28/08/10

IL CANCRO DELLA PRESUNZIONE


Sono passati nove mesi dalla tragedia che colpì Jerago con Orago, il piccolo paese nel varesotto, dove un esperimento scientifico diede il via ad un’ecatombe di dimensioni bibliche. Cinquemila persone perirono a causa del farmaco Epimedinenin, che prometteva di diffondere il seme della Verità estirpando il cancro della menzogna. Un fallimento. La casa farmaceutica Karkinos venne indagata per omicidio colposo e il famosissimo luminare M. Zeppola, inventore del farmaco, arrestato nelle 24 ore successive. Una tragedia per il mondo medico. Il mese scorso il luminare (Zeppola, ndr) è riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari ed ha deciso di portare a termine lo sviluppo di un nuovo farmaco: ESTHLOSIN.
“Una versione dell’Epimedinenin a cui sono state apportate migliorie radicali, la soluzione per curare il grave cancro che affligge la società d’oggi, la Presunzione. L’Esthlosin porterà ad un mondo migliore, fatto di ottimismo.”
Il 17 Luglio del 2010 la rivista Fidati pubblica un’intervista in esclusiva risalente ai giorni successivi allo scarceramento di Zeppola. Intanto incalza il boom di suicidi dovuti alla presa di coscienza nelle nuove generazioni a causa del farmaco.
Le ScimmieUrlatrici sono onorate di proporvi un estratto dell’intervista.

Dr. Zeppola, oggi lei torna ad essere un uomo libero. Cosa si sente di dire riguardo la sua permanenza dietro le sbarre?
E’ stata un’esperienza che ha fortificato le mie convinzioni e stimolato il mio genio inventivo.
Cosa vuole dire ai familiari delle vittime di Jerago con Orago?
Voglio solamente dire che in realtà non mi son mai sentito colpevole. Ho ucciso più di cinquemila uomini con il mio farmaco, ma in realtà ho solo dimostrato la vera essenza della natura umana, ossia la tendenza a mentire per facilitarsi in quella lotta quotidiana che è la vita.
Nessun pentimento?
Nessuno.
Quale è stato il motivo per cui lo stato italiano ha deciso di concederle gli arresti domiciliari nonostante l’ecatombe che lei ha provocato?
E’ tutto molto semplice. Nei vari processi in cui mi sono presentato ho sempre sostenuto la mia innocenza, imputando la colpa non al mio farmaco quanto alla natura perversa e imperfetta della specie umana. Ho lottato per avere una possibilità per redimermi e per dimostrare al mondo che le mie conoscenze in campo medico possono ancora essere fondamentali per la contribuizione al miglioramento dei rapporti sociali tra gli uomini.
Come si poteva evitare questa catastrofe?
Un eccipiente. Durante questi mesi mi sono convinto del fatto che modificando un eccipiente dell’Epimedinenin si poteva seriamente arrivare ad un risultato che non portasse ad una guerra omnia contra omnes, ma che al contrario aiutasse gli uomini ad ottenere una sana e pacifica accettazione dei propri mezzi e delle proprie capacità.
Intende dire che durante la sua permanenza in carcere non ha smesso di lavorare?
Durante i momenti dedicati alle visite dei familiari ho avuto modo di entrare in contatto con alcuni membri del mio staff medico che per merito del pool di avvocati della Karkinos SA non sono finiti dietro una cella, anche se lo avrebbero meritato quanto me (M. Taylor e L. R. Heginbotham, ndr).
Cosa vi siete detti durante queste conversazioni?
In questi comizi vis à vis e cornetta telefonica in mano abbiamo avuto modo di riflettere sui grandi difetti insiti nel cervello umano. Ci siamo resi conto che per realizzare un progetto di tali dimensioni, come era quello dell’Epimedinenin, bisognava compiere piccoli passi. Lavorare sul singolo. Portare l’uomo ad ammettere prima di tutto la verità su se stesso. Portarlo a non aver paura di analizzare la propria mente e giungere alla conoscenza delle proprie capacità. Un cammino breve e indolore verso l’autocoscienza.
L’Epimedinenin ambiva ad inibire l’istinto di mentire ed è stato un fallimento. Vi siete resi conto che estirpare il cancro della menzogna era un’impresa irrealizzabile. Su quale altro male avete incentrato le vostre ricerche mediche?
Esiste un altro male che in questa società si autoriproduce e autoalimenta ininterrottamente. E’ il cancro della presunzione. Persone che passano la vita a mentirsi, convincendosi di possedere doti innate. La maggior parte delle volte si confrontano con altrettanti malati afflitti dallo stesso male, sfociando in conversazioni dove ognuno ascolta, stima ed elogia se stesso. Il sopravvalutarsi porta ad azioni che danneggiano fortemente gli equilibri sociali. Pensi ad un mondo dove tutti sono convinti che la propria opinione possa apportare un contributo positivo o dove tutto ciò che si fa debba essere considerato valido. La presunzione umana è riuscita a svalutare il mondo politico, accademico e artistico rendendoli accessibili a tutti e come logica conseguenza distruggendoli.
E’ in progetto quindi lo sviluppo di un nuovo farmaco?
Esattamente. Grazie a dei prestigiosissimi prestanome siamo riusciti ad ottenere un contratto con la Suicide Inc. di Baltimora che ha finanziato l’intero sviluppo dell’Esthlosin. Tra pochi giorni inizierà la distribuzione per ora solo nella provincia di Milano, in modo da constatare l’effetto che avrà sulla popolazione italiana.
Che influenza avrà sulle nuove generazioni?
Spero tragico. I giovani d’oggi sono gravemente affetti dal cancro della presunzione. La colpa non è direttamente loro, ma del sistema che si è sviluppato nel corso dei secoli a causa di questo male. Pensi al mondo universitario. Il famoso diritto allo studio ha fatto sì che persone con l’ignoranza nel DNA potessero pensare di diventare filologi, scrittori, medici, avvocati, inserendoli in un calderone che in realtà è solo un buco spaziotemporale in cui si ritarda il momento in cui si renderanno conto che le ambizioni che han deciso di inseguire sono soltanto sogni irrealizzabili. Inseriti in corsi di studio dove si trovano a frequentare altrettante persone che avvolte dalla loro mediocrità tendono ad incitare il prossimo ad inseguire i propri sogni solamente per aspettare che gli altri facciano lo stesso con loro. Stronzi che chiudendosi in un cerchio autoreferenziale creano un mondo dove ci si valuta secondo criteri imposti dallo stesso ambiente e che non hanno nessun valore oggettivo.
Però i giovani d’oggi sono curiosi, viaggiano, conoscono culture e si confrontano. Non crede?
Stronzate. I giovani che viaggiano in questi anni sono solo persone che cercano di vivere grandi esperienze, che la maggior parte delle volte non gli dovrebbero competere a causa delle loro ridotte capacità intellettive. Pensi ai progetti di scambio studentesco internazionali. Studenti che si ritrovano a passare sei mesi in un Paese straniero a spese dell’Unione Europea, convincendosi di essere i nuovi Cristoforo Colombo, per poi tornare nel proprio paesino da cui non si erano mai mossi e da cui la maggior parte delle volte non si muoveranno più, condannandosi volontariamente a raccontare quei sei mesi per il resto della loro vita. Sono la nuova generazione dei reduci di guerra, che passavano la loro vita a raccontare dei corpi degli amici raccolti sul campo di battaglia. Ora si raccontano le birre e le canne fumate in compagnia in una città all’estero dove alla fine succede la stessa merda che succede nella tua città ma hai la fortuna di viverla da esterno. Questo alimenta l’autostima che sfocia in presunzione. Nasce un momento in cui si sentono comunicatori. Guru. E per farlo si immergono nuovamente nella merda in cui nuotavano prima con la differenza che hanno una storia in più da raccontare. Persone da stupire. Bocche da spalancare.
E lei pensa che un farmaco possa evitare tutto questo?
Eviterà la presunzione. Il mondo dei giovani universitari era un esempio. Pensi al nuovo boom dei social network o dei blog. La possibilità di esprimere la propria opinione e condividerla con migliaia di utenti ha fatto sì che ci si sentisse in diritto di rendere pubblico il proprio pensiero con la presunzione di suscitare interesse. Persone che in un blog credono di deliziare i lettori scrivendo un pensiero partorito durante la cagata mattutina, ubriachi che si sentono Bukowsky perché hanno una tastiera e una lattina di birra in mano. Il tutto alimentato da altrettanti stronzi che godono nel vedere che il mondo si adegua alla loro piccolezza mentale. L’Esthlosin porterà ad un mondo migliore, fatto di ottimismo. Un mondo dove gli scrittori saranno veramente scrittori, gli artisti saranno numericamente meno degli appassionati d’arte e gli appassionati d’arte non si baseranno su ciò che è scritto su wikipedia. Un mondo dove avere un pensiero non significherà doverlo esprimere per forza. Un mondo dove l’ambizione non può essere un’idea. Un mondo dove fare un progetto non significa avere le doti per realizzarlo. Un mondo dove non sarà più un problema fare i lavori che l’opinione comune attuale ritiene poco nobili, dove studiare sarà una scelta di vita e non un obbligo, dove non esisterà più il proverbio delle braccia rubate all’agricoltura.
Dove verrà distribuito il nuovo farmaco?
L’Esthlosin verrà distribuito nella provincia di Milano a partire dal Venerdì 10 Settembre. A seguire nei quindici giorni successivi la distribuzione verrà estesa alle provincie di Cagliari, Catania, Bologna e Venezia. Per la fine dell’anno verrà coperta tutta la penisola.

Per approfondimenti sul tema, notizie sulle nuove case massaggio e gossip nero, comprate FIDATI.
by scimmieurlatrici.netsons.org


27/08/10

STRANE IMPRESSIONI D’AGOSTO


E’ un’anomala fine d’agosto, sembra luglio ma è già quasi settembre. Si attendono le prime mosse nel “nuovo” Palazzo. Ma forse non c’è niente da muovere. Vedremo. Però ho sentito che in Consiglio qualcuno ha indecorosamente appellato la nuova maggioranza con un “siete delle facce di merda” o qualcosa del genere, ma il racconto de relato mi è giunto impreciso.
In compenso (compenso di che?) il paese brulica di novelli John Travolta e Olivie Newton John che per questa settimana di tarda estate, come da un po’ di anni in qua, stagestano o stagistano (l’ortografia di questo improbabile verbo mi è ignota).
Sono le 7 e 40. È già ora di uscire. Come ogni mattina devo ritirare la bici in via Fia. Sul cantone del bar Topo incrocio il Mario (quello de la Mi.Sa.Po.) che scende da Cavada. Mi dice che sü par Tó l’interpretazione della segnaletica stradale adesso è libera. Mario, che non tituba mai, ha prontamente informato del fatto il Vicesindaco. E il Barbo, a stretto giro, gli ha risposto di pazientare, ché quasi tutta la squadra dei vigili urbani è in malattia… In agosto? Sì, in agosto! Penso per un attimo ai bei tempi andati, quando c’era la Sendy… Ma, a proposito, dov’è la Sendy? Avrà cambiato lavoro? Non la vedo da un pezzo. Ah, come le faceva bene le multe la Sendy Saluto il Mario e proseguo. Cinquanta passi dopo incontro un altro Mario (il Fanin) con un innaffiatoio in mano. Ieri sera aspettava il temporale, ma è riuscito a vedere solo lampi. Ci salutiamo e lui mi chiede serio se posso procurargli un fusto d’ olio minerale vuoto da 200 litri. Con quell’innaffiatoio in mano, sulle prime, penso a un deposito d’acqua per l’orto. Poi allude ed intendo. No, niente acqua per l’orto. “’l me serve par farme ‘n tambüro. La olta che ven vöi sonar an mi al concerto rock! Ma che madonega de paes èlo sto qua!” mi dice. “No ghe bastavelo ‘na bateria? E via püra la bebi denc ma che adesso se cognisse sorbirse an i batidori de bidoni!” Penso per un attimo a Ezio, che mi invitava proprio ieri a trovare il risvolto positivo delle cose, e allora rispondo al Mario: “Che vös farghe, l’è cossita. Ma se te te laghes nar l’è ben bel”.
Mi accommiato e proseguo. Il resto della mattinata se ne va come al solito, e il pomeriggio anche. Però fa caldo, molto caldo. Per la prima volta, in un bollettino meteo (quello di Arabba) trovo l’inquietante locuzione “temperature anormalmente superiori alle medie del periodo”! Rivedo quei segni… e tocco ferro.
È già quasi sera. Verso le 18,30 ripasso te Cavada. La scena vivente sembra un dipinto. Imperturbabili agli eventi, davanti al "Topo" ritrovo gli statici avventori del bar con birre, gassose e panini in mano. Giovani descamisados in tenuta spiaggia con calzature in plastica colorata attorniati da giovinette bellocce e allegre, leggermente alterate, guardano i passanti. Mi sfugge qualcosa? Non vedo l’Oscar! O forse c’è, ma non ci faccio più caso e la sua presenza mi è indifferente. Lui ormai fa parte dell’arredo.
Alle 19 ceno veloce e alle 19 e 20 circa prendo la tanica col beveron par le ave e in bici mi reco a fieterar i miei appuntiti imenotteri. C’è covata ancora fresca in abbondanza nei nidi. Strano. Altro segno? Mah! Per sicurezza comunque tocco ancora ferro. Di ritorno dall’apiario incontro la Silvana davanti a San Rocco mentre sale con una sporta in mano, dalla quale spuntano carte elastiche colorate. Intuisco facilmente dove si stia recando. Con lei ho confidenza. Le chiedo quindi perché vada a trovare il don a quell’ora e con quelle carte. Mi risponde che sta preparando la lotteria di San Bartolomeo. L’incasso, sperabilmente cospicuo, servirà per l’acquisto di un trattore usato da regalare a un missionario di Moena, che da anni lavora in Africa. A be’, allora. Brava, Silvana. Lei è ciarliera, parliamo ancora un po’ e poi la saluto. “Notte.” “ Notte”.
È già quasi buio e la canonica è stranamente “spenta”. Il coro di chiesa è in vacanza e anche il gruppo missionario. In canonica regna la pace… delle orecchie. Nei saloni del bel caseggiato dalle 100 finestre il reverendo può meditare.
Finalmente rincaso, sono le 21 e 27. Per tele non fanno più niente che meriti e accendo il pc. Apro il file musicale (copiato da un CD che mi ha prestato il Flavio) del poema sinfonico “L’Isola dei Morti”. Cerco su google immagini l’omonimo quadro di Böcklin e mi lascio andare con la fantasia. È inquietante vedere e ascoltare insieme l’immagine di quel dipinto e la musica di Rachmaninov che esso ha ispirato. Il quadro, di un cupo romanticismo, ha qualcosa del Dorè. Ma non so cosa. È l’ultimo pezzo del disco, poi torna il silenzio. Apro la posta elettronica. Niente. Da oltre 10 giorni sto aspettando che Settembrini si faccia vivo. Eppure mi aveva garantito che lo stava per ultimare quel certo importante lavoro che aspetto da tempo. Spengo il pc. Sono stanco. In questo momento via Stava è tranquilla.
Che strano, penso. E ritocco ferro.

A.D.

ALTRE RAGIONI DEL SÌ ALL'OSSERVATORIO

Dal signor Marco Vedovato, che ringraziamo, riceviamo un nuovo commento al post pubblicato l'altro ieri "Le ragioni del sì e quelle del no". Data l'importanza e la lunghezza del testo, per agevolarne la lettura lo ripubblichiamo qui di seguito.

Per quanto riguarda l'impatto ambientale, la struttura è praticamente interrata. Sporgerà ovviamente la parte con la cupola degli strumenti. Parcheggi: con la macchina potrà arrivare SOLO il personale tecnico; i visitatori saranno portati là con delle navette; chi preferisce potrà continuare venire a piedi ma trattandosi di strada forestale non sarà consentito loro l'accesso con macchine di proprietà. Illuminazione: trattandosi di un osservatorio astronomico non vi sarà alcuna illuminazione permanente (a parte delle luci *temporanee* schermate, montate sullo stesso osservatorio, per consentire gli ingressi e gli spostamenti. E' ovvio che durante l'osservazione sarà spento tutto, così come sarà spenta ogni luce nel lasciare la struttura). Sono anni che seguo queste cose. Mi riesce di difficile lettura questa preoccupazione per una illuminazione che non ci sarà; certi obbrobri illuminotecnici sotto gl'occhi di tutti li hai mai visti? Ne hai mai parlato?
Per quanto riguarda la distanza delle stelle e che ci frega a noi della cosa con tutti i problemi quotidiani che abbiamo, non ti tedio con una lezione di epistemologia. Mi limiterò a brevi considerazioni; se avessimo ragionato sempre così, saremmo ancora con la clava. Potrei fare tanti esempi. Tanto e tanto tempo fa un signore barbuto spese un sacco di tempo (tu diresti che ha "sprecato" il suo tempo invece di aiutare chi muore di fame) facendo rotolare delle palline lungo un piano di legno e cronometrando il tempo che ci mettevano a cadere giù (contando delle goccie d'acqua che uscivano da un secchio...); scoprì il principio di inerzia, ossia il Primo Principio fondamentale della Meccanica, scienza senza la quale potremmo fare ben meno cose. Poi notò che la Luna era tuttosommato simile alla Terra e che il Pianeta Venere mostrava le fasi come la Luna. Quel signore si chiamava Galileo Galilei. Che ne è venuta all'umanità di quelle sue "strambe" attività? Ne è venuto IL metodo scientifico, da lui fondato: la verifica sperimentale delle affermazione, svincolate da qualsiasi principio di autorità. Tutte i rami della scienza se ne impossessarono. Medicina compresa. Le ricadute pratiche non avvengono solo perché delle persone si mettono lì e decidono di fare qualcosa di utile ma molto più spesso avvengono indirettamente (serendipity, dicono gli americani) mentre si sta facendo dell'altro. Lo sapevi che oggi esistono certi esami per l'arteriosclerosi COPIATI dalla tecnica con la quale in astronomia si misura "inutilmente" la luminosità di una stella (utilizzando degli opportuni vetri colorati chiamati filtri fotometrici)? O che i tumori si possono combattere con fasci di positroni (antielettroni) usando la stessa tecnica con la quale vengono futilmente costruiti i grandi acceleratori di particelle -che tu dirai costano un sacco di soldi- e che invece fanno lavorare migliaia di ricercatori muovendo un indotto industriale enorme con ricadute incalcolabile nel campo dell'elettronica o della microelettronica? Se Keplero, qualcun'altro al posto suo, non avesse scoperto le tre leggi che governano il moto dei pianeti attorno al Sole e se Newton non le avesse poi tradotte in una forma matematica generale, oggi non potremmo inviare i satelliti nello spazio, compresi quelli per le telecomunicazioni e per il GPS, tanto per fermarmi alle cose più note. Vedi a quante cose serve guardare il cielo? Mi limito a queste poche cose. Sulla base che i bambini muoiono di fame, allora evitiamo di studiare i fringuelli delle Galapagos o di classificare le alghe come mio nonno, illustre biologo marino, ha fatto per una vita, tanto non serve a niente (ma non è vero come ho spiegato poc'anzi). O magari evitiamo di andare al cinema... con tutte le brutte cose accadono nel mondo...Tu dirai a questo punto che però noi siamo solo astrofili, che non fanno la storia della scienza e quindi il nostro osservatorio rimane uno spreco di soldi. Io, membro del Gruppo Astrofili, appartengo anche a un gruppo di ricerca (attualmente 5 persone) non professionale, il gruppo JUPOS (http://jupos.org), che ha creato il più importante database al mondo sul Pianeta Giove. Collaboriamo, tra le altre cose, con la NASA per la programmazione di alcune attività osservative su Giove del Telescopio Spaziale Hubble e pochi anni fa pure per il fly-by su Giove della Sonda New Horizons, che sta andando su Plutone; il mio gruppo è citato (e in campo scientifico le citazioni contano) in press-release dal team che gestisce il Telescopio Spaziale. Sono inoltre uno dei coordinatori del Programma Giove italiano dell'UAI.. Quindi anche al nostro livello si possono fare bene molte cose. Osservatori come il nostro (futuro), oltre a non essere l'unico del genere in Italia, assolvono tra l'altro a un compito fondamentale che è quello di far appassionare alla scienza, specialmente i giovani. Quali osservatori professionali, situati ormai nelle località più remote della Terra, possono far guardare i ragazzi al telescopio tutte le sere che vogliono? Come possono dei giovani diventare dei futuri scienziati se nessuno mostra loro come è bello studiare e CAPIRE (e per capire bisogna acquisire i metodi della scienza) quello che ci circonda? Magari i più non si appassioneranno comunque ma forse qualcuno lo farà.... E un passo che va al di là del semplice contemplare o del ricordare il nome di un astro, per quanto legittimo sia fermarsi a questo punto. Come si dice? Se ascolti una cosa la dimentichi, se leggi ricordi, se fai capisci. Un osservatorio astronomico può e deve fare anche questo a beneficio dei ragazzi delle nostre valli. Un opportunità preziosa per far capire -ad esempio- come si osserva, come si fa una misurazione, con quali strumenti e quanto affidabile sia una certa misura. Tutte cose che non sempre a scuola si possono fare. Anche a livello più terra-terra si possono dire diverse cose. Lo sai che il vicino osservatorio di San Valentino a Bolzano ha già accolto in pochi anni molte migliaia di visitatori? Hai un'idea di cosa significhi a livello di immagine? Se non ne hai idea, non sai cosa sia un osservatorio astronomico... Ti invito quando vuoi a visitarlo assieme a me e forse cambierai idea, toccando con mano le cose. Quanto sopra sono solo semplici considerazioni personali, non in quanto membro del Gruppo Astrofili (parte in causa).

Marco Vedovato

Egregio signor Vedovato, con riferimento al suo commento di oggi, qui pubblicato, e scusandomi per il piccolo inconveniente tecnico verificatosi sul blog, aggiungo una breve contro-risposta.
Sulla falsariga dell’intervento di Ezio, lei ripropone, con approccio molto più scientista, una serie di considerazioni giuste ma assolutamente incongrue rispetto alla questione qui trattata. Nel ribadire di non essere un oscurantista viscerale mi chiedo cosa ci azzecchi il panegirico sulle magnifiche sorti e progressive della scienza, di leopardiana memoria, con la specola di Guagiola. Io non dico affatto che un osservatorio, anche a livello amatoriale, non abbia ragione di esistere ed essere frequentato, e dare opportunità di conoscenza, e interessare le scolaresche, e attrarre il cosiddetto turismo scientifico, eccetera. Io sostengo semplicemente che in quel luogo, per tutte le considerazioni che ho già fatto ed altre ancora, un osservatorio astronomico non è indicato. Sono certo che l’associazione alla quale lei è affiliato ha i mezzi e le teste per chiedere ospitalità altrove e convincere altre amministrazioni a sacrificare o valorizzare, a seconda dei punti di vista, una parte del proprio territorio. Ribadisco altresì che la nuova amministrazione comunale debba soppesare con estrema cautela i pro e i contro della questione in oggetto prima di imbarcarsi in questa "avventura". Errori di valutazione e superficialità nel corso degli anni ne sono già stati fatti troppi nel nostro Comune.
Non so da quale città o paese lei provenga, ma io, quale cittadino di Tesero, a quel pezzo di territorio ancora incontaminato ci tengo. E se per lei un osservatorio astronomico rappresenta una importante risorsa con valenza educativa per le attuali e le future generazioni, allo stesso modo io affermo che esistono altri mezzi per trasmettere valori altrettanto importanti. Per esempio l’educazione al rispetto per l’ambiente naturale, alla contemplazione della bellezza di un paesaggio così com’è, alla semplicità senza pretese o presunzioni, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Guagiola, nella sua unicità, possiede tutte le caratteristiche atte a trasmettere questi valori.
Riguardo alle rassicurazioni circa l’impatto ambientale delle eventuali infrastrutture accessorie e delle modalità di raggiungimento della località anzidetta (a mio avviso da lei frettolosamente “risolte”), dico solo che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno. Proprio noi Teserani abbiamo sotto gli occhi (perlomeno di quelli che vogliono vedere) quanto esse siano state nel tempo puntualmente disattese. Faccio un solo esempio, tanto per non ripetermi: le strutture per i mondiali a Lago. Lei probabilmente non sa che per rendere più soft la proposta iniziale e sopire una improbabile rivolta popolare, per la prima edizione del 1991 di quell’evento si allestirono delle strutture amovibili, parte in legno (i box destinati a televisioni e giornalisti) e parte in tubi innocenti smontabili (le tribune). Nella seconda edizione la parte in metallo sparì e fu rimpiazzata da una struttura fissa in cemento armato. Sempre in occasione di quella edizione si allestì anche un impianto d’illuminazione nel piano delle Noalacce con alte torri metalliche (a tal proposito non mi risulta che l’Associazione Astrofili Fiemme abbia mosso in modo ufficiale alcuna protesta per l’indecente e inutile inquinamento luminoso prodotto. Noi invece che non siamo astrofili, ma che semplicemente amiamo il nostro e l’altrui territorio, una rimostranza in proposito l’abbiamo fatta). Ora, per la terza edizione, oltre ad una nuova serie di aggiunte infrastrutturali, si farà un interrato di 2000 metri quadrati quale riparo degli automezzi al seguito delle televisioni. Penso sia sufficiente per dimostrare che quasi sempre se non sempre le carte e le promesse vengono poi smentite dai fatti. Con la piccola inconveniente differenza che i fatti poi, purtroppo restano.
La ringrazio per aver partecipato al dibattito in maniera approfondita, con competenza e puntigliosità, tuttavia rimango fermo nelle mie convinzioni e torno a ribadire la mia contrarietà a quella ipotizzata struttura. Mi rammarica soltanto che uno scientista a tutto tondo quale lei è (tanto traspare dal suo scritto), per esercitarsi nella materia a lei più cara, voglia pregiudicare un luogo che per ironia del caso proprio la scienza, con le sue magnifiche sorti e progressive, avrebbe ancora “risparmiato”.

A.D.

25/08/10

LA LINEA

LE RAGIONI DEL SÌ E QUELLE DEL NO


Caro Ario, per fortuna ognuno si pone di fronte alle cose in maniera diversa: ad uno piace goderne come fai tu con semplicità e poetico distacco ad altri piace studiarle e conoscerle, capirne il funzionamento, la dinamica, ecc. Cosa c'è di male? Sono due diverse interpretazioni del mondo. Ma mi pare che il problema in questo caso non sia l'astrofilo, il quale ha il sacrosanto diritto di “sbinocolare” quanto gli pare, trovarne piacere ed allargare i propri orizzonti. No! Il problema non è lui, da quel che ho capito, ma l'osservatorio. Secondo il tuo principio dovremmo godere delle bellezze del firmamento semplicemente alzando lo sguardo senza cercare di conoscerne la meccanica e lo sviluppo, per di più attraverso la costruzione di una struttura ad “hoc” che avrebbe anche un certo impatto dal punto di vista ambientale. D'altronde ogni cosa ha una sua naturale ed idonea ubicazione ed un osservatorio in mezzo al paese servirebbe a pochino. Secondo lo stesso principio dovrebbero bastarci la musica di un ruscello, il fruscio del vento tra gli alberi, il silenzio della montagna, i colori dell'autunno o la semplice luce della luna, appunto, per gratificare occhi ed orecchie. Allora non dovremmo nemmeno costruire i teatri e le sale da concerto. La musica viene prodotta con strumenti ottenuti dal legno di alberi secolari? Basta con la costruzione di strumenti musicali! Il pittore avrebbe il problema dei pennelli che vengono prodotti con setole di animali inermi. E potremmo continuare all'infinito. Tutto molto bello, ma dove sarebbero Mozart e Brahms se il mondo si fosse basato sino ad ora su questi principi. A tanti, o meglio, ai più probabilmente non mancherebbero, ma a me sì e tanto mi basta. Da amante dell'arte e della letteratura, quale tu sei, sai bene che queste non potrebbero compiersi se non a costo del sacrificio di tante di quelle cose che vai da sempre difendendo strenuamente. Bene! Allora troviamo la via di mezzo: i mezzi della conoscenza a disposizione solamente dei “mostri sacri”, della Hack (anatema sul Mario Vinante!), per restare sull' astrofisica o di Abbado, per tornare alla musica. Il principio, però, dovrebbe rimanere principio a prescindere e, se non sbaglio, gli strumenti che usano loro non sono dissimili da quelli che uso io per fare musica o gli astrofili teserani per sondare l'universo. A loro, ai mostri sacri, la deroga è concessa, ma a noi, spinti dalla stessa passione, dalla stessa volontà di conoscenza, se non dagli stessi talenti, essa invece è negata. Percepisco, insomma, una sorta di tuo fastidio nel fatto che qualcuno si cimenti in campi che, secondo te, dovrebbero essere ad esclusivo uso e consumo di alcuni eletti, dentro i quali noi non dovremmo avere la presunzione (tutta teserana anche questa?) di entrare. Noi, poveri zotici mediocremente formati, dovremmo accontentarci di assistere da spettatori inerti e stupiti alle scoperte di altri, alle grandi interpretazioni di altri, ai capolavori di altri, crederci e poi tornare umilmente a “sbadilar grasa” o “zapar tera”, magari proprio la dove sarebbe dovuto sorgere il nostro beneamato osservatorio. È questo il nostro ruolo all'interno del grande disegno celeste? Questo non lo sappiamo né io né tu. Sono fermamente convinto, invece, che ognuno abbia il diritto di provarci, di crederci, di cercare di allargare i propri orizzonti, di puntare un po' più in alto, anche e soprattutto confrontandosi con i più grandi. Poter esercitare, insomma, la propria mediocrità con libertà e passione.

Ciao, Ezio


Caro Ezio, che risponderti? Boh… Sono rimasto un po’ sorpreso dalla tua appassionata difesa delle “ragioni” degli astrofili e dalle argomentazioni prodotte a perorazione di quella causa. Non immaginavo che oltre ad essere un ottimo musicista, un grande lettore, un appassionato frequentatore della montagna, un buon scacchista (ti ricordi il mitico circolo Zatrikion?), fossi anche un astrofilo. Sulle prime ho accusato il colpo perché, in linea di principio, ciò che asserisci è vero. Tutti possono sperare di fare e di avere di tutto. Di “sbinocolare” verso il cielo e di poetare. Di andare a puttane e di addormentarsi in biblioteca. Di giocare a tamburello e di giocare d’azzardo (in valle gli habitué di Seefeld sono probabilmente più numerosi degli astrofili). Come dicevi niente può essere prerogativa esclusiva di una casta privilegiata. E tutti dunque possono chiedere un osservatorio, un luogo naturale e silenzioso, un pubblico bordello, una biblioteca, uno sferisterio, un casinò… Hai ragione. Ma non per questo, evidentemente, tutti hanno diritto di avere tutto. Lo spazio della tua libertà (e quindi della tua pretesa) finisce dove inizia il mio e viceversa. Se quindi la vogliamo mettere, si fa per dire, “in punta di diritto”, nel caso in questione, è la tua libertà (cioè di quelli che vogliono lì l’osservatorio) che va a cozzare contro la mia (cioè di quelli che sostengono l’intangibilità di quel luogo) e non viceversa. Tutti hanno la facoltà di provarci, come dici. Verissimo. Purché non pretendano che a metterci “il carico” sia sempre Pantalone. Carico non solo economico, ma anche ambientale. Dal mio punto vista, soprattutto ambientale. Ne sono convinto e lo ribadisco, senza fanatismi. Anche se, con quel giochino dei paradossi, vorresti farmi passare per un oscurantista, un irriducibile signor no, un fondamentalista “verde”. Non lo sono, o forse sì. Ad ogni modo penso che Tesero, in termini di sacrificio territoriale, abbia già dato. Abbondantemente. E nel merito, alla fine, quell’osservatorio non si sostanzierà in una semplice piccola casetta in legno da affiancare all’antico maso, ma la sua realizzazione comporterà, come è ben intuibile, una serie di interventi e infrastrutture a corollario che, certo che sì, modificheranno non poco l’orografia e “la poesia” di quella radura. Oltre alla struttura vera e propria, fatalmente si aggiungerà dell’altro. Innanzitutto si dovrà sistemare la strada di collegamento tra Stava-Pozzole e Guagiola. Poi, probabilmente si dovrà predisporre un impianto di illuminazione della stessa. Poi, a Guagiola, si dovrà costruire un posteggio, e che diamine! Ci mancherebbe che non si facesse anche un posteggio! E ancora magari, forse non subito, ma perché no, si dovrà pensare anche ad un piccolo bar. Una struttura “ricreativa” fissa, ovviamente, non ne può fare a meno. Se poi, com’è sempre accaduto e sempre accadrà con gli esercizi a “partecipazione” pubblica, anch’esso resterà vita natural durante sul groppone di… Pantalone, fa lo stesso. Dulcis in fundo il Comune (chi altri, sennò?) dovrà pure sobbarcarsi la manutenzione di tutto questo nuovo carrozzone o… carrozzino. E l’ottimo Tibu (che mi legge e che saluto cordialmente) a quel punto, in inverno, dovrà farsi pure la Pozzole-Guagiola con l’Unimog per permettere a Mario e i suoi seguaci di rimirare il cielo dicembrino... Insomma l’operazione culturale, benemerita fin che vuoi, come tu dici, non sarà esattamente a costo zero né per la collettività, né per l’ambiente.
Vedi, la passione, il pathos, nella sua radice etimologica nasconde il termine sofferenza. Un appassionato dunque dovrebbe un po’ soffrire. Sapersi accontentare, arrangiarsi con quel che ha. In questo caso mi pare invece che di sofferenza questi appassionati di cose remote non ne vogliano proprio sentire. Tutto pretendere, gloria (di pochi) inclusa, per che cosa? Per dare lustro al paese? Ancora? Non grazie, dico io. Io mi tengo ben stretta Guagiola così com’è. Tesero, ripeto, ha già dato, o no?
Non c’è dunque rimedio? Niente affatto. Poiché l’Associazione Astrofili Fiemme ha già nel suo nome una valenza extracomunale, si cerchi un luogo altrove. Ci si rivolga ad altre municipalità della valle, una volta tanto. Si chieda ospitalità a Cavalese o a Predazzo, o a Varena. E se ospitalità sarà concessa, poi si goda pure perdutamente della superba bellezza dell’Infinito. Ciao.

Ario

24/08/10

PATRIMONIO DELL’UMANITÀ


A proposito di astro-fili, anch’io “amo” le stelle. Senza fanatismi. Non mi spello le mani ad armeggiare con binocoli e telescopi. Le amo come amo un abete, una betulla, una parte del paesaggio. Conosco qualche nome: Sirio, Vega, Rigel, Betelgeuse. Me le nominò una volta Eza, astrofilo teserano della prima ora. So che brillano di luce propria e tanto mi basta e avanza. A che mi serve sapere che la prima di quelle quattro dista da noi 8,6 anni luce e l’ultima addirittura più di 400? Se sapessi che le loro rispettive distanze sono il doppio o la metà, che cambierebbe? Provate a immaginarle quelle distanze. È impossibile. Sono misure imparagonabili. Traducendo, per esempio, gli 8,6 anni luce nel sistema metrico decimale, Sirio sarebbe raggiungibile dopo aver percorso appena ottantunbilionitrecentosessantaduemiliardiottocentottantamilioni di chilometri. Un’inezia!
Perciò preferisco guardare alla Luna senza chiedermi quant’ è lontana. Quella Luna alla quale tutti gli oltre quaranta miliardi di Terrestri, dalla comparsa dell’Uomo in poi, hanno dato almeno un’occhiata: astrofili e no, poeti e musicisti, medici e maniscalchi, sapienti ed ignoranti, facoltosi e pezzenti, gentiluomini e bifolchi. E a cui in molti si sono rivolti, speranzosi, per chiederle consiglio. Anch’io qualche volta l’ho fatto. Proprio recentemente le ho chiesto di spiegarmi perché sempre più gente, incomprensibilmente, venga tentata di appassionarsi di cose così remote e lontane, come gli astri e le stelle, e invece se ne freghi delle più prossime e vicine. Sinora non mi ha risposto, ma lo farà. Me lo ha promesso.
Sto meditando di costituire un nuovo sodalizio. Lo chiamerò Associazione Lunafili semplici. Mi basterebbe un socio, anzi una socia, per ammirare Selene. Magari stasera, in questa notte di plenilunio di fine agosto. Senza strumenti ottici, soltanto con gli occhi e la fantasia. Senza presidenti, senza staff, senza altri invitati, senza accademia. Semplicemente io, la socia e Selene. In un luogo incantato, a mezzanotte. Magari a Guagiola, tra gli alti larici della radura prativa occidentale più alta del paese. Là dove, bambino, in un qualche caldo pomeriggio di luglio, mi recavo, per aiutare ai lavori di fienagione nel grande prato dei Türlülüi, salendo a piedi, da Tesero a Zanon e poi su ancora, oltre il pascolo e il bosco. E dove, lì accanto, l’indimenticata Michelina Bozzetta, forse con profetica preveggenza, trascrisse sul muro bianco del baito questo pensiero del Nievo: “La vita dell’Universo nella solitudine è lo spettacolo più sublime, più indescrivibile che ferisca l’occhio dell’uomo. È una vita che si sente e sembra comunicare a noi il sentimento d’una esistenza più vasta, più completa dell’umano. Allora non siamo più critici e legislatori, ma gli occhi, gli orecchi, il pensiero del mondo. L’intelligenza non è più un tutto, ma una parte. L’uomo non pretende più di comprendere e dominare l’Universo, ma sente, palpita e respira con esso.”
Ecco, non me ne vogliano Mario e i suoi seguaci, ma io, quale fondatore in pectore della Lunafili semplici, faccio appello al Comune affinché desista dal realizzare là il previsto osservatorio astronomico. Non abbia fretta, ci ripensi, attenda almeno il 2012. Accantoni il progetto e lo stralci dal bilancio di previsione. Auspicabilmente, nel frattempo, quella moda, che fa un po’ snob, forse passerà.
Non si rovini la bellezza antica di quella località, non si oltraggi quel profondo pensiero. Che quell’ermo colle del paese resti com’è e permetta ai semplici, ai sensibili e ai poeti di ammirare naturalmente il cielo stellato e il nostro magico satellite in silenzio o sottovoce, nella sana quiete della notte.

Ario Dannati

INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

Archivio blog