16/09/08

CONSIGLIATO AI CONSIGLIERI COMUNALI DI TESERO


E chi, in tempi in cui tutto si muoveva con la massima velocità, poteva continuare a girare in bicicletta?
Morvàn infatti usava questo mezzo anche per gli appuntamenti d’affari più importanti. Il fatto di consumare più tempo non lo preoccupava per niente, perché la bici era il suo sport giornaliero. Gli altri industriali giocavano a golf, cavalcavano, correvano sui campi rossi da tennis, frequentavano la palestra ogni tre giorni. Lui andava in bicicletta, perdendo meno tempo dei suoi colleghi e con maggior vantaggio per il suo fisico.
Non v’era nessuno, ormai, che riuscisse a opporsi al fascino delle nichelature e dei brillii di un’automobile nuova. Tutti finivano per capitolare e acquistarla, perché senza automobile si sentivano ridicoli, poveri, handicappati, sforniti di qualcosa, come fossero scalzi o privi di una mano, come Muzio Scevola. L’automobile ormai adescava più delle prostitute. Era una puttana di lamiera, ben dipinta e truccata come le passeggiatrici, in armonia con i tempi e con la civiltà delle macchine. Seduceva la gente di ogni sesso e di ogni età. Se tutte le persone normali ce l’avevano, non possederla era una grave deficienza.
Le auto avevano cominciato a invadere il mondo non soltanto da vive ed efficienti, ma anche da morte. Quando non funzionavano più e il proprietario si affrettava a comprarne un’altra, spesso venivano spinte in un campo non coltivato, ossia pustòt, dove avevano giù cominciato a formarsi dei mucchi di carcasse. (…)
Morvàn si aspettava che, al punto in cui erano aumentate, il loro numero si sarebbe finalmente stabilizzato, tanto più che la popolazione non cresceva. Ma non era così. Ogni luogo ne straboccava. Ogni viale e ogni piazza erano gremiti di auto. Non era più possibile avere un’idea architettonica pulita della città, perché ogni luogo, qualunque fosse, era intasato da un numero sterminato di automobili fredde e spente, che stavano lì ad aspettare.
Ognuna di esse occupava lo spazio di trenta uomini, e proprio per questo dappertutto vie, piazze, piazzette, campielli, vicoli, v’era la sensazione di mancanza di spazio e quasi di soffocamento. In ogni crocicchio e ad ogni semaforo vi era un puzzo persistente di gas e di benzina bruciata, che distruggeva tutti gli odori della vita, come quelli del pane, del vino o dei fiori.
Poiché le auto erano tante, ferme o in movimento, spesso qualcuno si proponeva di risolvere il problema del traffico aumentando le strade. Così cominciavano i grandi lavori, ma alla fine di essi il problema della viabilità era sempre peggiorato rispetto all’inizio. Nel loro vano inseguimento al numero delle auto, strade, viadotti, ponti, superstrade, rotonde, svincoli avevano sempre perduto la partita. Erano di nuovo intasate perché nel frattempo le auto erano aumentate molto di più. Ogni spazio che veniva regalato alle automobili non produceva altro effetto se non quello di farne aumentare il numero. (…)
Iniziarono i lavori per l’edificazione di un grande parcheggio sotterraneo. Era vicino a una chiesa medioevale dove aveva predicato sant’Antonio da Padova, uno dei grandi alleati di Alvise Marcolìn. Molte ruspe con le mandibole di ferro strapparono la terra. C’era un viavai ininterrotto di autocarri che la portavano via per buttarla in qualche letto sassoso di fiume. Vi si lavorava anche di notte, alla luce delle fotoelettriche, per riuscire a finire il lavoro a tempo di record.
Era un cantiere immenso e babelico, con una certa confusione di linguaggi perché vi erano anche operai arabi, jugoslavi, filippini, turchi. Era un’opera avversata dalla maggior parte dei cittadini i quali, pur amando la comodità, non erano ancora giunti a desiderare di scendere con la propria automobile nel ventre di Udine. Tutto il lavoro dell’immenso formicaio era sentito come una violazione del sottosuolo urbano. (…) Nonostante tutte le opposizioni, aperte o in pectore, che in qualche maniera ricordavano quelle della repubblica proclamata in altri secoli dagli abitanti di Buja, in polemica con i padroni veneziani, il parcheggio fu presto finito. I posti macchina somigliavano a loculi nelle colombaie del cimitero di san Vito, ma molto più grandi, e occupati da bare di metallo che si muovevano da sé. Subito dopo l’inaugurazione del posteggio ci si accorse che il numero delle auto circolanti per le antiche vie della città, anziché diminuire, era aumentato.
Molti pedoni adesso erano stati riconvertiti in automobilisti, e l’epidemia continuava a crescere di livello. La città seguitava a soffrire di quella pestilenza crescente, senza mai arrivare al punto della morte definitiva.

Tratto da “Il Patriarcato della Luna” di Carlo Sgorlon

15/09/08

11/9 E WARFARE: IL CAPOLAVORO DI BUSH

Possiamo ora valutare in tutta la sua portata l’11 settembre, una scelta difficile per l’amministrazione USA. Bisognava fronteggiare una grave recessione iniziata sei mesi prima, a marzo del 2001 (fu resa nota ufficialmente solo a novembre). Grave al punto che l’Economist scriveva che “i profitti sono al livello più basso da mezzo secolo a questa parte, e la capacità produttiva è per il 25% inutilizzata come negli anni ’30”. Dopo il crollo del Nasdaq, Greenspan aveva tagliato più volte i tassi di interesse ma l’economia non si era ripresa. Rivelatosi inefficace ogni altro intervento, Morgan Stanley scriveva alle 8,00 dell’11 settembre che “solo un atto di guerra” poteva salvare il dollaro e l’economia. Alle 9,00 crollavano le Torri: cominciava così la gestione militare del ciclo economico, questa volta nelle mani dello staff dei Bush, che avrebbe condotto il capitalismo USA rapidamente fuori dalla crisi confermando, ancora una volta, la sua efficacia.
Prima di tutto perché l’annuncio della guerra e dell’enorme spesa militare ha bloccato il precipitare della Borsa che stava per crollare, ridando vigore alla domanda e riavviando la ripresa. Poi perché si è ottenuto questo risultato non con una guerra mondiale dopo un decennio di rovinosa depressione, come era avvenuto dopo il ’29, ma con un numero di morti trascurabile se paragonato a quello delle guerre mondiali, e dopo solo sei mesi di recessione.
Insomma l’11 settembre, rimossa la retorica della versione ufficiale si rivela in realtà come il capolavoro dei Bush.
Peccato però che non possano vantarsene.
Perché è inconfessabile non solo l’operazione in sé, è inconfessabile l’instabilità del capitalismo, inconfessabili sono le interne contraddizioni di un modo di produzione irrazionale che tende costantemente alla depressione, che può ridurre sul lastrico milioni di persone. È inconfessabile dunque che il vero nemico che rode dall’interno l’impero sia la crisi economica.
Per questo è necessario che le crisi siano addebitate non a cause endogene, ma alle minacce di nemici esterni. I media e i politici hanno perciò ripetuto per anni che l’11 settembre era stato la causa della crisi economica.
Mentre in realtà ne era il rimedio. Naturalmente gli addetti ai lavori sapevano come stavano le cose. Per esempio l’Economist del 20 ottobre 2001 scriveva che la crisi “non deriva dal terrorismo, ma dagli squilibri economici e finanziari dei tardi anni Novanta”. E Lester Thurow dichiarava sul Il Sole 24 ore del 24 ottobre 2001 che il “99,9% dell’attuale crisi economica era già in corso, anche se ora tutti danno la colpa al terrorismo”.
La crisi economica dunque è sempre stata e continua ad essere il vero inconfessabile nemico. Ma per valutare appieno l’efficacia e l’importanza che ha avuto l’11 settembre per il capitalismo USA, bisogna compararlo con i modi in cui venivano affrontate in precedenza queste crisi.
Nell’800 le crisi i sovrapproduzione erano devastanti ed estese. Venivano superate quando i fallimenti una buona parte dei capitali, permettendo ai capitali superstiti di ritrovare un mercato. Ma perché, invece di attendere la distruzione dei propri, non andare a distruggere i capitali degli altri, prendendo loro i mercati, le colonie, le risorse? È quello che avvenne con la prima guerra mondiale. “Il ciclo economico,” ha scritto Paul Mattick “era diventato un ciclo di guerre mondiali.” Ma non si può fare una guerra mondiale tutte le volte che torna la crisi e nel ’29 non fu possibile. Tuttavia negli anni ’30 si sperimentò un rimedio già noto nell’800. Rosa Luxemburg aveva dato la prima formulazione teoricamente compiuta della funzione economica del militarismo. In un saggio del 1898, con preveggente chiarezza, la descriveva come una forza “impulsiva, propria, meccanica, destinata a rapida crescita”. In polemica con Bernstein dimostrava che le spese militari erano indispensabili al capitalismo, perché costituivano un mercato addizionale per assicurare alla produzione una nuova domanda più regolare, con un ritmo di sviluppo costante. Spese che erano promosse dagli stessi capitalisti tramite l’apparato parlamentare e la manipolazione operata dalla stampa. Un tema ripreso da Gramsci che nel ’17 denunciava “le trame dei seminatori di panico stipendiati dall’industria bellica che dalla guerra ci guadagna”. Oggi lo chiamerebbero complottiamo: si trattava invece di una lucida analisi del militarismo che ha dominato il ’900, keynesismo militare prima che lord Keynes concedesse questo nome.
Lo stato insomma impedisce la distruzione di capitali indebitandosi col settore privato, ne assorbe la sovrapproduzione. Negli anni ’30, dopo qualche esperienza di spesa pubblica in Svezia, furono in particolare le spese militari a favorire la ripresa in Gran Bretagna ma soprattutto nella Germania nazista, quando nel 1934 lo stato emise le cambiali Mefo, che finanziarono il riarmo e rilanciarono in poco tempo l’economia: scadevano nel ’39, ma nel ’39 Hitler entrò in guerra.
Gli USA invece privilegiarono la spesa pubblica civile che si rivelò meno efficace di quella militare. Infatti non riuscirono a superare la depressione fin quando la spesa militare per la seconda guerra mondiale rilanciò l’economia già nei primi mesi di guerra. E questa fu un’esperienza che ha segnato profondamente la successiva gestione dell’economia: entrati in guerra nel 1941, tra guerre calde e fredde non ne sono più usciti. Gli USA insomma sperimentarono che la ripresa avviene già con la spesa pubblica militare, cioè prima della vittoria, prima di aver distrutto i capitali degli altri, prima di aver sottratto loro i mercati.
Per questo, per fronteggiare una sovrapproduzione permanente, gli Stati Uniti hanno organizzato la guerra permanente, per giustificare un flusso di spese militari permanente. Che assicura un ulteriore importante vantaggio, perché le armi così prodotte consentono di dominare i mercati, le risorse, i campi di investimento.
Questa capacità militare senza precedenti crea tuttavia non pochi problemi ai media, costantemente impegnati a costruire nemici dalle capacità apocalittiche, perché la guerra permanente, cela va sans dire, deve durare e quindi non deve essere vinta.
La Guerra Fredda è durata quarant’anni e quando è finita il russo Arbatov ha osservato che “l’atto più ostile contro gli USA è stato sottrargli il nemico”. Ma “qualcuno dovrà pur fare il nemico” ha avvertito Henry Kissinger. Si annuncia così la “guerra globale al terrore” che secondo il Pentagono dovrà durare venticinque anni. “L’anticomunismo ci era piaciuto? L’antislamismo vi entusiasmerà” ha concluso su Le Monde diplomatique Ignacio Ramonet.

Enzo Modugno tratto da “ZERO – perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso

13/09/08

BAVAGLIO


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12/09/08

TURISMO IN VAL DI FIEMME: IL PARERE DI EVGENY


Caro Euro, il tuo intervento mi lascia un pò perplesso; non tanto per alcune idee che condivido e altre no (sarebbe grave il contrario!) quanto perché mi sembra che tu faccia talvolta confusione, mescolando argomenti anche disgiunti fra loro. Non credo ad esempio che la serata di musica rap in quel di Lago abbia a che fare con il turismo teserano. E' anzi probabile che essa sia stato un evento organizzato da un gruppo di giovani che propone qualcosa di diverso dal solito "canto di montagna". Può non piacere, e a me non piace, ma serve ad aprire gli occhi sul diverso. Per quanto riguarda il turismo di massa in val di Fiemme l'ultima estate mostra che la massa può calare rapidamente. La dieta di clienti c'è stata e i dati diranno di quanto. Ma qui ci interessa poco. La mia personale opinione è che se il turismo in val di Fiemme ha assunto le attuali forme ciò dipende da una serie di scelte più o meno volontarie.
1.
L'incremento piuttosto elevato dei posti letto alberghieri negli ultimi 10 anni, garantiti da ingenti finanziamenti pubblici; questo ha e ha avuto alcune conseguenze: aumentare l'offerta nel momento in cui la domanda ristagna o comunque diviene più elastica; distorcere il sistema del mercato e dei prezzi (infatti, se costruire l'albergo mi costa la metà di quanto è il suo costo di mercato, il prezzo rifletterà il costo del mio investimento; di qui il crollo dei prezzi di soggiorno); il ribasso dei prezzi appena accennato non permette, non può garantire un prodotto di alta qualità (qualità e prezzo vanno a braccetto); per rendersene conto basta confrontare la nostra offerta turistica con quella austriaca, (e non è vero che il turista tedesco snobba l'Italia perché troppo cara, ma perché offre un'offerta turistica in proporzione deludente);
2. l'incremento dei posti letto extra-alberghieri, leggi seconde case; (non servono le leggi quando i buoi sono scappati dalla stalla e neanche serve farli uscire dalla finestra con un certificato medico);
3. la scelta, da parte della Provincia o delle apt, o di entrambi (non so), di promuovere la nostra valle nei mercati emergenti dell'Est che, almeno in un primo tempo, sono a medio-basso reddito;
4. infine: sbilanciamento del turismo invernale rispetto a quello estivo. Questo ha delle conseguenze che tutti possiamo immaginare. Il punto chiave del tuo ragionamento mi sembra chiaro: serve un turismo di classe, coscienzioso che rispetti l'ambiente, apprezzi la cultura locale, etc. Tu dici che la tranquillità è la caratteristica migliore dei nostri Paesi. Il vero prodotto. Forse. Ma se chiedi ai turisti, ti risponderanno che qui non ci tornano più perchè non ce niente, è sempre lo stesso, non cambiate mai offerta, idee. E' questa la cultura che secondo me va cambiata. Dove si deve investire in capitale umano e conoscenza. E allora il dilemma che rimane è, o offriamo quel che vogliono (e in più la tranquillità, il paesaggio, la natura che abbiamo) o chiudiamo. Mettiamo un cancello a san Lugano e che i rapper e le danzatrici se ne restino/vadano nel Paese di Trent (non tanto diverso dalle succursali valligiane). Dalla monocoltura turistica alla monocultura del nulla. O della tranquillità? Saluti

Caro Evgeny, tu mi sopravvaluti. Io non sono un sociologo, ma solo un osservatore. La mia non voleva essere un’analisi scientifica (come lo è invece la tua) del turismo in Val di Fiemme. Ma, per così dire, una sequenza di scatti fotografici, di flash. Saltando un po’ qui e un po’ lì, camminando, ascoltando e guardandomi intorno. Perché credo che tutto si tenga e tutto contribuisca a dare l’impressione complessiva che alla fine si percepisce. Hai presente il celeberrimo quadro di Picasso, "Guernica"? Ecco, con tutto il rispetto, mi rifacevo ad esso: quel quadro sembra confuso, ma dà un’idea perfetta del tutto. Alla prossima. euro

GELMINI, REGINA D'ESAMI


Poveri ingenui. Ancora lì a menare scandalo che una ministra berlusconiana, la molto materna Mariastella Gelmini, dicastero dell’Istruzione, bresciana con l’accento del Lago di Garda, reginetta dei grembiuli e della meritocrazia scolastica, imbrogliasse chilometri e smagliature burocratiche per correre da Brescia a Reggio Calabria a sostenere l’esame di Stato per diventare avvocato. Ovvio che l’ha fatto, dice lei. Laggiù era più facile passare l’esame. Si promuoveva il 93 per cento dei candidati, mentre nel gelido Nord passava solo il 31 per cento (dati dell’anno 2001). “Avevo fretta. E la mia famiglia di poveri agricoltori - aggiunge con tocco di melodramma sociale - non poteva mantenermi ancora a lungo”. Ma come?, sostengono i poveri ingenui. Con quale coraggio, sei anni dopo, sdraiata tra i velluti del ministero, annunciando tagli per 87 mila posti di lavoro, discetta di merito e rigore scolastici, lei che li scansò rifugiandosi al Sud? Con che faccia accusa d’insipide scarsità culturali i professori meridionali, lei che addirittura viaggiò una notte per riempirsene il piatto? A che titolo si impanca contro il lassismo, contro gli eccessi del buonismo didattico e dell’utopia egualitarista, tutti veleni del molto odiato Sessantotto? Poveri ingenui. Quel che tra voi è un disdoro - la furbizia, il silenzioso imbroglio di saltare una fila, il piccolo furore di agguantare a tutti i costi un vantaggio, falsificare un bilancio, evadere le tasse, irridere una regola o perlomeno aggirarla - per altri è un vantaggio e un merito. Il più luminoso dell’Era italiana che ci tocca vivere. Nella quale il primissimo cittadino, dribblando prescrizioni giudiziarie, viaggia dentro l’ammirazione dei suoi elettori, circondato da almeno due dozzine d’avvocati. Tutti agguerriti e furbi quanto la furba Gelmini.

Pino Corrias

09/09/08

CAFONI, IGNORANTI E TURISMO DI QUALITÀ


A proposito di turismo e maleducazione un recente commento, ricevuto qualche giorno fa da un amico, riferiva di episodi di inciviltà accaduti lungo sentieri di montagna altoatesini, e tanto basterebbe per far capire quanto i comportamenti cafoni si riscontrino un po’ ovunque, a prescindere. Tuttavia penso però che molto spesso la maleducazione di chi è in vacanza sia conseguenza del peso antropico di cui le località ospitanti si fanno carico e soprattutto del modo in cui gli ospiti percepiscono complessivamente la qualità di quei luoghi (particolarmente l’educazione dei loro abitanti). E qui mi si taccerà di incapacità d’analisi e anacronismo. Ovunque si faccia turismo infatti gli addetti ai lavori, si vantano, generalmente, di offrire alta qualità e di migliorarla costantemente. Tanto, a maggior ragione, in Val di Fiemme, la valle che, negli ultimi 25 anni ha probabilmente investito più di ogni altro luogo di vacanze in promozione e marketing. Chi osserva con occhio critico può però ben notare che l’economia locale, spinta forzatamente verso una monocoltura turistica, nella sostanza non proponga affatto un’offerta qualitativa di alto livello, ma persegua invece proprio l’obiettivo dell’aumento quantitativo. La compulsiva ripetizione di “eventi straordinari” di rilevanza mediatica internazionale lo dimostra chiaramente. Qui dunque si sta facendo turismo di massa, semplicemente. E di conseguenza si propone un’ offerta e si vende un prodotto per grandi numeri che si confacciano ecumenicamente a cani e porci e soddisfino (anche) quei tanti (sempre di più) maleducati che nella massa indifferenziata sono giocoforza inclusi. Ma, torno a dire che è tutto il contesto che contribuisce a qualificare o dequalificare l’offerta. Non è l’ avere o non l’avere 10 cessi, 5 docce, 3 saune, 2 televisori e internet in camera, che fa qualità. Quelle cose, chi le cerca le trova anche a Milano, a Roma, addirittura a Napoli. È l’agire pubblico della gente, i suoi comportamenti più o meno educati e rispettosi, che fanno la differenza. Così come variabili quali la tranquillità del luogo, l’assenza di rumori molesti, l’ordine civico, le proposte di svago acconce. E, su questa lunghezza d’onda, tanti altri piccoli dettagli.
L’ultima settimana di agosto è stata esemplare. Sabato 23, da Lago di Tesero, una nota associazione culturale (una fra le tante del firmamento solidaristico teserano) ha ben pensato di dare il suo contributo alla causa. E così, a partire dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata, ha deliziato gli ospiti e i compaesani (quelli che per accidente non stavano ubriacandosi al tendone di Pampeago) con un menù a base di musica rap (nel più rigoroso rispetto dunque della tradizione musicale alpina) sparata a 3000 watt e diffusa per l’esclusivo piacere uditivo di turisti e residenti, tanto che, per quella nottata, essi, in talune parti dell’abitato, si sono rassegnati a vegliare. Poi da lunedì 25 sino a sabato 30 agosto, grazie ad un’altra fondamentale iniziativa denominata Trentino Danza Estate, per 12 ore consecutive dalle 8,00 alle 20,00, nuova terapia rilassante per cervelli ed orecchi fini; altro genere musicale, ma stesso risultato. Hip pop a tutto volume, diffusa direttamente dal piazzale delle scuole elementari. In questo caso però con il vicinato (soprattutto quello più anziano) impossibilitato non solo a concedersi una breve e meritata pennichella pomeridiana, ma anche a conversare a tavola tenendo le finestre ben chiuse. Certo – e la storia del paese lo evidenzia bene – qui a Tesero c’è una componente masochistica dura a morire. Probabilmente a Cavalese e a Predazzo si propone dell’altro. Resta comunque netta l’impressione che per questa valle il modello di riferimento non sia affatto Zermatt. Nessuna auto bandita dai centri storici abitati, niente serate silenziose, niente cura del verde all’interno dei paesi (salvo rare eccezioni), niente piazze tranquille nelle quali poter conversare in pace. Seppur con un contorno diverso, qui si riproduce all’ospite la fantasmagoria dell’ habitat di città e gli strateghi della promozione, forse per eccesso di zelo o forse per deficienza mentale, scimmiottano lo stile volgare, godereccio e svaccato delle località balneari adriatiche. Della massificazione del turismo invernale tarato su obiettivi giovanili, sapevamo, ma adesso anche in estate siamo al cospetto di un turismo cialtrone, fracassone, che neghittosamente ripropone nei nostri paesi la volgarità e la stupidità dell’epoca, gli usi e i costumi di città. Chi proviene da quei luoghi di stress e di caos quotidiani, e pensasse di ritemprarsi sintonizzandosi sui ritmi essenziali del territorio locale, oggigiorno avrebbe da sacramentare non poco. Perché il nostro stile di vita è perfettamente uguale a quello di un abitante di Trento o di Bolzano. Perché noi (che ospitiamo) siamo diventati come gli ospiti (o peggio). E ci costa fatica rieducarci (per poi eventualmente educare l’ospite). E investire in cultura, in trasporti alternativi, nella cura dell’ambiente, nel rigore urbanistico (che non ponga vincoli solo ai fessi e conceda senza fine agli speculatori), nel recupero paesaggistico, eccetera. Siamo diventati pigri e maleducati a nostra volta. E la qualità dell’offerta, anziché concretizzarla autenticamente, ci sta bene simularla e farla vedere solo in fotografia o sui video clip promozionali: come si fa con la pubblicità delle automobili che di solito girano solitarie per le strade deserte attraverso scenari incontaminati e meravigliosi. Ma è tutto finto. La realtà è una deriva continua che giorno dopo giorno, seconda casa dopo seconda casa, strada dopo strada, parcheggio dopo parcheggio, trasforma il paesaggio e le persone, che, proprio per questo, sono sempre meno capaci di “leggere” criticamente i fatti. E allora? Allora servirebbe un’azione culturale gigantesca che gli operatori del settore (pena la loro stessa sopravvivenza) dovrebbero far partire il più velocemente possibile. Utopia? Utopia! Perché una riforma culturale necessita di intelligenza, passione, forza di volontà, dedizione, conoscenza, idealità. Attributi che pochi di essi obiettivamente dimostrano di possedere. Oggi sono in tanti, e sono diventati una casta che pretende voce in capitolo. Nati dal nulla, ingolositi a cimentarsi dilettantisticamente con l’arte dell’ospitalità dalle ripetute occasioni irripetibili, rispecchiano la loro cultura di riferimento. Magari di muratore, di falegname, di fabbro, o di impiegato comunale. La logica esclusiva di questi signori, partiti dalla gavetta, chi facendo osteria e pian piano ampliando le strutture ricettive, chi (come a Tesero) catapultato nella nuova intrapresa economica da eventi straordinari e tragici, è semplicemente quella di aumentare il loro conto in banca. Di perseguire sotto altra forma, più consona ai tempi e alle tendenze, la loro vocazione più specifica (o forse unica): fare soldi. Della salvezza del territorio (capitale primario di quell’industria), che giorno dopo giorno degrada sotto i colpi della speculazione non gliene importa nulla. Così come nulla gliene importa dell’abbrutimento dei centri paese, privi totalmente della più rigenerante delle qualità, cioè la tranquillità, dove le auto la fanno da padrone e i giovani montanari ben educati, come principale passatempo, emulano i Rossi e gli Schumacher. Anzi, ben vengano tutte le opportunità aggiuntive per far cassa. Che sia la kermesse di Trentino Danza Estate o un chiassoso appuntamento qualsiasi, tanto per far felice la schiera dei lucignoli di paese, tutto fa brodo… Una sola preoccupazione li tormenta e una sola conseguente corale richiesta fanno propria: si facciano nuovi posteggi! Ma tanti.

L’Orco

07/09/08

LA BATTAGLIA DEL GRANO


Se le guerre di dopodomani si combatteranno per l’acqua, le guerre di domani si faranno per il cibo. Grano, riso, frumento, soia. Rivolte e assalti ai forni sono già avvenuti in molti Paesi, dall’Egitto all’Indonesia, dalle Filippine all’India. I raccolti stanno diventando più importanti del petrolio. E’ meglio vivere da fermi che morire di fame in movimento. Gli Stati sovrappopolati si stanno muovendo sullo scacchiere mondiale comprando terreni coltivabili. La Cina in Brasile, Laos, Kazakhistan e Tanzania. L’India in Uruguay e Paraguay. La Corea del Sud in Sudan e in Siberia. L’Egitto in Ucraina. In parallelo, sta nascendo un nuovo protezionismo, quello dei morti di fame. Gli Stati che non producono sufficienti risorse alimentari per la propria popolazione ne bloccano l’esportazione o aumentano i dazi. E’ umano. Il prezzo dei beni alimentari sta crescendo a velocità folle in tutto il mondo, anche grazie agli speculatori finanziari. E’ l’economia. Il meccanismo che si è messo in moto è infernale. Uno Stato, ad esempio la Cina, aumenta le sue bocche da sfamare mentre distrugge il territorio coltivabile. In Cina nel 2005 gli espropri di terra ai contadini erano aumentati di 15 volte rispetto a dieci anni prima. Terre trasformate in zone residenziali e industriali. Meno terra, meno cibo, più cinesi. L’equazione si risolve comprando terra per cibo altrove. Nei Paesi che, per ora, possono permettersi di esportare prodotti agricoli. Ma anche in questi Paesi la popolazione è in aumento, la terra per cibo sta diminuendo, per la speculazione edilizia e per il biofuel, e l’acqua per le irrigazioni scarseggia. Cosa succederà quando i brasiliani vedranno partire il frumento e non avranno il loro pane quotidiano? Qualunque governo non durerebbe una settimana e i terreni venduti allo straniero nazionalizzati. Il cerino in mano rimarrebbe alla Cina e ai suoi armamenti. La Cina è il primo produttore mondiale di cereali e di riso. Una volta esportava. Nel 2007 la Cina ha prodotto 501,5 milioni di tonnellate di grano, i cinesi ne consumano 510 milioni. Secondo la FAO, nel 1985 i cinesi mangiavano 20 chili di carne a testa in un anno, nel 2018 i chili saliranno a 70. Per fare carne ci vogliono cereali e terreno. La Cina importa, già oggi, il 60% della soia di cui ha bisogno. Se il primo produttore mondiale deve importare, gli altri come l’Italia, cosa dovranno fare? Il nostro Paese visto dall’alto sembra un incubo edilizio. Sta scomparendo sotto il cemento. La priorità deve essere l’autosufficienza alimentare, non i parcheggi e gli inceneritori.
Ps: un consiglio: fatevi un orto sul balcone o in un piccolo pezzo di terra.

Sepp Heimchen

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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