, facendola brillare di luce nuova.
Marco Berrini

02/04/09

IL GRANDE INGANNO


Ciao Lorenzo, guardati questo, se non lo hai già visto. Forse cambierai idea sul nucleare.
Inchiesta trasmessa domenica 29/03/09 da Report: probabilmente l'unico programma non taroccato della televisione italiana.

30/03/09

2013: NUOVA MOBILITA' IN FIEMME?


I mondiali del 2013 dovranno caratterizzarsi per un cambio di stile nel nostro modo di “mobilitarci”. Parola di Alberto Pacher, vicepresidente P.A.T. nonché assessore ai trasporti, che sabato scorso, 28 marzo, a Ziano, ha aperto il lavori del convegno sulla mobilità sostenibile in val di Fiemme. Bene, anzi benissimo. Era ora. Tra i paesi alpini l’Italia, quanto ad auto-mobilità individuale, manco a dirlo, spicca infatti al primo posto. Siamo i più maleducati d’Europa. Se potessimo useremmo la “macchina” finanche per andare al cesso. Certo l’ingerenza della Fiat nelle politiche dei trasporti dei governi del Belpaese non ha agevolato nel tempo né lo sviluppo dell’intermodalità, né il formasi di un sentire collettivo del rispetto ambientale. E il full immersion nel falso mito di libertà rappresentato dall’automobile, in cui l’ingannevole pubblicità ci sta affogando da decenni, non contribuisce a farci prendere coscienza dei clamorosi problemi che l’auto-mobilità individuale ha generato e continuata a generare. Ma finalmente, pare, siamo al capolinea. Ora la misura è colma. Impossibile proseguire. I dirigenti dell’umano gregge nostrano hanno capito che è necessario cambiare. Il tempo è propizio. La crisi economica in atto e la non più così influente lunga mano della multinazionale torinese negli affari generali nazionali dovrebbero facilitare il trapasso verso qualcosa di alternativo e di migliore. Le diverse voci presenti al convegno di Ziano hanno cantato all’unisono. In particolare Massimo Girardi (Transdolomites) e Marcella Morandini (Convenzione delle Alpi), snocciolando dati incontrovertibili, hanno contribuito a rafforzare l’idea che il vento, anche per noi, stia davvero cambiando. Lo speriamo vivamente. Anche la P.A.T. sembra appunto essersene convinta e l’ente pubblico provinciale – ha assicurato Pacher – farà la sua parte. Ottimo. Turismo e mobilità – dice bene Girardi – nel territorio alpino e dolomitico, si condizionano vicendevolmente. Sono ovviamente importanti fattori economici e sociali ma al contempo la loro sinergica azione di lancio e rilancio si ripercuote negativamente sulla salute e sull’ambiente. A questo punto però il turismo, pena un’inesorabile de-qualificazione, necessita vengano date immediate (e giuste) risposte a una mobilità che sta pesantemente condizionando la qualità della sua offerta. Non bastano – continua infatti Girardi – gli alberghi a 4 stelle se poi all’interno dei nostri paesi le auto negano al turista la tranquillità. Giusto. Ma basterà invece la volontà politica di cambiare? Evidentemente no. Il percorso verso la redenzione dovrà superare l’ostilità di una massa imponente di persone auto-dipendenti difficilmente intenzionate a cambiare abitudini. E se è vero che per raggiungere l’obiettivo di una mobilità alternativa modulare ed eco-compatibile è fondamentale operare su strutture e infrastrutture di supporto, lo è altrettanto, e forse di più, che nel mentre si procede alla loro realizzazione venga intrapresa una massiccia azione di risveglio delle coscienze individuali assopite. Qui entrano in gioco scuola e amministrazioni locali. Perché per ostacolare per quanto possibile la nefasta azione della pubblicità bisogna agire attraverso una lenta azione culturale di disintossicazione, attraverso l’informazione capillare e attraverso l’esempio. Per cambiare è fondamentale entrare in un altro ordine di idee. Il mezzo pubblico infatti, per quanto tarato e studiato sulle esigenze di una mobilità sempre più complessa e interconnessa, non riuscirà mai a soddisfare la pigrizia individuale al pari dell’automobile privata. Per raggiungere l’obiettivo prefisso serve che disciplina, consapevolezza e volontà diventino patrimonio di tutta la collettività e che, per esempio, l’assoggettamento ad un orario prestabilito ed il viaggiare su un mezzo pubblico non vengano più percepiti dalla maggioranza della cittadinanza come penalizzazione o equivalenza di inferiorità nei confronti di chi si muove “liberamente” in auto, ma viceversa come azioni di emancipazione sociale virtuose e progressiste. E per il principio d’autorità soltanto quando anche chi amministra si convincerà pienamente della superiore e improcrastinabile necessità di una mobilità alternativa e avrà la capacità di trasmetterla alla cittadinanza sarà possibile puntare e poi raggiungere l’obiettivo. Ma se invece gli amministratori, che a parole sostengono il cambiamento, inconfessabilmente di ciò convinti non sono e, ad esempio, evitano sdegnosi di usare il mezzo pubblico e fanno un uso improprio dell’auto privata, o ancora, se iniziative virtuose quali Mobilityamoci vengono lanciate senza che da parte degli insegnanti si pretenda che alunni e genitori vi aderiscano appassionatamente e senza defezioni, e chi più esempi ha più ne metta, per quanti progetti e infrastrutture si potranno proporre e realizzare la mobilità alternativa di fatto si concretizzerà soltanto nell’ennesima trovata pubblicitaria da far girare sui depliant dei prossimi campionati di fondo o poco più.

L’Orco

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog