12/03/08

SPIRITUALITA' & DIGIUNO A.D. 2008


Tempo di quaresima, tempo di rinunce, di digiuno, di meditazione sul senso della vita. Per quel che vedo, penso sia il periodo liturgico meno gradito ai cristiani di quest’epoca, quello che meno riescono a “interpretare”. Quando la dipendenza dalla materialità è totale recitare una parte senza sbavature ed evidenti cadute di stile è indubbiamente difficile e soltanto l’uso di dosi sempre più massicce d’ipocrisia può permettere di varcare “in tranquillità di coscienza”, ogni domenica, le porte della parrocchiale. Perché digiunare, rinunciare, meditare sono verbi troppo lontani dal nostro stile vita. Nella decadenza irreversibile di questi tempi c’è un oggetto - e chiedo scusa se mi ripeto - che simbolicamente più di ogni altra cosa rappresenta lo spreco, la degenerazione comportamentale, la rinuncia allo spirito, la dedizione assoluta e fideistica alla materialità: l’automobile. Qui a Tesero scorrazzano, in lungo e in largo, quotidianamente, la bellezza di 2.083 autoveicoli privati, ognuno dei quali, mediamente, occupa una superficie di 10 metri quadrati (dati Ufficio Statistica comunale al 31/12/2007). Se li mettessimo in fila, ben ordinati, essi costituirebbero una processione ininterrotta da Tesero a Forno di Moena: 12 chilometri e passa di scatole metalliche una seguente all’altra! Purtroppo però essi non sono affatto ordinati, sono il disordine fatto stile, che in un indotto, insensato, catastrofico, vizioso moto perpetuo soddisfano esclusivamente (nella stragran maggioranza dei casi) il narcisistico piacere di farsi vedere! Per un ritorno a comportamenti più virtuosi, in questo stato di cose, occorrerebbe ricoverare forzatamente altrettante persone in cliniche specializzate nella disintossicazione per restituire, dopo la cura, cervelli ripuliti, e poter disporre poi di una scuola di rieducazione alla sobrietà e al rispetto rendendone obbligatoria la frequenza. Cosa – mi rendo conto – obiettivamente improbabile! Ma poiché la speranza è l’ultima a morire e un miracoloso ravvedimento (trattandosi di cristiani) è pur sempre possibile, anche quest’anno, proprio in occasione della quaresima, la Commissione diocesana Giustizia e Pace invita i cristiani (appunto!) a riflettere sull’uso dell’automobile e dei mezzi di trasporto in generale, che implicano il consumo di risorse non rinnovabili; la crescente richiesta di queste fonti d’energia rende l’accesso al loro uso sempre più difficile, soprattutto per i più poveri, generando conflitti che contribuiscono ad aumentare le sofferenze delle persone, lo spreco dei beni, la devastazione della natura. Le emissioni inquinanti cambiano il clima e preparano squilibri e carestie dalle dimensioni imprevedibili. Rinunciare allo spreco e, il più possibile, al consumo delle fonti di energia non rinnovabili è impegnarsi per il rispetto della dignità della persona umana e della vita di ogni persona. Ciascuno può farlo, limitando gli spostamenti non necessari; usando maggiormente le proprie gambe, la bicicletta, i mezzi di trasporto pubblici.” Lo scorso anno, forse illuminato da San Cristoforo, aderendo a questa iniziativa il signor Parroco di Tesero espose sulla bacheca parrocchiale un vistoso articolo di giornale che trattava proprio dell’affrancamento dalla tossico-auto-dipendenza promosso dalla suddetta Commissione diocesana. Quest’anno invece la bacheca riferisce d’altro. Evidentemente non c’era spazio disponibile per riproporre l’invito! O forse, più probabilmente, non si voleva provocare di nuovo la suscettibilità dei fedeli. Meglio non pensare e non prendersi responsabilità! L’irresponsabilità, in fondo, mantiene giovani! E così senza soluzione di continuità anche in questo periodo quaresimale la piazza della chiesa e lo slargo antistante la canonica si riempiono ogni domenica, inverecondamente, delle sempre più ingombranti, lussuose e costosissime auto dei poveri fedeli che per precetto sono obbligati alla frequentazione del Tempio. Si scende dallo status-symbol ostentando un impronunciato sa chi sono io? e fatti pochi passi (già troppi in verità!) si entra in chiesa per cospargersi il capo di cenere! A noi, derelitti malpensanti, ancorché lo volessimo, sarebbe impossibile in questo periodo liturgico varcare le sacre soglie senza provare un senso di nausea e di ripulsa. Lo potremmo fare soltanto avendo la certezza di poter sentire il reverendo signor Parroco urlare dal pulpito “Fuori i mercanti!”. Ma il pulpito, ahinoi, non c’è più e il Parroco, ne siamo certi, non griderà alcunché. Perché lui si accontenta di contare sconsolato i passaggi dei fedeli attraverso il portone. Poco importa se la Parola, non si sa bene quanto ascoltata, verrà disattesa da quel 20% di abitués domenicali (per maggiori informazioni vedasi notiziario parrocchiale dicembre 2007) un secondo dopo l’uscita dal medesimo. La recita continua nell'indifferenza generale.

L'Orco

10/03/08

LE API MUOIONO, POVERI NOI


Mutamenti climatici, malattie ed inquinamento sono le cause principali della grave moria delle api in Italia: in un anno il numero degli insetti si è dimezzato. Una cifra enorme con rischi gravi per i delicati equilibri dell'ecosistema e per il ciclo naturale, con danni economici stimati in 250 milioni di euro. Il disastro interessa tutta l'Europa, con una perdita tra il 30% e il 50% del patrimonio di api; ed è ancora più grave negli Stati Uniti, con punte anche del 60-70% in alcune aree per il fenomeno da spopolamento definito Ccd (Colony collapse disorder). Se è scontato pensare immediatamente al miele, primo alimento pregiato ora a rischio, l'insufficiente impollinazione delle piante ha conseguenze più ampie, portando ad una drastica riduzione del raccolto. E le cifre parlano chiaro: in Italia l'apporto economico dell'attività delle api al comparto agricolo è di circa 1.600 milioni di euro l'anno (pari a 1.240 euro per alveare). Considerando la scomparsa di circa 200mila alveari nel 2007, la perdita economica per mancata impollinazione delle piante è stata quantificata in circa 250 milioni di euro. Geograficamente la crisi più grave è al nord, dove si sono persi fino alla metà degli alveari. Pesanti danni sono stati registrati anche al centro, mentre le cose sembrano andare meglio nel Mezzogiorno. Tra le ragioni dell'alto tasso di mortalità fra le api ci sono sicuramente le condizioni igienico-sanitarie degli alveari, i cambiamenti climatici e di conseguenza la disponibilità e qualità del pascolo e dell'acqua, l'insalubrità del territorio. Non si può quindi dare la colpa a un'unica causa scatenante, anche se gli esperti sono concordi nell'attribuire forti responsabilità all'inquinamento da fitofarmaci, a quello elettromagnetico e a una recrudescenza delle infezioni da virus e della varroa, malattia causata da un acaro che attacca sia la covata che l'ape adulta. Ma il clima non è da sottovalutare: un suo andamento irregolare può interrompere il flusso normale di nutrienti che sono necessari alle api per la loro crescita e sviluppo, indebolendo le difese dell'alveare; occorre quindi essere pronti a intervenire con idonee integrazioni alimentari che sostituiscano il nettare e il polline raccolti dalle api. A rischio sono diverse varietà di frutta e verdura, persino la carne: "Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza - avverte Coldiretti - dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l'azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme, come l'erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento". L'allarme interessa quindi l'intero ecosistema, ricorda Ermete Realacci, presidente della commissione ambiente della Camera: "Sarebbe un errore pensare alla moria come un problema che riguarda solo gli apicoltori. Questi insetti sono, infatti, un indicatore molto sensibile dell'equilibrio ambientale.

IL MISTERO DEL SENSO


Iniziò dal nulla. Finirà nel nulla.
Quale ragione? Nessuna.
E’ il caso. Il caso.


Però ci vorrebbe qualcuno.
Ma chi? Qui è il Deserto.
Arido e ventoso.


Non c’è più niente da fare.
O si ritorna indietro o sarà la fine.
No, è troppo tardi!


Non c’è più niente da fare.




A.D. a Giovanna dalla bella voce

07/03/08

TRAFFICO IN FIEMME E FASSA, PROBLEMA IRRISOLTO.


Le valli di Fiemme e Fassa sembrano svegliarsi da un torpore durato troppo a lungo. Vengono al pettine i problemi che il mondo ambientalista ha denunciato per oltre vent’anni: la sensibilità ambientale fino ad oggi è rimasta isolata, offesa, e chi la proponeva ha subito anche minacce. La questione delle seconde case oggi è riconosciuta da quasi tutti gli amministratori come una emergenza: si è consumato territorio utile, si è inciso negativamente sul paesaggio, e sui comuni sono piovuti innumerevoli problemi, il più grave dei quali è dato dall’impossibilità per un giovane di costruirsi una abitazione con costi sopportabili, o peggio, in alcune realtà, perfino di trovare uno spazio utile alla costruzione della prima casa. La percezione della drammaticità della situazione è però arrivata fuori tempo massimo, quando ormai risulta impraticabile ogni risposta, ogni correttivo. Analogo percorso lo troviamo sul tema del traffico. Vent’anni fa gli ambientalisti locali denunciavano come la costruzione della strada di fondovalle e le circonvallazioni dei paesi di Fassa, fossero un errore urbanistico irreversibile. Con la strada di Fondovalle non solo si andava a distruggere uno dei più delicati fondovalle alpini e il relativo torrente, l’Avisio, ma nonostante il notevole costo, nonostante le forzature amministrative nell’assegnazione dei lavori (ricordiamo la discutibile e ancora oggi non chiara gestione di Mondialfiemme), non si sarebbe risolto alla radice il problema del traffico in valle di Fiemme. La nuova strada avrebbe solo offerto sollievo al traffico turistico destinato alla valle di Fassa. E così è stato. Oggi Cavalese non riesce a fornire ai suoi cittadini ed ai turisti una minima isola pedonale, il centro abitato è costretto a sopportare non solo il traffico turistico, ma anche quello proveniente dai comuni limitrofi, o destinato a Pampeago, i parcheggi sono risibili e tutti disposti nel centro storico. Identica la situazione per Tesero. Solo Ziano e Predazzo hanno risolto il problema. Se poi ci inoltriamo in valle di Fassa, l’imbuto si restringe e le colonne di auto, in troppi periodi dell’anno, forzatamente si allungano. I centri abitati di Moena, Pozza di Fassa e Canazei per mesi sono invivibili. Le macchine dominano ovunque e ovunque si impongono. Siamo a conoscenza di alcuni numeri su patologie tumorali di abitanti che vivono lungo la viabilità principale di accesso alla valle: sono numeri che da tempo avrebbero dovuto allarmare qualunque amministratore o operatore sanitario, che avrebbero dovuto imporre, già molti anni fa, l’emergenza traffico. Ora finalmente le due valli si stanno risvegliando. Non certo grazie al progetto estivo di viabilità della Provincia e dei comuni di Varena, Cavalese e Castello di Fiemme, come prevedibile miseramente fallito causa la debolezza della proposta, come abbiamo già scritto. Ma grazie alla sensibilità di diversi soggetti, in modo particolare della associazione Transdolomites. Si tratta di un gruppo di volontari che un decennio fa, partiti dal tema del traffico e dalla opposizione alla volontà di costruire una invadente circonvallazione a Vigo di Fassa, sono riusciti a coinvolgere residenti di tutta la vallata, amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali e ricercatori anche di oltre confine, per far convergere energie e idealità nella ricerca di una soluzione definitiva e non impattante della mobilità nelle due valli. Dopo alcuni anni di convegni e insistenze, quest’anno Transdolomites ha organizzato a Moena, per il 25 e 26 ottobre, un convegno particolarmente intenso ed impegnativo. Il tema della mobilità è stato associato a quello altrettanto strategico del risparmio energetico e della diversificazione della produzione di energie, si sono analizzati diversi modi di muoversi all’interno di una vallata alpina. L’obiettivo finale è radicale: convincere il cittadino, l’operatore turistico e quindi il turista a rinunciare in modo drastico all’utilizzo del mezzo privato. Per arrivare a questo c’è chi invoca la ricostruzione della ferrovia Ora-Predazzo prolungandola fino a Canazei. Progetto problematico, visto che il passaggio da Moena o da Pozza è interdetto da una logica edificatoria irresponsabile e dissennata del passato. Altri propongono la costruzione di una tramvia, forse l’intervento meno invasivo dal punto di vista strutturale. Altri ancora invocano un investimento radicale sul trasporto pubblico, arrivando a considerare le due valli come una città diffusa, divisa in tanti piccoli quartieri che devono tutti essere serviti. In questi ultimi anni abbiamo visto come il tema sia maturato nella coscienza civile e all’interno delle amministrazioni pubbliche con tempi veloci, impensabili. Dopo il convegno, sul tappeto rimarranno aperti gli studi per valutare fattibilità economica e ambientale di tanti progetti. Servono risorse, ma sembra che la via indicata dal tracciatore Dellai, quella di una serie di gallerie lunghissime che portano su Trento, sia proprio la meno praticabile, la meno sostenibile: dal punto di vista della fattibilità, dei costi, del consumo energetico e dell’efficacia dei risultati per le due valli. Anche in Fiemme si discute animatamente sul problema. In vista della candidatura della valle ai mondiali di sci nordico del 2013 si sono costituite più commissioni, di amministratori e cittadini, che dovranno indicare i percorsi utili per costruire un appuntamento sportivo basato sulla vivibilità e sulla sostenibilità ambientale. Presso l’Azienda di Promozione turistica di Fiemme si crede con forza in questo progetto ed in tempi rapidi la commissione mobilità porterà all’attenzione della Provincia una serie di indicazioni che dovranno essere valutate. Anche in Fiemme l’obiettivo è da tutti condiviso: fermare le auto, sostenere e rafforzare il sistema pubblico. Rimane da valutare la soluzione tecnica: più autobus di linea? Un treno o una metropolitana leggera? Alcune funivie che dal fondovalle raggiungano i paesi di mezza costa e poi le aree sciistiche? Questi fermenti non vanno sottovalutati: ormai a tutti è evidente come il tema della mobilità sia un’emergenza, perché continuando in questo modo, cioè favorendo l’uso del mezzo privato, i paesi soffocheranno e si arriverà all’immobilità. Le superfici urbanizzate dei paesi sono ormai occupate per oltre il 40% da spazi destinati a parcheggi o servizi all’auto. Oggi i sindaci, probabilmente senza nemmeno rendersene conto, stanno rispolverando le soluzioni che gli ambientalisti proponevano alla fine degli anni ’80, durante il duro dissenso contro la costruzione della strada di fondovalle. Allora i documenti non venivano nemmeno letti, si dava incarico a qualche giornalista di demonizzare ogni proposta "verde", di dipingere queste persone o come degli irresponsabili o degli affamatori della valle. Le proposte "verdi" di allora oggi divengono progetti credibili: la costruzione di parcheggi interrati alle estremità ovest ed est di Cavalese e Tesero, una circonvallazione in galleria per tutti e due gli abitati, l’avvio di un servizio autobus continuo che colleghi tutti i paesi e le frazioni della valle. Certo, anche qui si arriva tardi, ma almeno la consapevolezza e la volontà di risolvere il problema è maturata, e in modo significativo. La resistenza più forte la troviamo però a Cavalese, dove il sindaco Walter Cappelletto e la sua giunta sembrano intenzionati a non voler nemmeno provare in modo sperimentale la chiusura al traffico del centro urbano; dicono di voler attendere prima la costruzione delle infrastrutture di servizio, anche se consapevoli che per arrivare a questo i tempi saranno lunghissimi. Anzi, fanno di peggio: invece di investire energie nella costruzione dei parcheggi esterni all’abitato, hanno dato il via alla progettazione di un parcheggio in pieno centro: come intenzionati ad attirare e favorire l’uso dell’auto privata, come sempre pavidi davanti ad ogni innovazione che presenti il minimo rischio. Se Cavalese conferma questa diffidenza e questo ritardo culturale il fatto non è di poco conto: stiamo parlando dell’abitato più importante di Fiemme, del vero capoluogo e dell’anello che in materia di traffico presenta la situazione più pesante e invivibile.


Luigi Casanova

04/03/08

A UN AMICO (PRIMO BILANCIO DELLA NUOVA VIABILITA')


Con abbondante ritardo ti scrivo. Mi avevi invitato a farlo un po’ di domeniche fa, anche se tu, chiaramente, sfottevi. Raccolgo però la provocazione ed esaudisco il tuo desiderio. Pur ribadendoti che non mi va più di disturbare. D’altronde, come hai ben capito, io i miei interessi li ho già fatti!! e dunque che senso avrebbe a questo punto insistere? Ti informo che sto ancora aspettando un cenno da “la tiesera” che finora non s’è fatta viva e, preparando la documentazione che mi ero ripromesso di farle eventualmente avere, ho riletto un po’ di roba vecchia di quasi vent’anni. Ti ricordi il Comitato pro Val di Fiemme? Volantini e scritti di allora? Rileggendo quelle cose posso, se non altro, menar vanto di non avere (insieme ad altri ed anche a te) detto e scritto fregnacce, visto e considerato che quasi tutto quello che avevamo previsto allora si è poi effettivamente verificato. Una cosa sola è andata diversamente. Pensavamo infatti che l’aumento del costo della vita in valle, causato dalla grande spinta turistico-speculativa che allora si stava per lanciare, avrebbe fatto scappare molti residenti per l’impossibilità di sostenerne le conseguenze. Invece no. Non è scappato quasi nessuno. Si sono adeguati e, stoicamente, sono rimasti in questa valle che nel frattempo s’è trasformata in una sorta di bengodi. Il tutto naturalmente non gratis et amore Dei. Si sono messi a correre. Le nuove coppie corrono (in senso proprio e pure metaforico). Corre lui e corre lei. Per “starci dentro” perché per arrivare alla fatidica 4ta settimana uno stipendio (medio) non è più sufficiente. Sarebbe interessante se qualcuno proponesse uno studio sul cambiamento socio-economico provocato dalle ripetute “occasioni irripetibili”. E quanto questa innaturale e imposta accelerazione economica si sia ripercossa sullo stile di vita, sui rapporti interpersonali, sulla perdita dell’identità locale, sulla sempre più frequente disgregazione delle nuove famiglie, sull’uso sempre più preoccupante di psicofarmaci e droghe da parte soprattutto dei giovani, eccetera. Si potrebbe fare un interessante confronto con realtà a noi vicine come la Valsugana, o la val di Cembra. Ma è certo che non si farà. Meglio far finta che tutto vada bene. Anzi benissimo! Gli studi su commissione pubblica si fanno sempre quando c’è la volontà di fare qualcosa, mai quando ci sarebbe la necessità di disfare. Nel 1988, ricorderai, a Cavalese la P.A.T. fece monitorare il grado di inquinamento in centro paese per giustificare la strada di fondovalle. Adesso il traffico è triplicato e nei paesi ciò che allora era causato dal transito turistico è provocato dal traffico interno ma a nessuno viene in mente di rifare la prova! Il rovescio della medaglia meglio non vederlo. Comunque ho capito che anche tu ti sei adeguato all’andazzo. E che ti piace pure. Vabbè, tu sei un uomo al passo coi tempi. Bravo, così si fa! Questo, d’altronde, è il pensiero dominante… Ah, dimenticavo: sai di quanto sono aumentati qui i prezzi degli immobili in poco più di un decennio? Quarant’anni fa, qui una famiglia di sei persone viveva con un solo stipendio molto più modesto di quanto lo sia mediamente uno attuale, le mamme di allora facevano le mamme e non le globetrotter e i bambini erano molto più tranquilli, meno viziati e più gioiosi. E un capo famiglia (con un reddito da dipendente) con cinque persone a carico riusciva da solo (con un sacrificio relativo) ad acquistare una casa intera (non un singolo appartamento) spendendo in proporzione molto meno di adesso. Eppure nessuno fiata. Scusa se sono categorico ma credo ci sia un inconsapevole moto di diffusa imbecillità. Almeno tanto sembra a me che però – come scriveva bene “la tiesera” – non sono al passo coi tempi. Quando, di fronte all’evidenza dei fatti, c’è chi mi dice che comunque noi siamo dei privilegiati, perché possiamo goderci strutture ed eventi che soltanto a 30 chilometri da Tesero se li sognano, non riesco a non pensare all’imbecillità. Ma di queste evidentissime assurdità te ne freghi perché ci hai fatto l’abitudine. Forse nemmeno te ne accorgi. Sei talmente convinto che a questa impostazione delle cose non ci sia alternativa che ti pare tutto ovvio e scontato. E tu continui a correre. E, grazie anche a te, il sistema si consolida perché esso si struttura sullo stile che i singoli comportamenti individuali adottano. Tutto è frenesia, superficialità, rumore, stress, nervosismo, mascherato da un sedicente benessere. E proprio per questo poi palesi la tua insofferenza nei confronti di una mia proposta: che la Municipalità, e non io, ha fatto propria e messo in pratica! Tu sfottendo insisti, ma in verità non c’è nessun interesse personale. Caso mai l’interesse procurato è generale! E dunque, a quasi tre mesi dall’avvio della nuova viabilità, mi permetto di fare un piccolo bilancio dell’iniziativa. Come avevo previsto e fatto notare alla Giunta comunale, attraverso il mio insistito carteggio, la situazione nel centro storico, specie nelle ore serali e notturne, è migliorata di gran lunga. Tolto il viavai del traffico gratuito ed insistito dei residenti nella zona alta del paese (via Rododendri, Cerin e Stava) il movimento autoveicolare degli abitanti del centro adesso è pressoché nullo. Si nota, finalmente, gente per strada che conversa e cammina e che lo può fare con discreta tranquillità e maggior sicurezza. A proposito – per non equivocare – sottolineo che il piano viario non è stato fatto per diminuire l’inquinamento come sento che taluni (contrari) argomentano, bensì, soprattutto, per ragioni proprio di sicurezza stradale e di tutela della quiete pubblica. Specificando meglio ti dico che se prima ogni incrocio autoveicolare comportava l’arresto di uno dei due automezzi con manovre correttive e lo scansarsi dell’eventuale pedone in transito a ridosso dei muri delle case adiacenti, adesso il flusso auto (che comunque è la metà di quello di prima!) è più seguente e i pedoni possono tranquillamente camminare mantenendo il passo senza doversi fermare. Certo nel centro storico la nuova viabilità ha anche ridotto l’inquinamento (ovviamente). Tu (e molti altri) ribatti che però è aumentato da qualche altra parte. Ti rispondo con una domanda: prima di adesso quanto ti preoccupavi (tu e molti altri) dell’inquinamento che provocavi a danno di chi sta in centro storico? Come mai questa improvvisa premura? Fatte salve le ottime ragioni anzidette, adesso, perlomeno, l’inquinamento aggiuntivo si diluisce su un territorio più vasto e con meno conseguenze dirette sulle persone. Ma l’auspicio, in prospettiva, se il piano riuscirà a far rinsavire anche i più ostinati abitudinari dell’auto forever, via via lo ridurrà un po’ ovunque.. Dunque in conclusione devo dire che il piano è migliorativo e lo sarà ancora di più quando verrà “metabolizzato” da tutti i residenti. Di ciò ringrazio in particolare l’assessore Barbolini che ha avuto il coraggio di portare avanti un provvedimento impopolare. Lui per fortuna il problema lo ha capito. D’altronde, come diceva qualche giorno fa un famoso architetto italiano, le cose, in mancanza di un forte substrato culturale, non si riesce mai a farle partire dal basso. Ci vuole che qualcuno le imponga d’imperio. Così come accadde per la raccolta differenziata (di cui tanto si parla in questi giorni causa il disastro campano) che proprio il nostro sindaco difese all'epoca convintamente. Ricordo quanta resistenza ci fu anche allora da parte di molti paesani e valligiani, mentre adesso invece tutti ne riconoscono la bontà e la lungimiranza.
Caro Amico, concludo con la speranza che tu riesca a fartene una ragione e che capisca che un futuro a misura d’uomo, giunti ormai al parossismo del consumismo, sarà caratterizzato da parole d’ordine che a te suoneranno certamente strane come decrescita, lentezza, risparmio, moderazione. Ma, volente o nolente, se vorremo sopravvivere a questa ondata di diffusa stupidità, così dovrà essere. Non c’è alternativa possibile.
Ciao.

euro

01/03/08

I FIGLI OBBEDIENTI DI MAMMA TELEVISIONE


Un articolo inquietante di un pensatore francese. Un’analisi spietata sullo stato dei cervelli dell’uomo del 2000; sulla capacità di persuasione dei nuovi strumenti di comunicazione di massa; sulla modificazione della famiglia indotta dalla tecnologia; sullo stordimento generale delle popolazione del cosiddetto Occidente e sulla “riduzione in schiavitù” dell’Uomo contemporaneo al consumismo. Una lettura chiarificatrice che si sposa perfettamente con le tesi sull’inganno di concetti come libertà e democrazia sviluppate da Massimo Fini (Sudditi - Manifesto contro la Democrazia).


L'individualismo non è la malattia della nostra epoca: è l'egoismo, il self love tanto caro a Adam Smith, decantato da tutto il pensiero liberale. È l'epoca dell'incitamento all'egoismo, alla produzione di individui tanto più ciechi o accecati da non accorgersi di quanto siano inquadrati in regimi omologati. E proprio di «ego» si tratta, poiché le persone si credono uguali mentre in realtà sono passate sotto il controllo del «gregge». Quello dei consumatori, in questo caso. Vivere nel gregge simulando di essere liberi è sintomo di un rapporto con il sé terribilmente alienato, in quanto ciò presuppone di aver accettato come regola un rapporto ingannevole con se stessi. E, dunque, con gli altri. Dunque, si mente sfacciatamente agli altri, quelli che vivono al di fuori delle democrazie liberali, allorché si racconta di voler portare loro la libertà individuale, con qualche gadget in regalo o armi alla mano in caso di rifiuto, mentre si tenta soprattutto di farli entrare nel grande gregge dei consumatori. Ma a cosa serve tale menzogna? La risposta è semplice. Occorre che ciascuno si diriga liberamente verso le merci che il buon sistema di produzione capitalistico produce per lui. «Liberamente» poiché, sotto costrizione, opporrebbe resistenza. L'obbligo permanente di consumare deve essere sempre accompagnato da un discorso di libertà, ovviamente falsa, intesa come mezzo per «fare ciò si vuole». La nostra società sta producendo un nuovo tipo di aggregazione sociale, che implica una strana combinazione di egoismo e socievolezza, cui darei il nome di «ego-gregario». Ciò rimanda al fatto che gli individui vivono separati gli uni dagli altri, soddisfacendo il proprio egoismo, ma rimangono collegati in modo virtuale per essere condotti verso le fonti dell'abbondanza. Le industrie culturali svolgono un ruolo decisivo: la televisione, Internet, una buona parte del cinema commerciale, le reti della telefonia mobile zeppe di offerte «personalizzate»... La televisione è innanzitutto un media domestico, che si è inserito in una famiglia già in crisi. Si è parlato dell'«individualizzazione», della «privatizzazione» e della «pluralizzazione» della famiglia, come conseguenze dell'inedita disarticolazione dei legami coniugali e filiali. Alcuni autori invocano addirittura una sua «deistituzionalizzazione», riferendosi alla caduta delle relazioni di autorità e all'insorgenza di relazioni di uguaglianza. La famiglia cessa di essere un gruppo strutturato da poli e da ruoli, e diventa un semplice raggruppamento funzionale agli interessi economico-affettivi: ognuno può badare ai propri interessi, senza che ciò implichi diritti e doveri specifici per nessuno. Per esempio, ognuno - padre, madre o figlio - va a cercare nel frigorifero il proprio sostentamento, quando dovrà placare la fame prima di tornare nella propria camera davanti alla televisione o al video registratore senza passare per il rito collettivo del pasto. Questi aspetti sono ben noti. Sono meno conosciuti i mutamenti introdotti dall'uso della televisione. Essa cambia infatti i connotati dello spazio domestico, indebolisce ulteriormente il ruolo già ridotto della famiglia reale e crea una specie di famiglia virtuale che si aggiunge a quella precedente. Alcune ricerche nordamericane già da molto tempo lo chiamano il «terzo genitore». Occorre prendere alla lettera tale espressione e non considerarla una semplice metafora, poiché spesso il terzo genitore riveste un ruolo più importante dei primi due. Il nuovo genitore porta con sé, nello spazio ora deistituzionalizzato della vecchia famiglia, la propria famiglia che, per quanto virtuale, non è meno invadente. Questo terzo genitore nei confronti dei figli, che allo stesso tempo è il migliore amico della famiglia per i genitori reali, costituisce dunque il vettore che permette di saldare una nuova famiglia virtuale ai resti della famiglia reale. Questa estensione si è imposta tanto più facilmente in quanto la propagazione della televisione si è diffusa in tutto lo spazio privato: oltre al televisore che troneggia, come una generazione fa al centro del focolare domestico, in soggiorno, ora se ne trovano persino nelle camere dei bambini.Il prolungamento virtuale della famiglia provocato dal terzo genitore è stato scarsamente rilevato dalle scienze sociali, malgrado la letteratura lo avesse colto perfettamente sin dagli inizi del regno televisivo. Nel 1953, nel suo avvincente romanzo Fahreneit 451, lo scrittore americano Ray Bradbury mostrava diversi aspetti del problema, uno solo dei quali è stato in seguito esplorato: una società in cui la televisione ha preso il posto del libro. Ne è stato tratto un film, realizzato da François Truffaut nel 1966: la trama è ambientata in un futuro prossimo in cui la società giudica pericolosi i libri, considerandoli un ostacolo allo sviluppo della persona. Se la questione del rapporto televisione/libro è stata indagata a fondo, scarso peso è stato dato alla seconda questione fondamentale posta dagli avvenimenti: la televisione come nuova famiglia. Tale aspetto è tuttavia assai presente attraverso il ruolo svolto, nel racconto, dalla moglie di Montag, il protagonista. Mildred (Linda, nel film) è totalmente succube del sistema di vita asettico e forzatamente felice instaurato dal «Governo». Ingurgita le pillole necessarie ad evitare ogni rischio d'ansia. E soprattutto vive con la televisione, che ritrova in ogni stanza della casa e che ricopre tutta la parete (il racconto giunge leggermente in anticipo sulla nostra tecnologia, ma fortunatamente ora abbiamo schermi piatti sempre più grandi). Tali «muri parlanti», come li chiama il narratore, rappresentano ciò che ella definisce la sua «famiglia», i cui personaggi virtuali vivono tutti i giorni nel salotto di Mildred. L'ambizione maggiore della protagonista è di arrivare, un giorno, a permettersi un quarto muro-schermo per migliorare... la vita di famiglia. La forza del romanzo sta nell'aver saputo rivelare tale aspetto con molto anticipo: mentre la famiglia reale - con i suoi codici, i suoi luoghi e le sue gerarchie - svaniva lentamente, veniva rimpiazzata da una nuova comunità immensa e volatile, portata dalla televisione. Sin dal 1953 Bradbury aveva compreso che, trascurando i vecchi rapporti sociali reali, i telespettatori cominciavano ad appartenere ad una stessa «famiglia»: improvvisamente con gli stessi «zii» che raccontano le barzellette, le stesse «zie» impertinenti, gli stessi «cugini» che si confidano. I numerosi talk show e gli altri programmi di intrattenimento trasmessi dai canali generalisti forniscono un'intera galleria di ritratti di famiglia: dal timido impenitente allo sbruffone incallito, passando per il brontolone patentato, l'ex-militante riciclato, il professore idiota, l'ecologista della buona cucina, il cinico un po' spaccone, la bionda petulante dall'anatomia modificata, l'eterno idolo dei giovani, il cantastorie della terza età, la star del porno che difende i diritti dell'uomo, l'omosessuale in tutte le sue declinazioni, l'handicappato simpatico, la drag-queen pronta a tutto, l'intellettuale blasonato, l'immigrato volubile, gli attori con le loro manie, gli sportivi dal cuore d'oro, i difensori delle cause perse e persino lo psicoanalista pieno di sottintesi freudo-lacaniani... un centinaio di persone che scorrazza ininterrottamente da un canale all'altro e che valgono oro: quelli che oggi chiamiamo people, inseguiti dai politici in crisi di ascolto. Facendo zapping oggi si incontrano i cugini, gli zii e le zie, e sono pure simpatici, o almeno si suppone che lo siano. La «famiglia» della televisione è chiamata a fornire ciò che le storie di famiglia (piccole e grandi, comiche o tragiche) non danno più. La televisione conforta le persone sole e intrattiene i gruppi in cerca di brio. La «tele» non fornisce solo una «famiglia», ma riunisce in una grande famiglia chi la guarda. Ognuno si confida con tutti gli altri in un ideale di trasparenza dove non si può nascondere più nulla. Prima della fine della trasmissione, i «segreti di famiglia» meglio conservati vengono svelati: nessuno resiste al grande sfogo. Sotto il sole del Grande Fratello, tutti devono dire tutto a tutti. Anche gli adolescenti e i giovani adulti che passano dal confessionale di «Loft Story» o di «Star Academy» (reality show di grande successo in Francia, ndt). La novità di queste trasmissioni è che il telespettatore può comporre la famiglia secondo le sue preferenze - per esempio, pigiando il tasto 1 se vuole sostenere Cyril o 2 se vuole espellere Elodie... Ci si potrebbe chiedere: dopo tutto, cosa c'è di sbagliato nella virtualizzazione dei rapporti familiari? Non fa parte del corso della storia? Dunque non c'è ragione di disprezzare il periodo attuale né, tanto meno, di rimpiangere il tempo che fu. D'altronde, l'epoca in cui si soffocava nella famiglia reale non è poi così lontano. Il celebre «Famiglie, io vi odio» di André Gide, ripreso dagli studenti del 1968, risale a una o due generazioni fa soltanto. Non è quindi più desiderabile una «famiglia» virtuale rispetto ad una vera, visto che quando non se ne può più, basta schiacciare il pulsante senza dover «uccidere il padre» come prima? La risposta è semplice: il telespettatore che ama i personaggi di questa «famiglia» non può essere ricambiato poiché essi, essendo virtuali, non possono che essere del tutto indifferenti. Eccezion fatta, evidentemente, se egli diventa mediatizzabile. In tal caso, si farà entrare l'infelice personaggio «nel» televisore, e gli saranno date sovradimostrazioni d'amore, come per far dimenticare l'intrinseca non-reciprocità del media. Da ciò deriva un'altra domanda, e una nuova risposta. Tutta questa spesa in tecnologia (telecamere, tecnici, palinsesti, satelliti, reti ecc.) e in investimenti diversi (finanziari, libidinosi ecc.) serve solo a sottrarre esistenza reale ai soggetti che guardano la televisione e vi passano tanto tempo? La «famiglia» è forse il regno del puro divertimento pascaliano? Un tempo, esso era concentrato sul re, in quanto quest'ultimo appoggiava tutti nonostante nessuno appoggiasse lui. Così, per sfuggire al forte rischio di malinconia del re, non vi era alternativa che quella di divertire continuamente. Siamo in una situazione simile oggi, con la differenza che tutti, nella democrazia di mercato, dovrebbero essere intrattenuti piacevolmente. Ma divertire il soggetto non basta. Si può fare di meglio. L'esistenza soggettiva dell'altro non preoccupa affatto la «famiglia», perché nulla la preoccupa, in quanto essa stessa è solo un'illusione. Dietro, si nasconde l'unica realtà consistente, l'audience (un'audience fidelizzata dal simulacro), che si misura, si scompone in parti allo scopo di essere venduta e comprata sul mercato dell'industria culturale. Se vi fosse ancora qualcuno così ingenuo da credere che la qualità dei programmi viene tenuta in conto nella programmazione, rimarrebbe forse disilluso già a una prima indagine. Conta solo l'indice di ascolto, poiché solo questo influisce sul vero affare: il prezzo degli spazi pubblicitari. È una regola espressa nel modo seguente da un direttore dei programmi di Tf1, docente alla università Paris Dauphine e alla Sorbona, ad uso degli apprendisti programmatori: «È inutile aumentare i costi per produrre un programma migliore di quello che si trasmette, se si possiede già il maggiore indice d'ascolto». Conosciamo le affermazioni fatte, dapprima in privato, da Patrick Le Lay, presidente di Tf1: «Le nostre trasmissioni hanno la vocazione di rendere [il cervello del telespettatore] disponibile: cioè di divertirlo e rilassarlo per prepararlo tra un messaggio e l'altro. Ciò che vendiamo a Coca-Cola è la disponibilità del tempo del cervello umano. Nulla è più difficile che ottenere tale disponibilità». Ecco, dunque, ciò che dobbiamo comprendere: il modo esatto in cui si ottiene tale disponibilità. Tuttavia, sebbene nessun'altra attività sociale venga misurata tanto quanto il consumo televisivo, tali misure non dicono quasi nulla sulla soggettività del pubblico. Perciò, è bene esplorare la vasta zona d'ombra in cui l'energia psichica è catturata per essere convertita in indice di ascolto. Dunque, prendo per buona l'ipotesi che ciò che permette al pubblico di divenire fedele si spieghi con la funzione di famiglia virtuale sostitutiva svolta dalla televisione. Esaminare tale «famiglia» è indispensabile per chi voglia davvero descrivere e pensare il mondo e le sue tematiche. Ciò permette di penetrarne la natura autentica. Bernard Stiegler, in un vivace libretto sulla televisione e la miseria simbolica, sostiene che «[l'audiovisuale] genera comportamenti gregari e non, contrariamente alla leggenda, comportamenti individuali. Dire che viviamo in una società individualista è una palese menzogna, un imbroglio straordinariamente falso (...) Viviamo, come aveva già capito e anticipato Nietzsche, in una società-gregge». La famiglia in questione sarebbe dunque in realtà un «gregge», che basta guidare laddove esso si abbevera e si può nutrire, cioè verso fonti e risorse ben precise. Non invocherei Friedrich Nietzsche, le cui qualità di vero democratico sono ancora tutte da dimostrare, quanto piuttosto Emmanuel Kant e Alexis de Tocqueville. Kant sviluppa il tema dell'irreggimentazione degli uomini in Che cos'è l'Illuminismo? (1784). Essa avviene, secondo lui, allorché gli uomini rinunciano a pensare per conto loro e si pongono sotto la protezione di «guardiani che, per "bontà", si propongono di vigilare su di loro. Dopo aver prima di tutto istupidito il gregge [Hausvieh, letteralmente «bestiame domestico»], ed essersi assicurati che tali miti creature non osino fare il minimo passo al di fuori del parco in cui sono rinchiuse, essi mostrano loro il pericolo di procedere per proprio conto». Alla lista dei guardiani del gregge proposta da Kant - il cattivo principe, l'ufficiale, il precettore, il prete, che dicono: «Non pensate! Obbedite! Pagate! Credete!» - è bene oggi aggiungere il mercante, assistito dal pubblicitario che ordina al gregge dei consumatori: «Non pensate! Spendete!». Quanto a Tocqueville, è degno di nota che l'eminente pensatore della democrazia abbia prefigurato l'irreggimentazione delle popolazioni quando si interrogava sul tipo di dispotismo che le nazioni democratiche devono temere. La nozione di «gregge» compare appunto nel 1840, quando egli afferma che la passione democratica per l'uguaglianza può «ridurre ogni nazione a non essere altro che un gregge di animali timidi e industriosi» liberati dal «problema di pensare». E in effetti, è vero: nel gregge siamo davvero tutti uguali. Dopo la proletarizzazione degli operai, il capitalismo si è adoperato alla «proletarizzazione dei consumatori». Per assorbire la sovrapproduzione, gli imprenditori hanno sviluppato tecniche di marketing che mirano ad intercettare il desiderio degli individui allo scopo di incitarli a comprare sempre di più. Le teorie di Sigmund Freud sono state messe così a profitto, attraverso l'adattamento al mondo dell'industria realizzato... dal suo nipote americano Edward Bernays. Quest'ultimo sfruttò (dapprima per il produttore di sigarette Philip Morris) le immense possibilità di incitamento al consumo di ciò che suo zio chiamava «l'economia libidinale». Il genio di Bernays è di aver percepito con molto anticipo il profitto che si poteva trarre dalle idee di Freud. In effetti, già nel 1923, in Crystallizing Public Opinion, egli spiega che i governi e gli annunciatori possono «irreggimentare la mente come i militari con il corpo». Questa disciplina può essere imposta grazie «alla flessibilità intrinseca alla natura umana individuale». Bernays indica che «la solitudine fisica è un vero terrore per l'animale gregario [gregarious animal], e che l'irreggimentazione gli provoca un sentimento di sicurezza. Nell'uomo, questo timore della solitudine suscita un desiderio d'identificazione con il gregge e con le sue opinioni». Ma, una volta entrato nel «gregge», l'«animale gregario» desidera sempre esprimere la sua opinione. Di conseguenza, i comunicatori devono «fare appello al suo individualismo [che] accompagna da vicino altri istinti, come l'egotismo». Perciò Bernays raccomanda di parlargli sempre del «suo» desiderio. L'irreggimentazione omogeneizza i comportamenti in modo tale da conquistare mercati e massimizzare il profitto, facendo leva in particolar modo sui media audiovisivi di massa, come la radio e il cinema, e poi la televisione inventata poco dopo, usati per funzionalizzare la dimensione estetica dell'individuo. Si badi che parlare di una società-gregge di consumatori proletarizzati non è affatto incompatibile con il dispiegamento di una cultura dell'egoismo assunta a regola di vita - anzi: tali nozioni si richiamano e si sostengono l'un l'altra. La vita in un gregge virtuale, incessantemente condotto verso fonti provvidenziali piene di sirene e naiadi, presuppone in effetti un egoismo ipertrofico presentato come emancipazione democratica. «Sii sempre più te stesso partecipando sempre più alla famiglia», «Con noi, sarai al centro del sistema» o «al centro della banca, della rete e di tutto ciò che desideri» - potremmo elencare mille pubblicità che utilizzano tale registro, poiché i pubblicitari sono specializzati nell'utilizzare il trucco (grossolano, ma imbattibile) consistente nel lusingare in ogni forma possibile l'egoismo degli individui. Con questo «egoismo gregario» (ricordiamo che «gregario» proviene dal latino gregarius, da grex, gregis, «gregge»), assistiamo senza dubbio a un tipo di «aggregato» nuovo, che va indagato tanto più rapidamente in quanto il suo lato egoista gli impedisce per sempre di scoprirsi esso stesso come essere collettivo. Con queste formazioni ego-gregarie, ci troviamo davanti a mostri generati dalla democrazia. Mostri, poiché tali formazioni sono profondamente antidemocratiche: esse si basano sull'omissione volontaria e sull'artificio ripetuto, sulla vendita delle coscienze, sulla sbruffonata vincente, sul profitto rapido e massimo e, per giunta, contaminano sempre di più il funzionamento democratico reale contribuendo in modo particolare alla «peoplelisation» della politica. La vita nel gregge virtuale è organizzata a partire dalla serializzazione degli individui esposti a molteplici possibilità di soddisfazione di bramosie egoiste, costantemente eccitate e rilanciate. Con «serializzazione», intendo la perdita del sentimento di appartenenza a una (o alla) collettività umana, l'insorgenza di un'anomia che conduce i membri di un gruppo a vivere ciascuno per proprio conto e nell'ostilità nei confronti degli altri. Tale serializzazione contribuisce affinché ciascun membro del gregge virtuale si abbandoni alle offerte di soddisfazione. Per incitarlo, basta l'offerta di guardare, che in teoria può essere declinata o accettata («in teoria», poiché i bambini sono in realtà spesso posti quasi di forza davanti al televisore dai genitori per tenerli tranquilli). Se accetta questa offerta, quasi obbligata, a guardare, il membro del gregge verrà «catturato» poiché guarderà pensando di guardare liberamente la televisione. Proprio allora entra in gioco una delle peculiarità della pulsione scopica: l'inversione del senso dello sguardo grazie al quale non è tanto lo spettatore che guarda la televisione ma, di fatto, la televisione che guarda lo spettatore. Ovviamente, tale ribaltamento deve essere quanto possibile indolore. Tutto parte da un contratto ingannevole secondo cui lo spettatore crede di poter guardare senza essere visto. Di qui nasce il sentimento di onnipotenza egoistico che raggiunge chi crede di «fare ciò che vuole» guardando ciò che desidera guardare. La prova ultima è che può cambiare canale come meglio crede. In realtà, lo spettatore non è onnipotente, tutt'altro: è guardato e addirittura spiato sicuramente più di quanto non guardi. Non dimentichiamo che nessun'altra attività sociale è misurata tanto quanto quella che ha a che fare con la pratica televisiva. Lo stesso fenomeno vale per ognuno di questi nuovi insiemi ego-gregari. In effetti, così come in Internet molti programmi-spia registrano localmente o a distanza lo sguardo dell'internauta attraverso i click del suo mouse, al fine di farne un ritratto automatico che permette di osservarne tutti gli aspetti, numerose scatole nere registrano le minime reazioni del telespettatore. In tal modo, mentre egli guarda viene anche guardato. La televisione è un occhio aperto su ogni membro o gruppo di membri del gregge. Il consueto «Vado a rilassarmi un momento guardando la televisione» è dunque illusorio. Infatti, è l'Altro che vi guarda; ma non solo voi, poiché allo stesso tempo esso guarda tutti i membri del gregge. E ovviamente tutti questi occhi accecati della televisione, diretti verso i membri del gregge virtuale, sono interconnessi. Ciò compone una rete immensa in cui ciascuno è costantemente esposto e guardato da ciò che egli guarda. E direttamente condotto verso le sorgenti in cui l'Altro vuole che egli vada a nutrirsi e dissetarsi con i suoi simili (e sappiamo che, per il presidente-direttore generale della principale rete televisiva francese, che fu considerato il «miglior offerente culturale», si tratta preferibilmente di sorgenti di Coca-Cola). La televisione funziona come una sorta di panopticon di Bentham al contrario. In esso, come ha mostrato Foucault, «[ognuno] è osservato, ma non osserva», in modo da «indurre nel detenuto uno stato cosciente e permanente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere». Qui c'è un'ulteriore perfezionamento (tale è il progresso): nessuno è visto, ma tutti sono guardati da questo grande Altro cieco che essi guardano. In effetti, non si tratta più di osservare ogni membro da un solo punto di vista centrale, ma di indurre ognuno a guardare in certe direzioni precise, quelle che promettono la felicità attraverso la soddisfazione generalizzata e automatica dei bisogni, ovviamente catalogata con cura e... prevedibile.


di Dany-Robert Dufour

26/02/08

A MASSIMO


Gentile Presidente,

come ben sai la Municipalità da un paio di mesi ha dato il via libera al nuovo piano della viabilità. Al di là del contingente e della primaria necessità di alleggerire la parte più antica del paese del peso del traffico da e per la zona residenziale alta del paese, l’intento secondario che si cela dietro l’adozione di codesto nuovo piano è quello di riqualificare il centro storico del paese, liberandolo dal soffocante ingombro e dalla pesantezza degli automezzi privati per restituirlo alla collettività che a quel punto ne potrà disporre per un uso più acconcio. Il virtuoso percorso prevede un graduale (e sperabilmente condiviso) avvicinamento alla mèta: azione amministrativa e controllo, contestuale azione rieducativa (nel senso di ri-appropriazione pedonale), qualificazione ambientale e urbanistica.
Tanto premesso a questo punto, per corroborare la lungimirante iniziativa municipale, urge il soccorso della fantasia per vivacizzare il Centro storico teserano durante la prossima stagione estiva. Nel merito, escludendo la chiassosa baby dance che considero un dequalificante omaggio all’intrattenimento da spiaggia e alla musica commerciale, la Tesero by night all’aperto, da troppi anni, si trastulla sostanzialmente con le due settimane delle Corte e poco altro. La stessa Banda, tranne che nelle due occasioni di accompagnamento alle processioni del Corpus Domini e del Rosario, qui a Tesero praticamente non suona più all’aperto da 25 anni. L’ottima iniziativa primaverile denominata Appuntamenti con la Banda (in teatro) è stata (ahimè) drasticamente ridimensionata per mancanza… di pubblico: nella fattispecie, depennare un concerto su tre non è – come sembrerebbe – cosa di poco conto. Ciò considerato, ragionandoci su ho dedotto che forse la debacle di questa manifestazione sia proprio conseguenza del fatto che suonare al chiuso, in una stagione che invece predisporrebbe volentieri al gelato all’aperto, non attiri più di tanto il pubblico. Qui ti coinvolgo. Se il Centro storico, finalmente, riuscirà ad alleggerirsi della fastidiosa presenza delle auto si potrebbe pensare di organizzare una qualche rassegna bandistica all’aperto. Che ne dici? Sia chiaro, non concerti impegnativi che sono più idonei a essere eseguiti in luogo chiuso, ma programmi “leggeri” tratti dal tradizionale repertorio per banda, fatto in particolare di marce e pezzi dedicati, preceduti da una breve sfilata per le vie del Centro. Sappiamo che a Cavalese, in estate, ogni domenica sfilano bande provenienti da fuori. Qui invece, per esempio, si potrebbero invitare 4 o 5 complessi musicali effettuando durante la prossima primavera altrettanti concertini serali all’aperto, da eseguire alternativamente in piazza Nuova e piazza Scario. È un’idea che butto lì e ti propongo, senza pretesa che dall’oggi al domani essa possa realizzarsi. Però intanto puoi cominciare a pensarci. Penso (e mi auguro di non essere il solo nostalgico a pensarla così) che poter riascoltare la banda all’aperto, in tranquillità, senz’auto e rumori di fondo, non sarebbe male. Spero anche che altre idee nascano e si trasformino in fatti concreti purché poi non diventino (come troppo spesso accade qui a Tesero) stucchevoli e infinite riproposte seriali. Come nella rotazione agraria i campi vanno rinnovati ogni due o tre anni, affinché la produzione non si riduca vieppiù, anche l’offerta folcloristica e rievocativa deve rinnovarsi e variare affinché l’interesse del pubblico si ridesti. Siamo a febbraio perciò (senza troppa fretta) c’è tempo per ragionarci e forse organizzare qualcosa già per la prossima bella stagione! Resto in attesa di un tuo cenno in merito. Ciao

euro

INCANTO NOTTURNO

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Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

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Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
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PASSATO

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ANCORA ROSA

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VIA STAVA ANNI '30

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TESERO DI BIANCO VESTITO

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LA BAMBOLA SABINA

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LA VAL DEL SALIME

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SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

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