19/03/08

LA FINE DI UNA STORIA


L’idea di progresso così come modernamente la intendiamo, era estranea alle culture classiche, greca e latina, e alle antiche civiltà orientali e mediorientali. Esse vivevano soprattutto nel presente, erano sostanzialmente astoriche. Fu il pensiero giudaico-cristiano a introdurre un elemento del tutto nuovo postulando un fine verso cui si dirigerebbe l’intero processo storico: l’attuazione del disegno di Dio attraverso la vicenda umana. Nasceva così la concezione teleologica della Storia. Questa teleologia fu ripresa in chiave non più religiosa ma mondana, epperò ancora più ottimistica, dall’Illuminismo. “La Storia – scrive Carr – fu concepita sotto forma di evoluzione progressiva avente per fine la migliore condizione possibile dell’uomo sulla terra”. Hegel e Marx precisarono il fine e i mezzi per raggiungerla. Il fine era, per entrambi, la realizzazione della libertà, il mezzo era lo Stato moderno per Hegel, la società senza classi per Marx. Per i liberaldemocratici di oggi, che fanno coincidere scopo e mezzi, il fine, e la fine, della Storia è la democrazia.
È sorprendente che una simile visione fideistica e messianica della democrazia si sia affermata in un’epoca come la nostra, in cui anche una “scienza esatta” come la fisica è stata costretta ad ammettere che non ci sono certezza assolute né verità oggettive e che la conoscenza di ogni fenomeno dipende dal punto di vista e dalla posizione dell’osservatore (ma già Nietzsche – e dopo di lui l’empiriocriticismo di Mach e Avenarius – aveva avvertito che non esiste la realtà ma solo le sue interpretazioni).
Il pensiero che la Storia finirà semplicemente perché l’uomo si è dato un certo assetto politico e sociale è innanzitutto ridicolo e infantile proprio alla luce della Storia. Quasi tutti i regimi politici hanno pensato di sé più o meno negli stessi termini. Sembra rendersene conto persino Fukuyama quando scrive: “Anche altre epoche, meno riflessive della nostra, hanno pensato di essere le migliori”. Poi però aggiunge: “Ma noi siamo arrivati a questa stessa conclusione stanchi, per così dire, dell’aver cercato alternative che secondo noi dovevano essere migliori della democrazia liberale”.
Anche la democrazia liberale, nonostante i deliri di immortalità dei suoi ultrà, farà la fine di tutte le costruzioni umane, che sono per loro natura caduche. In particolare quelle politiche che si sono dimostrate assai più fragili e transuenti delle religiose, proprio perché, a differenza di queste devono misurarsi con la dura realtà e non con la metafisica. Scriveva, nel 1684, Lord Halifax, uno dei padri del parlamentarismo: “Niente di più certo del fatto che tutte le istituzioni umane cambieranno e con esse le così dette basi del governo. Il diritto divino del re, i diritti irrevocabili della proprietà o delle persone, le leggi che non possono essere revocate e modificate, non sono che espedienti per vincolare il futuro”. Ma il futuro non è ipotecabile. Perché mai proprio la democrazia, che, in termini storici, è appena una neonata sulla cui solidità nulla si può ancora dire, dovrebbe avere una sorte diversa ed essere il sistema definitivo? Il corso del tempo ha visto sfilare, per restare alle vicende a noi più vicine, le comunità tribali, gli antichi Imperi mesopotamici, la polis greca, la Roma repubblicana e imperiale, il feudalesimo, la monarchia assoluta e quella parlamentare. Alcune di queste forme di organizzazione umana sono durate migliaia di anni e sembravano indistruttibili. Ma l’ultima venuta ha la presunzione di aver detto la parola fine.
L’idea che la democrazia rappresenti il fine e la fine della Storia non è solo infantile e ingenua. È paranoica. La “fine della Storia” sarebbe la storia della fine, la morte dell’uomo, un Eden cimiteriale. Con buona pace dei liberaldemocratici anche la democrazia andrà, prima o poi, nella pattumiera della Storia che finirà solo quando anche l’ultimo uomo sarà scomparso dalla faccia della terra.
Ma anche chi in Occidente non delira alla maniera dei Fukuyama, dei Bush e dei loro infiniti compari e, uscendo dall’ottimismo storicista, non crede che ci siano “leggi della Storia” e che la Storia abbia un fine – che è la posizione, tra gli altri, di Popper – ritiene però che la democrazia sia comunque “il migliore dei sistemi possibili” o quantomeno, il migliore di quelli “finora conosciuti”. Ma questo non è sostenibile, né storicamente né concettualmente. Se si ammette, come Popper, che la Storia non abbia un fine e che non esistano leggi ineluttabili che vanno nella direzione di un costante miglioramento della condizione umana, non c’è nessuna garanzia di un processo lineare e nulla vieta che ciò che ai nostri occhi occidentali, alla inesausta ricerca del meglio, appare come un’evoluzione sia invece il suo contrario. E proprio la tanta decantata democrazia liberale ne è una dimostrazione e un esempio.
Se guardiamo le cose oggettivamente, senza farci abbacinare da nobili e astratti principi, scopriamo che nel rapporto governanti-governati la liberaldemocrazia, rispetto, poniamo, alla monarchia assoluta, ha peggiorato la situazione proprio di quel popolo cui pur ha conferito formalmente la titolarità del potere. Perché può anche capitare che il re per diritto divino o semidivino, proprio perché ha il posto, per così dire, assicurato, prenda le difese del popolo contro le aristocrazie e le oligarchie che lo opprimono, come fecero i Tudor e gli Stuart che per un secolo e mezzo si opposero a quei grandi proprietari terrieri che, fiutando nell'aria l’incipiente capitalismo, volevano recintare i propri terreni rompendo il regime dei campi aperti (open fields) su cui si reggeva il delicato equilibrio del mondo agricolo, salvando così milioni di contadini dalla miseria e dalla fame in cui precipitarono immediatamente, diventando carne da macello pronta per le fabbriche, appena la rivoluzione parlamentare di Cromwell, preannuncio della democrazia, diede il via libera alle enclosures.
Le oligarchie democratiche invece, proprio perché in perenne e feroce competizione fra di loro per il mantenimento del potere, sono costrette a pensare innanzitutto se non esclusivamente a se stesse, alla propria sopravvivenza. E il loro nemico principale, come si è visto, è proprio il popolo.

Tratto da Sudditi – Manifesto contro la Democrazia di Massimo Fini

17/03/08

A COME APICOLTURA, C COME CATTIVI MAESTRI


S’è tenuta ieri a Tesero l’assemblea annuale dell’Associazione Apicoltori Fiemme e Fassa. Noi di quel sodalizio non facciamo più parte. Troppa l’incompatibilità, troppi i punti di vista inconciliabili. Come recentemente pubblicato su questo blog l’apicoltura mondiale sta vivendo una situazione drammatica, forse la più difficile della sua millenaria storia, e la colpa non la si può certo addebitare ai laboriosi imenotteri. Per i non addetti ai lavori e per non addentrarci troppo in questioni tecniche diciamo che, sostanzialmente, le cose sono cominciate a degenerare a partire dalla fine degli Anni 80. Fu allora che il nuovo nemico dell’ape europea (Apis mellifera) l’acaro varroa (Varroa destructor), che nella variante varroa jacobsoni era parassita simbionte dell’ape asiatica (Apis cerana), partendo dall’estrema Asia orientale (Giappone e Filippine), in cui la nostra ape europea (non in grado di convivere con quel parassita) era stata importata per cercare di sostituire, a fini economici, la meno produttiva ape cerana, approdò anche da noi. Fu proprio il sottoscritto a segnalare il primo avvistamento del parassita in Fiemme nel lontano 1988. La “scoperta” nell’ambito apistico locale fece un certo scalpore tanto che ad essa il quotidiano Alto Adige dedicò in cronaca locale addirittura un articoletto. Ma gli apicoltori locali dell’epoca confidando, come spesso accade, nelle magnifiche sorti e progressive della ricerca, naturalmente non si stracciarono le vesti per l’inquietante segnalazione. Di quel parassita però la stampa specializzata nazionale già parlava da qualche anno. Le prime infestazioni si erano infatti già verificate in Friuli nel 1993/94 da dove il parassita era pervenuto dalla Slovenia e non a caso i primi studi italiani sulla varroa furono fatti da ricercatori dell’Università di Udine. Sul campo già si stavano sperimentando possibili rimedi. Ricordo che allora si testarono rimedi naturali come la polvere del rizoma essiccato della felce maschio… Venne poi l’epoca della chimica: il primo presidio immesso sul mercato fu l’Apistan (prodotto ancora in uso). Si spiegò però che la chimica, se non fosse stata usata con cautela e precisione, oltre che inquinare i prodotti dell’alveare, avrebbe potuto provocare la cosiddetta farmaco-resistenza: in pratica una sorta di immunità al prodotto da parte del parassita. Le raccomandazioni, ripetute da allora in poi in occasione di ogni nuova assemblea, caddero nel vuoto sommerse dal cicaleccio degli astanti troppo intenti a parlare di produzioni iperboliche e commerci di miele. Il tempo passò, tra pressappochismi e voglie di gloria imprenditoriale che si propagarono tra gli apicoltori dilettanti locali. Invalse via via sempre più frequentemente non solo la prassi del nomadismo di alta montagna ma anche quello di pianura (pratica questa appannaggio esclusivo, sino allora, di quei pochi semiprofessionisti presenti in valle). Ad ogni annuale ritrovo dei soci anziché magnificare la bellezza, la poesia, la potenza dell’apicoltura stanziale nostrana promuovendola e, per esempio, impegnandosi a tutelarne la flora locale minacciata dalle nuove tecniche di concimazione, la direzione dell’A.A.F.F. (sempre - per così dire - sotto tutela dei semiprofessionisti già citati) cercava – nei fatti – di soffocare e sopire quel sentire, emarginando chi esso proponeva. Probabilmente solo la fortunata coincidenza dell’assenza di covata invernale, che si verifica a determinate altitudini e a particolari condizioni climatiche (fattore questo che permette alle famiglie d’api di beneficiare di una tregua nella proliferazione del parassita) non compromise con anticipo l’apicoltura fiemmese. Erano anni in cui con la varroasi si poteva convivere pur non adempiendo in modo ortodosso alle prescrizioni di profilassi. Ma la diffusione, appunto, della pratica del nomadismo, l’importazione sempre più frequente di famiglie da allevamenti di pianura, gli inverni sempre più bizzarri con sbalzi termici repentini, l’arbitrio nella scelta dei farmaci antiparassitari, il pressappochismo e la mancanza di un severo controllo nei trattamenti con i medesimi, hanno sfiancato anche l’apicoltura di montagna. Mai come in questo momento appare profetico il comandamento da tempo inutilmente ripetuto dal noto apicoltore stanziale di Tesero Ernesto Doliana: Primo, non nuocere! Noi, che con Ernesto condividiamo la stessa filosofia (appresa oltre trent’anni fa dal nostro compianto maestro d’apicoltura Costantino Zanon) di una conduzione degli apiari il più possibile naturale e rispettosa, proprio per il disastro che si sta palesando vieppiù clamoroso nei numeri, non possiamo trattenerci dal criticare invece ciò che a questa nostra visione fa da contraltare. Da quanto abbiamo appreso, l’assemblea di ieri ha confermato le nostre tesi e messo in discussione i comportamenti individuali che noi da vent’anni stiamo inutilmente stigmatizzando. Noi ribadiamo la necessità del rispetto assoluto di questi cinque precetti: contemporaneità nelle operazioni di profilassi, omogeneità dei presidi sanitari, no all’importazione di "pacchi d’api" o famiglie da allevamenti di pianura, no al nomadismo verso la pianura, controlli mirati sugli apiari. Speriamo sia la volta buona e che i cattivi maestri si ravvedano e propugnino finalmente un’apicoltura più attenta e rispettosa dei nostri preziosi imenotteri.


euro

12/03/08

SPIRITUALITA' & DIGIUNO A.D. 2008


Tempo di quaresima, tempo di rinunce, di digiuno, di meditazione sul senso della vita. Per quel che vedo, penso sia il periodo liturgico meno gradito ai cristiani di quest’epoca, quello che meno riescono a “interpretare”. Quando la dipendenza dalla materialità è totale recitare una parte senza sbavature ed evidenti cadute di stile è indubbiamente difficile e soltanto l’uso di dosi sempre più massicce d’ipocrisia può permettere di varcare “in tranquillità di coscienza”, ogni domenica, le porte della parrocchiale. Perché digiunare, rinunciare, meditare sono verbi troppo lontani dal nostro stile vita. Nella decadenza irreversibile di questi tempi c’è un oggetto - e chiedo scusa se mi ripeto - che simbolicamente più di ogni altra cosa rappresenta lo spreco, la degenerazione comportamentale, la rinuncia allo spirito, la dedizione assoluta e fideistica alla materialità: l’automobile. Qui a Tesero scorrazzano, in lungo e in largo, quotidianamente, la bellezza di 2.083 autoveicoli privati, ognuno dei quali, mediamente, occupa una superficie di 10 metri quadrati (dati Ufficio Statistica comunale al 31/12/2007). Se li mettessimo in fila, ben ordinati, essi costituirebbero una processione ininterrotta da Tesero a Forno di Moena: 12 chilometri e passa di scatole metalliche una seguente all’altra! Purtroppo però essi non sono affatto ordinati, sono il disordine fatto stile, che in un indotto, insensato, catastrofico, vizioso moto perpetuo soddisfano esclusivamente (nella stragran maggioranza dei casi) il narcisistico piacere di farsi vedere! Per un ritorno a comportamenti più virtuosi, in questo stato di cose, occorrerebbe ricoverare forzatamente altrettante persone in cliniche specializzate nella disintossicazione per restituire, dopo la cura, cervelli ripuliti, e poter disporre poi di una scuola di rieducazione alla sobrietà e al rispetto rendendone obbligatoria la frequenza. Cosa – mi rendo conto – obiettivamente improbabile! Ma poiché la speranza è l’ultima a morire e un miracoloso ravvedimento (trattandosi di cristiani) è pur sempre possibile, anche quest’anno, proprio in occasione della quaresima, la Commissione diocesana Giustizia e Pace invita i cristiani (appunto!) “a riflettere sull’uso dell’automobile e dei mezzi di trasporto in generale, che implicano il consumo di risorse non rinnovabili; la crescente richiesta di queste fonti d’energia rende l’accesso al loro uso sempre più difficile, soprattutto per i più poveri, generando conflitti che contribuiscono ad aumentare le sofferenze delle persone, lo spreco dei beni, la devastazione della natura. Le emissioni inquinanti cambiano il clima e preparano squilibri e carestie dalle dimensioni imprevedibili. Rinunciare allo spreco e, il più possibile, al consumo delle fonti di energia non rinnovabili è impegnarsi per il rispetto della dignità della persona umana e della vita di ogni persona. Ciascuno può farlo, limitando gli spostamenti non necessari; usando maggiormente le proprie gambe, la bicicletta, i mezzi di trasporto pubblici.” Lo scorso anno, forse illuminato da San Cristoforo, aderendo a questa iniziativa il signor Parroco di Tesero espose sulla bacheca parrocchiale un vistoso articolo di giornale che trattava proprio dell’affrancamento dalla tossico-auto-dipendenza promosso dalla suddetta Commissione diocesana. Quest’anno invece la bacheca riferisce d’altro. Evidentemente non c’era spazio disponibile per riproporre l’invito! O forse, più probabilmente, non si voleva provocare di nuovo la suscettibilità dei fedeli. Meglio non pensare e non prendersi responsabilità! L’irresponsabilità, in fondo, mantiene giovani! E così senza soluzione di continuità anche in questo periodo quaresimale la piazza della chiesa e lo slargo antistante la canonica si riempiono ogni domenica, inverecondamente, delle sempre più ingombranti, lussuose e costosissime auto dei poveri fedeli che per precetto sono obbligati alla frequentazione del Tempio. Si scende dallo status-symbol ostentando un impronunciato sa chi sono io? e fatti pochi passi (già troppi in verità!) si entra in chiesa per cospargersi il capo di cenere! A noi, derelitti malpensanti, ancorché lo volessimo, sarebbe impossibile in questo periodo liturgico varcare le sacre soglie senza provare un senso di nausea e di ripulsa. Lo potremmo fare soltanto avendo la certezza di poter sentire il reverendo signor Parroco urlare dal pulpito “Fuori i mercanti!”. Ma il pulpito, ahinoi, non c’è più e il Parroco, ne siamo certi, non griderà alcunché. Perché lui si accontenta di contare sconsolato i passaggi dei fedeli attraverso il portone. Poco importa se la Parola, non si sa bene quanto ascoltata, verrà disattesa da quel 20% di abitués domenicali (per maggiori informazioni vedasi notiziario parrocchiale dicembre 2007) un secondo dopo l’uscita dal medesimo. La recita continua nell'indifferenza generale.

L'Orco

10/03/08

LE API MUOIONO, POVERI NOI


Mutamenti climatici, malattie ed inquinamento sono le cause principali della grave moria delle api in Italia: in un anno il numero degli insetti si è dimezzato. Una cifra enorme con rischi gravi per i delicati equilibri dell'ecosistema e per il ciclo naturale, con danni economici stimati in 250 milioni di euro. Il disastro interessa tutta l'Europa, con una perdita tra il 30% e il 50% del patrimonio di api; ed è ancora più grave negli Stati Uniti, con punte anche del 60-70% in alcune aree per il fenomeno da spopolamento definito Ccd (Colony collapse disorder). Se è scontato pensare immediatamente al miele, primo alimento pregiato ora a rischio, l'insufficiente impollinazione delle piante ha conseguenze più ampie, portando ad una drastica riduzione del raccolto. E le cifre parlano chiaro: in Italia l'apporto economico dell'attività delle api al comparto agricolo è di circa 1.600 milioni di euro l'anno (pari a 1.240 euro per alveare). Considerando la scomparsa di circa 200mila alveari nel 2007, la perdita economica per mancata impollinazione delle piante è stata quantificata in circa 250 milioni di euro. Geograficamente la crisi più grave è al nord, dove si sono persi fino alla metà degli alveari. Pesanti danni sono stati registrati anche al centro, mentre le cose sembrano andare meglio nel Mezzogiorno. Tra le ragioni dell'alto tasso di mortalità fra le api ci sono sicuramente le condizioni igienico-sanitarie degli alveari, i cambiamenti climatici e di conseguenza la disponibilità e qualità del pascolo e dell'acqua, l'insalubrità del territorio. Non si può quindi dare la colpa a un'unica causa scatenante, anche se gli esperti sono concordi nell'attribuire forti responsabilità all'inquinamento da fitofarmaci, a quello elettromagnetico e a una recrudescenza delle infezioni da virus e della varroa, malattia causata da un acaro che attacca sia la covata che l'ape adulta. Ma il clima non è da sottovalutare: un suo andamento irregolare può interrompere il flusso normale di nutrienti che sono necessari alle api per la loro crescita e sviluppo, indebolendo le difese dell'alveare; occorre quindi essere pronti a intervenire con idonee integrazioni alimentari che sostituiscano il nettare e il polline raccolti dalle api. A rischio sono diverse varietà di frutta e verdura, persino la carne: "Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza - avverte Coldiretti - dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l'azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme, come l'erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento". L'allarme interessa quindi l'intero ecosistema, ricorda Ermete Realacci, presidente della commissione ambiente della Camera: "Sarebbe un errore pensare alla moria come un problema che riguarda solo gli apicoltori. Questi insetti sono, infatti, un indicatore molto sensibile dell'equilibrio ambientale.

IL MISTERO DEL SENSO


Iniziò dal nulla. Finirà nel nulla.
Quale ragione? Nessuna.
E’ il caso. Il caso.


Però ci vorrebbe qualcuno.
Ma chi? Qui è il Deserto.
Arido e ventoso.


Non c’è più niente da fare.
O si ritorna indietro o sarà la fine.
No, è troppo tardi!


Non c’è più niente da fare.




A.D. a Giovanna dalla bella voce

07/03/08

TRAFFICO IN FIEMME E FASSA, PROBLEMA IRRISOLTO.


Le valli di Fiemme e Fassa sembrano svegliarsi da un torpore durato troppo a lungo. Vengono al pettine i problemi che il mondo ambientalista ha denunciato per oltre vent’anni: la sensibilità ambientale fino ad oggi è rimasta isolata, offesa, e chi la proponeva ha subito anche minacce. La questione delle seconde case oggi è riconosciuta da quasi tutti gli amministratori come una emergenza: si è consumato territorio utile, si è inciso negativamente sul paesaggio, e sui comuni sono piovuti innumerevoli problemi, il più grave dei quali è dato dall’impossibilità per un giovane di costruirsi una abitazione con costi sopportabili, o peggio, in alcune realtà, perfino di trovare uno spazio utile alla costruzione della prima casa. La percezione della drammaticità della situazione è però arrivata fuori tempo massimo, quando ormai risulta impraticabile ogni risposta, ogni correttivo. Analogo percorso lo troviamo sul tema del traffico. Vent’anni fa gli ambientalisti locali denunciavano come la costruzione della strada di fondovalle e le circonvallazioni dei paesi di Fassa, fossero un errore urbanistico irreversibile. Con la strada di Fondovalle non solo si andava a distruggere uno dei più delicati fondovalle alpini e il relativo torrente, l’Avisio, ma nonostante il notevole costo, nonostante le forzature amministrative nell’assegnazione dei lavori (ricordiamo la discutibile e ancora oggi non chiara gestione di Mondialfiemme), non si sarebbe risolto alla radice il problema del traffico in valle di Fiemme. La nuova strada avrebbe solo offerto sollievo al traffico turistico destinato alla valle di Fassa. E così è stato. Oggi Cavalese non riesce a fornire ai suoi cittadini ed ai turisti una minima isola pedonale, il centro abitato è costretto a sopportare non solo il traffico turistico, ma anche quello proveniente dai comuni limitrofi, o destinato a Pampeago, i parcheggi sono risibili e tutti disposti nel centro storico. Identica la situazione per Tesero. Solo Ziano e Predazzo hanno risolto il problema. Se poi ci inoltriamo in valle di Fassa, l’imbuto si restringe e le colonne di auto, in troppi periodi dell’anno, forzatamente si allungano. I centri abitati di Moena, Pozza di Fassa e Canazei per mesi sono invivibili. Le macchine dominano ovunque e ovunque si impongono. Siamo a conoscenza di alcuni numeri su patologie tumorali di abitanti che vivono lungo la viabilità principale di accesso alla valle: sono numeri che da tempo avrebbero dovuto allarmare qualunque amministratore o operatore sanitario, che avrebbero dovuto imporre, già molti anni fa, l’emergenza traffico. Ora finalmente le due valli si stanno risvegliando. Non certo grazie al progetto estivo di viabilità della Provincia e dei comuni di Varena, Cavalese e Castello di Fiemme, come prevedibile miseramente fallito causa la debolezza della proposta, come abbiamo già scritto. Ma grazie alla sensibilità di diversi soggetti, in modo particolare della associazione Transdolomites. Si tratta di un gruppo di volontari che un decennio fa, partiti dal tema del traffico e dalla opposizione alla volontà di costruire una invadente circonvallazione a Vigo di Fassa, sono riusciti a coinvolgere residenti di tutta la vallata, amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali e ricercatori anche di oltre confine, per far convergere energie e idealità nella ricerca di una soluzione definitiva e non impattante della mobilità nelle due valli. Dopo alcuni anni di convegni e insistenze, quest’anno Transdolomites ha organizzato a Moena, per il 25 e 26 ottobre, un convegno particolarmente intenso ed impegnativo. Il tema della mobilità è stato associato a quello altrettanto strategico del risparmio energetico e della diversificazione della produzione di energie, si sono analizzati diversi modi di muoversi all’interno di una vallata alpina. L’obiettivo finale è radicale: convincere il cittadino, l’operatore turistico e quindi il turista a rinunciare in modo drastico all’utilizzo del mezzo privato. Per arrivare a questo c’è chi invoca la ricostruzione della ferrovia Ora-Predazzo prolungandola fino a Canazei. Progetto problematico, visto che il passaggio da Moena o da Pozza è interdetto da una logica edificatoria irresponsabile e dissennata del passato. Altri propongono la costruzione di una tramvia, forse l’intervento meno invasivo dal punto di vista strutturale. Altri ancora invocano un investimento radicale sul trasporto pubblico, arrivando a considerare le due valli come una città diffusa, divisa in tanti piccoli quartieri che devono tutti essere serviti. In questi ultimi anni abbiamo visto come il tema sia maturato nella coscienza civile e all’interno delle amministrazioni pubbliche con tempi veloci, impensabili. Dopo il convegno, sul tappeto rimarranno aperti gli studi per valutare fattibilità economica e ambientale di tanti progetti. Servono risorse, ma sembra che la via indicata dal tracciatore Dellai, quella di una serie di gallerie lunghissime che portano su Trento, sia proprio la meno praticabile, la meno sostenibile: dal punto di vista della fattibilità, dei costi, del consumo energetico e dell’efficacia dei risultati per le due valli. Anche in Fiemme si discute animatamente sul problema. In vista della candidatura della valle ai mondiali di sci nordico del 2013 si sono costituite più commissioni, di amministratori e cittadini, che dovranno indicare i percorsi utili per costruire un appuntamento sportivo basato sulla vivibilità e sulla sostenibilità ambientale. Presso l’Azienda di Promozione turistica di Fiemme si crede con forza in questo progetto ed in tempi rapidi la commissione mobilità porterà all’attenzione della Provincia una serie di indicazioni che dovranno essere valutate. Anche in Fiemme l’obiettivo è da tutti condiviso: fermare le auto, sostenere e rafforzare il sistema pubblico. Rimane da valutare la soluzione tecnica: più autobus di linea? Un treno o una metropolitana leggera? Alcune funivie che dal fondovalle raggiungano i paesi di mezza costa e poi le aree sciistiche? Questi fermenti non vanno sottovalutati: ormai a tutti è evidente come il tema della mobilità sia un’emergenza, perché continuando in questo modo, cioè favorendo l’uso del mezzo privato, i paesi soffocheranno e si arriverà all’immobilità. Le superfici urbanizzate dei paesi sono ormai occupate per oltre il 40% da spazi destinati a parcheggi o servizi all’auto. Oggi i sindaci, probabilmente senza nemmeno rendersene conto, stanno rispolverando le soluzioni che gli ambientalisti proponevano alla fine degli anni ’80, durante il duro dissenso contro la costruzione della strada di fondovalle. Allora i documenti non venivano nemmeno letti, si dava incarico a qualche giornalista di demonizzare ogni proposta "verde", di dipingere queste persone o come degli irresponsabili o degli affamatori della valle. Le proposte "verdi" di allora oggi divengono progetti credibili: la costruzione di parcheggi interrati alle estremità ovest ed est di Cavalese e Tesero, una circonvallazione in galleria per tutti e due gli abitati, l’avvio di un servizio autobus continuo che colleghi tutti i paesi e le frazioni della valle. Certo, anche qui si arriva tardi, ma almeno la consapevolezza e la volontà di risolvere il problema è maturata, e in modo significativo. La resistenza più forte la troviamo però a Cavalese, dove il sindaco Walter Cappelletto e la sua giunta sembrano intenzionati a non voler nemmeno provare in modo sperimentale la chiusura al traffico del centro urbano; dicono di voler attendere prima la costruzione delle infrastrutture di servizio, anche se consapevoli che per arrivare a questo i tempi saranno lunghissimi. Anzi, fanno di peggio: invece di investire energie nella costruzione dei parcheggi esterni all’abitato, hanno dato il via alla progettazione di un parcheggio in pieno centro: come intenzionati ad attirare e favorire l’uso dell’auto privata, come sempre pavidi davanti ad ogni innovazione che presenti il minimo rischio. Se Cavalese conferma questa diffidenza e questo ritardo culturale il fatto non è di poco conto: stiamo parlando dell’abitato più importante di Fiemme, del vero capoluogo e dell’anello che in materia di traffico presenta la situazione più pesante e invivibile.


Luigi Casanova

04/03/08

A UN AMICO (PRIMO BILANCIO DELLA NUOVA VIABILITA')


Con abbondante ritardo ti scrivo. Mi avevi invitato a farlo un po’ di domeniche fa, anche se tu, chiaramente, sfottevi. Raccolgo però la provocazione ed esaudisco il tuo desiderio. Pur ribadendoti che non mi va più di disturbare. D’altronde, come hai ben capito, io i miei interessi li ho già fatti!! e dunque che senso avrebbe a questo punto insistere? Ti informo che sto ancora aspettando un cenno da “la tiesera” che finora non s’è fatta viva e, preparando la documentazione che mi ero ripromesso di farle eventualmente avere, ho riletto un po’ di roba vecchia di quasi vent’anni. Ti ricordi il Comitato pro Val di Fiemme? Volantini e scritti di allora? Rileggendo quelle cose posso, se non altro, menar vanto di non avere (insieme ad altri ed anche a te) detto e scritto fregnacce, visto e considerato che quasi tutto quello che avevamo previsto allora si è poi effettivamente verificato. Una cosa sola è andata diversamente. Pensavamo infatti che l’aumento del costo della vita in valle, causato dalla grande spinta turistico-speculativa che allora si stava per lanciare, avrebbe fatto scappare molti residenti per l’impossibilità di sostenerne le conseguenze. Invece no. Non è scappato quasi nessuno. Si sono adeguati e, stoicamente, sono rimasti in questa valle che nel frattempo s’è trasformata in una sorta di bengodi. Il tutto naturalmente non gratis et amore Dei. Si sono messi a correre. Le nuove coppie corrono (in senso proprio e pure metaforico). Corre lui e corre lei. Per “starci dentro” perché per arrivare alla fatidica 4ta settimana uno stipendio (medio) non è più sufficiente. Sarebbe interessante se qualcuno proponesse uno studio sul cambiamento socio-economico provocato dalle ripetute “occasioni irripetibili”. E quanto questa innaturale e imposta accelerazione economica si sia ripercossa sullo stile di vita, sui rapporti interpersonali, sulla perdita dell’identità locale, sulla sempre più frequente disgregazione delle nuove famiglie, sull’uso sempre più preoccupante di psicofarmaci e droghe da parte soprattutto dei giovani, eccetera. Si potrebbe fare un interessante confronto con realtà a noi vicine come la Valsugana, o la val di Cembra. Ma è certo che non si farà. Meglio far finta che tutto vada bene. Anzi benissimo! Gli studi su commissione pubblica si fanno sempre quando c’è la volontà di fare qualcosa, mai quando ci sarebbe la necessità di disfare. Nel 1988, ricorderai, a Cavalese la P.A.T. fece monitorare il grado di inquinamento in centro paese per giustificare la strada di fondovalle. Adesso il traffico è triplicato e nei paesi ciò che allora era causato dal transito turistico è provocato dal traffico interno ma a nessuno viene in mente di rifare la prova! Il rovescio della medaglia meglio non vederlo. Comunque ho capito che anche tu ti sei adeguato all’andazzo. E che ti piace pure. Vabbè, tu sei un uomo al passo coi tempi. Bravo, così si fa! Questo, d’altronde, è il pensiero dominante… Ah, dimenticavo: sai di quanto sono aumentati qui i prezzi degli immobili in poco più di un decennio? Quarant’anni fa, qui una famiglia di sei persone viveva con un solo stipendio molto più modesto di quanto lo sia mediamente uno attuale, le mamme di allora facevano le mamme e non le globetrotter e i bambini erano molto più tranquilli, meno viziati e più gioiosi. E un capo famiglia (con un reddito da dipendente) con cinque persone a carico riusciva da solo (con un sacrificio relativo) ad acquistare una casa intera (non un singolo appartamento) spendendo in proporzione molto meno di adesso. Eppure nessuno fiata. Scusa se sono categorico ma credo ci sia un inconsapevole moto di diffusa imbecillità. Almeno tanto sembra a me che però – come scriveva bene “la tiesera” – non sono al passo coi tempi. Quando, di fronte all’evidenza dei fatti, c’è chi mi dice che comunque noi siamo dei privilegiati, perché possiamo goderci strutture ed eventi che soltanto a 30 chilometri da Tesero se li sognano, non riesco a non pensare all’imbecillità. Ma di queste evidentissime assurdità te ne freghi perché ci hai fatto l’abitudine. Forse nemmeno te ne accorgi. Sei talmente convinto che a questa impostazione delle cose non ci sia alternativa che ti pare tutto ovvio e scontato. E tu continui a correre. E, grazie anche a te, il sistema si consolida perché esso si struttura sullo stile che i singoli comportamenti individuali adottano. Tutto è frenesia, superficialità, rumore, stress, nervosismo, mascherato da un sedicente benessere. E proprio per questo poi palesi la tua insofferenza nei confronti di una mia proposta: che la Municipalità, e non io, ha fatto propria e messo in pratica! Tu sfottendo insisti, ma in verità non c’è nessun interesse personale. Caso mai l’interesse procurato è generale! E dunque, a quasi tre mesi dall’avvio della nuova viabilità, mi permetto di fare un piccolo bilancio dell’iniziativa. Come avevo previsto e fatto notare alla Giunta comunale, attraverso il mio insistito carteggio, la situazione nel centro storico, specie nelle ore serali e notturne, è migliorata di gran lunga. Tolto il viavai del traffico gratuito ed insistito dei residenti nella zona alta del paese (via Rododendri, Cerin e Stava) il movimento autoveicolare degli abitanti del centro adesso è pressoché nullo. Si nota, finalmente, gente per strada che conversa e cammina e che lo può fare con discreta tranquillità e maggior sicurezza. A proposito – per non equivocare – sottolineo che il piano viario non è stato fatto per diminuire l’inquinamento come sento che taluni (contrari) argomentano, bensì, soprattutto, per ragioni proprio di sicurezza stradale e di tutela della quiete pubblica. Specificando meglio ti dico che se prima ogni incrocio autoveicolare comportava l’arresto di uno dei due automezzi con manovre correttive e lo scansarsi dell’eventuale pedone in transito a ridosso dei muri delle case adiacenti, adesso il flusso auto (che comunque è la metà di quello di prima!) è più seguente e i pedoni possono tranquillamente camminare mantenendo il passo senza doversi fermare. Certo nel centro storico la nuova viabilità ha anche ridotto l’inquinamento (ovviamente). Tu (e molti altri) ribatti che però è aumentato da qualche altra parte. Ti rispondo con una domanda: prima di adesso quanto ti preoccupavi (tu e molti altri) dell’inquinamento che provocavi a danno di chi sta in centro storico? Come mai questa improvvisa premura? Fatte salve le ottime ragioni anzidette, adesso, perlomeno, l’inquinamento aggiuntivo si diluisce su un territorio più vasto e con meno conseguenze dirette sulle persone. Ma l’auspicio, in prospettiva, se il piano riuscirà a far rinsavire anche i più ostinati abitudinari dell’auto forever, via via lo ridurrà un po’ ovunque.. Dunque in conclusione devo dire che il piano è migliorativo e lo sarà ancora di più quando verrà “metabolizzato” da tutti i residenti. Di ciò ringrazio in particolare l’assessore Barbolini che ha avuto il coraggio di portare avanti un provvedimento impopolare. Lui per fortuna il problema lo ha capito. D’altronde, come diceva qualche giorno fa un famoso architetto italiano, le cose, in mancanza di un forte substrato culturale, non si riesce mai a farle partire dal basso. Ci vuole che qualcuno le imponga d’imperio. Così come accadde per la raccolta differenziata (di cui tanto si parla in questi giorni causa il disastro campano) che proprio il nostro sindaco difese all'epoca convintamente. Ricordo quanta resistenza ci fu anche allora da parte di molti paesani e valligiani, mentre adesso invece tutti ne riconoscono la bontà e la lungimiranza.
Caro Amico, concludo con la speranza che tu riesca a fartene una ragione e che capisca che un futuro a misura d’uomo, giunti ormai al parossismo del consumismo, sarà caratterizzato da parole d’ordine che a te suoneranno certamente strane come decrescita, lentezza, risparmio, moderazione. Ma, volente o nolente, se vorremo sopravvivere a questa ondata di diffusa stupidità, così dovrà essere. Non c’è alternativa possibile.
Ciao.

euro

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