31/12/11

PUTTANE






Nel suo recente ‘Cortocircuito di fine anno’ A.D. parlava, in senso metaforico, della genetica propensione degli Italiani alla prostituzione. Condividiamo. Dallo Stretto alle Dolomiti la piaga è ben evidente. L’ultimo consiglio comunale di Tesero ne ha dato ampia prova. Dopo l’uscita dalla Giunta dei due assessori dimissionari, il Richelieu teserano, nel pieno rispetto di quanto da noi a suo tempo facilmente previsto, s’è messo subito all’opera e come ne “Il giorno della Civetta” gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà della ormai ex maggioranza, si sono prontamente messi a novanta gradi. Ah, Michele, Michele, che delusione. Ma i coglioni te li sei persi? Per questo ti abbiamo votato?... La maggioranza, uscita dalle urne di quell’ormai lontano 16 maggio 2010, non esiste più. L’entrata dell’assessora esterna, Innocenza Zanon (rappresentante di lista dell’attuale ex opposizione!), sancisce il ritorno sostanziale alla Grande Ammucchiata, già sperimentata nella legislatura 1995 – 2000.
Le priorità di Tesero sono tornate ad essere le priorità del signor P. Il paese, nella profusione stordente di presepi e luminarie, può languire nella sua irreversibile decadenza. Finalmente il signor segretario potrà occuparsi a tempo pieno del Centro del Fondo, fonte primaria di proventi per il paese, senza dover rispondere dei fatti a quei due rompiballe ormai fuori gioco. Finalmente, grazie a un pactum sceleris tra il sindaco, il vicesindaco, il signor P e il capogruppo dell’ormai ex minoranza, si darà il via libera alla realizzazione della fondamentale pista di skiroll, sponsorizzata in particolare dall’ex assessora Lia Deflorian. Finalmente, soprattutto, si realizzeranno i lavori di copertura del campo di pattinaggio (altro cespite strategico del Comune), non già per la modica somma di 1.319.000,00 euro come prevista a bilancio, bensì, visto che il danè ce lo mette sempre il filantropico signor P, 2.213.000,00 (duemilioniduecentotredicimila!!!!).
Ma i timonieri di questa Autonomia, il signor Dellai, il signor Pacher e compagnia cantante, sono consapevoli di quante risorse finanziarie pubbliche si stanno sperperando nella periferia del Piccolo Impero Trentino? O sono soltanto capaci di piangere quando, giustamente, Roma minaccia (e, visto l’andazzo, sarebbe ora grande che lo facesse davvero) di chiudere i rubinetti?
Nel frattempo, accertata la totale incapacità di questi sedicenti amministratori comunali di ‘leggere’ la situazione economica attuale e i suoi prossimi futuri sviluppi, sarebbe forse il caso di promuovere uno sciopero fiscale, perché chiedere più tasse (nuova I.M.U. anche sulla prima casa dal prossimo anno e aumento delle addizionali IRPEF) alla cittadinanza, per continuare a buttarle nel cesso, non è più tollerabile.


L’Orco

P.S. Per dovere di cronaca informiamo che, oltre ai due ex assessori, l’unica consigliera di ex maggioranza a dire no e a salvarsi così dalla Caporetto amministrativa della lista Cambiare per Crescere è stata Flavia Vinante. Brava Flavia, tieni duro!

30/12/11

CORTOCIRCUITO DI FINE ANNO



Stiamo affondando, in sala macchine lo sanno, ma non lo dicono. La lunga belle époque, pericolosamente vissuta in quest’ultima quarantina d’anni, è al capolinea. A niente serviranno le inique sanzioni governative recentemente approvate dal parlamento italiano. E per quanto taluni si ostinino a non credere, quest’economia ha il destino segnato, esattamente come un dead man walking. Potrà ancora avere qualche improvviso scatto nervoso e magari dare per breve tempo l’illusione di un’uscita dal tunnel, ma senza una forte re-distribuzione delle risorse finanziarie disponibili (cosa assai improbabile), la comunque inevitabile conclusione del processo economico, semplicemente accelererà. Il problema è irrisolvibile in quanto composto da quattro questioni inconciliabili: la prima oggettiva, comune a tutti i sistemi economici del cosiddetto primo mondo, le altre più specifiche della nostra Italietta.
1) Il limite fisico dell’espansione economica, così come l’abbiamo conosciuta, che ci ha garantito per quasi mezzo secolo la piena occupazione, che ha generato il consumismo di massa e provocato – conseguenza niente affatto secondaria – il degrado ambientale del territorio e quello morale dei suoi abitatori.
2) L’abnorme aumento del debito pubblico nazionale, reso possibile dalla sovranità monetaria, il cui nodo è venuto al pettine (ed è recentemente esploso) soltanto con l’adesione alla moneta unica europea.
3) L’insostenibile peso del carico previdenziale nazionale, conseguenza della scellerata gestione del sistema pensionistico, portata avanti dagli anni Settanta in poi del Novecento dalla nostra sempre più inetta e predatoria classe politica.
4) L’impossibilità di restare, semmai oggi lo siamo, stabilmente competitivi a livello globale allorquando le economie emergenti dall’impressionante capacità numerica e quindi anche produttiva (Cina, India, Brasile) saranno “pienamente a regime”. Quattro punti che non si possono affrontare e risolvere disgiuntamente, ma che lo stato delle cose impedisce oggi e impedirà anche domani di affrontare congiuntamente. La coperta è troppo corta, e la piena occupazione sarà d’ora in poi pura illusione. La produzione di beni troverà sempre meno mercato interno per essere assorbita e le dinamiche non potranno che continuare a peggiorare. Esse funzionano infatti solo se tutto gira nel rispetto di una progressione auto-esaltante: maggior produzione, maggior consumo, maggior consumo, maggior produzione, in un’impossibile, ma necessaria infinita coazione. Che fare? Non è facile inventarsi qualcosa che sopperisca a questa ineluttabile prossima generale condizione. Oggi quest’Italia eccelle soprattutto nell’entertainment cioè nell’ ‘arte’ di vendere l’immeritata eredità del Passato. Data la situazione, per non ritornare troppo velocemente alle aborrite origini dovremo per forza giocare questa ultima carta a disposizione, sacrificando ciò che rimane della nostra cultura, del nostro patrimonio artistico e degli ultimi scampoli di territorio intatto. Per fortuna non faremo fatica! Noi Italiani siamo geneticamente avvezzi agli inchini e alla deferenza e ridare fasto diffusamente al più antico mestiere del mondo non sarà un gran problema. Già al tempo di Dante l’italica propensione alla prostituzione era ben nota: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell'anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra. Bisognerà soltanto decidere quali ruoli sarà più opportuno prendere in commedia e togliere quel poco di dignità che ancora ci resta. Il campionario delle maschere e dei caratteristi è vasto e permette ampia scelta. Faremo i dottori, gli avvocati, i lacchè, gli schiavi, i lustrascarpe, gli albergatori, gli allestitori di vetrine, i recitanti, i saltimbanchi e aspetteremo che chi ancora può venga a divertirsi e a scoreggiarci addosso.

A.D.

27/12/11

NATALE PAGANO



Il Natale non fa tutti più buoni: fa tutti più vuoti. Il cristiano che fa shopping di regali e strenne natalizie rappresenta un caso di sdoppiamento della personalità: in tutta buona fede crede che Gesù nacque figlio di Dio a Betlemme, segnando in una stalla lo spartiacque decisivo della storia umana; contemporaneamente, è perfettamente cosciente che tale evento non condiziona la sua vita reale, in quanto l’epoca moderna, disincantata e secolarizzata, è scristianizzata. Siccome l’economia tende a inglobare ogni forma di espressione umana, quegli appuntamenti che nonostante tutto mantengono in vita una sia pur debole fiammella di fede ultraterrena si trasformano in orge di bancomat e scontrini. Babbo Natale e l’albero dei doni, americanizzazioni di antichi miti pagani europei, vincono sul Bambinello e sulla Vergine, perché più adatti a innescare la corsa agli acquisti commerciali. Questo lo sa benissimo anche il devoto che va alla messa notturna del 25 dicembre, e lo accetta di buon grado. Per quieto vivere, perché così fanno gli altri, per abitudine. Ma soprattutto perché, dopo due secoli di sistematica estirpazione del sacro dall’esistenza quotidiana, non riesce a percepire il divino. E lo sostituisce malamente con una fedeltà a riti di massa che non sono morti solo perché una parvenza di tradizione spirituale serve ad appagare il bisogno innato di trascendenza e di comunità. E’ la sensazione di una notte, sia chiaro. Per il resto c’è la carta di credito. Eppure quel bisogno preme, non si dà pace, è insoddisfatto. Non è umanamente sostenibile una religiosità circoscritta a qualche giornata di contrizione ipocrita, o, bene che vada, alla particola domenicale. E’ nelle difficoltà di ogni giorno che al comune ateo travestito da credente manca la forza rassicurante e rigenerante del divino, del numinoso. L’aura sacra che un tempo avvolgeva ogni momento del nostro passaggio sulla terra si è eclissata, scacciata con ignominia dalla spasmodica ricerca di ritrovare in tutto una causa dimostrabile. La morte di Dio ci ha lasciati soli con una tecnica scientifica che ha razionalizzato la natura mortificandola, e con una logica economica che va per conto suo, incontrollata e disanimata, rubandoci la libertà di cambiare il corso della storia. Siamo soli col denaro, vero nostro Signore. Dice bene Sergio Sermonti, scienziato anti-scientista – un apparente ossimoro che gli è costato l’ostracismo pubblico: «Come insegnava Goethe, non dovremmo chiederci il perché ma il come delle cose. Nel chiedere il perché c’è un tacito presupposto che dietro ogni cosa ci sia un’intenzione, un proposito (appunto, un “perché”) e quindi che ogni cosa sia scomposta o scomponibile in fini e strumenti, o mezzi di produzione, come un’azienda umana. Sotto tutto questo c’è una sottile mentalità ottimistica, economicistica, produttivistica. No. Il mondo opera su un’altra dimensione, galleggia nell’eterno, è sospeso nell’infinito, ed è per l’appunto questo spostarci nelle sue dimensioni incantate il più raffinato e prezioso risultato della conoscenza, e non, al contrario, quello di rovesciare il mondo ai nostri piedi» (“L’anima scientifica”, La Finestra, Trento, 2003). Per recuperare il senso del divino, il cristianesimo ormai serve a poco. E’ troppo compromesso con la modernizzazione, essendosene spesso lasciato usare come puntello e bandiera. Le Chiese sopravvivono nell’acquiescenza allo stile di vita radicalmente anticristiano dell’uomo consumato dai consumi. In particolare i Papi, incluso l’ultimo, il tradizionalista Ratzinger, si sono arresi a Mammona, e non c’è un prete a pagarlo oro che si scagli contro i moderni mercanti nel tempio: preferiscono i facili anatemi sulle unioni omosessuali e le comode prediche sulla fame in Africa. Il cristiano ha dimenticato il pauperismo di San Francesco d’Assisi, ha rinnegato l’umanesimo dei pontefici rinascimentali, ha sepolto l’antimodernismo del Sillabo, con Lutero e Calvino è stato all’origine stessa dell’etica capitalistica. Si è adattato al materialismo con il Concilio Vaticano II e allo showbusiness con Giovanni Paolo II: rinunciando alla lotta contro il mondo, non costituisce nessuna minaccia per il MacWorld. Anzi gli fa da angolo cottura spirituale. Da chi o da cosa, allora, può venire un aiuto per liberare la divinità prigioniera che scalpita dentro di noi? L’ostacolo viene dal fatto che il cosiddetto progresso, scomponendo razionalmente la natura e violentandola nell’insaziabile tentativo di piegarla, l’ha resa muta e l’ha eliminata dalla nostra esperienza quotidiana. Da un lato non ci fa più alcuna paura, la paura ancestrale che è il moto d’animo originario di qualsiasi cultura. Dall’altro l’elemento naturale, incontaminato o non del tutto antropomorfizzato (com’erano ancora le vaste campagne nell’Ottocento e nel primo Novecento) si è via via ristretto e diradato. E’ letteralmente scomparso dalla nostra vista. Oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive concentrata come formiche in centri urbani sovraffollati, dove il verde è rinchiuso in minuscole riserve talmente artificiose che la regola è di non calpestare le aiuole. I bambini non fanno più conoscenza con la terra perché non ne hanno più sotto casa, non s’incuriosiscono scoprendo insetti e animali perché abitano circondati dal cemento e non si sporcano nemmeno più, perché passano il tempo ipnotizzati davanti a computer, televisione e videogiochi. Nei weekend o in vacanza le famigliole si recano diligentemente al mare o in montagna, ma a parte qualche bagno o escursione, inquadrati in ferie organizzate a puntino con tutti i comfort, il contatto con le forze naturali è minimo, povero, addomesticato. Sempre insufficiente a resuscitare una risonanza interiore fra l’io individuale e il cosmo, fra il sentimento della propria limitatezza personale e il sentimento di appartenere al tutto, all’organismo della vita. E’ in questa corrispondenza che si può provare la percezione che in un orizzonte, in un albero, in un filo d’erba, in un soffio di vento, in ogni singolo nostro respiro esista un’anima, cioè un dio. Ma se non si sperimenta in sé questa immediatezza, anche il discorso più ispirato resta lettera morta, una pia intenzione romantica. La gioia im-mediata di sentirsi partecipe di un grande Essere ci è preclusa dal sovraccarico di costruzioni mediate, razionalistiche, cervellotiche e meccaniche con cui abbiamo imparato a guardare e toccare ciò che ci circonda. Questa è la malattia che ci portiamo addosso: l’eccesso di ragionamenti che desertifica il nostro bosco profondo. L’uomo scettico e che la sa lunga ha orrore della naturalità nuda e pura, e se non può manipolarla con la sua scienza maniacale e coi suoi aggeggi tecnologici, la respinge, dipingendola come un caos di animalità bruta e senza controllo. Ma basta uno tsunami, un terremoto o l’esplosione di furia omicida (anche questa è “natura”) per rendergli la pariglia e mostrargli che Madre Terra, vilipesa e umiliata, è sempre lì, pronta a risvegliarsi. Scegliere consapevolmente di risvegliarla non è possibile, per ora, nemmeno nel privato del proprio foro interiore. Il salto è accessibile solo a una condizione, oggi impraticabile a livello di massa: il ritorno a un sistema di vita più semplice e scandito dai ritmi naturali. Eppure, se tu che mi leggi non cominci almeno a porti il problema, l’impossibile resterà impossibile per sempre.

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.com

22/12/11

COMUNICATO STAMPA



Dal 2009, Transdolomites si è fatta promotrice dell’azione che ha portato alla realizzazione dello studio ferroviario della società Qnex per il collegamento ferroviario Trento-Alba di Canazei. A partire dallo stesso anno si è avviato un lungo percorso di confronto con le popolazioni, con le pubbliche amministrazioni, con le associazioni di categoria delle valli dell’Avisio e della città di Trento. Un’esperienza innovativa che dura da più di tre anni e non ancora conclusa. Nel 2011 abbiamo lavorato con molta determinazione per far crescere questa idea progettuale, grazie al lavoro di numerosi esperti di progettazione di ferrovie di montagna, e quello che sta venendo alla luce è un lavoro veramente pregevole che porterà il collegamento a fare capolinea a Penia, ossia oltre Alba di Canazei.
Il consenso attorno alla proposta di una ferrovia moderna che colleghi Trento con la Val di Fassa sta crescendo costantemente. Lo dimostrano i vari articoli pubblicati sugli organi d'informazione, le tante persone che ogni giorno ci chiedono di essere aggiornate nel merito, le mozioni dei consigli comunali, ultima, in ordine di tempo, quella del Comune di Predazzo. Ma altri sono i comuni in Val di Fiemme e in Val di Cembra che già hanno votato la mozione promossa dall’Amministrazione comunale di Ziano di Fiemme guidata dal sindaco Fabio Vanzetta.
Dopo tre anni dedicati al coinvolgimento dei territori, le comunità attendono da Transdolomites un segnale forte e chiaro, un cambio di marcia. Quel cambio di velocità che riteniamo sia giunto il momento di fare e che sarà costituito da una serie di azioni che avranno lo scopo di dare concretezza e incisività per raggiungere un traguardo dichiarato: la realizzazione della ferrovia dell'Avisio.
Sarà il 2012 l’anno nel quale vogliamo arrivare a concretizzare tutto quello che abbiamo seminato negli anni scorsi. La prima iniziativa riguarderà l’attivazione di un Forum che chiami a raccolta le comunità delle valli dell’Avisio. Questa intenzione era stata presentata in conferenza stampa, nell’agosto 2011, congiuntamente da Fabio Vanzetta e Transdolomites.
A breve, direttamente a mezzo lettera o e-mail, e indirettamente mediante comunicati stampa, Transdolomites proporrà a tutti quelli interessati all’argomento e desiderosi di rendersi parte attiva, di aderire a questo Forum sulla mobilità delle Valli dell’Avisio, al quale verrà data voce e accessibilità tramite un blog dedicato.


Massimo Girardi
Presidente di Transdolomites
Tel 320.4039769

20/12/11

TUTTO VERO

DUBBI (PARCÀNDOLA DE NADÀL ’N STILE ‘RAŜA’)




Peccio, o Avèzo?
Bocce rosse, o Bocce blu?
Sfrinzole de or, o Sfrinzole d’arzento?
Lüci ferme, o Lüci che va e ven?
’Ncoloride, o No?...

A la araba, o A la tirolese?
Con le palme, o coi Ŝenéori?
Volpe e galine, o Elefante e dromedario?
Re Magi sì, o Re Magi no?
Lieti Pastori, o Fürbi Bacani?...

Giro dei Presepi, o tonda de i ‘Mercatini’?
Faŝón quel dei Presepi.
Ohh, Ma varda ’sti cabioti... Che èlo? Polinari?
Ah no, adess vedo! Tüti i agni ’na növa...
Ben bravi però, nó…

Agriföol, o Becašoriss?
Regai ‘che resta’, o ‘Noma ’n penšier’?
“Bone feste”, o bèle “Augüri”?
Stille Nacht o Merry Christmas?

Notte santa, o Notte danada?
Con la tò’ femena, o Con quela ciavàda?
Messa de mezanotte, o Messa de le diés da šera?
Con la Comünion, o Senza?...

Marena e spanciada, o Digiuno e astinenza?
Al ristorante, o te l’Òlto?
Poa, o Tacchino?
Da la Còpera, o föra ’l Dino?...
Spümante o Acqua de spina?
Zelten, Pinza, o šol farina?

E par pararla ŝo, faŝóne an ’na sciada?
Ma sì, dai, dai.
Šü la neve, o šü la ciópa?
Fondo, o discesa?
Lavazé, o Pampeago?
O še fal pü presto a nar ŝa Lago?...

La beves ’na bira? Še gh’è ’l Checcone, sì!
‘l Checcone no ’l gh’è, gh’è ’l Bepo, casomae.
Bòn an ’l Bepo! Anzi mejo: cossì še’n bevón cinque!
Dal Topo, o dal Tivini?
Ma ’l Tivini l’ha šerà che l’è agnorüs.
T’as reŝón! Alora dal Topo!

Dio, dio, che ma de testa!
N’hae sché pien i cojoni.
L’è bele che doman e šon ancora ’n traina!
E ti Toni no es stüfo?
Ah no, vè! Tös ’n migol de zelten?
No, niente, grazie. Ma, se propio propio, ’n dedo de sgnapa.

Banda de Tieser, o Banda de Pardacio?
Grisoverdi o Türchini?
Né una, né l’altra, par ancö n’hae šentü assà.
Dai Franzele gé, che gh’è le bandiste con la divisa növa…
Vegneria volentiera šol se le füsse senza.

E alora che fas che?
Forsi me tiro a ŝaga.
Doe righe d’en bon libro, o ’na ociada a la scatola da le baoŝie?
Niente, šon massa straco. Bonanotte, Toni.
No, spèta ancora ’n pöco...

Ma ostia, la rüao?
Strütà de dir monae.
Faŝé ’n migol de basta.
Da bravi, ŝe a dormir.
Daŝeme ’n pö de tregua, che i coscritti ŝa i leva.
Sacramenta!

Mejo nar Toni.
Sì, mejo mejo, ché l’è mato quel là.

Aì , mato e catìo. Še la ürta ne ciapón ’n orinal so par ’l cao.
A doman Franzele.
Aì, a domàn.

Ohh, quante che gh’en volèva.
A le tante i šé ’n nai e da nöo tütto ’ntorno l’è cèto.
Adess, che l’è quasi šan Stèfen,
finalmente l’è dal bòn stille nacht.

18/12/11

SE NON ORA, QUANDO?





“Se non ora, quando?” ripeteva l’altra sera un parlamentare dell’IDV, durante la dichiarazione di voto sulla fiducia alla manovra Salva Italia. Ed elencava un rosario di azioni e di provvedimenti che Monti e il suo governo ‘tecnico’ avrebbero potuto fare ed adottare a ‘saldi invariati’, senza dover infierire sulla base sociale e senza pregiudicare quindi la ‘pace sociale’ in questo difficile momento. Così invece la casta, non solo quella politica, è salva e se la ride, ma, sia chiaro, si sarebbe salvata e avrebbe potuto ugualmente ridere, anche se il peso della ‘bastonata’ fosse stato scaricato interamente su di essa. Ma tant’è. Questo hanno deciso i ‘tecnici’, facendo però, imperdonabilmente, un clamoroso errore di valutazione della situazione, dalle conseguenze politico-sociali imprevedibili. Perché sottovalutare un richio così alto? Perché essi tra un anno non ci saranno più? Probabile: era destino che a loro toccasse di fare il lavoro sporco. Magari però semplicemente perché cane non morde cane.
Riproponiamo dunque la domanda: se non ora, quando? Non è facile prevederlo esattamente. Di sicuro non subito, forse entro i prossimi 12 – 24 mesi. Non perché i tempi non siano maturi, non perché i presupposti materiali non ci siano tutti, ma perché la massa d’urto non è ancora pronta. Scrive infatti lo storico Luciano Canfora in “Critica della retorica democratica” – Editori Laterza : “…il fondamento delle rivoluzioni è innanzi tutto la tensione morale. Senza nulla togliere, ovviamente, ai presupposti materiali, in assenza dei quali nessuna crisi si innesta, qui intendo per “fondamento” quel quid della psicologia collettiva che effettivamente mette in moto il sommovimento rivoluzionario: il quale non è mai inevitabile, e che, per esplodere, ha bisogno della diffusa convinzione dell’insostenibilità dell’ordine esistente e della convinta scelta di mettere in discussione tutto, dalla tranquillità di vita alle certezze quotidiane. Questo “salto” gravido di conseguenze estreme non è mai compiuto alla leggera da nessuno (…). Molte volte esso sarebbe possibile, ma rare, rarissime volte effettivamente accade: appunto perché è una scelta radicale, che sconvolge l’intera esistenza e richiede slancio e tensione morali molto al di sopra della media, spesso propiziati da condizioni eccezionalissime, come una guerra catastrofica (1917) o l’improvvisa rivelazione dell’incredibile debolezza del potere (1789).”
La rivelazione dell’incredibile debolezza del potere è sotto gli occhi di tutti. La tensione morale è stata però cancellata da un pezzo, quantomeno da quando al potere è asceso l’Uomo della Provvidenza con la sua corte di puttane e di lacchè: ricostituirne un quantitativo sufficiente alla bisogna, non sarà cosa né di un giorno né di due. La convinzione dell’insostenibilità dell’ordine esistente dipende invece da quanto la casta dell’informazione giornalistica, soprattutto quella televisiva (con le sue Lucia Annunziata, le sue Lilli Gruber, i suoi Fabio Fazio, eccetera, sempre compiacenti e indulgenti nell’ intervistare i potenti di turno, col sorriso e la tranquillità di chi, grazie a contratti, appunto, ‘da casta’, sta al riparo dalla tempesta in corso) riuscirà ancora ad anestetizzare la coscienza collettiva, sopendo la voglia di riscatto di quel popolo che ogni sera si pone in tele-ascolto, davanti alla scatola magica, prima di coricarsi.

L’Orco

15/12/11

L’OTTUSA OSSESSIONE DELLA CRESCITA




Se ci si chiede chi sono i responsabili di questa crisi economica globale non si trova una risposta. Perché sono tutti e nessuno. Tutti perché, a parte alcune rare voci “clamans in deserto”, irrise, derise, bollate come apocalittiche dai seguaci dell’Illuminismo e professionisti dell’ottimismo (Umberto Eco: “Di una cosa però sono certo: la dose di futuro contenuta nel nostro presente è in aumento dovunque, nella società, nell’industria, nel costume e insomma in ciascuno di noi”, Repubblica, 28/12/1983), tutti abbiamo accettato un modello di sviluppo paranoico basato sulla crescita continua che anche un ragazzino che studia matematica a scuola avrebbe capito che, prima o poi, sarebbe andato incontro al collasso. Perché le crescite all’infinito esistono, appunto, in matematica, ma non in natura. Noi ci siamo messi in un circolo vizioso terrificante. Il consumismo non è solo un deleterio fenomeno di costume, come pensava Pasolini, è essenziale al modello di sviluppo industriale. Se la gente non consuma le imprese non producono e sono quindi costrette a liberarsi di molti lavoratori che, così impoveriti, consumeranno ancora di meno obbligando le imprese a contrarsi ulteriormente. Questa si chiama recessione. Siamo quindi costretti a produrre, a ‘crescere’ come tutti dicono, da Washington a Berlino a Parigi a Roma. Ma poiché abbiamo già prodotto di tutto e di più non possiamo più crescere se non con margini sempre più ristretti che alla fine si esauriranno anch’essi. Certo, per un po’ di tempo gli Stati Uniti potranno vendere alla Cina e la Cina agli Stati Uniti e così l’Europa. E lo stesso avverrà con altri Paesi cosiddetti ‘emergenti' come l’India o il Brasile. Ma anche questi Paesi, che hanno il vantaggio di essere partiti dopo, prima o poi diventeranno saturi, come lo siamo già oggi noi occidentali. Quando ciò accadrà il sistema collasserà, irrimediabilmente. Gli scenari che si aprono, a quel punto, sono due. Uno prende spunto da ciò che accadde dopo il crollo dell’Impero Romano. Le città si spopolarono (Roma che ne aveva avuti due milioni si ridusse a 35 mila abitanti) e chi vi abitava andò a rifugiarsi nelle ‘villae’ dei grandi proprietari terrieri o presso i monasteri. Nacque così il feudo, economicamente autosufficiente (autoproduzione e autoconsumo). Il denaro, di fatto, scomparve. Bisognerà aspettare otto secoli perché, con l’affermarsi dei Comuni, rifaccia la sua apparizione. Speriamo che sia questo primo scenario ad avverarsi. Perché il secondo è apocalittico. I feudi si formarono abbastanza pacificamente. Oggi potrebbe essere diverso. Col crollo del mondo industriale e del denaro la gente di città, rendendosi conto che non può mangiare il cemento né bere il petrolio, dopo aver saccheggiato i supermarket si riverserà nelle campagne alla disperata ricerca di cibo. Ci arriverà a piedi (chi avrà la forza di farlo, gli altri cadranno lungo la strada) perché non ci sarà più benzina e si scontrerà con chiunque possegga un terreno coltivabile che difenderà con le unghie e con i denti perché sarà questione, per tutti, di vita o di morte. Fra cittadini e contadini o proprietari terrieri scorrerà il sangue. A fiumi (altro che il ridicolo ‘lacrime e sangue’ di cui si parla in questi giorni perché nessuno è disposto a lasciare sul campo 600 euro senza aver capito che fra poco, qualunque siano le misure prese, perderà tutto). È anche possibile che le leadership mondiali dei Paesi più potentemente armati, prese dal panico, comincino, nell’impazzimento generale, a sganciarsi atomiche, l’una contro l’altra. In questo caso non si salverà proprio nessuno, nemmeno gli indigeni delle Isole Andemane che, come altri popoli che noi chiamiamo presuntuosamente ‘primitivi’ e i tedeschi, più correttamente, naturevolker (popoli della Natura) che hanno scelto di vivere in una società statica rifiutandosi di entrare in una dinamica come la nostra, nata (assieme a una serie di complessi fenomeni, fra cui, fondamentale, la diversa percezione del tempo, dal presente al futuro) dalla Rivoluzione industriale. Queste cose noi le andiamo scrivendo, inascoltati, da un quarto di secolo (La Ragione aveva Torto?, 1985). Siccome non siamo buoni rideremmo a crepapelle vedendo che i cosiddetti illuministi, o, per essere più precisi, i loro ottusi epigoni, stanno tagliando, da tempo, il ramo dell’albero su cui son seduti. Il fatto è che su quel ramo ci stiamo anche noi e dobbiamo assistere impotenti a questo “auto da fé” che ci travolgerà come tutti gli altri. Questo è il tragico e beffardo destino di ogni Cassandra.



Massimo Fini

13/12/11

A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE




Su questo sito ci è capitato talvolta di criticare le nostre amministrazioni comunali, tanto, in passato, quella guidata da Gianni Delladio quanto, recentemente, quella di Francesco Zanon. La critica d’altronde è componente essenziale della dialettica democratica. Un pungolo necessario, ancorché spesso del tutto insufficiente.
Tuttavia abbiamo anche plaudito, quando ce n’è parso il caso, alle cose e agli uomini che, a nostro giudizio, meritavano l’encomio. Ricordiamo che un blog è uno strumento di informazione aperto, libero di criticare e passibile di essere a sua volta criticato, pronto ad accogliere gli scritti ed i commenti di chiunque abbia voglia di intervenire, sia in modo diretto, facendoli pervenire a mezzo posta elettronica, sia indiretto.
Oggi questo blog si fa tramite del signor Mario Delladio (Scolìn), presidente della più volte menzionata associazione agricola Mi.Sa.Po. (acronimo delle tre località agricole più importanti del paese: Milón, Saltojo, Porina; nonché locuzione verbale dialettale dal chiaro significato: io zappo) che a conclusione dell’anno agrario 2011 desidera ringraziare pubblicamente l’amministrazione Zanon. In particolare Delladio rivolge il suo plauso all’ex assessore Carpella e alle maestranze comunali esecutrici dei lavori, per l’impegno profuso nella realizzazione dell’acquedotto di servizio ad uso irriguo in località Saltojo e della sistemazione delle due baite di supporto ivi esistenti. Lavori – ricorda Delladio – da tempo attesi dai coltivatori di quelle terre ed in passato più volte promessi, che la giunta Zanon, conformemente all’impegno programmatico assunto con gli elettori, ha portato a compimento con celerità.
Con l’occasione Delladio fa sapere che per poter archiviare definitivamente la ‘pratica Saltojo’ mancherebbe ancora la cosiddetta ciliegina sulla torta. E cioè, traducendo in concreto, la riasfaltatura della strada che da Sorasass conduce sino all’anzidetta località. Da anni le condizioni del manto bituminoso sono precarie. In più occasioni esso è stato parzialmente asportato e poi rattoppato alla bell’ e meglio, tanto che il fondo, qua e là è alquanto sconnesso e in taluni punti pericoloso. Sarebbe opportuno quindi procedere alla sua completa sostituzione, per poter garantire il transito auto-veicolare e ciclo-pedonale in assoluta sicurezza.

11/12/11

VA' ROCCO

- 20: ISTRUZIONI PER L’USO




Mancano venti giorni all’inizio della Fine. Beninteso, niente botto apocalittico con i quattro Novissimi pronti a intervenire sull’uscio di ogni casa, il Dies irae, lunghe file d’anime in attesa del Giudizio e il Tuba mirum eseguito da una possente wind orchestra disposta su una improbabile quinta celeste. Piuttosto, e verosimilmente, il repentino approdo a un fine ciclo socioeconomico, la contemporanea accentuazione dell’estremizzazione climatica e il manifestarsi di grandiosi stravolgimenti geopolitici. Comunque sia, prossimamente, ciò che sin qui è stato, non sarà più.
Il Grande Rimescolamento comporterà severe rinunce e straordinaria forza di adattamento. Il Medioevo Prossimo Venturo, preconizzato nel suo omonimo saggio, nel lontano 1970, dal matematico italiano Roberto Vacca, è alle porte e in troppi ancora non lo sanno. Prima dello scoccar dell’imminente fatale mezzanotte, bene faremo a ungere gli arrugginiti mozzi dei vecchi carri dalle lignee ruote e con le lame, ad aggiustare i sarchi ed i forconi, a battere le falci, ad imbiancar con calce le dismesse stalle, a toglier dalla polvere i rastrelli. Avanti che cada, se cadrà, la prima neve vera, pure sarà opportuno erpicare gli ancora nudi campi e dissodare i prati da mettere a coltura. Per non trovarci poi spaesati all’ultimo minuto, di lavori da fare ce n’è ed i più accorti già stanno provvedendo.
Nel suo per quanto piccolo, la locale benemerita associazione cultural-colturale Mi.Sa.Po., consapevole del disagio nel quale in molti si potrebbero ritrovare a primavera, fa sapere che a breve avvierà nuovamente dei corsi teorici serali gratuiti di tecnica agricola per i più digiuni in materia. Per la pratica tutto è rimandato alla stagione nuova. Insomma, c’è fermento e, nonostante un’apparente e ingannevole inerzia, la parte meno passiva e più vitale della collettività, perlomeno psicologicamente si sta preparando.
Certo, il prossimo futuro sarà molto diverso dalla realtà del nostro attuale quotidiano. Era impensabile sino a pochi mesi or sono immaginare un così ratto mutamento. Tutto pareva dover durare all’infinito. Di poter continuare ad allargarsi, a sperperare, a pretendere, a ‘crescere’; noi montanari senza più saggezza lasciar che la campagna, per quanto magra e dura, andasse alla malora rievocandola incoerentemente, tanto per far baldoria ed esorcizzarne il ritorno. E di essa invece, sottratta al suo primario destino, far case, strade e specularci sopra. Sciupare il territorio, trasformarlo, per divertire i ‘siori’, che il loro da tempo hanno sciupato, ed avvitarsi così in una spirale senza fine e senza alternativa. Ma la fisica, con le sue leggi esatte e non fasulle ha rivelato l’imbroglio: la strada di quell’impossibile avvenire s’è interrotta irrimediabilmente ed il sistema del ‘sempre di più’ ha i giorni contati! La ‘crescita’, che a Roma il Professore s’accanisce a evocare, se non già subito, presto sarà chimera. E per vivere, non per sopravvivere!, volenti o nolenti torneremo alla moderazione, alla diminuzione, alla terra, al silenzio.

Ario Dannati

09/12/11

07/12/11

L’EQUITÀ AL TEMPO DEI PROFESSORI





Egregio economista, non so se ci sei ancora. Ad ogni modo, se per caso mi leggi, volevo chiederti cosa ne pensi dei recenti provvedimenti proposti dal nuovo governo nazionale. Ho voglia di cimentarmi anch’io con quella scienza-non-scienza che è il tuo pane e azzardo un’analisi ‘tanto al chilo’ delle misure inserite nella manovra Monti. Fammi sapere se sto errando alla grande, ovvero se (anche) i Professori hanno fatto il gioco dei soliti noti.
Dalla presentazione del decreto cosiddetto salva Italia, l’impressione che ho avuto è che sia vera la seconda. Il rigore c’è, l’equità no e le misure per la crescita ovviamente non esistono. Forse con questa compunta bastonata si eviterà nell’immediato l’uscita del Belpaese dall’euro, e per un po’ si tranquillizzerà il dio Mercato, ma poiché, mi pare, nella manovra non vi sia traccia di misure redistributive, l’inerzia della stagnazione in cui siamo caduti verosimilmente peggiorerà, sprofondandoci in una pesante recessione.
Se con questo concordi, faccio conseguire la seguente domanda: Ci volevano i Professori della Bocconi per riproporre l’ennesimo rosario di balzelli? Forse bastavano i bidelli delle scuole elementari…
Pensavo che l’idea da più parti invocata di trovare le risorse finanziarie attraverso l’istituzione di una patrimoniale, che colpisse con aliquote progressive le ricchezze complessive dai 5/600.000 euro in su, fosse la più sensata e la più equa, nonché in questo momento anche fattibile. Visto che essendo all’opera un governo tecnico e neutro, non ci sarebbe stato il pericolo di scontentare alcuna base elettorale. Con una patrimoniale siffatta, con l’aumento un po’ meno striminzito di quel 1,5% dell’imposta sui capitali scudati e con l’I.M.U. solo sulle seconde case, sul fronte entrate non sarebbe occorso probabilmente fare altro. Si sarebbe evitata la scoppola alla base sociale portante del sistema paese e dato fiato a un minimo di ripresa. Invece ai Professori, chissà perché, l’idea di mettere le mani nelle tasche più gonfie, non gli è proprio passata per la capa Ai tanti danarosi signori degli innumerevoli italici ponti di comando, e quindi in definitiva pure a loro stessi, hanno fatto solo il solletico con ‘sacrifici’ veramente risibili, evitando addirittura di incrementare di un misero punto l’aliquota marginale IRPEF. In barba dunque alla tanto decantata equità, gli unici a sopportare davvero il peso del decreto saranno, come già sono, i titolari di redditi medio bassi da lavoro dipendente e da pensione.
Ciò detto, la più inquietante misura adottata dai Professori è l’aumento dell’IVA di due punti. Quando ne ho udito l’annuncio non credevo alle mie orecchie. Ma come? In un periodo recessivo si va ad aumentare la principale imposta sui consumi? Ma che insegnano alla Bocconi? Questi docenti meritano la revoca immediata della loro cattedra! Se questa misura non sarà depennata dal ‘pacchetto di salvataggio’ si innescherà un grave processo inflativo e una conseguente depressione economica di vasta portata. Sulla previdenza infine non proferisco parola, visto che i Professori di tempo per meditare me (ce) ne hanno dato in abbondanza: ne riparleremo tra una quindicina d’anni…
Resto in attesa di un tuo breve ragguaglio e ti saluto. Evviva i Professori, evviva l’equità.

A.D.

03/12/11

N.D.P.



Nelle note di biasimo qui rivolte in particolare al sindaco, ma anche ai consiglieri della lista civica comunale Cambiare per Crescere, non c’è niente di personale. La nostra critica è da intendersi esclusivamente in senso politico. Riteniamo da sempre (e su queste pagine lo abbiamo più volte scritto) che qualsiasi sodalizio per riuscire nel suo intento sociale abbia bisogno di tempo, di costanza, di applicazione da parte di ogni suo aderente e della minor quantità possibile di improvvisazione. Una banda musicale, composta da dilettanti, per eseguire un buon concerto, deve ritrovarsi decine e decine di volte in sala prove, e ciononostante non è affatto detto che poi l’esito sia quello sperato. Così dovrebbe essere, anzi di più, se lo ‘scopo sociale’ è l’amministrazione pubblica. Chi aderisce ad un gruppo politico con l’intenzione di proporsi quale futuro amministratore, dovrebbe preventivamente e con buon anticipo confrontarsi con gli altri sodali. Dovrebbe verificare il proprio tasso di compatibilità, quanto collimino le proprie con le altrui idee e quanto sia possibile, obbiettivamente, trasformarle in realtà. Soltanto dopo questa fase preparatoria si dovrebbe passare collegialmente alla disamina analitica dei problemi in campo e delle soluzioni che si intendono proporre e sottoporre agli elettori. I ruoli e le gerarchie interne al gruppo si dovrebbero determinare soltanto nel momento in cui è certo, per conoscenza diretta e reciproca, il valore di apporto alla causa di ogni componente del gruppo. Diversamente, il rischio poi di ritrovarsi magari con gli uomini giusti, ma nel posto sbagliato, al cospetto di penalizzanti incomprensioni e di gravi lacune soggettive, diventa altissimo. Questo purtroppo è quanto accaduto alla lista Cambiare per Crescere, perché il peso gerarchico fu deciso a tavolino senza quel necessario preventivo e sufficiente lavoro di gruppo. Per portare a buon fine quel ‘progetto riformatore’ mancavano proprio queste pre-condizioni. Il tempo era poco e si è azzardato. È andata male.
A Carpella e a Iellici va riconosciuto il coraggio di aver ammesso (il primo più tra le righe, la seconda in modo più esplicito), con le proprie dimissioni, il fallimento dell’intento.
Ne siamo dispiaciuti, noi insieme ai tanti Teserani che il 16 maggio 2010, con quel segno nell’urna, speravamo finalmente di tornare a respirare aria pulita e ad assaporare un menù decente, e che invece ci siamo ritrovati con la solita aria fritta e un piatto di minestra riscaldata
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L’Orco

01/12/11

CRISI DI GIUNTA: CHI E’ IL BURATTINAIO?




Il cappio scorsoio, rappresentato dalla zavorra dei mondiali degodenziani, ereditato al suo insediarsi dall’amministrazione di Francesco Zanon, s’era teso repentinamente oltre ogni limite tanto che la nuova giunta comunale da tempo era in asfissia. Adesso le dimissioni irrevocabili dei due assessori ‘forti’ che più avevano cercato di ‘cambiar aria’ alle stanze del Palazzo e che rappresentavano la trave portante dell’esecutivo e della stessa maggioranza, sanciscono la fine della cosiddetta Primavera teserana.
Nel precipitare della crisi hanno giocato gravi errori originari che per oltre un anno la maggioranza è riuscita più o meno a nascondere. In particolare l’aver azzardato una lista elettorale last minute disomogenea, inserendovi elementi che non avrebbero sfigurato nell’elenco dei competitori. Rare eccezioni a parte, ectoplasmi incapaci di sostenere con la forza necessaria il ‘progetto riformatore’ proposto soprattutto dai due assessori dimissionari. L’errore più grave è stato però quello di presentarsi al cospetto delle urne con un candidato sindaco totalmente avulso dal contesto politico locale, privo di qualsiasi precedente esperienza in seno al Comune, scelto sulla base di una qualità piuttosto discutibile: avere disponibilità di tempo!
Certo, Zanon disponibilità di tempo ne aveva, ma non ha fatto sue, col calore e l’entusiasmo propri di un primo cittadino, le intenzioni programmatiche elaborate dai promotori della sua lista. Per di più, già ‘minato’ da queste gravi lacune basali, non si è preoccupato di difendere i suoi assessori – come entrambe le lettere di dimissione palesano – e di far da cuscinetto tra essi e il Segretario, che appare, se non la prima, sicuramente la seconda ragione di questo patatrac amministrativo. Forse, più che di avanzo di tempo, il sindaco avrebbe dovuto avere un pizzico di carisma e di polso in più.
L’iniziale armonia del gruppo di comando si è dunque presto trasformata in una assordante cacofonia con Carpella e Iellici da una parte, Barbolini e il Sindaco dall'altra e Trettel in un cantone. E’ altresì probabile che un peso significativo nello sfilacciarsi dei rapporti all’interno della giunta lo abbia avuto anche la presa di posizione da parte dei due assessori ‘ghibellini’ nei confronti di quell’associazionismo clerical-popolare, rientrante in una categoria non propriamente politica, ma che a Tesero politicamente purtroppo conta. I due dimissionari infatti si erano già attivati per porre argine a quella crescente e insostenibile pretesa di finanziamenti e di strutture che nei quindici anni precedenti l’amministrazione Degodenz-Delladio, per calcolo elettorale, aveva sempre assecondato. Possiamo scommettere che la stretta dei cordoni della borsa comunale fu causa di non pochi mal di pancia all’interno dell’esecutivo, in particolare all’assessore ‘guelfo’ Trettel, che avrebbe preferito di certo meno rigore e più concessioni, come nel recente passato.
Con l’uscita di Carpella e di Iellici la barca forse non andrà a fondo ma difficilmente riuscirà a navigare lungo la rotta originaria. A prescindere da chi li sostituirà, la giunta perde rigore e intransigenza e d’ora in poi le possibilità d’infiltrazione delle truppe nemiche aumenteranno considerevolmente. A questo punto non è esclusa una nuova ammucchiata che per i tre anni e mezzo di legislatura rimanenti, sino cioè alle prossime elezioni, non verrebbe probabilmente formalizzata, ma che nei fatti tale potrebbe essere. Se così accadrà, c’è da scommettere che il vero sindaco a breve sarà proprio Lui. Indovinate chi.

L’Orco

29/11/11

LA ‘PRIMAVERA’ È GIÀ FINITA





Pubblichiamo le lettere di dimissione che gli assessori Alberto Carpella e Giuliana Iellici hanno inoltrato lo scorso 24 novembre 2011 al sindaco Francesco Zanon.
Con la formalizzazione di questa irrevocabile rottura, finisce anzitempo la “Primavera” di Tesero che appena un anno e mezzo fa, dopo il trionfale esito elettorale, il paese salutò con la viva speranza di un necessario e profondo cambiamento. Peccato.




Tesero, 24 novembre 2011

Egregio Sindaco
Sig. FRANCESCO ZANON

Oggetto: DIMISSIONI DA ASSESSORE COMUNALE

La presente per comunicarti la mia decisione irrevocabile di rinuncia all’incarico di assessore. Ti rimetto pertanto formalmente le deleghe del bilancio, personale, politiche sociali, e pari opportunità che mi hai a suo tempo assegnato.
Permettimi alcune considerazioni prima di arrivare alle motivazioni conclusive che mi hanno portata a prendere questa difficile ed a lungo meditata decisione.
Nel mese di maggio dello scorso anno, in seguito ad un graditissimo ed inaspettato risultato personale di preferenze, con tanto entusiasmo ho iniziato il mio nuovo ruolo di amministratore. Ero davvero piena di voglia di fare, per il bene del nostro Comune. Le cose però nel proseguo dell’anno hanno cominciato a cambiare. Gli obiettivi primari del nostro programma, hanno lasciato il posto ai molteplici adempimenti per la realizzazione delle opere per il Centro del Fondo a Lago, alle quali durante le periodiche riunioni di Giunta – e non solo- abbiamo dovuto dedicare gran parte del nostro tempo.
E proprio nelle riunioni di giunta, sono emersi grossi problemi nel dialogare in modo “civile” con il segretario comunale; forse ciò è dovuto al fatto che io lavoro da svariati anni nella Pubblica Amministrazione e perciò ho una preparazione che mi permette – mio malgrado- di porre in discussione decisioni arbitrarie del segretario. Per questo motivo, ed anche per il mio carattere schietto e diretto, credo che il segretario nutra un particolare astio nei miei confronti.
Sono note quindi le difficoltà che ho avuto fin dal principio a relazionarmi con il Segretario comunale, e che ti ho manifestato anche formalmente con la lettera del 31 gennaio 2011, con la quale, in seguito ad uno spiacevole episodio ti chiedevo di intervenire nei suoi confronti, se ritenevi importante che io proseguissi il mio impegno in giunta. Tu non lo hai fatto. E non hai nemmeno seguito il consiglio dei funzionari della PAT, ai quali ci siamo rivolti assieme all’assessore Carpella- di contestare per iscritto al Segretario le sue “mancanze”: prima fra tutte la mancata verbalizzazione delle sedute di Giunta – che il segretario non ha mai fatto nonostante le nostre richieste -, o la pubblicazione di delibere mai assunte in giunta. Questo è un fatto molto grave. Trovare sul sito istituzionale dei contenuti di delibere, diversi dalle decisioni assunte, per me non è più tollerabile.
Ormai gli scontri in Giunta sono all’ordine del giorno; molto spesso però le mie obiezioni si sono rivelate esatte, ma nonostante ciò non ho mai avuto l’appoggio di tutta la Giunta e questo è quello che più mi sconcerta. Solo l’assessore Carpella con il quale ho condiviso anche una lettera ufficiale di biasimo al Segretario, inviata in data 2.11.2011, condivide le mie stesse sensazioni.
Io non accetto più gli atteggiamenti di “super uomo” del segretario, che tratta tutti come degli incapaci, che non collabora in modo costruttivo né con gli amministratori né con i dipendenti ed è riuscito a creare all’interno del nostro Comune un clima “insostenibile”.
Due dei miei assessorati, bilancio e personale, presuppongono un costante contatto con chi all’interno dell’Ente riveste il ruolo di responsabile di tali servizi, ossia in questo momento il segretario. Purtroppo questo non accade, e così viene notevolmente limitato il mio compito di assessore.
Dato che il rapporto con il Segretario per me è ormai irrecuperabile, sia dal lato del rispetto che lui non porta nei miei confronti, sia dal lato professionale - ho grossi dubbi sulla legalità di certe sue decisioni che ci impone di assumere in Giunta-, e dato che da parte tua non ho trovato quella fermezza necessaria per importi nei confronti di un tuo dipendente, quale è il Segretario, del quale preferisci rimanere una sorta di “ostaggio”, piuttosto che essere solidale con un assessore “scomodo” che in più occasioni ha portato alla luce grosse inadempienze all’interno del Comune, ma delle quali tu evidentemente ne tieni poco conto, ho deciso di lasciare il mio posto di assessore.
Ma la mia decisione di lasciare l’incarico oltre che per il Segretario, è dovuta anche al cambiamento tuo e del Vice Sindaco, che ultimamente avverto in modo più marcato, rispetto alle linee programmatiche che avevamo condiviso nel nostro programma elettorale. Ti ricordo alcuni punti fondamentali che avevamo inserito e nei quali, almeno io, credevo:[…] noi proponiamo quindi un’alternativa rispetto ad un’impostazione di continuità e di mantenimento dell’attuale situazione.[…]Il nostro impegno sarà quello di lavorare con TRASPARENZA, IMPARZIALITÁ, EFFICIENZA e COMUNICAZIONE. […]impegno dei componenti della lista ad un comportamento amministrativo non condizionabile da parte di poteri economici e/o professionali […]
[…] FIEMME 2013: l’evento dovrà essere sostenuto nel miglior modo possibile ma ci impegneremo a non considerarlo come unica priorità, consapevoli delle energie che le altre realtà locali investono nella propria attività; dovremo valutare attentamente tutte le soluzioni possibili per contenere i costi di immediata realizzazione e di futura gestione delle strutture. […]
Non mi sembra che stiamo facendo proprio così. A parte l’assessore Carpella, molte volte sono la sola che cerca di soppesare bene le decisioni, anche con voti contrari – contro l’aumento della spesa per la copertura dell’area expo, contro premi di accelerazione che si voleva attribuire oltre il limite consentito a ditte esecutrici dei lavori al centro del fondo -, o con diminuzioni dell’entità di contributi, che in questo momento di crisi devono essere – secondo me- oggetto di attenta valutazione. Ho capito però che questo mio comportamento crea dei problemi. Forse il mio carattere è difficile e non è ben accetto, così mi è parso di capire; rispetto comunque le vostre scelte che ormai non collimano più con le mie.

Lascio veramente con tanta amarezza, e mi dispiace molto, specialmente nei confronti dei tanti elettori che hanno riposto la loro fiducia nella mia persona, e che mi hanno più volte spronata a tenere duro anche nel compito di assessore, però io così non posso proseguire. E’ contro il mio modo di pensare, di agire, di essere coerente con ciò in cui credo e che mi sono impegnata a portare avanti in sede di programma elettorale.
Mi preme lasciare in sospeso alcuni importanti progetti in campo sociale ma spero che, chi mi sostituirà vorrà portarli a conclusione con altrettanto impegno.
A questo punto non mi resta che augurare a te e alla Giunta di riuscire a proseguire nel mandato affidatovi dagli elettori, però nel contempo ti chiedo, se pensi veramente al bene del nostro Comune, di porre in essere azioni concrete per migliorare il clima a di poco “pesante” venutosi a creare del nostro Comune, anche per rispetto nei confronti dei dipendenti che giornalmente devono reggere il difficile confronto con il Segretario.

Con i migliori saluti.

Giuliana Iellici



Tesero, 24 novembre 2011
Stimatissimo Sindaco
FRANCESCO ZANON

Oggetto: DIMISSIONI

Caro Sindaco
con la presente rimetto formalmente il mandato di Assessore all’agricoltura, foreste, verde pubblico e arredo urbano del comune di Tesero manifestando la mia disponibilità a mantenere, per il proseguo della legislatura, il ruolo di consigliere comunale per senso di dovere nei confronti di coloro che ci hanno dato la loro fiducia in occasione delle ultime elezioni.
La scelta, lungamente ponderata e molto dolorosa non è assolutamente politica ed è dettata da una serie di fattori pratici cui francamente, anche per il mio carattere, non riesco più a far fronte:
in primo luogo dall’ormai insanabile rapporto col Segretario dott. Dino Defrancesco: la stima reciproca è progressivamente venuta meno e non riesco più ad accettare che lui faccia sostanzialmente il bello e il cattivo tempo trattando tutti come degli incapaci, addirittura accusando qualcuno di operare solo per interesse personale, permettendosi di valutare e criticare il comportamento di ognuno e non accettando che gli altri facciano altrettanto; il vaso è colmo soprattutto alla luce delle pesanti illazioni indirizzate alla mia persona nella seduta di giunta del 09 novembre circa presunti favoritismi in una gara di appalto che ho rimandato al mittente con toni sicuramente sopra le righe dei quali mi scuso con te e con i colleghi assessori ma non con l’interessato.
Io rivendico una dignità di comportamento che non contempla l’adeguarsi sempre e comunque all’atteggiamento autoritario, irrispettoso e per niente collaborativo del Segretario sia nei nostri confronti che nei confronti del personale comunale che subisce giornalmente tale modo di fare; rispetto ma non riesco a condividere il pensiero di chi, all’interno dell’Amministrazione in generale e della Giunta in particolare, per carattere diverso dal mio (peraltro non facile), riesce a tollerare tutto ciò facendo buon viso a cattiva sorte.
In secondo luogo ho sempre maggiori difficoltà nel conciliare la mia attività professionale con il tempo che sarebbe necessario dedicare al comune per affrontare in modo adeguato i molteplici problemi che giornalmente si presentano; è un impegno che materialmente non riesco più a portare avanti come mi ero prefissato all’inizio della legislatura complice anche una sorta di disaffezione indotta dal rapporto col Segretario.
Permettimi infine una considerazione personale ed un esame di coscienza che riguarda i lavori finalizzati ai mondiali di sci nordico del 2013: non erano il nostro obbiettivo di legislatura ed invece noi tutti abbiamo anteposto l’impegno in tal senso a tanti altri impegni che ci eravamo prefissati; col senno di poi, tenuto conto della mole di lavoro che tutto l’ente si è sobbarcato e di cui non immaginavo lontanamente l’entità, non avrei accettato di candidarmi alle scorse elezioni; mi prendo comunque le mie responsabilità di avere supinamente ceduto a questa pressione di cui fatico ancora a vedere, pro futuro, i lati positivi.
Auguro a Te ed alla Giunta i migliori auguri per la prosecuzione del mandato che gli elettori ci hanno affidato confermandoti in ogni modo il mio sostegno, non incondizionato, e la massima disponibilità a collaborare per il bene comune.





Alberto Carpella

TÈRA NÒSSA



Che fine hanno fatto le migliaia di metri cubi di terreno fertile, asportate dalla piana prativa delle Noalacce per far posto al cemento delle nuove infrastrutture del cosiddetto Centro del Fondo? Dove sono state portate? Chi se le è accaparrate? I Cinesi, che, più oculatamente dei montanari nostrani, la terra buona anziché farne scempio la stanno comprando in giro per il mondo?
Un’altra fetta importante di suolo, dall’inestimabile valore ecologico, sottratta a quel luogo, per far posto all’ennesima cattedrale degodenziana. Certo non nel deserto, come correttamente informa il signor P sull’ultimo magazine pubblicitario “Fiemme 2013”, bensì nel mezzo di una delle più importanti zone a vocazione agricola di Tesero. Tra qualche giorno, per la solenne inaugurazione, suoneranno le campane, scorrerà l’acqua santa e la pompa coi soliti tromboni farà gran chiasso e strepito. L’Opera sarà celebrata con aggettivi iperbolici e i cantori di quel Mida pasciuto le dedicheranno un “servizio speciale”. Ma, checché il Nostro possa affannarsi a dire per giustificare il suo nuovo misfatto, vuota cattedrale anch’essa presto diventerà. Come già sono le innumerevoli baracche, gli òlti e i chegadóri che edizione dopo edizione là si sono aggiunti e dispiegati. Strutture inutili (perché l’utilità è un fatto oggettivo mica il prodotto della fantasia) e costose, che solo la miope scaltrezza dell’anzidetto signore poteva cercar di rubricare alla voce “futuri investimenti comunali”.
No, signor P, finita che sarà anche quest’ultima prossima edizione di codesti suoi mondiali (certamente e fortunatamente l’ultima!), quando anche gli occhi dei più orbi si apriranno alla luce e tutti allora rimpiangeremo l’originaria condizione di quei prati, di quel suo nuovo “futuro investimento comunale” resterà soltanto l’orribile skyline e a noi stolti censiti, sotto forma di rincari di oneri e imposte comunali, il salatissimo costo del suo smantellamento.

Ario Dannati

27/11/11

BAGATELLE





Prendendo spunto, qua e là, dal periodico “Tesero informa” (e per non sottrarre spazio prezioso a chi altro spazio non ha, lo facciamo direttamente da questo sito) poniamo ai quattro assessori della Giunta Zanon le seguenti cinque brevi domande.
1 – A Barbolini chiediamo perché, nonostante il peso finanziario non certo indifferente, la partecipazione al consorzio di polizia urbana non garantisca affatto un congruo servizio di controllo interno all’abitato. Ci riferiamo alle decine di infrazioni al codice, che si contano giornalmente e passano impunite sotto gli occhi di tutti. E’ una forma di lassismo amministrativo intollerabile per chi rispetta le regole. Come scrivemmo tempo fa, per far rispettare il codice stradale è necessario che la vigilanza presidi con maggior frequenza il centro del paese. E invece, purtroppo, di vigili lungo le strade se ne incontrano quasi mai.
2 – A Trettel, se la materia è di sua competenza, chiediamo che fine abbia fatto il cosiddetto Piedibus. Ché, dopo l’impegnativo studio sull’opportunità di istituirlo, illustrato qualche tempo fa proprio sul bollettino comunale, non lo abbiamo ancora visto circolare. Che sia ancora presso qualche carrozzeria specializzata in allestimenti scolastici? O peggio, che l’idea sia stata accantonata perché troppo poco onerosa per le casse comunali?
3 – A Carpella, responsabile del decoro pubblico, chiediamo invece di sapere se non s’intenda porre rimedio, in qualche modo, all’infestazione da merda canina e derivati che (ancora) flagella il paese. Anche in questo caso una buona sorveglianza da parte della polizia urbana aiuterebbe a scoraggiare i cinofili maleducati che, soprattutto nottetempo e approfittando della scarsa presenza di passanti, lasciano che i loro Fidi depongano amorevolmente i propri bisogni nei luoghi meno opportuni. Ma, come anzidetto, se la polizia non riesce manco a multare i contravventori al codice stradale, figurarsi se potrà reprimere l’indebita defecazione animale. Suggeriamo quindi, quale misura d’emergenza, l’istituzione di una nuova imposta comunale ad hoc denominata Imposta Comunale Merda Canina (I.C.MER.C.), pari a 200 euro fissi annui per ogni quadrupede, il cui gettito peraltro potrebbe sgravare proporzionalmente il carico dato dalla prossima reintroduzione dell’ I.C.I. sulla prima casa. La I.C.MER.C. resterà in vigore sin quando, per 365 giorni consecutivi dall’ultimo rinvenimento, non si riscontrerà alcun successivo ‘segno’ sul territorio comunale. Nondimeno, qualora venisse abolita, al primo riapparire d’escremento solido o liquido sarà immediatamente ripristinata.
4 – Sempre all’assessore al decoro chiediamo di informarci circa il motivo della sostituzione dei cosiddetti abbellimenti natalizi, che con il solito zelante anticipo le maestranze comunali hanno allestito nei giorni scorsi lungo le vie del paese. Data la situazione delle finanze pubbliche nazionali forse non era il caso di sostituire i (ci si conceda) ridicoli e inutili ammennicoli già in dotazione, perlomeno però ammortizzati, acquistandone altri, altrettanto (ci si conceda) ridicoli e inutili. Chiediamo quando codesta Giunta capirà che quelle voci di spesa sono del tutto ininfluenti rispetto all’attrattiva turistica del nostro paese (e non solo del nostro) e che pertanto, soprattutto in tempi di vacche magrissime, anche come gesto tangibile di sana austerità, se ne potrebbe fare benissimo a meno! Ecco, a un’Amministrazione sperabilmente insediatasi per dare un segno di discontinuità rispetto al passato, pensavamo che almeno su questa bagatella residuale non dovessimo fare appunto. O forse nel Palazzo non è ancora giunta voce del dissesto finanziario nazionale?
5 – Infine, per restare in argomento deficit e dintorni, a Jellici, responsabile del bilancio, chiediamo di conoscere e di pubblicare sul prossimo numero del bollettino comunale, l’ammontare complessivo dei costi, sia quelli più freschi e non ancora consolidati, inerenti la realizzazione di nuove infrastrutture, sia quelli correnti di gestione, a carico del nostro Comune di quell’autentica e inguaribile piaga denominata Centro del Fondo di Lago. Nato più o meno 20 anni orsono dalla feconda fantasia dal signor P (in capo al quale all’epoca pendeva un enorme conflitto d’interessi), quel Centro da allora in poi ha soltanto divorato risorse finanziarie (e d’ora in avanti ne divorerà ancor di più), impedendo alla nostra amministrazione di utilizzarle per scopi di autentica necessità pubblica e condizionando pesantemente l’azione della suddetta amministrazione. Per il bene di tutti sarebbe cosa buona che l’attuale esecutivo comunale cominciasse finalmente a ragionare sull’opportunità di abbandonare al suo destino quella fallimentare intrapresa.

L’Orco

UN OTTIMO INIZIO



Non mi riferisco, naturalmente, al nuovo Governo dei Rapaci Bigotti. Ché, anzi, il suo inizio è stato pessimo, fra genuflessioni in Chiesa e benedizioni dal Vaticano. Un governo accolto con comprensibile e interessato entusiasmo da banchieri, industriali e preti, e con incomprensibile e autolesionista entusiasmo da lavoratori, pensionati e loro “rappresentanti”. Ne riparleremo dopo la depredazione dei beni e dei diritti che i primi perpetreranno sui secondi. Mi riferisco, invece, a una notizia che potrebbe preannunciare un vero cambiamento epocale: il fatto che Trenitalia abbia finalmente deciso di adeguarsi agli standard minimi di civiltà, e di riservare alcune carrozze dei suoi treni a coloro che vogliono starsene tranquilli a pensare o a leggere, o anche solo a non far niente, senza essere torturati dalle chiacchiere e dai telefonini dei vicini. Ho letto la notizia in aeroporto, dopo aver inutilmente cercato una zona sorda al riparo dagli altoparlanti e dai video che inondano gli inermi viaggiatori di ciarpame visivo e sonoro. Ma avrei potuto leggerla in un bar o in un ristorante, dove ormai l’inquinamento ambientale è universale, e non si riesce a evitare neppure implorando. Addirittura, persino nei taxi è diventato difficile far spegnere la radio, e le richieste in proposito devono passare al vaglio dei tassisti, che sembrano non capire che si può preferire il silenzio anche se non si sta andando all’ospedale o al cimitero. Tra le misure del Governo dei Rapaci Bigotti non sembra essere stato annunciato un silenziamento d’ufficio dell’imposizione di pubblicità e di sguaiatezza che è il segno caratteristico dell’era berlusconiana. Ma fino a quando continueremo a rimanere sommersi dai richiami per allodole di Publitalia non solo sui media, ma addirittura per le strade e nei luoghi pubblici, ci sarà poco da illuderci: di Berlusconi non ci saremo liberati e la sua era continuerà, con o senza di lui. Lo confermano le vicende dell’imposizione dall’alto, e dell’accettazione dal basso, del Governo dei Rapaci Bigotti. In fondo, se fino a un paio di settimane fa le politiche berlusconiane erano approvate solo da una metà della popolazione, ora sono accolte da una maggioranza bulgara che non farebbe onore alla democrazia italiana, se ancora ci fosse. Anche per questo sono benvenute le carrozze del silenzio di Trenitalia: per evitare di dover ascoltare le manifestazioni del nuovo pensiero unico al quale l’Italia si è rapidamente uniformata, nel giro di una settimana di repentino rintontimento generale.






Piergiorgio Odifreddi

23/10/11

STEVE JOBS E SAN FRANCESCO



Mentre tutto il mondo piange lacrime, virtuali, per Steve Jobs, morto di cancro a 56 anni (sic transit gloria mundi), io preferisco ricordare San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, di cui qualche giorno fa, il 4 ottobre, ricorreva l'onomastico, snobbato da quasi tutti i media italiani. Quei pochi che ne hanno parlato lo hanno legato all'Unità d'Italia, con cui il fraticello di Assisi non ha nulla a che fare perchè nato prima che questa sciagura si compisse, o ne hanno sottolineato la vocazione alla tolleranza e alla pace. Che ci sono sicuramente in Francesco. Ma nella sua predicazione ci sono cose molto più attuali e non a caso sottaciute. L'amore per la natura (frate Sole, sora Aqua). Era un ambientalista con qualche secolo d'anticipo non potendo conoscere gli scempi dell'industrializzazione a cui nemmeno i suoi santi occhi avrebbero potuto reggere. La predicazione della povertà. Qui Francesco è veramente scandaloso. Scandaloso e attualissimo. Figlio di un mercante aveva capito o intuito, poichè era un genio oltre che un santo, dove ci avrebbe portato la logica del mercato. Modernamente, poichè noi non siamo santi, il termine povertà può essere tradotto con sobrietà che è meno radicale. Noi non abbiamo bisogno di ingurgitare, come cavie all'ingrasso, degradati da uomini a consumatori, ancora nuovi prodotti, nuove tecno, i-phone, i-phad già arrivato, nel giro di un paio d'anni, alla quinta generazione, affascinanti quanto devastanti, o sciocchezze come le 'linee di beauty per cani' (che vanno trattati da cani), gadgets demenziali e insomma tutte le infinite inutilità da cui siamo circondati e soffocati. Abbiamo bisogno, al contrario, di smagrire e di molto. Abbiamo bisogno di una vita più semplice, più umana, senza essere ossessionati ogni giorno dai Ftse Mib, dall'indice Dax, dagli spread, dai downgrading. C'è una possibilità realistica di arrivarci? Sì, volendolo e con alcune necessarie mediazioni. La parola chiave è autarchia, squalificata anche perché di mussoliniana memoria. Ovviamente oggi nessun Paese, da solo, potrebbe essere autarchico. Retrocederebbe a condizioni di sottosviluppo che non siamo più in grado di sopportare. Ma l'Europa potrebbe essere autarchica. Ha popolazione, e quindi mercato, risorse, know how sufficienti per fare da sé. Naturalmente l'autarchia ridurrebbe la ricchezza complessiva delle nazioni europee ma 'La Ricchezza delle Nazioni' non corrisponde affatto alla qualità della vita e nemmeno alla ricchezza dei singoli (negli Stati Uniti, il Paese più ricco e potente del mondo ci sono 46 milioni di poveri, o per essere più precisi di miserabili, che è un concetto diverso, quasi un quarto della popolazione). Si tratterebbe semmai, in questa ipotesi, di distribuire in modo più equo la ricchezza che rimarrebbe. Ma un'autarchia europea ci porterebbe perlomeno al riparo dagli effetti più devastanti di quella globalizzazione che secondo le leadership politiche, gli economisti, gli intellettuali avrebbe fornito straordinarie chance e che invece si sta rivelando un massacro per i popoli del Terzo e ora anche del Primo Mondo, sacrificati sull'altare di uno dei tanti 'idola' moderni: il lavoro. E se continueremo a inseguire il mito della crescita, un giorno questo sistema, fattosi planetario, imploderà su se stesso, di colpo, e ci troveremo a vagare come fantasmi fra le rovine fumanti e i materiali accartocciati di un mondo che fu.

Massimo Fini

18/09/11

29/08/11

CONDIVIDO!




Odio il turismo di massa, le cavallette che arrivano con i voli charter in luoghi mai visti prima e che non vedranno mai più. Odio il turismo di massa che trasforma gli agricoltori in camerieri, i pastori in uomini delle pulizie e il territorio in un campo giochi per bambini e per adulti. Odio il turismo di massa che ruba l'acqua dai campi di grano per le piscine e per i cessi dei grandi alberghi e che, però, lascia in ogni camera le istruzioni per non distruggere il pianeta. Odio il turismo di massa inconsapevole delle culture, dell'alimentazione, della storia dei posti in cui si muove frenetico e cieco con in mano una improbabile guida. Odio il turismo di massa che trasforma posti antichi e meravigliosi in una fotocopia delle periferie urbane in cui trascorre la sua miserabile vita. Odio gli ecomostri, le villette sul mare, i porticcioli trasformati in una sequenza interminabile di ristoranti, pizzerie e bar. Odio i mozziconi delle sigarette che hanno sostituito le conchiglie nelle spiagge. Odio le bottiglie di plastica e le cannucce per le bibite che spuntano dalla sabbia, al posto delle chele dei granchi e degli ossi di seppia. Odio questo turismo grasso, sudato, ignorante con gli spettacolini la sera e il buffet sempre aperto con cibi importati da chissà dove. Odio il turismo di massa, il supermercato dell'estate con il carrello pieno di cose inutili da mettere in vista al rientro nel salotto di casa. Odio il turismo di massa che cancella i paesi, i linguaggi, i visi antichi dei popoli, la gentilezza di chi non ha ancora subito la globalizzazione. Odio il turismo di massa che omologa ogni cosa


Beppe Grillo


16/07/11

IL BUONSENSO... COL CAPPOTTO








Caro Orco
E' da tanto che non ti leggo, anzi lo confesso, per mie distrazioni personali mi sono distaccato totalmente dalla lettura del tuo blog. Quasi per ritrovare un po' di sollievo del pensiero.
Sento però, d'improvviso, un gran bisogno di comunicarti ciò che penso sia una notizia non da poco.
Ho finalmente capito qual è il sentimento guida che pervade i nostri attuali amministratori e che, molto probabilmente, ha fatto da faro a tutte le precedenti più recenti Amministrazioni comunali: a guida Delladio, per intenderci.
Non ci crederai! IL BUONSENSO. Quello sconosciuto. Ebbene sì, proprio lui. In persona. Quel buonsenso che tutti noi ricerchiamo e che sempre più spesso troviamo solo nelle parole.
Bada bene, non mi è stato riferito da alcun consigliere. Né di minoranza né di maggioranza. Con loro, del resto, non vado al di là di un formale “bondì”. Nemmeno con quelli ai quali ho dato il mio voto alle ultime elezioni. No, loro no. Eppoi starebbero attenti a non proferire quella parola; troppo sacra e imbarazzante per sfuggir loro di bocca. Perché, anche se solo un po', nell'animo sono dei politici. Magari solo di paese.
No, l'ho raccolta nitida e chiara a uno di quei banconi di quell'unico ufficio del piano rialzato che i recenti lavori (utili?) di ristrutturazione hanno aperto all'indiscrezionalità pressoché totale, se non fosse per quell'accenno di quinta che nasconde a occhi indiscreti almeno il suo capo ufficio. Ma non i suoi interlocutori.
Ero lì, quasi per caso, per avere chiarimenti su questioni inerenti l'obbligo di parcheggi nel centro storico, a Pedonda. Cosucce da poco, ma che potevano riguardarmi personalmente; ma anche no! Mentre l'addetto, con gentilezza e attenta premura, sfogliava le carte con l'intento di trovare risposta puntuale alle mie richieste, prendendo spunto da un elaborato passatomi inavvertitamente sotto l'occhio, allargo a un accenno di confabulazione sulla questione “cappotto”. Anzi, la questione cappotto sulla strada comunale. Nel mio caso specifico chiedo lumi se qualora si tratti di demolizione totale con ricostruzione sull'ingombro del preesistente, il cappotto esterno (n.d.r. di cm. 15), fatto in aggiunta e successivamente, debba essere tollerato quando va a ingombrare sulla strada comunale; anche nel caso esso non pregiudichi la normale viabilità della stessa. Con la mitezza che apparentemente gli è naturale l'addetto mi spiega che è divenuta consuetudine quella di ammettere (non tollerare!) che il cappotto invada la strada comunale e che ad oggi ci sono già parecchi casi nei quali si può constatare questo costume. E in effetti sembra che addirittura la famosa Legge Gilmozzi, sancisca la possibiltà di pretendere ciò. A prova della veridicità delle sue tesi, porta l'esempio recente del caso dell'Albergo, lì vicino al Palazzo Comunale. Non obbietto alcunché, se non il fatto che le strade comunali, in quanto “Bene Pubblico Strade”, risultano avere la caratteristica di bene indisponibile. Lui, riconoscendomi una punta di ragione in termini di diritto, non riesce a far suo il concetto che nemmeno il Comune può disporre alcunché su di esse, se non previa sdemanializzazione e spesso nemmeno in quel caso. Figurarsi il privato! Ed è qui che in un attimo di quasi imbarazzante silenzio, piomba con il fragore assordante di un meteorite quel sommesso “... ma ci si comporta con buonsenso.”
Senza rendermene conto, tiro un profondo e quasi interminabile sospiro di sollievo, convinto di trovarmi finalmente nell'ufficio che fa per me. Che l'esservi dentro in quel momento mi rincuori, mi faccia sentire protetto, al riparo dalle più indicibili e possibili angherie, ingiustizie, prepotenze burocratiche. Insomma, in quei brevi istanti che seguirono, non lo nego, ho sperato che quella ultima parola risvegliasse in me persino un'esclusiva simpatia non solo per quell'addetto ma, anche se postuma, verso quell'amministrazione (Delladio) che lo avrebbe istruito in tal guisa. Quella di adesso (Zanon) non avrebbe alcun merito visto che si lascia trasportare dalla corrente (non politica ma degli eventi) generata da quella che l'ha preceduta.
Confuso da tanta saggezza non ho più trovato il coraggio di pretendere l'esaudimento ai quesiti per i quali, dieci minuti prima, avevo bussato a quella porta. E dopo aver lasciato un mio aggancio telefonico diretto, me ne sono uscito, sempre dalla medesima. Erano quasi le 12.30 di ieri, venerdì. Lungo la strada di casa non ho potuto far altro che riflettere su quella parola che ora, mentre affronto la salita, mi appare in tutta la sua inutilità. Tanto importante nella quotidianità dei rapporti tra le persone quanto inadeguata e impossibile da seguire nelle questioni Amministrative, Urbanistiche, di Diritto e in generale ove è coinvolta la responsabilità giuridica delle persone o degli Uffici pubblici.
Ho pensato quale sarebbe la reazione se decidessimo di rivestire a cappotto i fabbricati alla strettoia Farmacia-Artesan Franz, oppure l’imbocco di via Fia alle Tessare-Iori, oppure ai Tonaci-Tiburzi, la ex Felitzita, o alla Canonica-San ‘Liseo, a Pedonda la casa de La Tzila o più sotto la casa de Le Rase o addirittura la Chiesa del Ricovero - Casa Bessati, ecc.
Ho pensato quanto buonsenso usiamo noi cittadini nei nostri comportamenti quotidiani verso il patrimonio collettivo, nelle cose semplici e riguardo al codice della strada. Quanto ne usino i Vigili nel tollerare o nell'essere intransigenti. Quanto ne usano gli operatori di mezzi cingolati nel transitare coi loro mezzi sulla pavimentazione stradale. Quanto importa al privato ingombrare con pericolose copertine (a taglio o a spacco) dei propri bei muretti in sasso, la libera e spensierata circolazione di bambini a piedi o in bici nell'area limitrofa (e non) all'edificio scolastico? Dov'è il buonsenso nell'aprire porte o scuretti e nel porre i propri contatori gas sulle aree pubbliche di transito. Nell'occupare marciapiedi comunali con piante di abbellimento, con pluviali, con luci pubbliche. Nel piegare alle comodità di accesso carrabile dei propri “inutili” interrati, la viabilità comunale o la pedonabilità dei marciapiedi. O addirittura la Piazza. Quella che a buon ragione possiamo definire l'emblema (l'unico?) di lungimiranza dei Teserani, costruita nella seconda metà del ventesimo secolo.
Dov'era il buonsenso quando si doveva pianificare e attuare l'espansione della ricettività su via Roma, su via Delmarco o in via Arestiezza. O magari a Stava, ora che ci si avvicina al 19 luglio o alla sua Sagra.
Naturalmente l'elenco delle situazioni destinatarie di buonsenso sarebbe infinito e ognuno di noi potrebbe far la propria parte nell'allungarlo sia a favore che contro.
Tu stesso, dal tuo pulpito, ci hai più e più volte fatto indice di strali senza però arrivare a risultato alcuno, o quasi.
E qui ti lascio, caro Orco.
Prima di congedarmi però, mi sento di suggerire a quell'addetto: - Almeno per quel ristretto ambito dell'ingombro della viabilità comunale con “cappotto”, lascia da parte il buonsenso. Riservalo a contesti che per loro natura non possono invece essere regolamentati da norme ben precise. Al contrario di quel delicato settore Urbanistico del quale ti occupi con competenza, e che da cinquant'anni ne è l'ambito più importante e controverso di Norme e Regole ancorché di frequente disattese che, spesso per i soliti, appaiono scritte sull'acqua. -
Un caro saluto.



M.V. Tesero, lì 15 luglio 2011.

12/07/11

TESERO, SI CHIUDE. MA (FORSE) E’ TROPPO TARDI.






Egregi signori commercianti, giunge voce che dal 20 luglio prossimo, grazie alla vostra intercessione, il centro storico del paese, per qualche oretta, dopo cena, un giorno in settimana, verrà pedonalizzato. Bene. Meglio tre ore in settimana che niente. Temiamo però che la vostra bella trovata giunga fuori tempo massimo. Avreste dovuto praticarla 5 anni fa, quand’essa qualcuno già propose. Siccome però l’acqua non vi toccava ancora il sedere e bandire la ‘macchina’, pur per quei miseri 100 e rotti minuti, vi pesava dannatamente, non ne faceste nulla. Così, sciaguratamente, avete aspettato che i buoi abbandonassero la stalla (leggasi fuga dei negozianti locali). Salvo poi – in base a un ragionare… molto sragionato – di quella improvvisa ritirata darne la colpa alla viabilità appena ‘riformata’ e alla presunta mancanza di posteggi. Analisi del tutto errata, ovviamente, visto che i fuggitivi, scappati a bottegare in quel di Cavalese in via Bronzetti, anche colà si ritroveranno ben presto privi d’auto perché, ironia della sorte, nelle intenzioni di quella Amministrazione, tra non molto il traffico di transito, proprio sul corso principale verrà del tutto inibito.
In verità se c’è una mancanza di cui questo nostro disgraziato paese soffriva allora e soffre ancor oggi è di cultura civica. Diciamocelo francamente, quanto a pubblica trasandatezza, noi Teserani ci siamo sempre distinti. Nemmeno la nuova Amministrazione (pur riconoscendo il notevole attivismo dell’assessore Barbolini) è riuscita sinora a dare una svolta significativa a quella che evidentemente è una piaga endemica. Ma, sia chiaro, non è solo un problema amministrativo. Siamo fatti così. Del bello pubblico non ce ne importa niente. Il Centro langue, stretto nella morsa di una chiassosa confusione e di una surreale catatonia, privo di idee qualificanti e aggredito dalla speculazione che continua a mangiarsi, anno dopo anno, ciò che resta della sua parte più caratteristica. Tra qualche fine di calendario, di questo passo, esso sarà ridotto a un dormitorio abitato soltanto da vacanzieri pendolari, che lo usufruiranno nei fine settimana invernali o per qualche settimana d’estate. Per camminare, gustare un gelato all’aperto, apprezzare il profumo di un tiglio in fiore, o semplicemente sedere su una panchina a chiacchierare in tranquillità andremo in massa a Cavalese o addirittura a Ziano visto che il suo sindaco “capellone”, senza enfasi ma con lungimiranza e buon gusto, quel paese lo sta sistemando come si deve!
La nostra intellighenzia, che sovrintende alle iniziative culturali e alla qualificazione del paese, è invece bolsa, incapace di proporre novità, bloccata su programmi di richiamo turistico visti e rivisti cento volte, logori e di scarsa qualità. Anche di quest’ultima trovata sarà pertanto facile profetizzare l’esito: la chiusura serale del Centro, pur condita con qualche strimpellata d’organetto e bombardino, non intaccherà quest’immagine stanca del borgo, né riuscirà a far vendere qualche paio di scarpe o di mutande in più ai negozietti di via 4 Novembre.
Il problema quindi, al netto della crisi globale tutt’altro che finita, non sta(va) nella diminuzione di traffico o di posti macchina, vecchio luogo comune radicato da sempre tanto nella popolazione quanto nelle amministrazioni teserane, ma semmai nel suo contrario. L’appetibilità di un luogo viene dalla cura e dall’attenzione ai dettagli che ad esso si riservano. Quando però la sensibilità sta a zero, non c’è niente da fare. Se poi addirittura l’insensibilità parte dall’alto, Dio ce ne scampi… Il nostro attuale primo cittadino, per esempio, delle piante ancora esistenti dentro le cinta cittadine, farebbe tabula rasa. Evidentemente da lui, quanto ad attenzione ai dettagli, ci possiamo aspettare ben poco.
Insomma a nostro avviso, da osservatori marginali sì, ma attenti e disinteressati, bisognerebbe cambiare registro e persone e, per iniziare, vi suggeriamo quindi di adottare, seppure, come già detto, fuori tempo massimo, le seguenti misure.
La prima e più urgente: azzeramento del CML. Un ente inutile che non riesce a concepire alcuna novità. C’è bisogno di gente che abbia girato non diciamo il mondo… ma almeno il Trentino e l’Alto Adige. La seconda: sospendere, ad uso disintossicante, “Le Corte” (ché non se ne può più) almeno per un po’. Ormai è robaccia logora, che ha fatto il suo tempo e merita una sana parentesi in soffitta. Ciò fatto, nel frattempo si studi e s’impari l’arte della qualificazione, ci si lasci contaminare da chi le cose buone già le fa e, possibilmente, senza ostracismo, si ascolti anche chi non si conforma a questo stile ma che, proprio per questo, potrebbe rivelarsi portatore di idee davvero nuove.

L’Orco

07/06/11

LO SVILUPPO ECONOMICO IN FIEMME E FASSA


















Non più tardi di un paio di mesi fa, il 16 marzo, ci informa la puntuale Alice Divan sul sito valdifiemme.it, si è svolto a Cavalese un incontro sul tema “LE RICADUTE ECONOMICHE DEL FARE IMPRESA IN UN CONTESTO DI MONTAGNA”. Poiché io non c’ero, ma i relatori erano d’eccellenza, da Alessandro Olivi a Ilaria Vescovi, da Pierpaolo Dellantonio a Lorenzo Delladio, mi sono dedicato alla lettura dell’articolo. Il succo del discorso – che considero il pretesto per questo intervento - era questo: “I cinque relatori, dopo essersi confrontati sui molteplici benefici del fare impresa ad alta quota, come ad esempio un maggior benessere psico-fisico che spinge impresari e dipendenti ad una miglior resa economica […] si sono focalizzati sulle difficoltà che potenzialmente possono interferire con il successo dell'impresa stessa.” Sintetizzo per brevità: la posizione decentrata della Valle di Fiemme rispetto all'asse dell'Adige può risultare svantaggiosa. E continua: “Ciò nonostante, le aziende di Fiemme sanno confermarsi con successo non solo in un contesto locale e nazionale, ma anche internazionale, come dimostra da anni La Sportiva che, come ha riferito Lorenzo Delladio, esporta all'estero ben l'82% dei suoi prodotti.”
Insomma: per fortuna che abbiamo l’aria fresca che ci permette di avere successo economico e macinare utili.
Se mi prendo la briga di scrivere queste due righe è –non me ne vogliano i relatori d’eccellenza- per dire, anche se dovrei urlare per la disperazione: ma che fesseria è? A sentire questi commenti pare –per dirla con l’Orco- che i Cònchi non alberghino solo a Tesero. Lo dico e lo scrivo perché nessuno in Valle, dagli imprenditori ai politici, creda veramente che serva l’aria fresca per vincere le sfide economiche che noi nel nostro piccolo, il Trentino e poi tutto il Paese devono affrontare.
Andiamo però con ordine e chiediamoci, per iniziare, qual è la struttura produttiva della nostra Valle. Per farlo presenterò pochi dati, tratti da Unioncamere, confrontando due realtà: la Val di Fiemme e la Val di Fassa. I dati ove non diversamente indicato si riferiscono al 2008, ultimo anno disponibile.
La tabella 1 presenta il numero di imprese per settore nelle due valli. In termini assoluti in Val di Fiemme troviamo circa 2.500 imprese, mentre in Val di Fassa ve ne sono 1.824. Poiché però la popolazione fiamaza è il doppio di quella fassana l’imprenditorialità è più sviluppata nella valle vicina (5 abitanti ogni impresa contro 8 abitanti per impresa in Fiemme). Tuttavia, il tessuto imprenditoriale in Val di Fiemme appare più diversificato grazie soprattutto al maggior peso della manifattura e delle costruzioni. Non sorprende, invece, il peso preponderante di alberghi e ristoranti che in val di Fassa assorbono un terzo delle imprese complessive. Onore quindi all’assessore Olivi e a Ilaria Vescovi perché ne hanno imbroccata una: la Val di Fiemme è maggiormente diversificata e quindi più resiliente a shock idiosincratici. Non è vero, invece, che sia più robusta all’attuale crisi, per due ragioni: la prima è che si tratta di una crisi sistemica; la seconda è che il settore delle costruzioni e attività immobiliari (da soli fanno il 30% delle imprese totali) è fra i più colpiti dalla crisi finanziaria e dalla restrizione del credito, e sarà così anche negli anni a venire.
Nelle crisi sistemiche come quella del 2008-2009 tutti i settori soffrono del crollo della capacità di spesa delle famiglie e del blocco degli investimenti da parte delle imprese. Nel nostro caso, il maggior risparmio delle famiglie colpisce il commercio (20% delle imprese), il turismo e la ristorazione (13%, ma merita un discorso a parte), e, come già evidenziato, in misura molto severa le costruzioni e gli immobili. Ma non è tutto, in un mondo dove la domanda e la competizione sono globali, anche la silvicoltura (circa 10% insieme ad agricoltura e zootecnia) e la manifattura stessa, spesso se di tipo artigianale, può soffrire la concorrenza dei produttori stranieri e il brusco calo della domanda.

Salto, perché non particolarmente rilevante qui, il discorso occupazione. Basti sapere che il tasso di disoccupazione (dati 2007) in Fiemme era del 3%, circa due punti e mezzo inferiore a quello della Val di Fassa (5,3%). Il dato non deve stupire per la maggior diversificazione e il maggior numero di imprese che qui chiamo genericamente “settore pubblico” che include sanità, istruzione e servizi sociali e personali.

Vediamo ora quanto efficace è l’azione delle imprese nelle due valli in termini di capacità di generare ricchezza. Una buona misura di ciò viene data dal valore aggiunto. Il database ci fornisce il valore aggiunto totale e per settore –sono numeri un po’ vecchiotti (2005) ma proprio per questo ci permettono di astrarre il ragionamento dalla “Crisi” che sembra inghiottire l’attenzione di tutti. Per dare l’idea di quanto siamo bravi, economicamente parlando, estenderò il confronto all’Italia nel suo complesso.
Nel 2005 il valore aggiunto totale (a prezzi base) generato dalle imprese della Valle di Fiemme era di 430 milioni, mentre la Val di Fassa faceva segnare 280 milioni circa. Ben il 77% del VA (330 milioni) veniva generato nel settore dei servizi, un valore che sale all’88% (247 m) nella valle vicina. Il dato in valore assoluto non è molto significativo. E’ tanto? È poco? Ad esempio, nello stesso anno, il valore aggiunto di un grande gruppo multinazionale come l’ENI generava un valore aggiunto superiore ai 27 miliardi di Euro. E’ più utile quindi guardare ai dati pro-capite e alla produttività. In termini di valore aggiunto pro-capite la val di Fiemme si colloca poco sopra la media nazionale con 22.570 Euro. I vicini fassani sono più fortunati e portano a casa 30.151 Euro ciascuno.
Potremmo quindi chiederci se l’aria ancora più fresca della val di Fassa stimoli questa maggior resa economica. A guardare i dati della produttività del lavoro, cioè il valore aggiunto per addetto, sembrerebbe di no. In tutti i settori la nostra Valle fa meglio dei cugini di Fassa, così che é la minor popolazione che si spartisce la torta a generare una maggiore ricchezza pro-capite.
Il settore più produttivo in ambo le valli è quello dei servizi, ma a sorpresa, superiamo la val di Fassa di ben 5.000 Euro. Non disponendo di dati più dettagliati possiamo solo fare alcune ipotesi. Concedendo pure ai fassani che sappiano fare turismo meglio di noi, rimangono due settori dove generiamo maggiore ricchezza: trasporti e comunicazione e, soprattutto, banche e assicurazioni. La presenza di imprese in questi due settori è doppia in val di Fiemme rispetto alla val di Fassa e spiega con alta probabilità, la maggiore produttività dell’intero settore dei servizi. Spiegherebbe anche lo sviluppo superiore delle costruzioni da cui gran parte della domanda di credito si origina. E’ però probabile che la causalità vada nella direzione opposta, cioè: la presenza di servizi finanziari e immobiliari segue lo sviluppo del settore edile.

Tolta l’agricoltura, che in quanto agricoltura di montagna non può raggiungere elevati livelli di produttività, ciò che salta agli occhi è il gap dell’industria, quasi 10 mila Euro rispetto alla media nazionale, la quale risente sì di giganti come Eni, ma anche delle performance sub ottimali del Meridione.

Insomma, pare che le virtù taumaturgiche dell’aria fresca nulla possano contro la posizione decentrata della nostra Valle, la scarsità di infrastrutture di comunicazione e la lontananza dai mercati di sbocco. Lo dico, sia chiaro, con evidente intento ironico e provocatorio. Ed è utile sottolineare ancora, che la specializzazione del nostro micro-sistema economico, non può essere quello dell’industria manifatturiera e a nulla vale, soprattutto, raccontarci delle favole su quanto siamo bravi e fortunati. Le storie di successo, anche internazionale, come La Sportiva poggiano su altre basi ed è forse bene richiamarle perché possano, si spera, essere imitate (mi correggeranno gli addetti ai lavori se sbaglio o ometto qualcosa). Le imprese moderne basano il proprio successo su pochi pilastri. Il primo è avere una buona idea e saperla realizzare, occupare cioè una nicchia di mercato o crearne una nuova (è più facile nell’elettronica vedi iPhone e iPad, più difficile nelle industrie tradizionali). Il secondo è innovare e continuare ad innovare, migliorare come processo e distribuzione, e migliorare il prodotto. L’innovazione passa per la continua sostituzione di prodotti vecchi con prodotti nuovi (iPhone 1, 2, 3, 4, etc.). Il terzo è internazionalizzarsi, ampliarsi cioè oltre il mercato locale prima e oltre quello nazionale poi. Riuscire a combinare tutti questi elementi è difficile. Il successo di La Sportiva non dipende dal contesto della valle di Fiemme perché quest’ultima non si connota né come un sistema produttivo locale, né come un territorio ove risorse pubbliche investite in capitale umano e infrastrutture possono generare effetti esterni positivi. Il suo successo dipende dalla realizzazione di un prodotto eccelso, innovativo, che le garantisce una posizione di quasi-monopolio sui mercati internazionali.
Chiudo con un auspicio. Quello che è riuscito ad alcune imprese manifatturiere della valle che competono a livello internazionale dovrebbe riuscire anche al nostro sistema-turismo. In questi anni siamo riusciti ad internazionalizzarci, aprendo la nostra offerta turistica ai mercati dell’Est. Ma più che specializzarci in un mercato di nicchia, di qualità e ad elevato valore aggiunto, abbiamo scelto, più o meno consapevolmente, l’offerta di massa. Questa scelta politica ha probabilmente attutito l’impatto della crisi (vedremo se e quanto, quando saranno disponibili i dati) ma è difficile credere che essa costituisca un percorso di crescita sostenibile nel lungo periodo.

Evgeny




INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
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MINU

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