22/02/09

IL CAPITALISMO PUO' CAMBIARE DI SEGNO MA NON CAMBIA DI SENSO


La crisi finanziaria ed economica che stiamo subendo mostra tutta la ferocia disumana del capitalismo. Prevista e in un certo senso lasciata fluire ci è piombata addosso con l’intensità metaforica di uno tsunami. Non è dato sapere quanto durerà mentre ci è stato ampiamente annunciato che produrrà una quantità incommensurabile di macerie, creando ancora più povertà di quella già esistente. Non m’intendo di economia e le modestissime riflessioni che posso fare le ricavo leggendo le analisi di chi se ne occupa professionalmente. Ma m’è sorta spontanea una fortissima indignazione nel sentire i telegiornali e leggere le informazioni che quotidianamente riportano da mesi il disastro in cui ci ha trascinato la gestione mondiale della ricchezza da parte di un’oligarchia criminale che sta al vertice del sistema bancario. Ho bisogno di esprimere la rabbia che mi sale per l’ingiustizia e la prepotenza intollerabili che ci sovrastano. Ciò che è chiaro è che il sistema finanziario mondiale è stato diretto verso l’implosione. Una fase prevista da diversi mesi, coccolata e lasciata fluire a vantaggio di logiche e volontà speculative, che ha visto saltare gli equilibri, divenuti incontrollabili, su cui si reggeva il continuo spropositato aumento della ricchezza di chi già era ricco. Dipendendo l’intera economia dagli andamenti finanziari, questo crollo rovinoso non poteva che trascinare l’insieme delle masse umane, sempre appositamente escluse dai lautissimi guadagni finanziario-speculativi, verso condizioni di vita disastrose, non ancora bene quantificabili e definibili perché in progress. Finanza creativa? Insomma, chi non ha perché escluso dalla possibilità di avere, una volta che chi ha accumulando continuamente sulla pelle degli altri va in crisi e fallisce, si trova scaricato sulle proprie spalle il peso maggiore di una crisi di cui non è responsabile e che non ha né cercato né contribuito a creare. È questo il senso tragico, drammatico e profondo del sistema su cui si sorreggono l’andamento delle cose e i destini degli esseri umani nel mondo. Cos’è successo? Da circa due decenni ha preso piede in modo spropositato quella che con un eufemismo viene chiamata “finanza creativa”. Teoricamente sta ad indicare la capacità di trovare soluzioni e ideare manovre finanziarie atte a migliorare situazioni compromesse bisognose di una rapida crescita. Di fatto si muove sul mercato globale, sfuggente quindi ai controlli nazionali, ed usa strumenti altamente sofisticati e carichi di rischi all’insaputa degli investitori che, fiduciosi e inconsapevoli, si trovano così truffati da intermediari ed emittenti. Ogni volta che si affidano alle banche i propri risparmi o i propri fondi pensioni per investimenti o mutui, questi vengono usati in operazioni finanziarie spericolate per aumentare i capitali, secondo la filosofia di fare soldi puramente attraverso i soldi. Imbonito da suadenti offerte dormi sonni tranquilli mentre loro giocano coi guadagni sudati della tua fatica a favore delle banche e a tuo rischio, senza che tu riesca nemmeno a capire come. Ma è stato fatto qualcosa di più. In America in particolare, abbindolando i clienti li si è incentivati a fare debiti al di sopra delle proprie possibilità. Mutui facili, che poi venivano reinvestiti amplificando all’infinito attraverso il gioco dei derivati, così chiamati perché non si reggono su un valore proprio, ma sostanzialmente dipendono da altri titoli, o addirittura da altri derivati. In realtà non sono altro che sofisticati contratti di assicurazione, per cui per ogni banca che si assicura c’è un’altra banca che accetta una scommessa. Tecnicamente l’emittente cede a terzi un credito inesigibile, ovvero realizza un guadagno che serve a coprire perdite precedenti. In pratica si è speculato sul nulla, o quasi, spingendo ignare persone a indebitarsi, facilitando all’inverosimile il credito e facendo finta che ci fosse una montagna di soldi, mentre in realtà nella massima parte era virtuale. Si è seguita la logica assurda per cui l’offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. Non poteva durare all’infinito. Come suggerisce con arguzia Zygmunt Bauman, vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. A un certo punto il giocattolo s’è rotto mettendo a nudo tutta la sua evanescenza, scaricandosi sulle vite sia di chi si era illuso di dormire sonni tranquilli sia di chi, povero da sempre, non si era mai nemmeno sognato di partecipare al gioco. Com’era prevedibile, e gli esperti superpagati lo sapevano tutti, si è generata una gigantesca bolla speculativa che ha mandato in vacca il fatiscente meccanismo. In questo vortice di aumento monetario continuo attorno a titoli derivati che non si sorreggono su un valore proprio, la corsa costante ad investimenti ha generato un eccesso incontenibile, al punto che sono venuti meno nuovi investitori, non più disposti ad acquistare ulteriori diritti ad un prezzo che nel frattempo era diventato troppo elevato. Come una bomba a orologeria innestata, è scoppiata la bolla: il valore dei titoli è sceso repentinamente e si è assistito a un crollo inarrestabile delle quotazioni, trascinando indiscriminatamente in un baratro senza fondo l’intero sistema. Il castello di carta, la ricchezza virtuale che aveva generato privilegi iperbolici a dirigenti senza scrupoli è svanita in poche ore, intaccando economia produttiva, salari, occupazione. Mentre prima solo pochissimi godevano dei lauti guadagni di questa truffa generalizzata, ora invece paghiamo tutti indistintamente il fallimento della loro ingorda follia. Per avere un’idea di massima della spinta di avidità senza fine verso un accaparramento di ricchezza fatta di qualcosa molto simile ad un’illusione, basti pensare che il mostruoso mercato dei titoli derivati ha raggiunto i 55.000 miliardi di dollari, quattro volte il Pil degli USA. Mercato che nella massima parte dei casi si è svolto al di fuori e al disopra di quello ordinario delle borse. Per capire ancora meglio, si stima che nell’ultimo decennio in America dietro ogni dollaro di aumento del Pil, l’aumento di reddito dell’economia reale, c’erano cinque dollari di crediti. Una montagna di attività finanziarie sovrasta la produzione di cose, di beni e servizi reali. Il Pil nazionale era solo una frazione rispetto alla bolla dei debiti che c’era dietro. Ma il sistema andava a pezzi. Di fronte a questo disastro annunciato, che non era più possibile né frenare né bloccare, vista la mala parata cos’hanno fatto i potenti della terra? Per tentare di correre ai ripari hanno tirato fuori una quantità spropositata di fondi e di capitali, che al contrario sono sempre stati sistematicamente negati per interventi atti ad elevare la qualità sociale. Sono intervenuti gli stati che, usando a discrezione i soldi dei contribuenti, hanno soccorso banche e banchieri per salvare il sistema che andava in pezzi. Per prima l’America, da cui è partito il disastro, ha sganciato 700 miliardi di dollari a favore di Wall Street. Poi l’Europa: sommando i piani nazionali che hanno applicato le direttive del vertice di Parigi si arriva a un costo che in dollari raggiunge i 2400 miliardi, più del triplo di quanto stanziato dagli USA. Una montagna di miliardi gratis per beneficiare i criminali che hanno deciso di affondarci tutti, mentre da decenni non sono disponibili i 30 miliardi che occorrerebbero per risolvere il problema della fame nel mondo. Intanto stiamo entrando in recessione a livello globale. In soldoni significa perdita di posti di lavoro, disoccupazione, aumento della povertà. Intanto i dirigenti bancari responsabili del disastro invece di essere condannati sono stati premiati con liquidazioni da nababbi. Intanto, come ci fa notare Federico Rampini, i contribuenti saranno duramente colpiti quando comincerà ad arrivare il conto in termini di pressione fiscale. Il poderoso aumento dei deficit pubblici per il salvataggio bancario si sovrappone a una congiuntura economica disastrosa e a una recessione che a sua volta deprime le entrate fiscali. Dopo aver dissanguato le casse pubbliche per rimediare agli errori dei banchieri, bisognerà trovare risorse per sostenere la crescita, per alleviare i settori industriali in crisi, per fronteggiare l’aumento dei disoccupati. Lo stato dunque è diventato il salvatore dei mercati, che si pretenderebbero liberi da controlli e da indebite interferenze statali o di chicchessia. A latere di tutta questa vicenda è affiorato anche un abbozzo di dibattito, che sarebbe comico se il tutto non fosse altamente tragico. Da più parti si farfuglia di una rinascita del socialismo, dovuta ai salvifici interventi statali. Povero socialismo! Sorto e pensato come progetto universale per ricondurre la gestione della ricchezza al bene comune delle collettività, viene letteralmente stracciato e ridotto ad interventi statali d’urgenza per salvare e rimettere in piedi il suo contrario, il capitalismo, in specie la sua versione finanziaria globalizzata. Non si tratta di pura ignoranza. Sono convinto che dietro simili assurdità teoriche ci sia malafede, funzionale ad allontanare una seria riflessione sulle possibilità d’un’alternativa vera. Acuta in proposito una riflessione di Ruffolo, che mostra come i beneficiati, invece di starsene buoni grati per ciò che è stato loro regalato senza che se lo meritassero, non abbiano mai abbassato la cresta nonostante il disastro provocato e, mai sazi, continuino a pretendere con grande arroganza. «Il vero pericolo che nasce da questa crisi non è che lo stato divenga padrone del mercato, ma che ne diventi lo schiavo … il tono dell’opinione “liberista” è perentorio: paghi lo stato e paghi subito … si affannano oggi a chiedere allo stato, che finora consideravano non la soluzione, ma il problema, la soluzione del problema. Si affrettano però ad invocare cautela contro ogni tentazione di mettere le mani sui meccanismi “autoregolatori” del mercato.» Alla faccia della rinascita del socialismo! Non condivido neppure quei pochi che, spinti da un ottimismo fuori luogo, hanno intravisto l’inizio di una crisi a tutto campo del capitalismo in quanto tale. Se è vero che questa crisi ha una virulenza particolarmente forte e che, dimostratosi altamente fallace, sembra si sia incrinato il sistema di concentrazione finanziaria consolidato, è però anche vero che da sempre il capitalismo ci sfodera periodicamente crisi capaci di mettere in ginocchio. Si potrebbe dire che vive di esse, che ne ha bisogno per riassestarsi, che attraverso le sue crisi periodiche nel lungo periodo alimenta se stesso. Fragilità e impotenza Sono convinto che l’uragano passerà, l’economia mondiale non sarà travolta e non ci sarà un vero collasso del sistema. Semmai questa volta mi sembra evidenziato che si tratta innanzitutto di una crisi di valori, irrisolvibile a livello strutturale. Ma il capitalismo è ancora troppo forte, soprattutto in assenza di un progetto alternativo anche solo minimamente credibile. Il fatto è che la crisi di valori è insita nella sua natura. Come può modificarsi con valori eticamente validi, come alcuni oggi si augurano, oppure marciare verso un “rientro morale” come auspica Hirsch? Alla base del suo esserci ci sta esclusivamente la tendenza all’arricchimento personale, attraverso il profitto o la rendita, lasciando l’autoregolazione per la diffusione di un benessere comune ad inesistenti “mani invisibili”, quelle di cui si illudeva Smith. Nei fatti il capitalismo imperante dimostra ogni giorno che alimenta soltanto avidità e cupidigia a scapito di qualsiasi altro valore sociale o collettivo. Questa crisi ha ben messo in evidenza tutta la nostra fragilità e la nostra concreta impotenza. Noi che viviamo lavorando con stipendi e salari che ci costringono ad economizzare su ogni cosa. Noi che non riusciamo a trovare un lavoro stabile, stressati dall’incubo di non avere soldi a sufficienza. Noi umili e ultimi della terra, costretti a lottare quotidianamente per una vita un minimo dignitosa e per assicurarci la dovuta sussistenza. Siamo in completa balia del capitalismo, sistema onnivoro e ingordo che si fonda sull’accumulazione personale a danno di tutti gli altri. D’istinto vorrei cercare di sottrarmi il più possibile a questa piovra divoratrice. In assenza di un progetto alternativo credibile mi sento spinto a rispolverare le banche di mutuo soccorso proudhoniane, di proporle aggiornandone senso e contenuto. Sarebbero tendenzialmente luoghi e momenti in cui i subordinati e gli ultimi potrebbero mettere insieme i frutti del loro lavoro, autogestirli direttamente in comune senza più darli alle banche. Ci troveremmo perlomeno riparati dai venti malefici di crisi come questa e avremmo una base reale per difenderci e pensare cosa costruire al loro posto.


Andrea Papi

19/02/09

BEVERLY MILLS


Il 17 febbraio del 2009 passerà alla storia come il giorno in cui Silvio Berlusconi vinse due volte. Il cavalier Berlusconi, infatti, ha stravinto in Sardegna, grazie alla sua ben nota capacità di combinare populismo e interessi economici, (nel caso della Sardegna i suoi principali alleati sono stati quei costruttori che trasformeranno l'isola in una colata di cemento), e ha vinto sul terreno politico-giudiziario, riuscendo a evitare una condanna per corruzione in atti giudiziari grazie a una legge che va sotto il nome di lodo Alfano. Il cosiddetto lodo, che dovrebbe tutelare le alte cariche dello stato, è stato controfirmato dal presidente della Repubblica e congegnato con tempestività da Berlusconi per evitare la spada di Damocle del caso Mills. Questa la gravità dell'accaduto. Ora il lodo Alfano deve ancora essere sottoposto al vaglio della corte costituzionale ma intanto è riuscito a evitare che un presidente del consiglio fosse condannato, sia pure in primo grado, per un reato gravissimo, indegno di qualsiasi uomo politico in un sistema democratico. Ci preme fornire alcune chiavi di lettura del processo che si è concluso ieri con la condanna a 4 anni e 6 mesi per David Mills, l'uomo che costruì l'impero off shore del gruppo Fininvest e che disse davanti ai Pm, prima di ritrattare: «Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro» (600.000 dollari!). In un paese civile basterebbe quella frase per indurre il capo del governo alle dimissioni, nel sistema berlusconiano invece le leggi ad personam, ovvero il conflitto d'interessi che si traduce poi in ogni campo, da quello giudiziario a quello politico ed economico, nella combinazione minuziosa di interessi pubblici e privati, è diventato un sistema di governo, un modello politico e culturale. Non c'era nulla di casuale nel comportamento assunto dal presidente del consiglio nella fase successiva alla vittoria elettorale: quando Berlusconi nell'aprile del 2008 ha portato a casa la maggioranza del parlamento ha capito subito che da Milano sarebbe potuto arrivare un verdetto assai insidioso e così con una spregiudicatezza senza precedenti, ha mandato all'aria le illusioni veltroniane di un confronto civile tra maggioranza e opposizione e ha paralizzato il parlamento per dar vita al lodo Alfano. Lo scaltro leader del Pdl sapeva, ben consigliato dai suoi legali, che nel processo Mills c'erano tutti gli elementi per una condanna pesante e così applicando il suo sistema di governo ha fatto leva sui suoi poteri pubblici per difendere i suoi interessi privati. Non basta, gli uomini del cavaliere hanno pensato a tutto. Gli osservatori più attenti ci ricordano infatti che nella riforma della giustizia che dovrebbe essere approvata dal parlamento c'è una chicca: gli atti del processo Mills non potranno essere acquisiti in un eventuale processo a Berlusconi, qualora in un prossimo futuro il cavaliere non fosse più coperto dallo scudo del lodo Alfano. In tanta amarezza politica resta l'ironia della sorte: nel dispositivo di condanna si prevede che l'avvocato Mills risarcisca la presidenza del consiglio italiano. Più vincente di così non si poteva.

Bruno Perini

17/02/09

SCRICCHIOLIO SUPREMO E SINISTRO



Le ultime settimane ci hanno regalato altri segni di cedimento del sistema economico globalizzato. A causa di una serie di scompensi clamorosi l'intero sistema bancario britannico stava per essere congelato per decreto assieme ai conti correnti dei cittadini di Sua Maestà. L'amministrazione Usa, nonostante la svolta annunciata da Barak Obama, si guarda bene dallo smantellare il potere di ricatto dei banchieri legati alla Federal Reserve. Ancora i media stanno più o meno occultando la questione dei debiti incalcolabili (pari a mezzo pil del mondo più o meno) che stanno nelle pance delle banche europee senza dirci chi siano i creditori. Ma anche se disponessimo di altre informazioni ormai la sostanza del problema è chiara. Occorre un cambio di passo, una catarsi, una svolta. E occorre pensare a muoversi. Ribadisco per l'ennesima volta che le notizie faticano a circolare anche perché nel mondo il 90% dei media main-stream è posseduto da sole 10 conglomerate. Ogni contributo è ben accetto.


L'IPER-FRODE L'economista americano Micheal Hudson, intervistato di recente da una televisione iraniana, ha ribadito per l'ennesima volta che la crisi economica di questi ultimi mesi avrebbe una funzione ben precisa: quella di permettere ai big dell'economia mondiale di prepararsi ad un nuova stagione mondiale dopo aver letteralmente arraffato asset reali alla gente che fa lavori «veri». La modalità è perversa e si sintetizza così: «dare i soldi dei creditori ai debitori e lasciare a secco i creditori». I primi passi della presidenza di Barak Obama sarebbero la conferma di una ipotesi che appare sempre più verificata dai fatti. Stavolta il gioco però si fa più complicato rispetto alla crisi del 1929. «Lo scricchiolio è supremo e sinistro» ho letto su un commento ironico ma non troppo ad un piccolo reportage pubblicato su Youtube. Ad ogni modo stavolta giocare col fuoco potrebbe provocare uno schianto di dimensioni planetarie e grazie alla globalizzazione il giocattolo potrebbe rompersi, anche quello delle elite bancarie che hanno avviato questo processo sperando di lucrarvi. Alcuni passaggi inquietanti di questo percorso li ho illustrati in un mio articolo pubblicato su lasberla.net. In quel pezzo ho puntato l'indice sulla condizione delle banche dell'eurozona che da sole detengono nei loro bilanci quote immani di debiti derivanti da titoli tossici. La cifra è incredibile. Ben 18 trilioni di euro; in pratica meno della metà del Pil del mondo. Sempre in quel pezzo ho scritto che la strategia degli aiuti pubblici alle banche nasconde (male peraltro) il piano grazie al quale intere porzioni di stati potrebbero passare in mani private. E la situazione internazionale in queste ultime settimane rimane fosca.


IL GRANDE CRAC Il quotidiano britannico Daily Mail, era il 24 gennaio, ha rivelato che «... Il ministero del Tesoro stava preparando l’ordine di chiusura degli sportelli bancari, lo stop alle transazioni elettroniche ed il blocco totale dei bancomat. Il primo ministro Gordon Brown stava per apparire in tv a reti unificate per annunciare che l’intero sistema finanziario inglese sarebbe stato nazionalizzato». In pratica una apocalisse finanziaria che si sarebbe potuta espandere in un baleno al resto del mondo. Pare che in quelle ore decine di conti di super ricchi siano stati svuotati in contanti dai titolari, temendo che di lì a qualche giorno non ci sarebbe più stata liquidità per nessuno.


LO SCENARIO Oggi questo è il quadro degli eventi. Io non so se il mondo ne uscirà indenne. Forse per avere una speranza c'è bisogno che si rompa le ossa. Ma credo che le diagnosi senza uno straccio di cura valgano poco. Siamo obbligati perciò a guardare prima avanti, poi indietro alla storia e poi a guardare dentro di noi. In questi anni ho sentito tante possibili soluzioni: decrescita felice, ritorno ad una nazione basata sui valori della tradizione precristiana o pagana (concetto quasi evoliano), neocomunismo, capitalismo etico e solidale, democrazia del web, Venus Project e tanti altri.


LA PROSPETTIVA Al momento mi limito a dire solo una cosa. La storia ci insegna che elite ristrette hanno sempre o quasi avuto la meglio nei confronti della massa. Lo strumento principale è stato non la forza, ma la manipolazione del senso del limite. La chiesa ad esempio per secoli ha fondato il suo potere arrogandosi l'interpretazione di questa sorta di hybris, limite che in alcune fattispecie è vitale per la nostra sopravvivenza. Oggi le elite bancarie (che come dice Massimo Fini sono solo le mosche cocchiere perché la carrozza in realtà non la governa più nessuno) hanno il bastone del potere per ragioni identiche ma opposte. Ovvero perché si sono arrogate in un certo qual modo il titolo di vestali di un sistema senza limiti che può sempre crescere all'infinito, dando benefici a tutti. Falso. In questo modo sono state mandate al macero relazioni umane, spiritualità (che può avercela pure un ateo), etica ed estetica, valori condivisi. È chiaro che in una società complessa la società medesima tende a strutturarsi come una piramide perché gli uomini sono diversi uno dall'altro. È pacifico che le comunità avranno sempre delle leadership. Ma per scongiurare gli effetti perversi che una tendenza del genere si porta in seno, bisogna apportare correttivi costanti. In pratica la base della piramide deve essere sempre vicina al vertice e con questo deve potere interloquire fino a poterne modificare gli indirizzi. Le condizioni di benessere e di conoscenza della base non devono mai essere troppo differenti da quelle del vertice. Con una certa scadenza le leadership vanno cambiate dal basso verso l'alto, anche passando per le spicce, combattendo la loro innata tendenza all’ autoconservazione.

Marco Milioni

RACCONTARE L'EMERGENZA DEMOCRATICA IN TEMPO



Governa l'Italia un pirata, re d'affari: ateo come tutti i caimani, veste livrea clericale; da trent'anni spaccia oppio televisivo e aborre l'intelligenza, ma non sbaglia un colpo nei calcoli del tornaconto; sostenuto dai preti, occuperà i rimasugli dello Stato; perciò voleva scardinare la res judicata imponendo il nutrimento coatto con norme penali decretate d'urgenza. Dal Quirinale arriva un avviso: l'eventuale decreto non sarebbe pubblicato; e lui minaccia rendiconti plebiscitari. Ventiquattr'ore dopo insulta il padre d'E.E. spiegando a milioni di italiani che vuol disfarsi della figlia scomoda (l'aveva già detto un monsignore); la proclama idonea a gravidanza e parto; farfuglia torvo d'una Carta da riscrivere; vuol legiferare da solo, mediante decreti, in una corte dei miracoli tra asini che dicono sì muovendo la testa»

Franco Cordero, «La Repubblica» , 14 febbraio 2009

Un anno fa, quando un manipolo di giornalisti e intellettuali si riunì a Roma per lanciare l'idea di Pandora TV, parlammo di "emergenza democratica". Indicammo la Costituzione come il più probabile bersaglio dell'offensiva rivoluzionaria del Padrone di questo paese. Le cose avvengono in fretta, più velocemente di quanto molti si sarebbero aspettati. Purtroppo avevamo ragione. Ma il Padrone non si combatte con appelli. Di appelli ci siamo stufati, specie di quelli che vengono promossi da coloro che hanno legittimato il Padrone mentre diventava tale. Il Padrone si combatte solo sul terreno dove ha vinto e dove continua a vincere: sull'informazione e sulla comunicazione. Prima che l'Italia, come dice Cordero, si trasformi in una corte di asini consenzienti. Ancora non lo è, per nostra fortuna e speranza.

Giulietto Chiesa

15/02/09

IL DENARO


Nel momento in cui quasi ovunque si pone la questione del «ritorno allo stato», c'è da chiedersi: in nome di quali interessi? A volte la corruzione politica assume forme che la legge non punisce. Un anno fa, il 1° gennaio 2008, la banca americana JPMorgan Chase ha nominato suo consulente part time l'ex premier britannico Anthony Blair: un incarico di tutto rispetto, dato che il compenso è di 1 milione di sterline l'anno (1,06 milioni di euro). Difficile immaginare che JPMorgan gli avrebbe offerto una sinecura del genere se ai tempi in cui risiedeva al numero 10 di Downing Street avesse preso decisioni invise alle banche, magari per evitare un tracollo finanziario. E c'è anche da chiedersi se solo il caso abbia portato Gerhard Schroeder a diventare, nel marzo 2006, consulente di un'impresa di pipe-lines, filiale di Gazprom, da lui tenuta personalmente a battesimo ai tempi del suo cancellierato in Germania. Remunerazione annua: 250mila euro. Ecco l'acido commento di uno dei suoi compagni socialdemocratici: «Non posso fare a meno di trovare un po' indecoroso che un uomo di stato sia a tal punto ossessionato dal denaro». Ora è venuto il turno di George W. Bush, che si sta preparando alla sua prossima carriera. C'è già una piccola anticipazione in proposito. «Terrò qualche discorso, giusto di che riempire i miei vecchi bauli. Non so bene quanto chieda mio padre - qualcosa come 50.000 o 75.000 [dollari per conferenza]; anche Clinton guadagna moltissimo». Difatti, l'ex presidente democratico dovrà sottoporre a un Comitato etico del Dipartimento di stato l'elenco dei committenti che retribuiscono la sua attività di conferenziere: così nessuno potrà sospettare Hillary Clinton di condurre la politica estera Usa nel modo più adatto per favorire surrettiziamente i guadagni dei clienti di suo marito... Nel luglio scorso Le Point, una rivista il cui marchio di fabbrica non è certo l'ostilità nei confronti di Nicolas Sarkozy, ha reso pubbliche alcune colorite espressioni del presidente francese in merito ai suoi progetti per il futuro: «Nel 2012 avrò 57 anni, e non intendo ripresentarmi. Quando vedo quanti miliardi guadagna Clinton! Io pure ne avrò di che riempirmi le tasche. Vado avanti qui per cinque anni, e poi via, a far soldi come Clinton. Centocinquantamila euro a conferenza!» Dunque, dalla casella «presidenza» si passa direttamente a quella successiva, «conferenze». Ma oltre a vendere consulenze o a tenere discorsi a pagamento c'è anche la possibilità di dirigere una mega-impresa. Se si decide di seguire quest'ultima via, non è male avere al proprio attivo un passato di ministro delle finanze. Anche per attaccarsi meglio al seno di «mamma stato» quando dispensa denaro pubblico alle banche private a rischio di fallimento. Ne sa qualcosa Robert Rubin, influente consigliere economico di Barack Obama, passato dalla presidenza di Goldman Sachs al ministero delle finanze, e poi dal ministero delle finanze alla direzione di Citigroup. Thierry Breton, ministro francese dell'economia, delle finanze e dell'industria dal 2005 al 2007, in quel periodo si era dato molto da fare per rendere più «attraente» la politica fiscale per i percettori dei redditi più elevati. Avrà modo di apprezzare direttamente i vantaggi di questa politica, dato che è stato chiamato a presiedere la società di servizi informatici Athos, dopo aver trascorso un anno presso la banca Rothschild - dove tra l'altro ha ritrovato Gerhard Schroeder. Secondo le sue stesse dichiarazioni, percepirà «uno stipendio annuo fisso di 1,2 milioni di euro, con una componente variabile che potrebbe arrivare al 120% del fisso dopo il raggiungimento degli obiettivi; ma su mia espressa richiesta questa percentuale non supererà il limite massimo del 100%. A ciò si aggiunge l'attribuzione di duecentotrentatremila stock-option alla fine del 2009, del 2010 e del 2011». Thierry Breton ha precisato poi: «Ho anche chiesto di non beneficiare di paracadute d'oro in caso di cessazione delle mie funzioni». Certo, la crisi impone sacrifici a tutti. Quando il potere costituisce, di volta in volta, la tappa necessaria di una lucrosa carriera negli affari, o il rifugio degli «uomini d'oro» alla ricerca di un rilancio, si può ancora sperare che i primi responsabili della crisi facciano la loro parte, quando si tratta di riparare i guasti?

Serge Halimi (L.M.D. 01/09)

12/02/09

M'ILLUMINO DI MENO


Spegnere le luci e i dispositivi elettronici dalle 18.00 alle 19.30 di domani 13 febbraio 2009: è la proposta che i conduttori della trasmissione quotidiana Caterpillar di Radio2 faranno per il quinto anno consecutivo. L’iniziativa M’illumino di meno, che è patrocinata dal Parlamanto Europeo, si rivolge a tutti e punta alla sensibilizzazione su un tema così sentito come quello del risparmio energetico. Come riporta il sito dell’iniziativa “I conduttori Cirri e Solibello chiederanno nuovamente ai loro ascoltatori di dimostrare che esiste un enorme, gratuito e sotto utilizzato giacimento di energia pulita: il risparmio.” Le edizioni passate hanno visto un forte e crescente coinvolgimento di singoli individui, organizzazioni, istituzioni pubbliche, associazioni, scuole e università, tutti ugualmente chiamati a mettere in atto buone pratiche ambientali. In particolare l’edizione 2008 ha visto la partecipazione di molte piazze in Italia e in Europa. Il sito cita: a Roma il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi, il Palazzo del Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama; a Verona l’Arena, a Torino la Basilica di Superga; a Venezia Piazza San Marco; a Firenze Palazzo Vecchio; a Napoli il Maschio Angioino; a Bologna Piazza Maggiore;, a Milano il Duomo e Piazza della Scala; e all’estero: Parigi, Londra, Vienna, Atene, Barcellona, Dublino, Edimburgo, Palma de Mallorca, a cui si affiancano decine di altre città in Germania, in Spagna, in Inghilterra, in Romania. M’Illumino di meno è partita lo scorso 12 gennaio e per un mese, fino appunto a domani 13 febbraio, ha dato spazio e voce a idee sviluppate, metodi e pratiche adottate per ottimizzare i consumi di energia e di risorse, per guardare a un utilizzo più razionale dell’energia partendo dalle semplici azioni quotidiane. Tra i nomi di chi domani prenderà parte all’iniziativa vi sono anche la Regione Lombardia e il WWF. Venerdì 13 alle ore 18 si spegneranno tutte le luci del Pirellone e delle altre sedi della Regione. "E’ un segnale importante: Regione Lombardia promuove da tempo buone pratiche per il risparmio energetico tra i suoi dipendenti e siamo convinti che l’obiettivo fondamentale resti quello di suscitare il coinvolgimento e la responsabilità di ciascun cittadino, ha dichiarato Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia. Milioni di gesti virtuosi, ripetuti più volte, possono davvero segnare un’inversione di rotta e la diffusione di una crescente sensibilità ecologica". Da parte sua il WWF, oltre ai suoi uffici nazionali di Roma e Milano il 13 febbraio, dalle ore 18.00, spegnerà le strutture presenti all’interno di 12 delle sue 112 Oasi protette gestite in tutto il territorio nazionale. È questa una momento importante in termini di attenzione all’ambiente; la Commissione Europea ha indetto dal 9 al 13 febbraio la settimana europea dell’energia sostenibile. Il 16 febbraio, inoltre ricorre il quinto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.

P.s.
Anche il Comune di Tesero aderirà alla meritoria iniziativa. Con facile chiaroveggenza possiamo quindi anticipare che, alle ore 18,00 in punto, la possente mano del Capo omeni del Comune, su incarico ufficiale dalla Giunta, pigerà l’interruttore di corrente e le luci della torretta di palazzo Firmian (altrimenti detto palazzo Delladio) verranno spente. Tutta la popolazione è invitata a recarsi a piedi in Piazza Battisti dove dalle ore 15,00 in poi, in attesa del mirabile evento, le maestranze comunali offriranno a tutti i presenti vin brulé e grostoli. Allieterà il pomeriggio, senza amplificazione, il duo Pedonda’s.

10/02/09

LA NOTTE DI ELUANA, A CACCIA DI SHARE


La vita è sacra ma fino a una certa percentuale di share. Se gli ascolti, come capita al Grande Fratello, sfiorano gli otto milioni, Eluana capirà. D'altra parte non c'era alcun bisogno di sospendere il popolare reality per dedicarle la serata di Canale5: il compito di presidiare la grande platea nazionale era stato affidato a Porta a Porta. Enrico Mentana e il suo Matrix sarebbero stati un inutile spreco di fatturato. Oltretutto era in onda anche Emilio Fede, l'house-organ del partito arcoriarno e tutto procedeva secondo la legge del devastante monopolio berlusconiano. Le dimissioni di uno dei fondatori dell'informazione targata Mediaset, e la cancellazione di Matrix dal palinsesto di Canale5, sono la coerente risposta di una televisione che risponde solo al suo creatore, accompagnandolo nell'escalation plebiscitaria. Quattro milioni tenuti saldamente in pugno dalle candele accese di Vespa, otto milioni incollati alle lacrime delle sceneggiate del Grande Fratello, un milione e più attaccati all'alimentazione forzata di Fede: fanno quindici milioni di anime, è la grande famiglia confortata dalla voce dei difensori della vita, è il pensiero del padrone che diventa vox-populi. Conduttori e giornalisti, telegiornali e salotti, talk-show e intrattenimento cantano (e alzeranno il volume) in coro la stessa canzone funesta, e quando un'opinione meno controllabile, fosse pure quella del direttore editoriale di Mediaset, vuole aggiungere una nota diversa, il sistema la espelle all'istante. E' il riflesso automatico di organismo vitale, costruito con pazienza, cresciuto con cura, sperimentato negli anni con i dicktat bulgari, progettato per rigettare chiunque attenti alla razza sempre più pura del corpo (televisivo) berlusconiano. Eccoci davanti alla tv di Fede, seduti in famiglia ad ascoltare la denigrazione di Beppino Englaro, un uomo tutt'altro che disinteressato visto che «il clamore voluto dal padre di Eluana ha coinciso con la manchette pubblicitaria del suo libro». Siamo tutti lì partecipi della commozione, pronti a condividere le parole accorate del padre di Terry Schiavo, mandate in onda da Vespa con la voce fuori campo che le recita mentre, come in Guerre Stellari, il testo scritto scorre sul grande schermo. «E' la morte più dolorosa che un essere umano possa subire», scrive il signor Schiavo rivolgendosi al signor Englaro. Nemmeno il tempo di immaginare le atroci contorsioni della sofferenza, che una suora ci guarda negli occhi e ci confessa che «Eluana voleva vivere», che lei non l'ha «mai sentita dire» quello che, invece, il padre Beppino ha sempre sostenuto. Sono settimane, mesi che la bella, bellissima Eluana sorride dal piccolo schermo mentre i suoi difensori la raccontano, la interpretano, la invocano, la santificano. «Eluana, quando una suora l'accarezza, reagisce?», oppure: «mi fermo davanti alle scelte della famiglia, ma ci sono altri duemilacinquecento padri e madri che fanno una scelta diversa». Con fervore Vespa domanda e sentenzia. Con voce bassa Fede insinua, raccomanda e annuncia che farà presto sentire le parole di quelli usciti dal coma. Siccome sono temi delicatissimi, i talk-show si affollano di rappresentanti delle associazioni dei malati senza speranza, pronti a giurare di aver visto Eluana «che non ha nemmeno una tracheotomia». Il linguaggio infernale della cronaca nera (il delitto di Cogne, la strage di Erba, l'omicidio di Perugia) viene riversato nel caso Englaro, l'evento va maneggiato con la stessa violenza che fa a pezzi le vittime dei killer, e scansa, come la peste, la razionalità dell'informazione, dell'approfondimento, dello sfondo culturale, del contesto, unici strumenti in grado di comunicare la complessità del tema, del fatto, del sentimento. Così nessun anticorpo potrà minare il totalitarismo della paura.


Norma Rangeri

INCANTO NOTTURNO

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Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

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Bepi Zanon

TESERO 1929

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PASSATO

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Foto Orco

ANCORA ROSA

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Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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MINU

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