16/01/18

AL VOTO, CON FIDUCIA.


Se tutto andrà come deve andare, sarà una pacchia. E io per prepararmi, ho già programmato la mia giornata tipo. Dopo il 4 marzo, e una volta che le promesse di tutti i candidati premier saranno com’è prevedibile mantenute, io mi alzerò tardi. Che è già un ottimo inizio. Non avendo impegni incombenti, per la verità non avendone proprio, passerò la mattina guardando la Tv (senza pagare il canone, me l’ha promesso Renzi). Al pomeriggio prenderò la mia auto (senza pagare il bollo, me l’ha giurato Silvio) e mi dirigerò con calma all’Università per seguire qualche lezione (senza pagare le tasse, me l’ha detto Piero Grasso). Sono ancora indeciso tra Paleontologia e Ingegneria spaziale. Magari entrambe, tanto lo farò unicamente per passione personale. Perché al lavoro, quasi sicuramente, non ci andrò. Avrò un reddito minimo garantito da 780 euro al mese, mi ha assicurato Luigi Di Maio. Se poi avrò una moglie e un marmocchio in casa, addirittura 1.250, mi ha confermato Berlusconi. Non avrò fretta.
Se poi per noia o per curiosità mi farò assumere da qualcuno (perché il lavoro non mancherà, mi hanno detto tutti), sappiate che malissimo che vada sarò pagato 10 euro l’ora (parola di Renzi).

Non verrò certo licenziato (che tanto il Jobs act, promessa, verrà abolito) e i soldi che guadagnerò, tutti ma proprio tutti, saranno tassati al 15% (me l’ha giurato Salvini).
Se non l’avrò fatto prima, lascerò il lavoro a circa 60 anni, mica più a 67 (come mi ha assicurato Berlusconi). E lo farò con una pensione minima di mille euro (sempre il Berlusca, in gran forma). Tanto mi basterà per viaggiare il mondo intero e organizzare una grigliata a settimana con gli amici. Alla fine di una vita tranquilla e bellissima, non so ancora se il mio funerale sarà pagato dal mio marmocchio (che spero a sua volta percepisca già il reddito minimo e si alzi tardi al mattino) o mi verrà gentilmente offerto dallo Stato. E anzi, approfitterei di questo contesto per invitare i candidati a formulare una proposta su tale problematica rimasta irrisolta.
Gli economisti dicono che il mio stile di vita, e quello di tutti gli italiani, costerà 200 miliardi l’anno in più allo Stato. Cioè circa 50 mila euro l’anno per ogni singolo contribuente italiano. Cioè più dei soldi che guadagnerò col reddito minimo e quelli che risparmierò non pagando praticamente niente. A parte la casa. E la birra. E il cibo per le grigliate. Ma quelli sono i tecnici, pignoli, saputelli e pure un po’ invidiosi. In realtà andrà tutto come deve andare e vedrete che sarà una pacchia. Me l’hanno promesso tutti.

Anonimo


14/01/18

L'ACCHIAPPABUGIE


Novità in arrivo a Palazzo. Su insistita richiesta della Minoranza consiliare di Tesero, pare che l'amministrazione comunale, pur con qualche mugugno, si sia convinta all'acquisto di un Ballometro. Meglio tardi, che mai!
Si tratta di un nuovo strumento che misura l'affidabilità dei governanti pro tempore al potere. Senz'altro utile nelle realtà amministrative dove è uso corrente dire le cose per dare aria alla bocca, o peggio, per nascondere la verità dei fatti, ordire imbrogli e fare gli affari propri anziché quelli della collettività. Qui a Tesero, in particolare, questa moderna bocca della verità servirebbe, altroché! Da quando il palazzo è stato occupato dalla prestanome del Nostro, se ne raccontano quotidianamente di tutti i colori, con la leggerezza tipica dei bugiardi patologici. Quelli che mentono incessantemente per loro esclusivo tornaconto, senza troppo curarsi delle conseguenze che tale comportamento può avere sugli altri, fossero anche 'solo' conseguenze emotive. Un fatto evidentemente molto grave e ben noto alla Minoranza che appunto, rompendo gli indugi, ha preteso l'acquisto di questo marchingegno.
Nel Celeste Impero, dove il Ballometro è stato inventato e lo si produce, viene di solito sistemato negli atri dei palazzi governativi. Funziona attraverso sofisticatissimi sensori collocati direttamente dentro le stanze del potere, capaci di cogliere ogni nuovo input cerebrale alla menzogna. 

La balla in partenza dalla fantasiosa mente dell'amministratore o del politico di turno viene immediatamente bloccata e fatta affluire all'interno del Ballometro prima che possa concretizzarsi e far danni. Il mentitore patologico a quel punto dovrà cogitare qualcos'altro. Finché, esaurita la carica cerebrale di bugie, sarà costretto a dire la verità. Essendo made in China costa, ovviamente, molto poco e la nostra amminstrazione non avrà certo difficoltà ad acquistarlo. L'onere per il nostro paese che più inciderà nella sua gestione deriverà dagli altissimi costi di svuotamento...

L'Orco

11/01/18

BASTA LA TRASPARENZA?

Prima dell'avvento della globalizzazione, madre di tutte le sciagure presenti e future, i consigli d'amministrazione delle piccole casse rurali di paese erano spesso costituiti da persone incompetenti in materia, prive dei rudimenti necessari per il ruolo che ricoprivano. Ciò nonostante, facendo di necessità virtù, qualche volenteroso disposto a darsi coraggio e a immolarsi per la causa lo si trovava sempre. Era prassi 'arruolarlo' per cooptazione attraverso il voto assembleare, quasi sempre pilotato. Per ovvie ragioni, all'interno dell'organo deliberativo, la loro era una presenza più che altro di rappresentanza e non già di effettiva sostanza. Era il direttore, competente per forza e per dovere, che istruiva le pratiche, relazionava sulle richieste, suggeriva le opportunità e poi, tirate le somme anche degli scarni pareri dei consiglieri, indirizzava le scelte della cooperativa di credito. Il consigliere, per quel suo insufficiente sapere, generalmente ascoltava, qualche volta esprimeva un sommesso parere, il più delle volte taceva. Trascorreva il tempo della riunione, dapprima vigile e interessato, poi via via che le questioni si facevano più tecniche e complesse, distraendosi o sonnecchiando.
A quel tempo però, cosa tutt'altro che secondaria, i depositanti cavavano qualcosa dai loro risparmi; le commissioni bancarie erano ridottissime; gli impiegati, già ben pagati (il più ambito posto fisso del tempo!), non erano ancora un esercito. Soprattutto però, i consiglieri 'dilettanti' venivano gratificati soltanto con un modesto gettone di presenza e con il riconoscimento che la comunità di appartenenza tributava loro per il barboso impegno periodico che la carica ricoperta richiedeva. L'è tel consiglio de la cassa rurale! E tanto gli bastava.
Poi arrivò la globalizzazione. Le piccole casse rurali cominciarono a palesare deficit di competitività e si trovarono nella necessità  di 'potenziare il motore', aggiungendo sinergia attraverso operazioni di fusione. Successe così anche da noi. Dapprima Tesero con Panchià e Ziano con Predazzo. Poi Tesero e Panchià con Ziano e Predazzo, che divenne da allora la Cassa Rurale di Fiemme. In un gioco obbligato dove l'istituto originario più piccolo cedeva via via alla cassa più corposa una parte della propria autonomia e specificità. Così, di fusione in fusione, di inglobamento in inglobamento, le peculiari caratteristiche di quei piccoli istituti di credito, tanto care all'ideologo della cooperazione trentina don Lorenzo Guetti, e cioè la vicinanza ai soci, la riconoscibilità sociale, l'attenzione capillare alle istanze della comunità, la modestia e lo spirito di servizio degli amministratori, scomparvero velocemente.
Ad esse subentrarono anonimato, spersonalizzazione, lontananza. Lo 'zio Luigi' - com'era chiamato bonariamente dai soci della cassa rurale di Tesero l'allora direttore Canal - che scendendo dal piano superiore della vecchia sede  incontrava i clienti allo sportello e con essi si soffermava a dire due parole, ora è stato sostituito  da un funzionario di cui la maggioranza dei soci non conosce né il nome, né l'identità.
L'ultima fusione, tra la Cassa Rurale di Fiemme e la Cassa Rurale Centrofiemme, avvenuta pochi giorni fa, non farà che aumentare questo straniamento tra i soci, teorici proprietari dell'istituto, e i propri amministratori.

E se, come si racconta, la globalizzazione altro non permette, di questo passo arriveremo tra non molto ad un'unica cassa rurale trentina. A quel punto tutti gli amministratori  saranno persone sconosciute e anonime. Conseguentemente, visto poi che rispetto ai tempi dello 'zio Luigi' di vantaggi economici le casse rurali non riescono più a darne, quale sarà la motivazione per convincere un potenziale nuovo cliente a scegliere esse anziché altre banche presenti sul territorio?
Agli attuali tassi di interesse, per cavar fuori da un qualsiasi strumento finanziario disponibile sul mercato il corrispettivo di quanto percepisce il meno gratificato dei consiglieri, di cui alla sopraesposta tabella,  dovremmo tutti essere dei nababbi, dalla disponibilità di denaro ragguardevolissima.
Ma se questo è ciò che passa il convento globalizzato e però il 'dilettantismo' è ancora ben presente all'interno dei consigli di amministrazione, è onesto nei confronti dei soci liquidare a quegli stessi 'dilettanti' quel po' po' di prebende?   O siamo tutti diventati politici arrembanti a caccia di comode cadreghe ben pagate? Con quale consapevolezza e con quale bagaglio culturale ci si candida ad amministrare una cassa rurale della quale poco o nulla si sa? Dov'è finito lo spirito di don Guetti?
Se depositare denaro non remunera più e  ogni piccola operazione costa indecentemente, sarebbe doveroso ridurre in proporzione agli amministratori  le laute prebende che oggi intascano. Non basta la trasparenza. Serve l'onestà!

A.D.

 

07/01/18

QUARTO POTERE

Oggi, in cronaca locale, l'Adige ha pubblicato un articolo di fondamentale importanza. Trattasi della cronaca minuziosa e ridondante dell'incontro tra le amministrazioni di Tesero e Panchià e i corrispondenti coscritti del '99, avvenuto qualche giorno fa a palazzo Firmian. Iniziativa perfettamente in linea con lo stile propaganda-live, nata nel 2015, anno di  insediamento delle attuali amministrazioni di Tesero e Panchià.  
Che la popolazione tutta sappia ciò che i sindaci hanno conferito ai nuovi 'plotoni'! Giovani concittadini, futuri custodi delle nostre tradizioni, reduci sì dai bagordi di santo Stefano, che però, tra non molto, una decina di mesi appena, saranno chiamati a votare. Questo è il punto. E' bene che in autunno non sbaglino simbolo e nome. Perciò far capire che questa amministrazione gli è vicina, soprattutto in quel delicato momento della loro vita in cui varcheranno la soglia del seggio elettorale, può giovare.  Ne va - detto volgarmente - della riconferma del nostro campione in Provincia, perbacco!

D'ora in poi quindi, almeno sino ad ottobre, ogni occasione per  raccattare voti e consenso (anche la convocazione dei coscritti a palazzo, certo che sì) farà brodo. E la stampa locale sarà precettata e usata come un megafono per ricordare a tutti le tante iniziative fatte dal Nostro ed i suoi prodi, per l'esclusivo bene della comunità
Sulle pagine di Fiemme e Fassa si susseguiranno le veline confezionate dai compiacenti pubblicisti, per lisciare il pelo  agli  amici, agli amici presunti ed anche a chi proprio amico non è, ma nemmeno giurato nemico. Contemporaneamente saranno  silenziate le notizie scomode, o ritenute tali, che in qualche modo potrebbero 'deformare' la suadente immagine del nostro Salvatore della patria.

L'Orco 

06/01/18

ANNO NUOVO, STORIELLA VECCHIA

Mentre a Palazzo si registrano quotidianamente soprusi ed imbrogli  perpetrati dalla nota banda al comando  (che l'intera Enciclopedia delle Malefatte non basterebbe a contenerli tutti), per tacitare il popolino distratto (peraltro già muto e silente di suo) si ripropongono, con intollerabile sperpero di pubblico denaro, i noti e vetusti circenses invernali.
Ecco dunque, per l'ennesima volta,  riapparire nelle cronache locali della stampa trentina la lieta novella del presepe teserano in viaggio alla conquista del mondo. Insomma (traducendo) ...
 


...  continua lo sfruttamento dell'inesauribile e inesausta miniera del consenso ad uso e consumo del sommo Brigante e dei suoi accoliti.

Come scrive giustamente l'estensore dell'articolo, in questo paese sembra proprio di stare in un grande presepio vivente. Con un solo Redentore, molti buoi e numerosissimi asini. 

 L'Orco
 
 

22/12/17

SERMONE DI MEZZANOTTE (24 DICEMBRE 1630)




Solo adesso arrivo a parlarvi, miei fedeli. Educato fra uomini abituati al disprezzo della vita e al culto dei morti, affamati di un immaginario martirio e di una tormentosa trascendenza, oppressi dal cilicio di una religione oscura come una tara inconfessabile, solo adesso arrivo a parlarvi, come dopo un lungo viaggio.
Ora siamo nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, e non possiamo tacere. I nostri abiti sono quella piccola montagna di stracci ammucchiata davanti al portale. Ma non vergognatevi. Nessuno entrerà. La porta è stata sbarrata dall’interno con un trave di legno. E’ quasi mezzanotte e nessuno potrà vederci così come siamo. Dowland ha acceso questo grande fuoco al centro della chiesa, che ci scalda tutti. Non possiamo avere freddo. Dobbiamo restare in preghiera – noi, chiusi in questo silenzioso mausoleo con i nostri corpi nudi, nudi come lo furono alla nascita, senza lo straccio di una veste, senza l’orpello di un abito, scorticati da ogni lusso superfluo – con tutti i nostri corpi, giovani, vecchi, bambini, adulti, nel giorno della massima festività: il Natale del 1630, la nascita di Cristo, Nostro Signore.
Il cuore mi si colma di commozione. Quasi non riesco a proferire parola. Come siete diversi tutti. Il tempo è leggero su quelle braccia, pesante su quella schiena, funesto su quel cranio, atroce su quelle gambe. Vi vedo tutti – non posso farne a meno. Vedo la vita in cammino, come il suo muto gemello, il Signore della Morte. Dio passa dentro di voi. Quell’addome magro, Katherine, ieri era florido e ha generato Anna Porter, vostra figlia. Quel braccio che ieri lavorava duramente nei campi, Summer, adesso è lì, raggrinzito sul volume di preghiere. Vi vedo con chiarezza, come un cartografo la mappa delle terre che esplorerà.
Ma i vostri pensieri sono le cose più incredibili: affollano questo luogo da ogni parte, sono uno sciame di cose tranquille e atroci, chi vorrebbe ammazzare il vicino di campo, chi cullare la figlia, chi mangiare un arrosto di cervo, chi fare all’amore con la donna dell’amico. Voi che ora mi ascoltate e arate dei campi e nutrite delle famiglie, non avete mai sentito parlare, da bambini, di apostasie, anatemi, abiure, sentenze. Non siete stati allontanati, a sei anni, da un drappello di militari che conducevano l’eretico alla forca: non vi hanno coperto il viso, come fecero a me, obbligandomi a giurare di non fare parola di quello scandalo. Io, che sentii solo il rullo dei tamburi, non promisi però di non immaginare: così vidi me stesso, issato sulla forca, il cappuccio sulla testa, ma, nel momento in cui la botola avrebbe dovuto aprirsi, la terra tremò, franò la forca, e io ero là, nudo e ispirato, la morte negli occhi, che soggiogavo tutti con le parole e cambiavo il corso del mondo.
Ognuno di voi, lo sapete, è nato da un luogo buio, lì ha preso forma: e, dentro il corpo della madre, è nato e si è nutrito, per nove mesi. Ma, se quel tempo non fosse stato rispettato, se il feto avesse avuto qualche malattia, la morte avrebbe ucciso le madri e i figli, e qui ci sarebbero dei posti vuoti e io non potrei guardare negli occhi persone che hanno vissuto una vita intera, di felicità o di stenti, perché non sarebbero mai esistite, perché un piccolo germe, quel giorno di primavera o di autunno, si sarebbe insediato nell’utero di qualche madre, un piccolissimo insetto, invisibile a occhio nudo, che anche adesso potrebbe benissimo stare sotto la cute del tuo braccio, John, o la pelle del tuo cranio, Jane, anticipando il vostro viaggio agli inferi. La vita è qualcosa di incongruo e di non ragionevole: dipende da un acaro o da un bacillo, a noi è capitato di viverla e siamo qui, insieme, come una mappa di cui è impossibile decifrare qualcosa. Siamo corpi che si espongono a Dio.
Io non mi staccherò più dalla pelle degli uomini, non sarò più il perfetto ascoltatore delle Variazioni Walshingham di John Bull, non sarò più l’assiduo frequentatore dell’Hamlet di William Shakespeare. Mi spoglierò di tutte le mie maschere. Prima di venire a Saint Paul a parlarvi, ho lacerato con un bisturi affilato la tela in cui mi ero fatto dipingere con il lenzuolo funebre annodato sul capo, già composto per la sepoltura: vezzi di poeta funebre, che predispone la mappa del suo cadavere per il futuro giudizio di Dio.
Atlante, libri, pianeti, sudore, fatiche, singulti – voi siete la mia mappa, la parabola accidentata della creazione. I libri sacri lo dicono: La creazione è il sommo bene, ecco l’opera di Dio, mirabile ai nostri occhi, e tu mi hai fatto e plasmato, Signore: ma queste meraviglie, se sono attaccate dalla peste e dilaniate dalle guerre, restano sempre delle meraviglie? A volte marciscono negli uteri, a volte marciscono nel mondo, e la vita è meno di una pezza da piedi, in cui il potente si asciuga lo stivale infangato o la lancia insanguinata. E tutto è così precario anche se ci copriamo di mille abiti e pellicce e corazze e armature, perché la puntura di un ago infetto potrebbe provocare dolori, febbri, bubboni, e non lasciarci più finché non abbiamo reso l’ultimo respiro.
Credete a me – miei cari, miei nudi fedeli, miei vivi – è solo per caso che qui ci vediamo e parliamo. Nostro Signore è nato in quella capanna che le nostre storie dolcificano a nido edificante di un bambino meraviglioso ma lo sapete – voi! – che era una notte d’inverno e faceva un freddo atroce e il fuoco non bastava e, se Cristo non fosse stato il miracolo di se stesso, la febbre lo avrebbe assalito e lui sarebbe morto di freddo o di fame o per qualche agente maligno, e lo avrebbero pianto i suoi sventurati genitori, eletti da Dio?
Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze. Uno preferisce farsi di pietra, l’altro di vento, ma alla fine devono tutti morire: e chi va sul Nilo a trovarsi oscure terzane e sopravvive, e chi non si sposta dal tugurio dove è nato e un piccolo verme lo possiede, distrugge il suo corpo, lo espropria dalla vita: questo è il dannato exitus a cui siamo tutti avviati, e i vostri corpi lo confermano, chi giovane, chi vecchio, chi malato. Nessuno di voi è immune dai segni del tempo e dai sintomi del male. Implorate al vostro corpo, che ora è qui, nudo, di tacere a lungo, di non portarvi le sue sorde pene; fatelo stare zitto; non forzatelo con lavori massacranti; non esibitelo come trofeo nelle guerre; non esponetelo in guerre di religione; non vituperatelo in risse da quattro soldi; non vi spaccate lo stomaco con la carne e i reni con la birra.
Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi. Eccoci qui, corpi e volti nudi, come non siamo mai stati prima, a mezzanotte. Qui non ci sono orge o scandali, ma solo la pace giusta. Non sento più il sussurro delle fontane, le armonie dei clavicordi, i cori delle campane, i corni di caccia, le marce funebri, i canti liturgici. Ho perso il lessico del teologo per essere qui, con voi, nel dubbio reale dei capelli intorno all’osso, della pelle viva contro lo scheletro. Voi siete la mia mappa planetaria e le mie strofe perfette: voi significate il mio abbandono di ogni perfezione. Io entro, con voi, nella presenza della vita e della morte.
Anche se la chiesa, come abbiamo voluto, è sbarrata a chiave. Anche se non vogliamo che nessun vescovo o nessuna guardia entri qui, dove preghiamo, e inorridito dallo scandalo delle mie parole condanni me al rogo e voi ai lavori forzati. Ma sarebbe bello fosse così per ognuno di noi – nella sua comunità; che fosse esposto a tutti, docile e giusto. Certo è che l’uomo, così come voi lo vedete, ha bisogno di tutto. E’ l’essere più fragile. Se questo fuoco uscisse dai limiti in cui lo abbiamo confinato e si appiccasse ai vostri corpi, cosa potrei fare io, per voi? cercare di salvarvi? Ma come, se io sono debole e leggero quanto voi? e se questa chiesa fosse invasa dall’acqua e grandi onde frantumassero le vetrate e si impadronissero dei vostri corpi? e se il vento vi trascinasse via come fuscelli? e se la terra vi inghiottisse nei suoi crateri?
Ecco, noi siamo qui, nudi e calmi, in questo Natale, solo perché la terra è tranquilla e non manda scosse e gli oceani non escono dai loro limiti. Noi esistiamo e i nostri padri e i padri dei padri e i figli dei figli e i figli dei nostri figli, magari per cinquecento anni, solo perché in questi cinquecento anni la terra è rimasta tranquilla. Quindi viviamo per caso: e intanto continuiamo a invecchiare e niente può arrestare il processo se non amare meno la vita e pensare con saggezza al possibile distacco.
Guardate laggiù, i vostri abiti. Sono tutti fradici delle vostre fatiche, del sudore, della gioia che avete vissuto. Sanno di quando avete fatto all’amore o avete cagato i vostri escrementi. Sono una piccola montagna lurida. Ma racchiudono tutti i fatti che vi sono accaduti. Forse, in qualche brandello, ci sono rimasti anche i vostri pensieri. Forse un giorno li brucerete, li dimenticherete, li getterete via, parte della vostra storia resterà in quelle fibre di tessuto, e le fibre non andranno distrutte, magari saranno macinate o riassorbite dall’acqua e porteranno nel mondo, dove voi siete morti, l’eco di voi.
Eccoci qui, nudi. Le maschere le abbiamo lasciate lì, addossate al portale della chiesa, e qui nessuno entrerà. Ma ricordiamo che quelle maschere sono anche la nostra storia. Non illudiamoci di essere sempre nudi. Santi o veggenti o folli – è un destino di cui ho appena intravisto l’orrore.
Qualcuno di voi è malato. Qualcuno di voi mi dirà che, magari, desidera uccidersi. Non c’è niente di più naturale, per l’uomo, che togliersi la vita. Cosa si può imputare, al suicida? Egli corre, invece di camminare. Si affretta, invece di rallentare. Cade nel pozzo, invece di esserci a fatica buttato dentro. Siamo tutti mortali. Non ci sono peccati né nel vivere né nel morire. Siamo tutti la mappa di un disegno sacro, che ognuno di noi potrebbe anche turbare, chi ridendo, chi giocando, chi uccidendo, chi cominciando a danzare. Non c’è un fato già scritto: già scritto è solo il fatto che morremo.
Ma qui, adesso che siamo nudi e spaventati, io vi dico: guardiamo con chiarezza il mistero. Nutriamoci della morte come gustiamo la carne degli animali o le piante della terra, è tutto un ciclo naturale, non pensiamo troppo a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli, non possediamo i nostri pensieri ma facciamo che loro traversino noi. Non viviamoci indispensabili, anche se siamo portati a pensarlo, ognuno con le sue eccellenti ragioni. Tutti andiamo e veniamo dalla stessa porta. Ognuno di noi ha il suo volto e il suo incubo: la paura non è neppure un sentimento, è uno stato. E’ sangue della nostra carne, prendiamola con noi, passiamo con lei le nostre ore. Viviamo o uccidiamoci o sopportiamo gli stenti: ogni giorno ci colerà vita dalle mani, è stupido poi piangere quando qualcuno muore, come se un fato crudele ce lo avesse strappato. Sarebbe come incolpare una bottiglia di essere vuota, dopo che è stata bevuta giorno per giorno. Piangere, lo possiamo fare a ogni secondo che scappa dalle dieci dita; ma, se non fossimo esistiti, potremmo gustare questa gioia di esserci, di gridare e battere i piedi, e gustare il vino e tenerci per mano? Non saremmo nulla e allora niente servirebbe, né cibo né vesti né carezze.
Se uscite di qui, quando sarete di nuovo con le vostre vesti, non pensate a voi stessi. Ricordate di esservi visti e che domani potete ancora vedervi, se il caso lo concede. Non c’è speranza o disperazione: solo una stretta di mano, un bacio, uno sguardo. Si vive di nulla. Qui, a pelle nuda, col sangue che ci scorre nelle vene. Qualcuno leggerà la mappa dei nostri corpi anche quando essi saranno cenere e solo le ossa indicheranno la nostra permanenza sulla terra. Qualcuno ci sognerà o respirerà di noi e noi rivivremo nel sogno di un re o nel rimpianto di un soldato, nel dolore di un mendicante o nel sonno di un eremita, in qualche angolo del pianeta, e allora, verme o Shakespeare, cosa importa, resteranno sempre le ossa, fuori sarà primavera o inverno, o qualche altra stagione.
Forse qualcuno di noi, presente oggi, potrebbe domani uccidere il vicino, per una questione di donne o di campi. Si uccide per difendersi da chi ci opprime o ci offende: è un impulso naturale. Un uomo deve uccidere, per essere vivo: ma se lo fa, lo circondano ingombranti cadaveri, cose da sotterrare. Deve essere più scaltro. Deve, se sarà necessario, annientare l’altro, privarlo delle armi, ridurlo alla condizione di morto, ma senza spargere sangue. Così l’essere umano ammazza il padre e la madre non se li elimina fisicamente ma quando sa distaccarsene. Essere vivi è sempre e solo un distacco. Tutta la vita è un raffinato vagare nelle strategie dell’addio. Ma durante queste fasi, durante il tempo che ci separa dalla morte o dall’assassinio, eccoci nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, a dichiarare che amiamo, a non potere non amare, nel modo più eretico e folle, personale e avventuroso, quanto vogliamo e possiamo. E, se ci sarà occasione di odiare, odieremo.
Ma ora rivestiamoci. Il tempo della Messa è quasi finito e non voglio che nessuno sappia di quanto è accaduto. Questa notte è stata irripetibile: teniamola dentro la nostra memoria come un evento. Spegniamo il fuoco e torniamo a vivere e a morire nelle nostre case. Non cerchiamo mai di opprimere o di rassegnarci ma di essere liberi, innanzitutto. Di sorprendere e meravigliarci. Mai dormire in se stessi ma addormentarsi fuori di sé, per uscire dai nostri corpi, lasciando a chi resta l’insegnamento del sogno e qualche gesto da ricordare.
 
Amen
 
John Donne

01/10/17

DURISSIMO, MA...





Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioie di foglie perenni,
non mie, e smemora;

In me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido

e i giorni una maceria.

 
Oboe sommerso di Salvatore Quasimodo


INCANTO NOTTURNO

INCANTO NOTTURNO
Sara

LE OCHE E I CHIERICHETTI

LE OCHE E I CHIERICHETTI
Bepi Zanon

TESERO 1929

TESERO 1929
Foto Anonimo

PASSATO

PASSATO
Foto Orco

ANCORA ROSA

ANCORA ROSA
Foto Archivio

VIA STAVA ANNI '30

VIA STAVA ANNI '30
foto Anonimo

TESERO DI BIANCO VESTITO

TESERO DI BIANCO VESTITO
Foto Giuliano Sartorelli

LA BAMBOLA SABINA

LA BAMBOLA SABINA
Foto Euro

LA VAL DEL SALIME

LA VAL DEL SALIME
Foto Euro

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN

SEBASTIAN E IL BRENZO DI BEGNESIN
Foto di Euro Delladio

MINU

MINU
Foto di Sabina

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