08/12/08

LA SCELTA NEO-CONTADINA


Il Sistema attuale capitalista avanzato-consumista, eco-sociodistruttivo non è recuperabile dall’interno: è strutturalmente votato alla catastrofe. Non è possibile né opportuno combatterlo e sconfiggerlo militarmente, né è sufficiente, coerente, efficace, combatterlo puramente su un piano culturale di informazione continuando nei fatti ad alimentarlo con la nostra vita sul piano economico-materiale strutturale. Cultura e informazione sono, sì, aspetti importanti che non possono essere ignorati, ma alla fine un’alternativa dovrà essere praticata concretamente e sarà solo quello che potrà, al “dunque”, cambiare le cose. È assolutamente necessario cominciare a realizzarla nei fatti in prima persona. Bisogna avere il coraggio della “povertà di spirito” (nel senso evangelico del termine): tagliare le chiacchiere e cominciare a fare qualcosa di radicalmente concreto. Non stare a sentire chi dice “non è così semplice”, “non si può risolvere tutto così”, ecc. Non si risolverà certo tutto così, senz’altro. Ma sarà anche sempre meglio che star a disquisire e rimarcare “distinguo” o immaginare scenari futuri all’ultima moda mentre si continua ad alimentare nelle piccole cose della propria vita il disastro incombente. Diciamo pure la verità: quanti brillanti intellettuali ecologisti, attivisti di sinistra, politicamente corretti e quant’altro, se (per pura ipotesi) anche sapessero con certezza matematica che bisogna vestire tute da lavoro e zappare, accontentarsi di passare le serate davanti al camino, come unica possibilità per salvare il pianeta, semplicemente lo farebbero e quanti invece troverebbero infiniti argomenti giustificativi per mantenere la gratificazione che gli dà il loro status ed allontanare il momento di comportarsi secondo quanto coerentemente dovrebbe discendere da ciò che dicono? Allo stesso modo non è neppure il caso di stare ancora a sentire chi dice che andando in campagna ci si sottrae alle proprie responsabilità verso la società o l’umanità o comunque i propri simili in senso ampio. Vale un discorso analogo: molti di coloro che oppongono questa obiezione chiamano “lottare” il loro puro e semplice esprimere opinioni, peraltro in un contesto democratico in cui questa è una facoltà del tutto priva di rischi. Spesso neanche ci si accorge che nella storia contemporanea, alla progressiva tolleranza del potere per le posizioni politico-culturali anche le più eccentriche, è andato di pari passo lo scivolamento del piano sul quale si prendono le vere decisioni che contano, dalla politica all’economia (materia riservata agli specialisti) e, per quanto concerne l'aspetto che più riguarda il popolo, dalla partecipazione democratica alle tendenze nel consumo. In questo contesto si possono tranquillamente manifestare pubblicamente le prese di posizione più eterodosse: servono a suscitare applausi o fischi (buoni entrambi per l’audience) nei talk show televisivi, tanto, a parte un po’ di colore, che ci sta sempre bene (nella migliore tradizione del panem et circenses), lasciano esattamente il tempo che trovano. Perché di parole, opinioni, informazioni ne abbiamo così tante che non è più lì che prendono forma le cose. Il neo-contadino (n-c), invece, ben lungi dal voler ignorare il proprio coinvolgimento nel percorso umano su questa Terra, si prende, a ben vedere, la responsabilità suprema, perché dedica tutta la propria vita, non solo nel tempo, ma nella molteplicità degli aspetti, a realizzare concretamente una soluzione alternativa sperimentandone su di sé la praticabilità nel contesto dato in cui si trova. Senza aspettare “il sol dell'avvenire”. La differenza però, dal suo punto di vista, è che oggi le vere questioni all’ordine del giorno non sono quelle correntemente presenti nelle notizie d'attualità o nel quotidiano dibattito politico e culturale rispetto alle quali ha un interesse molto relativo. Il passaggio storico nel quale ci troviamo coinvolge fenomeni di una tale portata che mettono all'ordine del giorno né più né meno che alcune tra le domande da sempre fondamentali per l’umanità, ovvero quelle che riguardano il nostro posto sulla Terra ed il senso del nostro vivere. Noi siamo di fronte alla possibilità reale di stravolgimenti climatico-ambientali (con tutte le conseguenze sociali, sanitarie, economiche, belliche ecc.) epocali e stiamo normalmente a discutere di banalità, pettegolezzi o quantomeno argomenti molto secondari. Ciò dipende probabilmente dal fatto che su questi troviamo il modo di esercitarci dialetticamente e fare la nostra figura, mentre davanti a ciò che davvero incombe su di noi non sappiamo cosa dire. Al punto che preferiamo non parlarne. Al massimo come informazione, interpretazione di dati, sì. Ma sul perché andiamo avanti spediti pur sapendo verso quale disastro stiamo correndo? La vera questione all’ordine del giorno oggi è proprio l’assenza delle questioni di fondo che pure sono qui davanti ai nostri occhi, appena velate dai fatti in cui ci si mostrano, dal dibattito, dalla discussione tra le persone, dalle motivazioni che ispirano i nostri sforzi. Corriamo in una automobile che sfreccia verso il precipizio e stiamo discutendo di che marca è migliore la benzina o se ci piace più il modello coupé o la berlina. Possibile a nessuno venga in mente di frenare, tirare il freno a mano, spegnere il motore e chiedersi un momento dove stiamo andando e perché? Se ha un qualche senso parlare di “fine della Storia” non è certo a causa delle elucubrazioni di Fukuyama, ma perché, con ogni evidenza, oggi l'essere umano si sta dimostrando un bambino che gioca con una bomba, e una bomba più grande di lui. È perché è arrivato il momento di tirare le fila della Storia, prima che sia troppo tardi: capire veramente cosa ci muove, capire veramente dove stiamo andando e perché. Agli dèi e agli ideali non ci crediamo più. Bene; ma non è il caso di continuare a trastullarci con i loro surrogati né di annegare in un nichilismo non dichiarato per non voler fare i conti con noi stessi ed il percorso che ci ha portato fino a qui. Se il n-c si sottrae alle schermaglie politiche d’attualità, ciò è precisamente rivendicato, perché oggi è il momento di interrogarsi e praticare, sperimentare soluzioni, sulle questioni di fondo. Come possiamo trovare il modo di viverci bene su questo pianeta. Bene per noi e per gli altri e per il pianeta stesso. C'è qualcuno che lo può insegnare? Forse sarà bene che cerchiamo di trovarne il modo noi, direttamente, perché le menti più raffinate preferiscono discuterne - e del resto non hanno mica studiato tanto per poi mettersi a zappare! Non è che io voglia sminuire l’importanza del ragionare sulle cose né del conoscerle: non starei a scrivere tutte queste cose forse anche noiose se fosse così. Dico solo che bisogna anche agire. Anzi, prima agire, e poi parlarne. Allora, non è un male se l’agire del n-c si svolge fuori dalla mischia, in zone “marginali”, di campagna: lì non verrà notato e il nuovo sistema di vita che costruirà avrà il tempo di crescere indisturbato, prenderà piede e metterà radici come il germe di un’economia auto-prodotta. Così non sarà più solo “ai margini”, ma sarà proprio dal di fuori del Sistema che continuerà a costruire una realtà di cui si potranno vedere le caratteristiche, in certa misura, oggettivamente diverse dal mondo che la circonda. Da questo “fuori” il n-c aspetta il momento in cui il Sistema crollerà da sé. Oppure in cui si accorgerà di dover fare una metamorfosi, se si vorrà salvare. Questa metamorfosi avviene attraverso una serie numerosissima di scelte individuali che sono già qualcos’altro mentre sono ancora parte di ciò che c’era prima. È il processo naturale con cui avviene l’evoluzione delle specie, come quando un bruco diventa una farfalla. Ed è il processo che compie man mano il n-c e, attraverso molti come lui, forse la società stessa potrebbe farlo. Indubbiamente durante l’evoluzione molte specie anche si estinguono, e non c’è il lieto fine assicurato per nessuno (neanche per i più forti). Ma una cosa è certa: quando il bruco sente il momento di trasformarsi in farfalla, che quello è ciò che va fatto, non si mette lì a distinguere se è opportuno, se è realistico, se progressista, da conservatori o utopistico ecc… ecc… Si mette lì e realizza la sua trasformazione. E, se la sua intuizione è stata corretta, tutta la Natura lo sostiene. Questo non vale solo per il bruco attuale, risultato di millenni di un processo metamorfosale collaudato, ma anche per quei “proto-bruchi” che per primi hanno sentito di rispondere alle condizioni ambientali in questo strano modo. Hanno cominciato a mettersi lì e costruirsi il bozzolo: l’hanno semplicemente fatto. E continuando per alcune generazioni hanno realizzato su sé stessi una nuova forma del vivere, che funziona bene nel contesto del pianeta, tanto che ancora i loro discendenti vivono così. Non credo che quei primi bruchi avessero un programma chiaro di ciò che andavano a fare: hanno solo sentito chiaramente che ciò andava fatto in quel momento e semplicemente l’hanno fatto. Non è che avessero lo scopo di diventare farfalle: ci sono diventati rispondendo alla situazione. La nostra vita è qui ed ora: non dobbiamo sacrificarla in nome di qualche ideale astratto o in vista di un domani teorico. La via per la quale togliamo sostegno al Sistema, la nostra soluzione sul piano politico, deve essere anche la nostra via di salvezza sul piano esistenziale, deve restituirci senso nell’atto stesso del percorrerla. E deve rendere le nostre personali vite più degne di essere vissute per come noi stessi le percepiamo. La nostra vita è inoltre tutto ciò che abbiamo come individui ed è la nostra autentica realtà vissuta: è a partire da questa che possiamo fare qualcosa di concreto, di percepibile, di verificabile. La strada per la quale possiamo costruire una soluzione sia per noi stessi come singoli/famiglie/piccoli gruppi che per la società in generale deve viaggiare sul piano degli elementi basilari, costituenti iniziali, della società ovvero ancora su la nostra vita come individui in primo luogo e poi nell'ambito della cerchia di relazioni alla nostra diretta portata. Si tratta necessariamente di una portata molto limitata, ma è altresì quella che ci dà una misura di realismo e di realtà, all’interno della quale ben vediamo come le chiacchiere stiano a zero. Qualcosa di percepibile, che ci dà il passo al quale dobbiamo camminare, lento, ma possibile, che ci mostra pure che pian piano andiamo avanti. E che anche ci permette di mostrare qualcosa di concreto agli altri; qualcosa di vissuto e di praticabile. Lo stile di vita da seguire deve essere tale che, se per pura ipotesi teorica tutti vivessero così, possiamo immaginare che ci sarebbe da vivere dignitosamente bene per ognuno ed il pianeta e la natura, così come la conosciamo oggi, potrebbe continuare a vivere senza traumi per un tempo indefinito. Questo è un buon metro di giudizio di massima per valutare quello che stiamo facendo ed anche quale sia un livello accettabile di tecnologia (e ricambio di attrezzi tecnologici) e di consumi. Un sistema di vita che corrisponda a questi requisiti - certo non il solo che abbia umanamente dignità e valore, non è di questo che si sta parlando - forse l’unico che davvero ci rientra del tutto, è certamente quello che si incentra sull'agricoltura contadina, agricoltura di sussistenza o comunque di piccola scala. Non a caso il sistema di vita col quale la gran parte dell'umanità ha sempre vissuto e con cui vive anche oggi in realtà, se consideriamo la totalità del mondo, ed è probabilmente per questo che ancora il pianeta riesce a sopportarci. Già oggi non potrebbe più essere così se tutti gli umani fossero passati alla modernità industriale/consumistica. Sebbene si possano immaginare altri stili di vita o tipi di sostentamento che non siano quello contadino anch'essi eco-compatibili (per esempio quelli basati sulle produzioni artistico-culturali o artigianali o di tipo ascetico-filosofico-religioso), questi lo sono solo se limitati a più o meno piccole minoranze di individui all'interno di una società. Ma nessuna società nel suo complesso può sussistere vivendo o incentrandosi su queste basi. Queste minoranze specializzate hanno bisogno di coloro che gli forniscano ciò che non producono e che gli è invece basilarmente necessario, tanto che non potrebbero vivere senza, mentre ciò che esse danno in cambio non lo è altrettanto. Un contadino può anche, nel tempo libero, suonare o dipingere, ma chi è professionalmente artista non produce il proprio cibo. Una società (ma oggi come oggi bisogna parlare di umanità dato che l'economia è globalizzata ed il suo impatto ambientale avviene su scala planetaria), o una parte considerevole di essa, che volesse trarre il proprio sostentamento solo dall'arte o dalla cultura, avrebbe necessariamente bisogno di un'altra parte, pure considerevole, che dovrebbe fare in misura maggiore tutti i lavori fisici atti a soddisfare i bisogni materiali della prima. Questa si troverebbe così a essere dominante e sfruttatrice per il tempo che sottrae all'altra se non anche per il denaro: la parte sfruttata rimarrebbe confinata nell'ambito del proprio ruolo di lavoro fisico e non potrebbe accedere alle produzioni della parte “culturale” neppure in modo passivo. Ne seguirebbe un distacco sempre più netto delle due parti, che finirebbero per ruotare ognuna dentro al proprio mondo, per quanto bene il lavoro fisico possa venir pagato. A questo va aggiunto che, se si volesse alleviare significativamente la fatica fisica di questa massa di lavoratori ed attuare uno spostamento crescente di persone verso occupazioni più culturali, sarebbe allora tutto l'ambiente naturale a non poterlo sopportare dato l'enorme impiego di macchine ed energia che sarebbe necessario. Consideriamo dunque le cose a livello di massa: pensando ad uno stile di vita/occupazione lavorativa che possa essere ecosotenibile nel senso detto sopra anche se esteso a livello della generalità degli individui di una società, questo è solo quello contadino (e non genericamente “agricolo”, ma contadino, cioè su piccola scala - ed, ovviamente, biologico). Va da sé, come già detto, che questo non significa pensare che una società dovrebbe, né potrebbe, essere composta esclusivamente da contadini al 100%, questo è chiaro. Ma una società è agricola (come anche industriale, o di terziario avanzato, o pastorale-nomade, o neo-contadina) quando la grande maggioranza, la generalità delle persone vive nel modo corrispondente al modello produttivo che la caratterizza o in modo variamente influenzato da questo e quando, di conseguenza, tale è il settore economico portante per questa società. Settore che dà anche l'impronta al modello culturale. Ciò significa altresì che tale stile di vita si pone come quello più comune, più normale, alla portata di tutti, attraverso il quale la maggioranza degli individui possono vivere di occupazioni condivise e riconosciute come normali, cercandovi soddisfazioni normali mettendo a frutto capacità ed aspirazioni normali, dove per “normale” si intende ciò che è comunemente diffuso nella considerazione e nelle aspettative delle persone.

Sergio Cabras

1 commento:

  1. Bohoo!
    Economia cultural-antrologica o antropologia economico-culturale!
    Non si può negare un fondo di presa di coscienza e "tzapienza" in quei teserani che anticipando in sensibilità il buon Cabras hanno fatto man bassa di "tzarci e forche" e han ripiegato parte della propria vita, cultura, interesse quasi quotidiano, sulla attività di contadino. Attenti, che l'abitudine allo star piegati oltre i novanta gradi, non porti all'interramento della parte più importante che possiede l'uomo: la testa. E con essa il pensiero.
    Bgiorno.

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